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domenica 23 dicembre 2018

Sei vite del Sessantotto, secondo Gianfranco Manfredi


I modelli, le categorie servono a semplificare la vita, a renderci più semplici i fenomeni complessi. Fenomeni di qualsiasi tipo, fisico, chimico, storico, economico, e via dicendo. Senza modelli non riusciremmo a farci un'idea sommaria della realtà e, quindi, a viverci dentro ma, nello stesso tempo, i modelli non bastano. Bisogna essere coscienti che la vita è molto più varia e complicata. La realtà che ci circonda e i fatti del passato sono analizzabili sì scientificamente ma poi c'è sempre, e per fortuna, la storia del singolo, la vita che si discosta dal modello e che ci affascina per la sua unicità.
Gianfranco Manfredi sembra aver seguito questa bussola per ideare e scrivere la nuova serie a fumetti Cani sciolti, edita dalla Sergio Bonelli Editore all'interno della nuova etichetta Audace. Son trascorsi cinquant'anni dal Sessantotto e le celebrazioni, gli approfondimenti e i dibattiti su quel fenomeno storico hanno percorso tutto il 2018. La casa editrice milanese ha sfatato un suo tabù, decidendo per la prima volta di dedicare una serie a fumetti ad un periodo storico così vicino a noi, avvenuto (anche) in Italia e che ha ancora conseguenze e il cui dibattito, politico e non, è ancora vivo e vivace tuttora. Lo ha fatto nel modo giusto, affidando la penna ad uno sceneggiatore di fumetti che fu un protagonista diretto di quegli anni, ad uno che il Sessantotto (e poi il Settantasette) lo ha fatto sul serio. 
Gianfranco Manfredi aveva vent'anni all'epoca ed era uno studente universitario nella Milano del 1968. Si trovava al centro, quindi, dei fatti. Chi meglio di lui poteva raccontarli? Ma c'è modo e modo di affrontare un tema così complesso e variegato quale il Sessantotto. Lo schema scelto da Manfredi è quello di narrare delle esperienze di singoli protagonisti immaginari (ma ispirati ad esperienze reali) di quegli eventi. Sei amici, sei vite che si incontrano durante le occupazioni delle aule universitarie e che proseguono la loro amicizia negli anni a venire. Quattro ragazzi e due ragazze di estrazione borghese (chi più alta, chi più bassa) perché allora l'Università non era fatta per i figli dei proletari, ciascuno con le proprie caratteristiche che abbiamo appena iniziato a conoscere grazie ai due numeri pubblicati finora, Sessantotto e Dove siete?, disegnati da Luca Casalanguida.




Il primo albo ci introduce nel vivo delle manifestazioni studentesche e occupazioni delle aule universitarie. Ci fa respirare subito l'aria ribelle che caratterizzava quella stagione. Vediamo gli eventi attraverso gli occhi dei sei amici, tutti diversi l'uno dall'altro, ma tutti accomunati dal desiderio di cambiare le cose. Sei cani sciolti anticonformisti che non appartengono a nessuno schieramento politico particolare e che non vogliono più sottostare alle regole che la società ha imposto loro fino a quel momento: vogliono modificarle, ribaltarle a partire dal luogo che vivono ogni giorno, l'Università.
Il secondo albo è ambientato vent'anni dopo, quando un fotografo che ritrasse insieme i sei amici durante una manifestazione, realizza una mostra fotografica rievocativa del Sessantotto e si chiede che fine abbiano fatto quei sei giovani. Viene affrontato quindi il tema del ricordo, del dibattito, che ha caratterizzato anche il 2018, di come si può ripensare e affrontare dopo tanti anni un evento storico, i cui protagonisti sono ancora vivi e attivi nella società. Ed è inevitabile che i protagonisti del tempo di pongano la domanda su come siano cambiati, cosa sia rimasto dello spirito del tempo e quale risultato abbia prodotto nella società. Ma, di nuovo, Manfredi non ci dà una risposta bensì ci offre il racconto di sei vite, a distanza di vent'anni, ciascuna diversa dall'altra.




Centrale nell'albo è poi il confronto fra uno dei protagonisti e il padre, partigiano all'epoca della Seconda Guerra Mondiale. Un confronto fra due generazioni ribelli distanti temporalmente poco più di vent'anni: la Resistenza e il Sessantotto che si parlano attraverso due storie particolari. Un padre che ha dovuto uccidere, giovanissimo, altri uomini e un figlio che si è interrogato sulla possibilità di prendere in mano un'arma. Un dialogo intimo e sincero fra due persone che si aprono l'un l'altra su un tema molto delicato e difficile da rievocare.
L'interesse che mi ha suscitato questa serie a fumetti è andato decisamente oltre le mie aspettative, proprio perché Gianfranco Manfredi ha trovato la formula giusta per raccontare quel periodo che noi, nati negli anni successivi, non abbiamo potuto vivere direttamente e che abbiamo conosciuto attraverso libri, trasmissioni televisive, inchieste giornalistiche che sono state o troppo celebrative e retoriche da una parte, o troppo riduttive e schematiche dall'altra. Raccontare la Storia attraverso le vite di singoli è forse il modo migliore o, comunque, quello che preferisco. E Gianfranco Manfredi ne è maestro.

lunedì 3 dicembre 2018

La Resistenza di Zero


Son seduto su un cubo e fisso la parete di fronte a me. Lunga, alta. Più lunga che alta. E piena di immagini, di manifesti disegnati, disposti uno di fianco all'altro. Sono tutti di Zerocalcare. Sto alla mostra Scavare fossati, nutrire coccodrilli a lui dedicata 
al Maxxi di Roma. E la parete che ammiro è la cosa più bella. Raccoglie il lavoro meno conosciuto di Michele Rech, quello per cui si è attirato, per esempio, le accuse di venduto ai NoTav da parte di quelli che non lo conoscono bene. Da parte di quelli che hanno letto solo i suoi libri stravenduti ma ignorano le sue origini. Origini di ragazzo che le ha prese dalla Forestale al G8 di Genova, che frequenta i centri sociali e che mette il suo talento a servizio di quello in cui crede.


Concerti, campagne, manifestazioni. Cose che non vengono fuori sulla stampa nazionale, ma che restano confinate ad un circuito locale e alternativo. Ci devi stare per saperlo. Oppure vieni a questa mostra, ti siedi sul cubo e guardi uno ad uno i manifesti. E leggi quello che c'è scritto. E scopri che c'è un mondo, piccolo ma c'è, di gente che ci crede e che resiste. Pagando spesso un prezzo molto alto sulla propria pelle. Sproporzionato e invisibile ai più. Menomale che ci stanno quelli come Zero che cercano di farlo emergere. Menomale che ci sta questa mostra. E il catalogo che ti porti a casa. E che puoi anche comprare in edicola. Menomale che ci sta chi resiste, chi ci prova, chi fa quello che dice e dice quello che pensa. Con tante paure e sbagli anche, perché i supereroi non esistono. Ma almeno parla, dice, disegna. E ti fa riflettere. Se trova terreno fertile dall'altra parte. Se trova una condivisione di valori fondamentali. Non serve essere antagonisti dei centri sociali. Basta avere umanità, credere che tutti abbiamo gli stessi diritti ed essere antifascisti. Il minimo sindacale per vivere in uno stato veramente democratico. Anche se adesso non c'è più nemmeno il minimo.


domenica 6 novembre 2016

C'era una volta in Francia


Con un anno di ritardo dalla sua uscita in Italia, ho letto la storia di Joseph Joanovici, una vita straordinaria scritta a fumetti da Fabien Nury e disegnata da Sylvian Vallée. RW Edizioni, nella collana Linea chiara, ha proposto in tre volumi, premiati con il Gran Guinigi all'edizione 2015 del Lucca Comics & Games, i 6 albi usciti Oltralpe fra il 2007 e il 2012. C'era una volta in Francia racconta la storia di un ebreo moldavo, scappato da bambino ai pogrom zaristi e diventato il Re di Parigi, grazie a tanto pelo sullo stomaco, ad un innato senso per gli affari e ad una straordinaria capacità di adattamento. I tempi della Francia occupata dai nazisti non erano certo i più consoni a far emergere un ebreo. Eppure, Joanovici da ferrivecchi di quartiere divenne il commerciante in metallo più ricco d'Europa, restando sempre un analfabeta. Il giudizio storico sull'uomo non è mai stato unanime e Fabien Nury ce lo sbatte sempre in faccia. Eroe della Resistenza o collaborazionista della Gestapo.



Oggettivamente Joanovici finanziò la Resistenza francese e fece liberare molti prigionieri dalle carceri corrompendo le SS con i soldi guadagnati trafficando con le stesse autorità tedesche d'occupazione. D'altra parte si rese responsabile di assassinii di persone innocenti, quando queste interferivano con i suoi affari o correvano il rischio di mettere in pericolo la propria vita o quella dei suoi cari. Ed è proprio l'eliminazione di uno scomodo giovane partigiano a fare da filo conduttore nella storia, perché rappresenta il caso su cui un integerrimo giudice istruttore del Dopoguerra si intestardisce, fino a rovinare la propria vita e quella dei suoi cari. C'era una volta in Francia è quindi anche la storia di una ricerca di giustizia che si trasforma in vendetta. Ma è anche una grande e tormentata storia d'amore tra Joseph e la moglie Eva, scappata da bambina anche lei insieme al futuro marito dalle persecuzioni zariste. Tutte le azioni di Joseph sono dettate dallo scopo di preservare l'incolumità di Eva e delle due figlie, ricorrendo a qualsiasi mezzo, lecito e non, fino a farsi odiare dalle stesse donne. L'epilogo è tragico, nessuno esce vincitore da questa storia.
La narrazione è molto serrata, con continui flashback e flashforward che richiedono una costante attenzione da parte del lettore. Tantissimi personaggi, anche storicamente esistiti, ci passano davanti e ciascuno ha la sua caratterizzazione grafica ben precisa. Silvyan Vallée è riuscita ad attribuire una specificità chiara e distinta ad ogni personaggio e il suo stile leggermente caricaturale accentua l'espressività e la comunicazione delle emozioni da parte dei protagonisti. La tavola è costruita in modo molto dinamico, coerentemente con l'elevato ritmo della narrazione. Nello stesso tempo però, la Vallée ci regala momenti di stasi e di pausa laddove l'azione lascia lo spazio al dialogo e alla riflessione più intima.
Il lettore gira la copertina del terzo volume con l'amara consapevolezza che la verità non è univoca, che la Storia mette di fronte a scelte pesanti e complicate, che l'animo umano è capace di coraggiosi slanci e di orribili cadute, che il giudizio di un uomo è spesso arduo da formulare, che la realtà è sempre più sfumata dei modelli che si fanno a posteriori.

domenica 1 novembre 2015

La sedizione e la legge (III) - PPP

Disegno di Davide Toffolo tratto da Pasolini, Edizioni Coconino Press - Fandango

"Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, "assurdo" non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina."

Brano tratto da: Siamo tutti in pericolo. Intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini, del 1 novembre 1975


"Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline."


Brano tratto dalla Lettera al Presidente del Consiglio contenuta nella rubrica Il Caos tenuta da Pier Paolo Pasolini sulla rivista Tempo, anno XXX, numero 39, del 21 settembre 1968.

Segue da qui.

domenica 8 settembre 2013

Una mattina mi son svegliato

Settanta anni fa, l'8 settembre del 1943, i destini di molte persone in Italia cambiarono all'improvviso. La guerra li faceva mutare di continuo, certo, ma l'Armistizio segnò una svolta radicale: l'Italia spezzata in due, l'occupazione tedesca, la Repubblica di Salò, la nascita del movimento resistenziale. Sullo sfondo la storia personale di tanti uomini e donne che in quei giorni presero decisioni importanti, o le subirono. Con conseguenze spesso tragiche, se non fatali.
Andrea Ventura, disegnatore e artista di fama internazionale e Mimmo Franzinellistorico del fascismo e dell'Italia repubblicana, raccontano cinque vicende di altrettanti protagonisti, loro malgrado, di quegli eventi. Cinque storie molto diverse fra loro ma emblematiche di come alcuni fatti storici producano nelle persone comuni reazioni differenti, se non opposte, ma tutte caratterizzate dalla ricerca della propria e, spesso, anche dell'altrui salvezza.
Una mattina mi son svegliato ci parla di Lotte Frölich, ebrea uccisa nella strage dell'Hotel Meina sul Lago Maggiore, di Primo Levi, partigiano e deportato, salvato e testimone dei sommersi, di Franco Passarella, giovane partigiano ucciso da altri partigiani perché ingiustamente sospettato di essere una spia, di Giorgio Albertazzi, ufficiale della Repubblica di Salò e protagonista di operazioni di repressione antipartigiana, di Nuto Revelli, alpino reduce dalla campagna di Russia e partigiano.


I precisi e asciutti testi di Franzinelli fanno da didascalia agli intensi disegni di Ventura che restituiscono con grande vividezza momenti decisivi delle vite dei cinque. La lettura è fluida e scorre veloce, le immagini immortalano sguardi, pose, espressioni, luoghi come solo le istantanee dei grandi fotografi sanno fare.


Un modo diverso di raccontare l'8 settembre, sia nei contenuti che nella forma. Un ottimo libro pubblicato da Utet e regalatomi da un'ottima amica.

sabato 2 giugno 2012

Vibranti ma sobri

Sul numero odierno del quotidiano La Repubblica, Miguel Gotor, scrittore e storico che stimo, riflette sul significato della Festa della Repubblica in un interessante editoriale, intitolato "Perché il 2 giugno deve essere difeso". Inevitabilmente il pezzo prende le mosse dalle polemiche di questi giorni riguardo l'opportunità di svolgere la consueta parata militare, dato il terremoto che ha colpito di recente l'Emilia. Soldi buttati, risorse utili ad aiutare i terremotati anziché a sfilare a Roma. Questo il senso delle proteste di molti cittadini italiani. Napolitano ha risposto che la sfilata si sarebbe tenuta, ma sobriamente. Gotor da un lato minimizza il problema delle spese e dell'impiego di mezzi, dato che ormai la macchina dei preparativi era già stata avviata, con le relative spese, al momento della scossa di lunedì scorso e che oggi è la Protezione Civile, più che l'esercito, ad intervenire con competenza e organizzazione per aiutare i terremotati. Cita anche il caso del terremoto del Friuli, quando Forlani, allora ministro della Difesa, annullò la manifestazione del 2 giugno per non sviare l'importante supporto e lavoro che i soldati stavano compiendo nelle mie terre. Nel 1976 la Protezione Civile non esisteva (nacque proprio dall'esperienza del terremoto del Friuli) e l'esercito, presente in massa in queste terre di confine, era in effetti l'unico apparato statale in grado di intervenire con mezzi e uomini in situazione d'emergenza.
Fin qui mi trovo abbastanza d'accordo. Dissento in toto, invece, sul secondo punto per cui la parata militare va svolta, secondo Gotor. Lo storico riprende il pensiero di Napolitano, secondo cui
"è giusto onorare i militari proprio il 2 giugno, poiché in tante recenti missioni hanno sacrificato la loro vita o riportato gravi ferite per garantire a ognuno di noi una maggiore sicurezza interna e internazionale."
La retorica delle pseudo-missioni di pace vibra in queste parole. La retorica, che ci sbandiera attraverso i maggiori mezzi di comunicazione di massa e per voce di uomini delle istituzioni, che gli interventi dei nostri corpi militari all'estero sono svolti per il bene dei locali e, in ultima analisi, anche per il nostro. I veri motivi geopolitici ed economici sono di solito taciuti e tutti i soldati che muoiono, ahimè, in seguito a quelle operazioni di guerra (perché di questo si tratta) sono considerati martiri ed eroi. Non mi è mai andata giù questa falsa interpretazione e, per quanto mi dolga per la morte dei militari, così come per quella di qualsiasi altro essere umano, non ho mai accettato il festeggiamento della Festa della Repubblica attraverso una parata militare. Non si tratta di anti-militarismo, come scrive Gotor, ma del frutto di una considerazione molto semplice. La Repubblica Italiana è nata dopo la spaventosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale, nella quale il fascismo e la monarchia dei Savoia ci avevano irresponsabilmente spinto. Ne siamo usciti fra le macerie ma con un orgoglio e uno spirito nuovi, nati dalla Resistenza che molti civili e militari italiani avevano condotto. L'Italia si è dotata di una Costituzione repubblicana, è cresciuta e si sviluppata negli anni. A questo hanno contribuito tutte le parti sociali, nessuna esclusa. L'apporto dei militari alla nascita della Repubblica e al suo sviluppo non è superiore a quello di ogni altra categoria, strutturata o meno. Basta leggersi il primo articolo della nostra Carta per capire quale sia il fondamento della nostra Repubblica: il lavoro. E basta leggersi l'undicesimo per ricordarsi che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Tutto questo mi fa dire che ogni 2 giugno a Roma dovrebbero sfilare i lavoratori italiani e coloro che, purtroppo numerosi, aspirano ad esserlo. I militari non sarebbero altro che una delle tante categorie di lavoratori che ci sono nel nostro paese; lavoratori che si sacrificano e muoiono, nel silenzio dei media e delle istituzioni, molto più dei loro "colleghi" militari.

mercoledì 25 aprile 2012

La Resistenza di Arturo


La bambina ne aveva paura, si teneva a distanza da quell'uomo che non aveva mai visto e che ora stava lì davanti a lei sulla strada del paese. Non capiva perché la sua mamma e la sorella maggiore lo abbracciassero e lo baciassero piangendo. Lei invece piagnucolava e quando lui, con quei vestiti tutti logori e il sacco sulle spalle, si era inginocchiato sorridente tendendole la mano, si era ritratta chiudendosi nella diffidenza dei suoi quattro anni. Ci erano volute ore, dopo tante lacrime di gioia, abbracci e pacche sulle spalle che i compaesani avevano elargito festosi ad Arturo, questo era il nome dell'uomo, perché la piccola riuscisse a stargli vicino senza averne timore. Ad un certo punto, mentre tutti sedevano ad una tavola con cibo e vino fresco, la mamma era riuscita perfino a metterla sulle ginocchia di quell'uomo il cui grande sorriso era riuscito a tranquillizzarla. “Ora il papà starà sempre con te e non ti lascerà più” le dicevano tutti, e lei cominciava a crederci, cominciava ad abituarsi a questo uomo alto e smagrito, con dei grandi segni di sofferenza attorno a degli occhi stanchi ma luccicanti di felicità. Il tate era tornato dalla guerra. Era spossato da un viaggio durato mesi, iniziato nel gelido febbraio polacco e conclusosi nel caldo settembre friulano del 1945. Aveva rischiato la vita più volte durante il lungo cammino: per il freddo, per l'ostilità verso gli italiani dimostrata da alcuni, per l'attraversamento di fiumi pericolosi. 
Ma la parte più terribile della sua esperienza era avvenuta prima, quando, insieme ai suoi commilitoni artiglieri, era stato circondato da truppe tedesche l'8 settembre del 1943. Erano in Grecia, li avevano catturati e fatti salire dopo pochi giorni su un treno. In un carro bestiame aveva raggiunto la Polonia attraverso un viaggio spaventoso durato un mese. Tanti soldati non ce l'avevano fatta: le guardie tedesche aprivano i portelloni quando il treno si fermava in qualche stazione e ne ritiravano i cadaveri. Arturo riuscì ad arrivare vivo a destinazione grazie anche al suo fisico temprato dal lavoro nei campi. Giunsero a Bismarckhütte, un tetro campo satellite di Auschwitz. Li chiusero dentro squallide baracche dalle quali uscivano solo per recarsi in una fonderia alla quale il campo era annesso. Costruivano cannoni per il Führer, lavorando come schiavi fino a sera. Tornavano spossati nelle baracche dove trovavano patate gelide e acqua sporca. Arturo, nonostante la sua resistenza, si ammalò dopo alcuni mesi. Rischiò di morire se non l'avesse aiutato un altro prigioniero, un medico milanese che lo curò tenendolo in infermeria più di quanto gli aguzzini nazisti avessero voluto.
Eppure, per dare una fine a questo tormento, sarebbe bastato accettare le proposte dei tedeschi e dei militari fascisti venuti fin lassù apposta per convincerli. Dicevano loro che sarebbero tornati in Italia per combattere con i patrioti di Salò. Quasi nessuno diede ascolto a quelle offerte. Molti morirono e l'Italia non la videro più. Arturo invece si riprese dalla malattia e tenne duro in fonderia fino a quando l'Armata Rossa liberò il campo.
Non so a cosa pensasse per poter resistere. Di certo, la sua mente andava spesso a quella bambina: pensava che non avrebbe potuto abbandonarla senza donarle un nuovo sorriso.
Quella bambina è mia madre.

domenica 22 aprile 2012

Lo spirito della Resistenza racchiuso in una cripta




Fortunatamente Corto Maltese si sbaglia: personaggi reali, e non di fantasia come lui, hanno immolato infatti la propria vita in un atto coraggioso e disinteressato, in nome della libertà e della dignità dell'uomo. È questo il caso di Jozef Gabcìk Jan Kubis, i due paracadutisti, uno ceco, l'altro slovacco, che si avventurarono in una missione suicida per uccidere lo spietato Reinhard Heydrich, la bestia bionda, il numero 2 di Himmler, l'architetto della soluzione finale degli ebrei. Operazione Antropoide era il nome in codice della più spettacolare ed eroica azione di guerriglia partigiana messa in atto in Europa contro il nazifascismo.



Il teatro è il seguente: la Cecoslovacchia è divisa e assoggettata al giogo nazista, il Protettorato di Boemia e Moravia è affidato al feroce gerarca delle SS che soffoca in un terrore sanguinario ogni resistenza locale, la Praga del 1941-1942 è completamente sottomessa al principe nero. Il governo cecoslovacco di Benes, in esilio a Londra, progetta l'attentato affidandone l'esecuzione a due giovani soldati. Non ne sapevo nulla finché non ho letto “HHhH– il cervello di Himmler si chiama Heydrich” l'appassionante romanzo di Laurent Binet, giovane studioso francese ossessionato da questa vicenda. L'opera di Binet in realtà sfugge ad una chiara definizione: non è esattamente un romanzo ma è appassionante come solo i migliori romanzi sanno essere. Binet entra in prima persona come personaggio raccontandoci la storia della sua ossessione per Antropoide, ci svela tutte le sue ricerche, i suoi dubbi, la cura e gli scrupoli osservati nella ricostruzione storica. Chiede scusa al lettore ma soprattutto ai veri protagonisti storici se, facendone un romanzo, altera inevitabilmente la realtà (“la Mercedes su cui viaggiava Heydrich al momento dell'attentato era verde o nera?”). Ma è solo attraverso la letteratura che il suo omaggio ai resistenti fa imprimere la loro figura nella memoria collettiva. Il pregio del libro sta proprio nel far rivivere i protagonisti, i loro sentimenti, le loro idee anche e soprattutto grazie alla vibrante passione dell'autore, trasmessa al lettore in ogni pagina. Il 27 maggio del 1942 l'attentato si compie e il suo svolgimento sembra scritto da uno sceneggiatore di Hollywood: la granata lanciata contro la Mercedes non uccide ma ferisce la bestia bionda che si rialza in piedi per sparare al partigiano il cui Sten si è inceppato. C'è la fuga attraverso le vie di Praga e la ricerca di un nascondiglio all'interno di una cripta dove, a distanza di pochi giorni, dopo che la bestia bionda è morta in ospedale in seguito alle ferite, un lungo assedio da parte di ottocento SS avrà ragione di pochi uomini. In quella cripta Binet torna dopo più di sessant'anni e ritrova tutto:

Laurent Binet
Nella cripta c’era tutto.
C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, […], c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre.

martedì 4 ottobre 2011

Convivere con la guerra

Come può un ragazzino convivere con la guerra? Come può affrontarla ogni giorno? Cosa può aiutarlo a sopportare coprifuoco quotidiani e continue limitazioni alla libertà? Le vie potrebbero essere tante, o nessuna. Malik Sajad ha usato lo humor, l'ironia e una matita. E ha cominciato a disegnare vignette che sottolineavano l'assurdità della guerra che devastava il suo paese: il Kashmir. E' diventato così un cartoonist e ha cominciato a lavorare per un quotidiano dall'età di 13 anni. E poi, crescendo, ha scoperto che con i disegni poteva anche narrare delle storie e ha scritto così due racconti a fumetti, Identity card e Terrorism of peace, che parlano di come il terrorismo diventi un'isteria collettiva e di Stato.
Il tutto partendo da una matita e da un meccanismo di difesa sano, quale l'umorismo e l'ironia. Il risultato è una visione della vita in Kashmir in bianco e nero.


Anche per questa bella scoperta, ringrazio Internazionale.

lunedì 23 maggio 2011

Guareschi e Laureni: segni dai lager


In una assolata e calda domenica di piena primavera, ho accompagnato i miei amici alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio nazi-fascista presente sul suolo italiano. Mi avevano chiesto, i miei amici che non sono di Trieste, di vedere qualcosa che non fosse la ormai conosciuta Piazza Unità o il noto Castello di Miramare. Li ho accontentati, conducendoli in una meta tipica di scolaresche in gita, ma assai poco frequentata dai classici turisti. Ci siamo dimenticati del sole, del caldo: ci ha letteralmente avvolto un'atmosfera di morte e di dolore.


Abbiamo tutti sentito un peso sul petto, mentre guardavamo increduli le infime celle, la camera della morte, l'area in cui era collocato il forno crematorio, distrutto dai tedeschi in fuga con la vana speranza di non lasciare tracce. La vecchia pileria di riso adibita a campo prima di prigionia e transito per Auschwitz e poi di sterminio di prigionieri politici ed ebrei, di nazionalità italiana, slovena e croata, ti colpisce forte, allo stomaco e alla coscienza. C'è anche un piccolo museo annesso che, in questo periodo e fino al 2 giugno, ospita una mostra organizzata dal comune di Trieste dal titolo: "Guareschi e Laureni: segni dal lager. Testimonianze di due internati militari". Si tratta di una raccolta di disegni di Nereo Laureni e di scritti di Giovannino Guareschi, due ufficiali che condivisero la sorte di circa 650.000 militari italiani che vennero condotti in campi di prigionia e lavoro in Germania, con l'etichetta di Internati Militari Italiani. Il triestino Laureni e il parmigiano Guareschi rifiutarono, come la maggior parte dei soldati dell'esercito italiano, l'offerta dei tedeschi di aderire alla Repubblica di Salò. Rigettarono la possibilità di evitare una vita di stenti, fame, freddo, malattie e morte per conservare intatta la propria dignità di uomini. In quanto ufficiali, non furono costretti al lavoro, a differenza dei sottoufficiali e dei soldati semplici. Per cercare comunque di rimanere vivi non solo nel fisico, ma anche nell'animo, organizzarono attività culturali di ogni tipo, mostre d'arte, costruirono oggetti di utilità fino anche a dei rozzi ma funzionanti apparecchi radio, con cui captavano le frequenze libere di Radio Londra o Radio Bari. Tutti però si dimenticarono di loro, della loro Resistenza, mai ascoltarono da quegli strumenti una parola espressa in loro ricordo e tantomeno in loro onore.

Nereo Laureni fu catturato dopo soli 2 giorni di servizio come ufficiale e tradotto, come tutti i prigionieri, con un misero carro bestiame in Polonia. Rimase vivo disegnando la vita nel lager, la vita fatta degli oggetti di ogni giorno, precisi nel loro realismo. A volte ritraeva una persona, un prigioniero o una guardia, ma sembravano anch'essi una natura morta. Tornato a Trieste, mise in una scatola i suoi circa 150 disegni e ricominciò a vivere, a realizzare i suoi progetti di famiglia e di lavoro. La scatola restò quasi sempre chiusa e venne aperta completamente dal figlio Umberto solo in occasione di questa mostra.


Giovannino Guareschi era più vecchio di Nereo Laureni: già scrittore e giornalista affermato, era stato richiamato al servizio militare nel 1943 e poi catturato dopo l'Armistizio. Nel lager animava gli interminabili giorni con le sue conversazioni, brevi racconti a tema, in genere sulla prigionia, che venivano letti nelle baracche e che furono poi raccolti dopo la guerra nel "Diario clandestino 1943-1945". Diresse e curò il "Bertoldo", un giornale orale del lager, ma strutturato come se fosse stampato. Scrisse anche dei racconti e diede sfogo alla sua vecchia passione del disegno, spesso di taglio umoristico.
Le immagini dei disegni della mostra che riporto di seguito sono di proprietà della famiglia Laureni. I brani di Giovanni Guareschi sono tratti dai suoi libri "Diario clandestino 1943-1945" e "Il grande diario. Giovannino Guareschi cronista del lager, 1943-1945" editi entrambi da Rizzoli. Disegni e scritti rivelano la dignità intatta dei loro autori.











lunedì 18 aprile 2011

Schegge di Liberazione


Questo bel disegno di Makkox è la copertina del nuovo volume di Schegge di Liberazione, libro di carta ma anche ebook in uscita il 25 aprile, giorno della Festa della Liberazione. Di cosa si tratta? Me l'ha spiegato il mio amico Emanuele, che vedrà inserito nell'edizione 2011 un suo racconto dedicato alla Resistenza. E insieme al suo, tanti altri, in un omaggio collaborativo e gratuito ai valori che stanno alla base di questa ricorrenza. Gli autori non sono personaggi famosi, nè scrittori affermati, ma gente comune che vuole dare il proprio contributo in termini di racconti, saggi, poesie, disegni o foto aventi come tema la Resistenza storica e/o quella quotidiana.
L'iniziativa è sicuramente interessante e utile: il patrimonio della Resistenza va infatti coltivato, protetto e diffuso, visti i tempi di revisionismo imperante che stiamo vivendo. E un modo corretto di farlo è proprio quello di raccogliere testimonianze sparse in tutto il paese che, magari, andrebbero perse se non ci fossero iniziative simili. Peccato non averlo saputo prima, perché qualche testimonianza familiare (per il momento, appunto, solo orale) l'avrei raccontata anche io.
La presentazione del libro avverrà il 25 aprile all'ex Campo di Concentramento di Fossoli: quello, per intenderci, da cui Primo Levi e molti altri detenuti ebrei e politici partirono alla volta di Auschwitz. E' un'ottima occasione per ascoltare la lettura di alcuni pezzi tratti dal nuovo libro e da quello precedente del 2010, scaricabile qui. Quale miglior modo per trascorrere questa giornata?


mercoledì 26 gennaio 2011

Per non dimenticare


In occasione del Giorno della Memoria, La Rizzoli-Lizard fa uscire in libreria e nelle fumetterie "Anne Frank - La biografia a fumetti" di Sid Jacobson per i testi, e Ernie Colon per i disegni. Si tratta della biografia ufficiale autorizzata dalla Fondazione Anna Frank, che racconta la storia, non solo di Anne, ma anche della sua famiglia. Si tratta di un volume importante, di cui potete trovare delle anticipazioni sul sito della Rizzoli-Lizard e di cui avevo parlato qui nel settembre scorso quando la notizia venne pubblicata sui quotidiani italiani.
Ogni mezzo è utile per non dimenticare quello che è successo: il fumetto lo ha fatto tante volte ma ogni nuova pubblicazione non sarà mai abbastanza per combattere il revisionismo che si sta diffondendo. Quest'ultimo agisce in maniera subdola, ad esempio facendo passare per tutti uguali i morti che hanno lottato contro il nazifascismo e quelli che lo hanno difeso. Oppure intitolando una via o una piazza ad un personaggio che si è schierato con il fascismo. Oppure eliminando la Resistenza dai libri di scuola. Per questo è importante che escano dei libri come questo, e che vengano regalati soprattutto ai ragazzini: penso che vedere raccontata la tragica storia di Anne, una ragazza, attraverso un fumetto valga più di tante pagine di sussidiario.

lunedì 24 gennaio 2011

Parlare chiaro

Durante il periodo natalizio ci eravamo abituati bene. Intendo dire che il dibattito pubblico, grazie al referendum di Mirafiori, si era sollevato dal solito ciarpame cui siamo purtroppo abituati, ovvero tette e culi ad uso del nostro presidente del consiglio. Dopo il voto dei lavoratori però, tutto è tornato come prima: i giornali si aprono con le notizie disgustose riguardanti quello spregevole borghese che ci governa. E non solo i quotidiani di casa nostra:


Questa vignetta, intitolata Favola italiana, di Joep Bertrams, disegnatore satirico olandese, è comparsa il 18 gennaio sul quotidiano di Amsterdam Het Parool, giornale fondato durante la Seconda Guerra Mondiale come voce della Resistenza. Uno dei due fondatori, Jaap Nunes Vaz, venne arrestato dalla Gestapo e morì ad Auschwitz.
Mi pare che il disegno dell'olandese renda meglio di tante parole lo squallore che ci circonda. Per questo, per non rattristarmi continuando a domandarmi quando finirà questa grama storia senza ottenere alcuna risposta, mi consolo tornando ai temi "natalizi" di cui sopra, ascoltando uno che, al di là di pensarla come lui o meno, ha il pregio di parlare chiaro e di argomenti di cui vale la pena dibattere.





sabato 24 aprile 2010

25 aprile


In occasione del 25 aprile voglio segnalare un nuovo fumetto di Roberto Baldazzini, dedicato alla Resistenza e alla Liberazione dell'Italia dai nazifascisti. Si intitola "Il mio nome è Alfredo" ed è il primo volume di un progetto più ampio dedicato a questa pagina così importante della nostra storia, che avrà il titolo di “Le quattro stagioni della Resistenza”.
Per il momento è aperta una mostra a Fanano, in provincia di Modena, con esposte le tavole del fumetto ambientato nei monti del piccolo comune emiliano. Anche le storie partigiane future saranno ambientate nella provincia di Modena, dove lo stesso autore vive.

Spero di trovare e leggere presto questo racconto. Nell'attesa son contento di vedere che il medium fumetto affronta con opere nuove un tema che mi interessa molto, che purtroppo però è sempre più spesso soggetto ad azioni di revisionismo, tese a ridurne il valore civile, morale e storico. Consiglio sempre in questi casi, a chi avesse qualche dubbio revisionista, la lettura del romanzo forse più bello e antiretorico scritto sulla Resistenza: Il partigiano Johnny di Bebbe Fenoglio.

domenica 11 aprile 2010

La Resistenza e i fumetti


E' da un po' che mi domando come mai i fumetti in cui io mi sia imbattuto, o di cui abbia letto in internet su vari siti e blog, non abbiano mai avuto la Resistenza come sfondo e i partigiani come protagonisti. Sicuramente io non conosco tutto l'universo fumettistico italiano ma possibile che in tanti anni, anche solo per caso, non mi sia mai capitato fra le mani una striscia dedicata a questo tema? E sì che la nostra letteratura ha prodotto opere bellissime sulla Resistenza, e i fumetti proprio niente? Mi stavo un po' disperando e anche arrabbiando quando, sarà che il 25 aprile si sta avvicinando, ho trovato un post sul blog di Luca Boschi che mi ha tirato su il morale e ha colmato la mia ignoranza a riguardo.

L'immagine sopra si riferisce al volume "Per la libertà" dedicato al legame fumetto - Resistenza, di cui si è parlato in un convegno tenuto a Torino il 15 aprile. La sempre aggiornatissima agenzia del fumetto afnews ne dà notizia qui e qui.

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