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martedì 14 ottobre 2014

"Il richiamo di Alma" torna a Trieste con il fumetto di Vanna Vinci


Non poteva mancare ovviamente Trieste fra i luoghi che Vanna Vinci toccherà lungo il tour di presentazione de Il richiamo di Alma, il suo ultimo libro a fumetti, edito da Bao Publishing. La città giuliana è, infatti, lo sfondo in cui si muove Alma, la protagonista del romanzo di Stelio Mattioni, dal quale l'artista cagliaritana ha tratto il racconto a fumetti.
Così si è espressa Vanna a proposito del romanzo dell'autore triestino, pubblicato da Adelphi nel 1980:
"Il libro è bellissimo. Molto forte è la componente triestina. La figura della protagonista secondo me è l’immagine sia della città in se stessa che delle donne triestine, della loro sensualità in alcuni momenti accogliente, in altri sfuggente."
Dopo la pubblicazione a puntate sulle pagine del quotidiano locale Il Piccolo, avvenuta la scorsa estate, ora Il richiamo di Alma è finalmente un libro: il secondo che Vanna Vinci dedica a Trieste, sua "città mentale", dopo Aida al confine. In entrambi i casi la protagonista femminile, oggi Alma, allora Aida, compie un viaggio dentro di sé attraverso il viaggio esteriore lungo le vie e i luoghi di Trieste, rappresentati con estrema fedeltà dall'autrice.
A volte, chi viene da fuori città, posa il proprio sguardo su di essa e ne coglie lo spirito molto meglio di coloro che vi risiedono stabilmente. Certo, bisogna possedere una sensibilità particolare e concedersi il tempo per immergersi tanto nei dettagli quanto nel respiro d'insieme. Pare che Vanna Vinci ci riesca benissimo con questa città di confine, mentale ancor prima che fisico.

lunedì 26 maggio 2014

Trasloco concluso 2


A distanza di quattro anni scarsi, ho concluso un altro trasloco: mi son spostato ancora più vicino al confine. Qualche felino ha cercato di opporsi al nuovo cambiamento ma adesso apprezza la nuova sistemazione.



Ecco spiegato, quindi, il motivo della mia assenza dal blog. Non che adesso riprenderò a postare ai soliti ritmi, anche perche' l'adsl ancora non c'è e sto usando una traballante connessione che il 3G lo vede col cannocchiale.
Comunque è sempre una bella soddisfazione riporre i pezzi importanti dei miei fumetti nello scaffale della libreria nuova...



sabato 26 marzo 2011

"Trst je naš"

Disegno di Davide Toffolo, tratto da "L'inverno d'Italia"
Sono le parole pronunciate ieri dallo speaker dello stadio di Lubiana, dove si è giocata Slovenia - Italia, incontro di calcio fra le nazionali dei due paesi, valido per le qualificazioni ai prossimi campionati europei. Le squadre non erano ancora scese in campo e il megaschermo dello stadio nuovo di zecca stava mostrando le immagini di precedenti partite fra le due squadre. Quando il pubblico ha potuto vedere il goal che garantì la vittoria della nazionale slovena nella partita amichevole giocata nel 2002 a Trieste, allora lo speaker si è lasciato prendere dall'entusiasmo e ha pronunciato quelle parole. In italiano si traducono in "Trieste è nostra" e alludono al motto che i partigiani jugoslavi comandati da Tito proclamavano durante l'occupazione della città, avvenuta nel maggio e giugno del 1945. Nonostante lo speaker si sia affrettato ad escludere ogni riferimento politico, l'inopportunità di quelle parole rimane.
Tragici ricordi, infatti, sono legati a quei 40 giorni nei quali le forze titine occuparono l'attuale provincia di Trieste e di Gorizia. Molte persone legate al regime fascista, ma anche semplici cittadini considerati arbitrariamente avversari dei propositi annessionistici jugoslavi furono eliminate, facendole sparire nelle foibe del Carso. Non importava essere di destra o di sinistra, perché furono assassinati anche diversi comunisti italiani che si opponevano all'idea di Trieste e Gorizia jugoslave.
Ritornando alla partita di ieri sera, c'è un altro aneddoto da riportare: durante l'esecuzione dell'inno italiano si sono levati dagli spalti dello stadio dei sonori fischi. La stessa cosa successe a parti invertite a Trieste nel 2002 prima dell'inizio della partita persa dall'Italia: quella volta furono parte degli spettatori italiani a fischiare l'inno sloveno. Sono solo due partite di calcio, ma a fischiare l'inno, in entrambi i casi, sono state persone comuni e non ultras pericolosi. Ripeto, è solo una partita di calcio e non sono così sensibile da scandalizzarmi se un inno viene fischiato, anzi. Ma cerco di capire le motivazioni che stanno alla base. C'è ancora del risentimento fra diverse persone che appartengono alle due nazionalità e una partita di calcio è soltanto un'occasione che permette di manifestarlo. E' un risentimento sordo al dialogo, che si autoalimenta e che non porta a niente di positivo.

Quello di marca italiana l'ho spiegato sopra e le sue origini sono abbastanza note ormai anche nel resto d'Italia, visto che il fenomeno delle foibe è ormai noto a tutta l'opinione pubblica del nostro paese. Non altrettanto conosciute invece sono le cause storiche che alimentano il risentimento sloveno. Una torcia nel buio la accende Davide Toffolo, l'autore di fumetti pordenonese, voce e anima del gruppo musicale Tre Allegri Ragazzi Morti, con il suo racconto a fumetti "L'inverno d'Italia" edito da Coconino Press. La vicenda rievocata in questo volume è tragica e chiama in causa la coscienza di tutti noi italiani, che spesso ci consideriamo brava gente. Una parte di noi non lo fu per niente negli anni tra il 1941 e il 1943 e, a pagarne le conseguenze, furono migliaia di uomini e donne slovene e croate che videro la propria terra invasa dalle truppe italiane. Fu un'occupazione brutale, vennero praticate operazioni militari e politiche tali da configurare una pulizia etnica. Migliaia di civili, uomini, donne, vecchi e bambini furono deportati in campi di concentramento allestiti in loco ma anche in territorio italiano. In uno di questi, a Gonars in provincia di Udine, è ambientata la storia raccontata da Toffolo, che vede protagonisti Drago e Giudita, due bambini sloveni, sui quali si abbatte l'odio e l'insensatezza degli adulti. Non ci furono dei forni crematori in questi campi, ma i prigionieri morivano ugualmente, per inedia o per le malattie.

La politica di snazionalizzazione dei fascisti si attuava anche nella vita di tutti i giorni: la lingua slovena (o croata) era proibita e tutti dovevano esprimersi in italiano, anche se non se ne conosceva nemmeno una parola. C'è un altro fumetto che ritrae questo aspetto così odioso e brutale della politica italiana di allora: mi riferisco a "Mont Uant", volume scritto e disegnato dall'autore triestino Walter Chendi ed edito da Lizard nel 2005. In "Mont Saù", secondo dei tre racconti contenuti nel libro, il protagonista è un ragazzino travolto, insieme agli abitanti del suo paese e di quelli vicini, dalla violenza di uno stato straniero occupante. In una scena fra le più toccanti, si vede il ragazzino seduto sui banchi di scuola insieme ai compagni, che viene aspramente sgridato da un maestro fuori di sè attraverso una lingua per lui ignota.
Nel confine orientale il fascismo italiano ha prodotto i suoi guasti peggiori e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

giovedì 3 marzo 2011

Quel vento da "Est-Nord-Est"

Stato d'emergenza a Trieste. La Bora soffia a 140 km orari con punte fino a 170, causando parecchi problemi e danni alle cose e alle persone. Il paesaggio cittadino e dei dintorni di questi giorni prevede rami spezzati e alberi sradicati, tegole volate via dai tetti e vetri infranti, cassonetti che si schiantano improvvisamente sulle auto in corsa e persone sollevate da terra di qualche centimetro per poi essere buttate a terra pochi secondi dopo. Perfino Ursus, una grande gru galleggiante, vecchio cimelio industriale del porto triestino, ha rotto gli ormeggi e si è allontanata alla deriva davanti a Piazza Unità con i suoi quasi 80 metri di altezza e 50 tonnellate di peso.
Lo scenario è molto simile a quello disegnato da Walter Chendi su questa tavola

Disegni di Walter Chendi

tratto dal suo racconto a fumetti Est-Nord-Est, edito dalla Rizzoli-Lizard nel 2007.
In questa favola la nebbia che avvolge "una città posta tra il mare ed il monte" viene spazzata via da un forte vento da est nord est, la Borne. I cttadini ne vanno molto fieri, considerandolo una caratteristica di cui elogiare i meriti, come per esempio quello di purificare (in ogni senso) la città. Il punto è che questa volta la Borne non ne vuole sapere di cessare, anzi aumenta sempre più di intensità, isolando la città.

"Siamo isolati"
"Forse lo siamo sempre stati"
"Forse l'abbiamo sempre voluto"

In questo scambio di battute tra due personaggi della novella si nasconde una piccola verità: la città orgogliosa del suo passato in cui contava qualcosa, si aggrappa alle bandiere e ai vessilli di quel periodo. Si spaccia per essere una città aperta all'altro, ma poi si lacera in profonde divisioni al suo interno. Ognuno corre dietro alla propria conventicola, partito o circolo rassicurante.

Disegni di Walter Chendi

Un mattino accade l'impensabile: la Borne ha spazzato via tutti i colori della città, ogni cosa appare di un bianco abbacinante. Ogni stemma, vessillo, bandiera di chiesa, partito o congregazione ha perso i propri colori: non ci son più scuse, ora qualcosa deve pur cambiare.
Invece non è ancora finita. Dalle pagine del diario di Ranfo, un creatore di favole e testimone degli eventi incredibili che hanno sconvolto per sempre la vita della città, veniamo a sapere che la Borne colpirà ancora.
In quattro splendide tavole, in cui si può ammirare la bella linea chiara che tanto deve al Maestro Vittorio Giardino, Walter Chendi ci racconta l'arrivo del portentoso turbinio di vento che si porta via i veri figli della città.

Disegni di Walter Chendi

Disegni di Walter Chendi

Disegni di Walter Chendi

Disegni di Walter Chendi

Chi sono i sopravissuti? Cosa li distingue dagli altri? Solo un fatto: l'essere diversi, secondo vari criteri, ma pur sempre diversi dai veri figli di questa città.
Ranfo però annota sul diario che i superstiti (tra cui i bambini mancano del tutto) si dimenticano presto del tragico evento che hanno vissuto. Organizzano una festa che si trasforma presto in orgia. Non hanno imparato nulla. E il vento ricomincia ad alzarsi.

"Il morbo della pigrizia e della spensieratezza ci ha colpito senza lotta né fatica. Ci riconoscerà. Voleremo."

Sono le ultime parole del diario, lette molti anni dopo da una piccola comunità di nomadi dall'accento slavo che, fermatisi durante una notte nebbiosa in una casa deserta e isolata di un luogo che non conoscono, hanno rinvenuto il manoscritto. Alla fine della lettura la nebbia si sta diradando e un forte vento comincia ad alzarsi. La partenza del mattino successivo non è più così sicura.

Chendi è partito da un falso vanto di Trieste, la Bora, per mettere alla berlina alcuni pregiudizi e luoghi comuni della città e dei suoi cittadini: sedere sugli allori di un passato ormai andato, far finta di abbracciare il diverso da sè per poi dividersi su tutto, considerare il confine come un segno di apertura finendo invece per viverlo dentro di sé come una ferita, abbracciare quella conventicola piuttosto che un'altra solo per darsi una risposta preconfezionata e tranquillizzante alle tante domande.
Sono vent'anni che vivo a Trieste, ma non mi son ancora abituato alla Bora......





In questo video di qualche anno fa, Walter Chendi parla di "Est-Nord-Est", del suo modo di lavorare e della considerazione del fumetto nel nostro Paese.

venerdì 31 dicembre 2010

Il mio 2010

Oggi è inevitabilmente tempo di bilanci. Mi guardo indietro e vedo in ordine sparso un po' di cose...

La prima, in realtà, non devo neanche sforzarmi troppo di cercarla perché sta proprio davanti agli occhi. E' questo blog, il cui primo post risale a gennaio di quest'anno grazie allo spunto inconsapevole di due miei cari amici appassionati di fumetti, Andrea ed Emiliano, i cui blog mi avevano incuriosito, divertito e stimolato. Quindi mi son detto: "Perché no?". E ho scoperto un nuovo mondo, prima del tutto sconosciuto, quello dei blogger appunto, grazie al quale ho imparato tante cose, ho conosciuto nuove persone ed approfondito tanti temi a me cari.


C'è stato poi in aprile un cambiamento importante per le mie abitudini e non solo. Io e mia moglie siamo diventati vegetariani. Il motivo? Non lo sappiamo con precisione ma, probabilmente, due fattori hanno giocato un ruolo importante. Il primo sono le due micie che vivono con noi dall'anno scorso, Cassie e Juno.

Cassie

Juno guardata alle spalle da Tex

Il secondo è stata la lettura di un libro, dopo il quale non sono stato più lo stesso di prima.


Un altro importante cambiamento delle mie abitudini è stato il trasloco in un appartamento più grande, con una libreria atta a contenere molti (ma non tutti, sigh) dei miei fumetti, e in un posto ancor più di confine.....sul Carso, fuori dalla città, a maggior contatto con la natura



e con un passato non così lontano...




E' stato anche un anno ricco di letture di molti fumetti. E di saluti a collane che ho amato molto: soprattutto ringrazio Gianfranco Manfredi per l'irripetibile Magico Vento


e Michele Medda per l'originale Caravan


Sergio Bonelli ci ha regalato comunque una promettente miniserie dai toni neri: Cassidy di Pasquale Ruju.



Nella mia personalissima classifica dei migliori fumetti del 2010, metto al primo posto La porta di Sion di Walter Chendi



Non ho dubbi: la delicatezza e la profondità con cui l'autore triestino affronta un tema importante come la persecuzione degli ebrei, le leggi razziali, l'antisemitismo attraverso gli occhi di un adolescente che scopre l'amore nello stesso periodo, sono unici in quanto privi di retorica. L'opera è stata fra l'altro insignita a Lucca 2010 del premio Gran Guinigi 2010 per la migliore storia lunga.

La piazza d'onore spetta a Logicomix, opera unica nel suo genere che si presta a molteplici livelli di lettura. A me è piaciuta soprattutto perché parla di passioni.



Assegno infine il terzo posto a Quaderni ucraini di Igort, un fumetto sulle rimozioni della storia, su una tragedia dimenticata: un documentario grafico di grande impatto.


Il 2010 è stato anche un anno di musica: di concerti vissuti con entusiasmo




di altri persi per il rotto della cuffia


e di altri visti comodamente sul divano


Al cinema non ci son stato molto, mi è rimasto comunque impresso Porco Rosso di Hayao Miyazaki. Lo ricorderò perché è uno straordinario inno alla libertà e per una splendida frase pronunciata da Porco:

Meglio maiale che fascista

                                         
Il calcio mi ha riservato solo note tristi. Un signore ha lasciato la mia amata Viola


mentre un altro se n'è andato per sempre


In altri campi le cose non vanno meglio: come ha detto Slavoj Zizek, il potere dello stato è esercitato direttamente da uno spregevole borghese che lo sfrutta apertamente e senza scrupoli per proteggere i suoi interessi



e i diritti del lavoro si stanno progressivamente erodendo


Nonostane tutto guardo con fiducia al 2011 e, nel frattempo, saluto il 2010 alla Ken Parker: So long


domenica 31 ottobre 2010

Il confine nella mente

Ebbene sì, questa volta il trasloco si può dire concluso. Stanotte ho dormito per la prima volta in casa "nuova" ad Opicina e solo poche cose rimangono da portare da quella "vecchia" giù in città a Trieste. Che fatica ma che soddisfazione aver riempito la nuova libreria del soggiorno, di ben 5 metri di lunghezza per 2,5 di altezza, per buona parte dei miei fumetti. Beh, sì, qualcosa l'ho dovuto concedere ai libri di mia moglie oltre che ai miei. Ma stendermi sul divano per ammirare la collezione di Ken Parker ben ordinata non ha prezzo. Finora questa infatti è l'unica ad essere stata riposta con cura e criterio: per il resto ho solo potuto suddividere le grandi serie fra di loro (Tex da Julia, Magico vento da Martin Mystere, ecc) ma i singoli fumetti o altre raccolte più piccole sono lì, sparse alla rinfusa quasi a chiedermi disperatamente un minimo di attenzione per la loro condizione così precaria. In effetti non vedo l'ora di avere un pò di tempo da dedicare alla sistemazione più accurata dei miei fumetti: mi ci vorrebbe in realtà chissà quanto perché immagino che comincerei a sfogliarli indugiando su disegni e storie che mi ricordano qualcosa o che non ho ancora letto, perdendo così di vista la meta.
Scrivevo di aessermi trasferito a Opicina, una frazione di Trieste che si trova sull'altopiano carsico, pochi chilometri sopra il capoluogo. E' un grande paese, o una piccola cittadina, dove la maggioranza delle persone sono di lingua e cultura slovena. Il confine con la Slovenia è a pochi chilometri, anzi non c'è più per fortuna. Ormai c'è la libera circolazione delle persone fra i due stati e questo fatto, in queste terre, ha significato molto. Per anni infatti, ai tempi della Jugoslavia, la cortina di ferro correva proprio lungo questi boschi, questi campi, queste contrade.
Le guardie di frontiera ti controllavano la propusnica, ovvero il lasciapassare che la gente del luogo possedeva appositamente per andare in Jugoslavia. Una volta là compravi ad un prezzo ridotto alcuni prodotti come la carne, le sigarette o la benzina. Da piccolo e da ragazzo abitavo in provincia di Gorizia e anche lì il confine ti correva accanto.
A Gorizia addirittura l'ospedale civile si trovava a pochi metri dalla frontiera e, ogni volta che ci andavo per degli esami o per delle visite, guardavo dalla finestra con curiosità mista a timore il drappello di guardie col fucile a tracolla che controllava i documenti agli automobilisti di transito nelle due direzioni. Ancora oggi quando attraverso la frontiera che non c'è sento comunque una strana spiacevole sensazione, dura solo pochi istanti ma mi disturba. Il confine è come quelle scheggie di granata che, anche se asportate dalle carni, vengono sentite ancora per anni come se fossero sempre lì presenti. Il confine psicologico non scompare con quello fisico. E allora ti rendi conto di quanto sia stato una violenza quel maledetto confine: quella linea tracciata da politici e militari che ha diviso arbitrariamente delle genti che prima avevano vissuto insieme per secoli. Ti rendi conto di quanto sangue sia stato versato per spostare quella linea di qualche chilometro più ad ovest o più ad est.
La Storia da queste parti ha scritto capitoli tragici ed aperto ferite che ancora stentano a rimarginarsi. Lo stesso quartiere di Opicina in cui adesso vivo fu edificato nel dopoguerra per ospitare i profughi istriani, realizzando una dualità con gli autoctoni sloveni che immagino non sia stata semplice all'inizio. Ora molti anni sono trascorsi e molti contrasti sono stati superati, ma la memoria del passato non va cancellata, anzi va coltivata con lo spirito di ricucire per vivere insieme.
La conoscenza è basilare per la memoria: recentemente uno scrittore triestino di lingua e cultura slovena, Boris Pahor, ha fatto molto parlare di sè, perchè finalmente i suoi romanzi, notissimi all'estero, son stati riconsociuti ed apprezzati per il loro valore anche in Italia. Devo dire la verità ed ammettere la mia ignoranza: pur essendo originario di queste parti, non avevo mai sentito nominare il suo nome, tantomeno letto i suoi libri che raccontano quanto atroce e barbaro sia stato il fascismo nei confronti delle persone di cultura slovena che abitavano a Trieste. Impedire ad una persona di esprimersi nella lingua nella quale pensa è una violenza stupida e svilente. Son rimasto letteralmente a bocca aperta quando, durante un incontro pubblico con Pahor, ho appreso dalla sua voce che lui ha studiato gli scrittori e i poeti della sua lingua madre solo dopo la caduta del fascismo, visto che le scuole di lingua slovena erano state chiuse dal regime. Mi sono immaginato io, ormai adulto, a studiare per la prima volta Dante, Leopardi, Pirandello o Primo Levi. Mi sono vergognato per quello che hanno fatto quelli che parlavano allora la mia lingua e ancor di più per quelli che ancora oggi li difendono.
E' la stessa vergogna che provo quando, ogni 25 aprile, mi reco alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio nazifascista presente sul suolo italiano. Sono ancora visibili le celle in cui venivano rinchiusi i prigionieri prima di essere uccisi direttamente o condotti ad Auschwitz: solo in parte restituiscono l'indicibile orrore che hanno subito i loro sfortunati reclusi, ebrei, sloveni, croati.
E' lo stesso orrore di cui ci parla Vanna Vinci nel suo Aida al confine, mirabile fumetto ambientato a Trieste che esprime tutto il dolore che ha attraversato la città e il Carso durante le due guerre mondiali, viste in un viaggio onirico e mentale di una ragazza di oggi che arriva nella città giuliana come studentessa.








Per tutti questi motivi sono felice di essermi tasferito ad Opicina, anzi ad Opčine, per scacciare dalla mia mente quell'idea spiacevole di confine che mi porto ancora addosso da quand'ero bambino, per arricchire ancora di più la mia identità con una cultura che ho sempre solo sfiorato.

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