Visualizzazione post con etichetta Pasquale Ruju. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pasquale Ruju. Mostra tutti i post

domenica 26 luglio 2015

"Tempesta su Galveston", o di come si scrive Tex Willer


Pasquale Ruju non delude mai: arruolato da qualche anno tra le fila degli sceneggiatori di Tex, ha saputo interpretare il difficile personaggio con uno stile personale, rimanendo fedele ai canoni di Gian Luigi Bonelli. Non è stato da meno anche quando ha creato ex novo Demian e Cassidy, le due miniserie noir che la Sergio Bonelli Editore può certamente annoverare fra quelle meglio riuscite. Quest'estate l'autore sardo si cimenta ancora, dopo l'albo dell'anno scorso, con il soggetto e la sceneggiatura dello Speciale Tex, il famoso Texone, collana giunta ormai al numero trenta. La prova è pienamente superata con l'avventura intitolata Tempesta su Galveston, grazie anche ai disegni di Massimo Rotundo che esordisce sulle pagine del Ranger di carta più famoso del mondo proprio con questo albo. E a Rotundo si possono fare ben pochi appunti. L'artista romano è davvero molto bravo nel rappresentare tanto le scene corali e i paesaggi quanto le espressioni dei protagonisti. C'è molto dinamismo nel tratto, i personaggi sono tutti ben caratterizzati e un plauso particolare gli va tributato per il lavoro svolto nelle tavole finali, quando raffigura al meglio prima la minaccia dell'uragano che incombe all'orizzonte e poi lo scatenarsi degli elementi naturali sulla città di Galveston e sui possedimenti del malvagio colonnello Woodlord. Le due tavole raffiguranti il duello fra Tex e il meticcio Diego Garras sotto la pioggia scrosciante ricordano per drammaticità e pathos contese storiche e ormai epiche che Aquila della Notte ha affrontato nel corso della sua lunga vita editoriale. L'unica pecca da ascrivere a Rotundo è che in alcune vignette il volto di Tex è un po' impreciso e insicuro, ma si tratta davvero di dettagli trascurabili.


Ma torniamo alla storia che presenta tutti gli elementi per poterla ascrivere fra le classiche avventure del Ranger. Troviamo il ricco proprietario terriero, il colonnello Woodlord, in combutta con Alysius Trent, il giudice corrotto, che prendono di mira Eleanor Hood, l'affascinante proprietaria del saloon di Galveston, una donna cresciuta da sola in un mondo di uomini. Stimiamo Harry Crawford, l'onesto sceriffo della città texana e disprezziamo la banda di tagliagole meticci, capeggiata dai fratelli Garras, al soldo del colonnello. Trepidiamo per Elias Masters, il giovane nero condannato per rissa da Trent a scontare la pena presso le piantagioni di cotone del colonnello, che si atteggia, da classico confederato revanscista, a padrone schiavista di altri tempi. Importanti anche i ruoli di Clementine, la giovane domestica nera innamorata di Woodlord, di Amelia, la madre di Elias, e di Manny Rollins, giovane rapinatore di banche che si riscatta nel finale. Trama e personaggi sono funzionali a far emergere le caratteristiche classiche di Tex, ovvero invincibilità, intolleranza verso i prepotenti e capacità di distinguere il bene dal male con un solo sguardo.
L'imbattibilità di Tex è emblematicamente raffigurata dall'epico duello sotto la pioggia fra lo stesso Ranger e Diego Garras, ma sono numerose le occasioni che si presentano a Tex lungo la storia per dimostrare la propria invincibilità quasi super-eroistica. Gian Luigi Bonelli aveva poi conferito a Tex un tratto del suo carattere, ovvero quel sano anarchismo di chi non esita a ribellarsi di fronte al ricco prepotente e, soprattutto, al corrotto rappresentante della legge. Favolosa la sequenza di vignette in cui Tex straccia il codice delle leggi nell'ufficio del giudice Trent. Infine l'infallibilità del Ranger nel sapere leggere dentro l'animo delle persone è dimostrata dalla sottotrama di cui è protagonista il giovane Manny. Unico superstite della sanguinosa banda di rapinatori sgominata da Tex e Carson all'inizio dell'albo, appare subito agli occhi del ranger come un ragazzo attirato da cattive compagnie. L'alluvione darà l'occasione al giovane di dimostrare a Tex che il suo istinto ci aveva azzeccato, convincendo anche lo sceriffo a concedergli una seconda possibilità di vita.


In conclusione Tempesta su Galveston è un Texone molto buono perché, come detto, ci presenta un Tex fedele ai suoi canoni, ma senza le esagerazioni o gli stereotipi in cui è facile cadere quando si maneggia un personaggio così ricco di storia. D'altra parte, da un Texone ci si aspetterebbe un guizzo, quel qualcosa in più che non si trova nelle avventure della serie mensile. Ma apprezziamo quello che abbiamo: avercene di storie così ben scritte e altrettanto bene disegnate!

lunedì 30 dicembre 2013

Short Tex o compressed Tex?

Disegno di Laura Zuccheri
Il Color Tex 4 uscito nelle edicole italiane il 20 novembre si caratterizza per una novità assolutamente unica. Per la prima volta nella storia del Ranger, infatti, la Bonelli pubblica un albo contenente quattro racconti brevi. Non era mai successo prima d'ora, se non con alcune storie edite fuori serie su altre riviste. L'esperimento è interessante e anche azzardato perché non è scontato che un'avventura di Tex, che si dispiega abitualmente su almeno 2 albi di 114 pagine, funzioni anche in sole 32 tavole. Sì, perché la short story è un genere ben codificato con le sue regole che sono, più o meno, queste:
  1. Lunghezza: non è una questione di numero di pagine massime o minime, ma è qualcosa di convenzionale
  2. Tempo: è l'elemento fondamentale che differenzia una short story da un romanzo. Il tempo è delimitato, senza digressioni. Il tutto si risolve in una scena, in uno spaccato. Nel romanzo invece il tempo è diluito, ci sono salti temporali nel passato, ci sono due o più storie che si corrono in parallelo per poi intersecarsi.
  3. Spazio: è stretto e il tutto si risolve in all'interno di un'unica ambientazione. Nel racconto lungo ci sono più ambientazioni, anche se limitate. Nel romanzo, al contrario, lo spazio è esteso.
  4. Dettaglio: il racconto breve parte dal dettaglio, il narratore è la macchina da presa che zooma su un dettaglio di una scena. Dettaglio che non è fine a se stesso, ma che evoca un mondo. Si va quindi dal particolare al generale, ma quest'ultimo è solo evocato e non esplicitato. Nel romanzo, invece, i dettagli sono un contorno, non il cuore della storia.
  5. Personaggi: sono poco delineati, si dice poco di loro, gli si fa compiere delle azioni o dei gesti. Non si sa cosa sia successo prima o cosa succederà dopo. Li si coglie nel mentre di una scena. Nel romanzo hanno un passato e le loro caratteristiche vengono continuamente approfondite. La loro complessità viene molto esplorata.
  6. Tensione: c'è quasi sempre una grande tensione narrativa. Tutto si risolve e si concentra nel breve, non ci sono pause e il ritmo è sempre alto.
  7. Non detto: è più frequente rispetto al romanzo dove tutto è più esplicito.
A me pare che queste norme non siano state molto rispettate in tutti e quattro i racconti di cui si compone l'ultimo Color Tex. Ma vediamoli più nel dettaglio.

Tavola di Giampiero Casertano
Il primo, intitolato L'uomo sbagliato, è firmato da Tito Faraci per i testi, Giampiero Casertano per i disegni e Oscar Celestini per la colorazione. Tex deve scoprire chi, fra i cinque passeggeri molto eterogenei di una diligenza, sia il sicario che si prepara ad uccidere un senatore durante un comizio nella città in cui la diligenza è diretta. A parte la breve parentesi a bordo del mezzo di trasporto, l'azione si svolge in un tempo limitato e in diverse ambientazioni della cittadina: l'hotel, il saloon, l'ufficio dello sceriffo e l'epilogo sul tetto di un edificio che domina la main street. C'è un flashback superfluo che spiega come Tex ha saputo del sicario: non serve, aggiunge informazioni che potevano anche essere ignorate dal lettore e, soprattutto, fa scendere la tensione. Dei cinque possibili killer, gli unici su cui cadono i sospetti sono il pianista e, soprattutto, il prete. Visto che il musicista svela quasi subito nel saloon lo scopo del suo viaggio, la tensione crolla. E il romantico colpo di scena finale aggiunge ben poco ad una storia scialba.

Tavola di Sandro Scascitelli
Il secondo racconto, Un covo di belve, è molto più intrigante. Pasquale Ruju confeziona una buona storia e i disegni di Sandro Scascitelli uniti alla colorazione di Overdrive Studio le conferiscono un'atmosfera molto realistica e cupa. Anche in questo caso, però, si cade nell'errore di voler spiegare ogni cosa, ricorrendo a continui flashback che raccontano perché Tex sia sulle tracce del rapinatore Murray e di come lo siano anche i superstiti della sua banda. Fatti che in una storia lunga costituirebbero il corretto prologo, ma che qui appesantiscono la lettura che invece non vede l'ora di filare via dritta verso il sorprendete finale.

Tavola di Stefano Biglia
Gianfranco Manfredi scrive la migliore delle quattro storie presentate: tesa quasi sempre dall'inizio alla fine e con personaggi tratteggiati con poche ma significative pennellate. Stefano Biglia disegna un Tex perfetto, da arruolare subito fra i disegnatori ufficiali del Ranger! La colorazione fredda di Oscar Celestini si addice a questa storia ambientata in un innevato paese del Nebraska, dove Tex incontra una sua vecchia conoscenza, il cacciatore di taglie Scott Wannabe, giunto nello sperduto villaggio per rintracciare l'ultimo componente della banda Dillon. L'epilogo finale è un classico ma freschissimo esempio di come si dovrebbe scrivere Tex, facendo risaltare alcune delle sue qualità, come l'acutezza d'ingegno e il senso umano di giustizia che è superiore a quello che dice la fredda legge. Difetti? Un flashback che racconta l'episodio in cui Tex e Scott si conobbero: inutile perché non aggiunge nulla. E la spiegazione finale di Tex al superstite della banda: non serve perché sappiamo che il nostro Ranger ha un intuito superiore e lo aveva appena dimostrato nei fatti, le parole sono superflue.

Tavola di Nicola Genzianella
Dell'ultimo racconto, scritto da Mauro Boselli, rimane alla fine della lettura un po' di perplessità. L' ambientazione è affascinante (La valle sacra del titolo) fra rocce, canyon e grotte disegnate alla perfezione da Nicola Genzianella e colorate altrettanto bene dall'Overdrive Studio. Il tema è interessante: da una parte la ricerca da parte di vili criminali di un tesoro nascosto nella valle e custodito da un vecchio sciamano il cui antico passato da predone incrociò il fucile di Tex, dall'altra la vendetta del Grande Spirito che si abbatte sugli impuri di cuore. Ci sta pure il breve flashback con cui Tex rievoca il suo incontro con il predone, visto che aggiunge una informazione essenziale al racconto. Ma qualcosa non torna. Sarà perché il Ranger si fa beccare in un agguato nel canyon come l'ultimo dei polli, rimettendoci quasi la pelle? Sarà perché il volto che il pur bravo Genzianella ha dato a Tex non è affatto convincente? Sarà perché comunque nella resa dei conti finale Tex è troppo dipendente dall'aiuto ricevuto da non svelo chi? Sarà perché, quindi, il protagonista di questa storia potrebbe essere un cowboy qualsiasi e non il Ranger che noi tutti conosciamo?
L'esperimento short Tex ha funzionato poco, secondo me: è da rivedere in molti punti, soprattutto nella regola bonelliana di spiegare sempre tutto che, in questi casi, non andrebbe applicata, pena la trasformazione di una short story in una compressed long story con l'inevitabile calo di tensione narrativa.


Punto a favore dell'albo (ma indipendente dalla formula interna di short o long story) è la splendida copertina di Laura Zuccheri che regala a Tex un'espressione e una postura che sono più eloquenti di mille vignette.

domenica 13 gennaio 2013

I migliori albi Bonelli del 2012 - Tex

Jane Greer e Robert Mitchum ne Le catene della colpa
Nei film noir, spesso, il peso del passato gioca un ruolo determinante nelle sorti del protagonista. Ciò che si è vissuto e si è voluto lasciare dietro di sé, ritorna inesorabile a chiedere conto. Non serve a nulla aver trovato rifugio in qualche piccola cittadina di provincia e aver cambiato vita: non si può fingere che le azioni compiute non siano mai accadute. Il passato ritorna. È quello che succede a Jeff Bailey, il proprietario di una pompa di benzina, che conduce una vita tranquilla con la propria fidanzata in un piccolo centro della California. Un disilluso Robert Mitchum interpreta uno dei più laconici e predestinati eroi del genere noir in un film di culto: Le catene della colpa (Out of the Past), diretto nel 1947 da Jacques Tourneur. Gli anni e le miglia che lo separano dalla sua vita precedente di detective a New York, non evitano che il gangster da cui è scappato, Whit Sterling, interpretato da Kirk Douglas, lo cerchi e lo ritrovi obbligandolo a fare i conti col suo passato.
Guillermo Blanco - Disegno di Jose Ortiz
È evidente il richiamo al film del regista francese nella storia che Pasquale Ruju ha firmato per la collana mensile di Tex, pubblicata nei due ultimi mesi del 2012. Lo si desume tanto dal titolo dell'albo di novembre, Le catene della colpa, quanto dalla figura del protagonista, Padre Clemente, frate della missione di Santa Esperanza in Messico, in cui Carson e Tex fanno sosta durante un loro lungo viaggio a cavallo.
Tex riconosce Guillermo Blanco nell'uomo di chiesa, uno spietato assassino che Tex era convinto di aver ucciso a duello diversi anni prima. Il criminale invece sopravvisse e si pentì della propria vita piena di morte e violenza, decidendo di dedicarsi al prossimo e all'istruzione dei bambini poveri. Tex sceglie di credergli e di dargli fiducia. Non altrettanto fa Gallardo, un assassino a capo di una banda di razziatori, che ha nei confronti di Guillermo un vecchio credito, figlio del bottino di una rapina compiuta assieme. Gallardo obbliga Guillermo a partecipare ad un ultimo colpo, ricattandolo con la minaccia di uccidere i bambini della scuola della missione. Tanto nel film, quanto nel fumetto, quando il passato torna a bussare alla porta del protagonista costringendolo a ripercorrere le antiche strade, il senso di morte cala sulla storia senza più abbandonarla fino all'ineluttabile conclusione.
Una storia di Tex da manuale, dalla trama solida e senza sbavature. Sono i due pards coloro che si sbarazzano della banda di Gallardo alla loro maniera, implacabili e inesorabili. Guillermo riesce comunque a distinguersi nella sparatoria finale, salvando le donne prese in ostaggio dai bandidos. Non avrà salva la pelle, ma potrà presentarsi con dignità al cospetto di Dio. La grandezza di questa storia sta nel proporre un Tex classico, invincibile e spietato verso il male, ma capace di discernere il sincero pentimento anche di un criminale. Un personaggio così, se mal sceneggiato, rischia di diventare una macchietta irrealistica o di uccidere tutti gli altri con la propria personalità. Non è così in questa storia, dove la figura di Guillermo fa appassionare il lettore al suo destino, senza mai perdere di vista né sminuire il peso di Tex nello sviluppo della trama, anzi esaltandolo. Un equilibrio difficile da raggiungere, ma centrato pienamente da Pasquale Ruju in questa che, secondo me, risulta essere la storia migliore di Tex del 2012. Non potrebbe essere la migliore se non ci fossero dei buoni disegni a sostanziarla. Jose Ortiz assolve il compito, come sempre, con perizia: il suo tratto sporco è perfetto per disegnare le facce scure di questi tagliagole di oltre confine, facendoci respirare tutta la polvere degli aridi territori messicani.

Guillermo Blanco e Gallardo - Disegno di Jose Ortiz
Le catene della colpa è soltanto la punta di diamante dell'annata di Tex, decisamente buona almeno nella serie regolare. Pasquale Ruju si era già ben distinto negli albi di luglio e agosto, raccontando le vicende del giovane mezzosangue Makua, disegnate ottimamente da Alfonso Font. Prima di lui Mauro Boselli aveva concluso in gennaio, con Corsa verso l'abisso, la convincente storia, iniziata a fine 2011, che vedeva la competizione senza esclusione di colpi fra due compagnie ferroviarie. Al solito, Boselli rappresenta molti personaggi, tutti ben tratteggiati, tra cui spicca un'affascinante e spietata dark lady. Da sottolineare i disegni dinamici ed espressivi di Leomacs, che non vedo l'ora di rivedere all'opera.
Ma Boselli fa ancora meglio firmando un'avvincente storia corale (alla quale, fino all'ultimo, sono stato tentato di assegnare la palma d'oro di migliore dell'anno) che per tre mesi, da aprile a giugno, ha tenuto il mio naso incollato alle pagine fino al travolgente finale, anche grazie ai magnifici disegni di Ernesto R. Garcia Seijas (questi sì, i migliori del 2012). Ne avevo già parlato qui, evidenziando la differenza fra il Tex di Boselli e quello di Tito Faraci, l'autore cui sono da ascrivere le due avventure meno riuscite del nostro ranger. Se nell'avventura citata nel post linkato i personaggi di contorno non sono molto credibili e Tex risulta quasi supereroistico nelle sue capacità, la storia che si dipana fra settembre e ottobre raggiunge la sufficienza per aver presentato dei comprimari realistici e un ranger (Braccato!) per il quale nelle concitate pagine iniziali nutriamo una forte apprensione (insomma, ci fa battere il cuore e preoccupare per la sua sorte, forse un po' troppo a dir la verità...). Poi la trama perde un po' di ritmo e diventa prevedibile ma è sostenuta dai buoni disegni di Pasquale Del Vecchio.
Tex ed Espectro - Disegno di Ernesto R. garcia Seijas
Se la serie regolare ha offerto, quasi sempre, pagine e pagine di alta qualità, non altrettanto si può dire per gli albi fuori serie. Tito Faraci delude anche qui: l'Almanacco del West e il Maxi Tex contengono due storie che si possono tranquillamente dimenticare (noiosissima la vicenda che vede Tex confrontarsi con lo sceriffo Starker). La cavalcata del morto, il Texone di quest'anno, non è sicuramente uno dei migliori albi della validissima collana: peccato perché i disegni di Fabio Civitelli sono perfetti per esaltare le atmosfere magiche e un po' horrorifiche che caratterizzano il ritorno del Morisco. La storia scritta da Boselli ha poco ritmo nella prima parte, mentre migliora molto nella seconda. Il soggetto è accattivante ma forse poteva essere sceneggiato con maggiore fluidità: manca un equilibrio complessivo. Infine il Color Tex scritto ancora da Ruju e disegnato da Ugolino Cossu non mi ha catturato più di tanto. Devo dire la verità: sono ancora molto perplesso dai colori, ma forse è un mio limite.
La migliore copertina? Sono due, di Claudio Villa.



martedì 2 ottobre 2012

Ricordando Sergio Bonelli: il Tex di Guido Nolitta

Ad un anno di distanza dalla morte di Sergio Bonelli mi è venuto spontaneo leggere delle sue vecchie storie a fumetti e approfondire la sua figura attraverso la lettura di alcuni testi. La pubblicazione recentissima, da parte della Rizzoli Lizard, del primo volume degli Archivi Bonelli, dedicato a Guido Nolitta, mi ha sollecitato a riprendere in mano "El Muerto", l'affascinante storia di una vendetta di cui Tex è l'oggetto. Sto parlando di un albo storico, il 190 dell'agosto 1976, seguito da "La collina degli stivali", nel quale ha luogo il drammatico epilogo della vicenda (i disegni sono di Galep).
La storia è importante nell'evoluzione della figura del personaggio Tex Willer, in quanto rappresenta un eroe diverso da quello di Gian Luigi Bonelli, cui fino ad allora i lettori erano abituati. In verità, la prima sceneggiatura del Ranger firmata da Guido Nolitta fu "Caccia all'uomo", disegnata magistralmente da Fernando Fusco e pubblicata nel gennaio dello stesso anno. Qui troviamo un Tex completamente diverso da quello del padre. Infatti il Tex di Gian Luigi capisce se chi gli sta davanti è buono o cattivo dal solo sguardo: ha un sesto senso infallibile che gli permette di discernere il Bene dal Male. Il Ranger di Guido Nolitta invece dimostra un lato più umano, tanto che in "Caccia all'uomo" prende un abbaglio considerando Andy Wilson, il ragazzo ricercato dall'amico sceriffo Tom Kenyon, un fuorilegge. Lo insegue, lo cattura attraverso mille difficoltà ma, strada facendo, si riempie di dubbi, arrivando a convincersi che sul giovane penda una falsa accusa. Questo ripensamento tardivo, tuttavia, non è sufficiente a salvare la vita ad Andy che, giunto con un Tex malconcio ad Agua Fria, viene arrestato dal crudele sceriffo, frettolosamente processato e impiccato dallo spietato giudice Maddox. Una volta ripresosi, Tex elimina i due violenti rappresentanti di una legge del tutto personale ma ormai la frittata è fatta.
Il sesto senso di Tex ha fallito e le conseguenze, sono state pesanti. Inoltre, cosa mai successa prima, il dubbio, questa forma del pensiero così sconosciuta, ha attraversato la mente di Tex. So che all'epoca ci furono diverse discussioni fra i lettori se tale impostazione di Tex fosse corretta, accettabile o comunque coerente con le linee guida del personaggio. Secondo me, la figura dell'eroe ne giovò. Resta il fatto che la maggiore umanità di Tex introdotta da Guido Nolitta è un fattore di cui oggi gli attuali sceneggiatori (Boselli, Faraci, Manfredi e Ruju) devono tener conto, cercando di mediarlo con la figura invincibile e quasi onnisciente del Tex del padre Gian Luigi.
La coppia di albi in cui si narra di Paco Ordonez, alias El Muerto, si caratterizzano poi per una tensione via via crescente: il fuorilegge e la sua banda massacrano di botte Tiger Jack e feriscono Kit Willer al solo scopo di incattivire Tex, che viene sfidato ad un duello mortale con El Muerto sulla collina degli stivali. L'adrenalina raggiunge il massimo nella scena finale naturalmente, anche se un deciso pugno nello stomaco sono le tavole precedenti nelle quali uno spietato Tiger Jack manda all'altro mondo il disarmato Faccia Tagliata, il navajo rinnegato appartenente alla banda di Paco Ordonez, augurandogli meritatamente di "precipitare nell'inferno dei bianchi".
Ma che cosa differenzia, in questa storia, il Tex nolittiano da quello del padre? Il motivo dell'odio di El Muerto nei confronti del Ranger. Il fuorilegge, infatti, ha questo soprannome perché il suo viso è stato orrendamente sfigurato in un incendio, involontariamente provocato dal Ranger, quando questi si era presentato nel covo della banda dei fratelli Ordonez per arrestarli. I due fratelli di Paco assaggiarono fatalmente il fuoco caldo della colt di Tex che rischiò di morire fra le fiamme, sviluppatesi, nel frattempo, fino a distruggere completamente il covo dei tre banditi. Le urla di Paco furono sentite da Tex ma questi non riuscì a fare nulla, salvato in extremis dall'intervento di altri uomini. Ancora, anche se in modo meno marcato che in "Caccia all'uomo", un atto di Tex (l'incendio provocato) ha delle conseguenze nel futuro non volute ma drammatiche (il ferimento di Tiger Jack e di Kit e il difficile duello finale nel quale, a parte la ovvia morte di Ordonez, Tex si rimedia una ferita alla spalla).
Tex resta sempre un eroe invincibile, ma qualcosa di più umano si è insinuato dentro di lui in quel lontano 1976 e da allora non l'ha più abbandonato. E questo grazie a Sergio Bonelli/Guido Noliita.

sabato 4 febbraio 2012

I migliori albi Bonelli del 2011...secondo me! (III)


(segue da qui)
Ovviamente secondo me! E poi nemmeno di ogni serie, visto che non le leggo tutte....Non compro, ad esempio, né Dylan Dog, né Brandon né Dampyr, e non è poco. In ogni caso mi va di parlare di quelli che sono stati gli albi Bonelli del 2011 che mi hanno divertito, coinvolto o fatto riflettere di più.
Il 2011 di Nathan Never si è contraddistinto per l'inizio della saga che sta cambiando, ancora una volta, le sorti del pianeta: la tanto attesa guerra dei mondi fra la Terra e Marte. Come ho già scritto qui, è stato proprio l'annuncio di questa storia rivoluzionaria a convincermi a riacquistare gli albi dell'Agente Alpha dopo tanti anni. E devo dire che non ne sono rimasto deluso. I primi albi (a partire da I Pretoriani) hanno inquadrato molto bene la situazione politica e economica dei due pianeti e i rapporti oscuri che legano l'elite che domina su Marte e la società Imperium Enterprise di Atticus Kane, responsabile della ricostruzione della città di Nathan dopo i disastri causati dalla guerra con le Stazioni Orbitanti (che mi sono perso...). Ci sono stati poi un paio di albi centrali in cui, a mio avviso, la storia si è un po' troppo stiracchiata fino poi a esplodere, finalmente, nell'attacco alla Terra. Gli ultimi albi dell'anno sono stati un crescendo culminato (per il 2011) nel migliore: L'Uni-mente. Stefano Vietti confeziona un racconto teso e avvincente. La prima parte descrive molto bene lo stato d'animo dei resistenti, alla vigilia della missione nell'Uni-mente, ovvero l'evolutissimo sistema bio-tecnologico attraverso il quale Aran Darko controlla tutte le armi marziane. Piccoli universi emotivi che si sciolgono poi nello scontro, nell'azione, nell'adrenalina liberata durante la pericolosa missione, resa con maestria dai disegni di Roberto De Angelis. La missione fallisce ma le sorprese continueranno nell'albo successivo, ma questo è già materia per il 2012.....

Nel 2011 si è conclusa una delle migliori mini-serie Bonelli: dopo 18 albi Cassidy ha abbandonato le edicole italiane con molto onore e provocando molto dispiacere nei suoi lettori, io per primo. La chiusura ha coinciso con la pubblicazione dell'albo in cui Pasquale Ruju, l'autore dei testi e delle sceneggiature, ha dato il meglio di se: Nessun futuro. Uno splendido epilogo, in cui l'opprimente senso di morte presente nella serie noir fin dal primo albo, deflagra in un modo inatteso: la gelida falciatrice si porta via Cassidy mentre questi la affronta spavaldo, con il sorriso sulle labbra, cantando a squarciagola e con il pensiero rivolto alla sua amata Dottie. Commovente il saluto di Cassidy nei confronti della moglie, figura che riacquista tutta la sua grande dignità negli albi finali e soprattutto in queste ultime pagine, ottimamente disegnate dalla coppia Paolo Armitano e Davide Furnò.
Amore e morte sono dunque i due temi "immortali" si questo splendido albo conclusivo, secondo me il migliore albo Bonelli di tutto il 2011. Ne avevo anche parlato a suo tempo qui. Pasquale Ruju dimostra di trovarsi a proprio agio nel descrivere atmosfere nere, dopo la mini-serie Demian, ispirata al genere noir poliziesco marsigliese, alla Izzo. Con Cassidy, l'autore sardo fa ancora un passo avanti, calando perfettamente il lettore nei Seventies, grazie alle ambientazioni ispirate al cinema di Peckinpah o quello dell'ispettore Callaghan. Non secondaria l'importanza della colonna sonora che accompagna le avventure di questo indimenticabile antieroe bonelliano.

Mini-serie che si conclude corrisponde, in casa Bonelli, a mini-serie che inizia la sua avventura editoriale. Cassidy cede il testimone alla tanto attesa Shanghai Devil di Gianfranco Manfredi. Molto attesa per diversi motivi. Il primo è perché è il seguito di un'altra mini-serie di successo dell'autore marchigiano, ovvero Volto Nascosto. Ritroviamo infatti Ugo Pastore, uno dei protagonisti di quelle avventure che si svolgevano a fine Ottocento fra l'Italia e le sue colonie dell'Africa Orientale. Già allora Manfredi ci presentò uno scenario e un contesto storico poco frequentato dai fumetti: il colonialismo. Ora, di nuovo, questo tema è affrontato ambientando le vicende di Ugo e della sua maschera in un paese e in un periodo molto ignorati dai fumetti occidentali, ovvero la Cina della rivolta dei Boxer. Manfredi è maestro nell'immergere la dimensione dell'Avventura nella realtà della Storia. Lo aveva già fatto appunto con Volto nascosto e, con ancora più fascino, secondo me, con la serie Magico Vento, della cui conclusione non smetterò mai di lamentarmi abbastanza. Il numero 1 di Shanghai Devil, Il trafficante d'oppio, è il migliore dei tre albi pubblicati nel 2011, proprio perché coniuga perfettamente Storia e Avventura in sole 94 pagine dove, come ho già scritto qui, delinea le basi economiche e culturali della vicenda, presentando una coralità di personaggi di contorno molto interessanti. I disegni di Massimo Rotundo rendono al meglio nella rappresentazione di costumi, vie, palazzi e altri luoghi della città di Shanghai. L'avventura di Ugo in terra cinese è appena iniziata ma già si dimostrano interessanti anche le due storie successive ambientate rispettivamente alla corte imperiale di Pechino e nelle campagne alluvionate. Nel 2012 assisteremo al pieno sviluppo della trama di Manfredi.

Mi trovo finalmente a scrivere su questo blog di una mini-serie che amo molto: Lilith di Luca Enoch. La cadenza semestrale non aiuta a parlarne assiduamente, ma è un mio problema. I due numeri usciti nel 2011 sono stati di buon livello e la Cina, di cui ho appena parlato sopra, è stata il teatro della prima avventura di giugno: Il re delle scimmie. Il fatto storico è del tutto diverso ma anch'esso poco noto: la strage compiuta nel 1937 dalle truppe giapponesi di occupazione nella capitale Nanchino. Lilith affronta spesso gli orrori e le guerre che l'uomo ha causato nella sua lunga storia ma la violenza di questa vicenda è al limite del genocidio. L'autore milanese non risparmia il lettore dal mostrargli le scene di brutalità gratuita cui si abbandonarono i soldati del Sol Levante, con la totale complicità dei comandi militari di alto grado. Enoch condivide con Manfredi l'abilità nell'infarcire l'Avventura di Storia, ma qui la seconda prevale troppo sulla prima, lasciando Lilith troppo sullo sfondo, senza approfondire bene le sue emozioni, la sua evoluzione come personaggio lungo la serie.
Cosa che invece non accade con l'albo di dicembre La signora dei giochi. Questo sì che è un mirabile esempio di equilibrio fra le due dimensioni. La Roma imperiale di Commodo viene rappresentata con pregevole cura, anche grafica (dallo stesso Enoch, autore anche dei disegni), e l'ambientazione di corte e soprattutto quella circense sono molto vive. Lilith diventa gladiatrice e affronta l'orrore degli spettacoli che hanno luogo nel Colosseo stupendosi del divertimento del pubblico. C'è una maggiore analisi della psicologia del personaggio, che si fa sempre più domande sul senso e la giustizia della sua crono-missione. Splendida la scena in cui Lilith strappa il Triacanto dal petto del gladiatore e lo mostra alla folla osannante: una piccola vendetta da parte della giovane cronoagente, che sfoga tutto il peso dell'orrore che deve affrontare ogni volta proprio con uno scampolo di quell'umanità che dovrebbe salvare.

domenica 16 ottobre 2011

Amore e morte


L'opprimente senso di morte è una caratteristica del genere noir, a partire dalla definizione che diedero dei film noir americani nel 1955 Raymond Borde ed Etienne Chaumenton nel primo volume dedicato al genere Panorama du film noir (1941-1953): "le film noir est un film de mort". Da allora ad oggi del termine noir si è perfino abusato, marchiando di questa etichetta opere di cinema, letteratura, fumetto che hanno il crimine come protagonista. Una di queste è la mini-serie a fumetti Cassidy, scritta da Pasquale Ruju ed edita dalla Sergio Bonelli Editore. Ho seguito con costanza la storia tragica del duro Raymond Cassidy, che si snoda nel sud-ovest degli Stati Uniti (con puntate anche in Messico) negli anni Settanta. I Seventies con le loro atmsofere nere e dure, ispirate al cinema di Peckinpah o a quello dell'ispettore Callaghan, vengono fatti rivivere mese dopo mese.
Ma la costante della serie è stato propio il senso (più o meno) opprimente di morte che si è respirato pagina dopo pagina lungo i 18 albi di cui si è composta la serie. Fin dall'inizio sappiamo che il fuorilegge Cassidy ha i mesi contati: un anno e mezzo per mettere a posto le cose lasciate in sospeso nella sua vita. Un bluesman nero e cieco, mezzo fantasma e mezzo ricordo, gli ha dato questa possibilità quando, dopo una sparatoria, Cassidy giaceva in una pozza di sangue. Il rapinatore di banche, dotato di un senso della giustizia del tutto personale, viene spronato dal bluesman di mese in mese a non sprecare tempo prezioso. Veniamo così a conoscere il passato di Cassidy, le circostanze che lo hanno portato per necessità sulla via della crimine, la storia di un uomo schiacciato dall'abuso del potere.
L'ultimo albo, Nessun futuro, è il migliore della serie: i disegni di Paolo Armitano e Davide Furnò dipingono sul volto del fuorilegge la durezza e l'ineluttabilità del suo destino che si compie nell'ultima pagina, tragica e toccante. La morte si prende Cassidy ma il nostro la affronta con il sorriso sulle labbra, cantando a squarciagola When the saints go marching in e dedicando quell'eterno momento alla moglie Dottie, l'altra vittima, insieme al marito, di un destino più forte degli uomini. Sarò un sentimentale dalla lacrima facile, ma, poche volte, leggendo un fumetto Bonelli, mi è capitato di commuovermi come mi è successo di fronte alle pagine finali di Nessun futuro, nelle quali Ruju fa esprimere al duro Cassidy, senza smancerie o sentimentalismi, tutto il suo amore verso Dottie. La donna, che nei primi albi appariva debole e perduta, qui emerge con tutta la sua grande forza e dignità. Gli spari, gli inseguimenti, l'azione, la violenza descritti nella storia svaniscono davanti ad un bacio.

giovedì 15 luglio 2010

Il noir di Marsiglia: Izzo e Demian


E' proprio vero: una ciliegia tira l'altra. I primi 3 numeri di Cassidy, la miniserie bonelliana di cui ho parlato qui, mi hanno entusiasmato. Sarà l'atmosfera nera anni 70, sarà il personaggio protagonista Raymond Cassidy, un fuorilegge fregato dai complici di una rapina, che lo volevano stendere per prendersi la sua parte.... Devo dire che l'autore Pasquale Ruju ha creato un soggetto interessante e, finora, delle sceneggiature convincenti.Così son ritornato un po' sui miei giudizi, forse un po' troppo affrettati, su Demian, protagonista della prima miniserie di Ruju, uscita sempre per la Bonelli a partire dal 2006. L'avevo abbandonata dopo 2 numeri perché c'era qualcosa che non mi convinceva. Mi son deciso così a ricominciare la lettura e ho apprezzato subito un aspetto che avevo tralasciato 4 anni fa: l'ambientazione a Marsiglia. D'altronde, nella rubrica in apertura del primo numero, si fa subito riferimento ad uno scrittore che ho imparato ad apprezzare l'anno scorso: Jean-Claude Izzo.


Un marsigliese, maestro del noir per molti nostri autori italiani, come Massimo Carlotto (che lo citò come fonte ispiratrice in una bella trasmissione radiofonica in cui lo scrittore ospite raccontava dei propri maestri). Del compianto Izzo (morto prematuramente nel 2010) lessi il primo romanzo della trilogia ambientata appunto a Marsiglia: Casino totale. Protagonista un perdente, Fabio Montale, poliziotto che non si sente a suo agio nella divisa, che non ha mai sparato un colpo, che fa piuttosto l'educatore nelle periferie sgangherate, piene di immigrati nordafricani e arabi, dove salvare un ragazzino dal riformatorio è una conquista. L'amicizia e l'amore sono al centro tragico della storia, ma il vero cuore è Marsiglia, coi suoi vicoli, i suoi quartieri di periferia e il suo mare che è l'unico elemento di serenità. Izzo è talmente bravo che, mentre lo leggi, ti sembra di muoverti in auto insieme a Montale, di respirare la stessa aria afosa della città, di guardare lo stesso mare.


Demian cerca di ereditare da Izzo queste atmosfere e, in parte, ci riesce. Il nostro è anche lui un uomo crivellato dai colpi della vita ma, a differenza di Montale, è un po' troppo un giustiziere che accorre veloce sulla sua moto a soccorso degli indifesi. Vedremo comunque come procederà la storia, di cui è apprezzabile anche la descrizione della mala, o meglio della criminalità organizzata e dei suoi rapporti con la politica e l'economia. Come d'altronde è ottimamente rappresentata da Izzo, di cui ora (una ciliegia tira l'altra appunto) sto leggendo il secondo romanzo della trilogia: Chourmo, dove il nostro Montale ha lasciato la polizia e vuole soltanto andare a pesca, sorseggiare un buon vino conversando con gli amici di fronte al mare. Purtroppo la città possiede anche altri aspetti: violenza e odio, che attirano Montale in un'inchiesta molto dolorosa per lui.




Sulla quarta di copertina del romanzo compare un'opinione di Izzo riguardo ai suoi romanzi, che condivido pienamente. Eccola:
"Mi dicono a volte che i miei libri sono neri e pessimisti,, ma il più bel complimento che spesso mi hanno fatto è che quando si finisce di leggerli viene una maledetta voglia di vivere".

sabato 15 maggio 2010

Bonelli: miniserie che vieni, miniserie che vai


In questi giorni nelle edicole italiane due miniserie Bonelli si passano simbolicamente il testimone. Caravan chiude dopo 12 numeri e Cassidy inizia il suo viaggio di 18 mesi. Ho atteso spasmodicamente, come non mi capitava ormai da tempo per un giornalino Bonelli, l'uscita di questi 2 albi. Da una parte non vedevo l'ora di sapere come Michele Medda avrebbe concluso la storia itinerante di Caravan, della famiglia Donati, ormai ridotta ai soli figli Davide ed Ellen, e di tutta la cittadinanza di Nest Point. Dall'altra mi allettava molto il personaggio nero di Raymond Cassidy, un rapinatore con una propria etica che si muove negli anni 70, creato da Pasquale Ruju.


Le attese non sono state tradite. Caravan si è rivelata secondo me, con il suo finale in parte aperto, la migliore miniserie Bonelli fin qui pubblicata. Ne esce il ritratto di una società in decadenza, incapace di lottare per affermare i propri diritti e difendere la propria dignità. I militari non fanno una bella figura, dipinti come strumento di una politica che usa i cittadini per i propri esperimenti. Non fanno bella figura nemmeno i cittadini di Nest Point, ridotti a pecore spaventate, aldilà di pochi individui che cercano di farsi rispettare.



Gli ultimi numeri poi sono stati un crescendo di emozioni e di fatti tragici che non mi aspettavo in una serie Bonelli e che mi hanno molto colpito. Ci sono anche alcuni difetti, come le troppe divagazioni rappresentate dal raccontare le storie di alcuni personaggi: ma non intaccano la bellezza della serie. Quindi complimenti a Medda che, tra l'altro, ha tenuto un blog molto interessante durante tutta la pubblicazione e che spero continui ancora a lungo.
Cassidy si è presentato molto bene: una rapina finita male, il protagonista ferito quasi a morte che fugge sulla sua auto nella notte in cui Elvis muore. Un vecchio Bluesman di colore che suona l'armonica e predice a Cassidy che sopravviverà e avrà 18 mesi di tempo per mettere le cose a posto. Ruju crea subito un'atmosfera nera e di suspense, tratteggia l'etica del nostro che chiede, inascoltato, ai suoi complici della rapina inutili spargimenti di sangue. La musica anni 70 è molto presente e pare di poterla sentire come colonna sonora della storia.


Insomma ci sono tutte le più buone premesse perché Cassidy scalzi il trono a Caravan nella mia personale classifica delle miniserie Bonelli. Dopo Demian, Ruju torna a personaggi neri e spero che il seguito della storia non tradisca le premesse, come invece, secondo me, accadde con Demian che abbandonai infatti dopo pochi numeri.
Chssà se, prima o poi, Bonelli sfornerà una serie ambientata nell classica epoca noir, ovvero l'America anni 30 - 40, con un protagonista alla Humphrey Bogart immerso in atmosfere chandleriane?

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...