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venerdì 3 novembre 2017

Il West di Renzo Calegari


Ci sono alcuni disegnatori di fumetti, pochi a dir la verità, per i quali i testi, dialoghi o didascalie che siano, sono superflui. Le loro vignette, le loro tavole parlano da sole, raccontano, narrano per immagini. Renzo Calegari era uno di questi. Oggi si è spento il disegnatore italiano di fumetti che più di tutti gli altri rappresentava il West. E non solo perché il suo nome è legato per sempre, insieme a quello di Gino D'Antonio, a quell'impareggiabile serie a fumetti che risponde al nome di Storia del West. Fu su queste tavole che, ancora ragazzino, scoprii il suo tratto, i suoi neri intensi, le sue ombre che rappresentavano l'essenza del West.

domenica 9 luglio 2017

The Game Fortress sette giorni dopo


Cosa mi resta dopo una settimana dalla chiusura di Palmanova The Game Fortress?
  1. Carlo Ambrosini: l'incontro su Napoleone e Jan Dix è stato frequentato da poche persone (ma questo è un tratto comune a tutti gli incontri con i fumettisti: in un festival dedicato al divertimento, tirano di più gli eventi con la gente vestita da Star Wars o quelli in cui si cantano le sigle dei cartoni animati) ma peggio per chi non c'era perché abbiamo parlato di arte, bellezza, coscienza, inconscio, rappresentazione, percezione, immaginazione, creatività, Io, Es e Super Io, Aristotele, Michelangelo, Cezanne, Monet, amore, morte, psiche, guerra. E poi abbiamo continuato a pranzo. L'uomo è intelligente, simpatico e alla mano.

lunedì 26 settembre 2016

Cinque anni senza Sergio Bonelli



Il 26 settembre di cinque anni fa moriva Sergio Bonelli.
Pasquale Frisenda, una delle punte di diamante della sua casa editrice, lo ricordava con questo disegno che non ha bisogno di nessuna parola.

domenica 3 luglio 2016

Magico Vento e la guerra delle Black Hills


La tragica fine George Armstrong Custer è stata raccontata centinaia di volte: film, libri e fumetti hanno dedicato alla battaglia del 25 giugno 1876 sul Little Big Horn un'attenzione a volte maniacale, esagerando certi aspetti e sottovalutando altri. Custer fu un eroe o un pazzo suicida? Gianfranco Manfredi ha detto la sua più di un decennio fa sulle pagine di uno dei più riusciti fumetti western mai pubblicati in Italia: Magico Vento. Il ciclo di cinque albi (dal 97 al 101) pubblicati dalla Sergio Bonelli Editore nel 2005 costituiscono uno dei vertici raggiunti dalla serie e uno dei migliori affreschi della guerra che vide contrapposti l'esercito americano e la più grande alleanza di indiani delle pianure.


Disegni di Darko Perovic
La saga fu così appassionante che la casa editrice milanese ha deciso oggi di ripubblicarla in un unico volume cartonato intitolato La guerra delle Black Hills. Oltre 500 pagine in formato 19x26 cm, corredate da un'intervista all'autore e impreziosite da una copertina inedita di Pasquale Frisenda, fanno rivivere una delle tappe fondamentali dell'ineluttabile e tragico destino cui andarono incontro i nativi americani. Maneggiare la Storia non è da tutti, ma Manfredi è maestro nell'incrociare le strade di personaggi realmente esistiti con quelli partoriti dalla sua fantasia. Magico Vento è lo sciamano bianco dei Sioux e, come tale, è sempre al fianco dei capi della sua tribù, Toro Seduto e Cavallo Pazzo, e sempre al centro dell'azione principale. Poe, il suo fraterno amico giornalista, è al seguito delle truppe americane, quindi si relaziona con Custer stesso e il generale Crook, ovvero il responsabile militare della campagna contro i Sioux e i loro alleati. In questo modo il lettore entra direttamente dentro la Storia, quella scritta dai grandi personaggi. Ma non è l'unico modo con cui Manfredi affronta quegli avvenimenti. Il conflitto è rappresentato anche attraverso le voci, le emozioni e le azioni di una miriade di personaggi di contorno, indiani e bianchi, che partecipano direttamente delle vicende e ne sono i veri protagonisti.


Disegni di Bruno Ramella e Frederic Volante
Manfredi non ci racconta solo del Little Big Horn, ma anche e soprattutto di tutto quello che c'è stato prima e che è venuto dopo. Ci mostra la vera battaglia che segnò il destino degli indiani, ovvero quella precedente sul Rosebud, che vide contrapposti i due grandi strateghi militari, Crook e Toro Seduto. Qui il capo dei Sioux dimostrò tutto il suo valore e le sue capacità e, grazie anche all'abilità e al coraggio di Cavallo Pazzo, diede una sonora lezione all'esercito americano. Dal Rosebud nacque tutto quello che venne dopo. La decisione di Custer di affrontare un nemico troppo soverchiante per il suo Settimo Cavalleggeri e il disinteresse interessato dimostrato dai vertici politici e militari che non fecero nulla per dissuaderlo. Lo sfruttamento da parte degli stessi ambienti della scontata sconfitta e morte di Custer come pretesto per stracciare il precedente trattato di Fort Laramie e poter sottrarre così le Black Hills ai Sioux. La vendetta giurata dal Congresso americano a Toro Seduto inseguito fino al confine con il Canada, dove il grande capo e molti nativi ripararono per sfuggire al rinforzato esercito americano, assettato di rivalsa.


Disegni di Goran Parlov
Ma più delle tattiche militari, Manfredi ci parla dei personaggi e delle loro emozioni, approfondendo molto la figura di Cavallo Pazzo, di Custer e di Wild Bill Hickok. Sì, c'è anche il celebre pistolero in queste pagine. L'autore racconta i suoi ultimi giorni a Deadwood, cittadina senza legge alle porte delle Black Hills, dove le truppe del generale Crook venivano ad acquistare i rifornimenti. A poche settimane di distanza da Custer, muore un'altra figura eroica del vecchio West, assassinato vigliaccamente alla schiena. Se a costoro si aggiunge poi la morte altrettanto vile di cavallo Pazzo, anch'egli colpito a tradimento nel settembre del 1877, ecco che si capisce come Manfredi abbia voluto raccontare la fine di un certo West, o, per dirla con le sue parole:
"la fine dell'epica della vecchia frontiera, la fine degli eroi solitari e delle grandi personalità"
Disegni di Stefano Biglia e Giovanni Talami
Il volume si distingue anche per la rilevanza dei disegni. Ciascuno dei cinque capitoli è stato realizzato graficamente da mani diverse, che, pur nelle loro peculiarità originali, restituiscono un quadro armoniosamente unitario delle figure dei protagonisti e degli scenari in cui si muovono. Si ha, cioè, la sensazione di leggere un'unica storia che si sviluppa lungo un continuum narrativo coerente anche dal punto di vista grafico.

Disegni di Pasquale Frisenda
I disegnatori che si sono succeduti nei cinque albi sono rispettivamente:

  1. La guerra di Toro Seduto - Darko Perovic
  2. Rosebud - Pasquale Frisenda
  3. Morto il 25 giugno - Bruno Ramella e Frederic Volante
  4. Il crepuscolo degli eroi - Goran Parlov
  5. Bandiera bianca - Giovanni Talami e Stefano Biglia


lunedì 20 luglio 2015

Tropical Blues - Avventura dagli echi prattiani, ma non solo


Cosa evoca questo disegno di Pasquale Frisenda? Avventure in mari lontani e pericoli in isole selvagge. Lo sguardo attento dell'uomo bianco che scruta un orizzonte esotico ma minaccioso è compensato dall'indolenza mostrata dalla sua postura. Il braccio destro quasi penzolante e dritto lungo il busto con il cappello che sembra scivolare dalla sua mano. La mano sinistra pigramente infilata nella tasca dei pantaloni. Completo candido, classico dell'uomo occidentale che frequenta luoghi tropicali, in contrasto coi numerosi colori di quegli stessi luoghi sullo sfondo. A una copertina così invitante è difficile resistere. L'acquisto de Il mare degli uomini liberi, primo dei tre albi di cui si compone Tropical blues, seconda mini-miniserie della Sergio Bonelli Editore, è matematico. Ma soddisfare le aspettative suscitate da una simile copertina potrebbe essere molto difficile. Invece Luigi Mignacco e Marco Foderà non tradiscono assolutamente le attese.
Lo sceneggiatore ligure ci trasporta lontano, in una dimensione dell'Avventura che i lettori di fumetti hanno già respirato. I richiami sono espliciti e dichiarati dallo stesso Mignacco nell'introduzione. Sono soprattutto le atmosfere di Una Ballata del Mare Salato di Hugo Pratt ad essere richiamate alla memoria. L'operazione funziona perché la trama e i personaggi sono originali, anche in quanto figli di altre dichiarate fonti di ispirazione, una fra tutte Mister No, ai cui lettori la penna di Mignacco ha saputo regalare molte emozioni.
Siamo negli Anni Venti, nel Mare degli Arafura (gli uomini liberi) davanti alle coste della Nuova Guinea. Mike Sommerset III, giovane, ricco e spericolato collezionista d'arte, è scomparso tuffandosi in quel mare davanti agli occhi del capitano Starke, reduce tedesco della Prima Guerra Mondiale. Il nonno del giovane incarica Ray Harvest, detective privato di San Francisco, di indagare sulla sua scomparsa (i romanzi di Dashiell Hammett sono stati un ulteriore suggestione che ha accompagnato Mignacco lungo la scrittura). La presentazione dei personaggi principali si completa poi con Maud Sommerset, cugina del giovane scomparso e con Fletcher Joe, il marinaio maori di Starke.
I disegni di Marco Foderà sono realistici ma evocativi allo stesso tempo e si adattano perfettamente a questa storia dagli echi prattiani, tanto nello stile quanto nel segno. Già apprezzato sui bonelliani Saguaro, Julia e Nick Raider l'artista laziale sembra assolvere con grande efficacia al compito di rappresentare una trama gialla su sfondi così classici per l'Avventura.



Fra pochi giorni uscirà nelle edicole il secondo episodio di questo romanzo a fumetti, consigliatissimo a tutti coloro che amano i racconti di Avventura. La Bonelli ha raccolto più di settant'anni fa nel campo dei fumetti l'eredità lasciata da Emilio Salgari in quello della letteratura avventurosa. Nel corso dei decenni sceneggiatori e disegnatori della Bonelli hanno onorato questa tradizione offrendo sempre creazioni originali e di qualità. Tropical Blues, per quanto ha fatto vedere nel suo albo d'esordio,è una di queste.

sabato 4 aprile 2015

Coney Island: la prima mini-miniserie targata Bonelli


Inizia sotto i migliori auspici la nuova iniziativa editoriale della Bonelli che sostituisce la collana semestrale dei Romanzi a fumetti. Mi riferisco alle cosiddette mini-miniserie, ovvero a cicli di storie che si svilupperanno su tre o quattro albi mensili. Ogni mini-collana avrà una propria numerazione e si distinguerà da quella successiva per ambientazione, personaggi e periodo storico. Un po' quello che accade con la serie Le Storie, che però si differenzia perché costituisce nel suo insieme un'unica collana e per il fatto che la singola storia copre lo spazio di un solo albo. Nelle mini-miniserie il respiro sarà invece più ampio: si assaporerà il gusto dell'attesa della prossima uscita mensile per scoprire come prosegue la vicenda, sapendo che comunque questa avrà una fine molto vicina nel tempo. Si viene incontro, cioè, ancora una volta a quella categoria di lettori che si scoraggiano di fronte ad una serie di durata indefinita, o perfino davanti ad una miniserie annuale. Per me il format non è un problema: mi basta che una storia funzioni, che la trama sia accattivante, che i personaggi siano solidi e convincenti e che, possibilmente, mi dia anche qualche spunto di riflessione (sì, lo so, non è poco...).
Assolve perfettamente il compito La pupa e lo sbirro, primo episodio su tre di Coney Island, storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, un trio di artisti con i quali si va sul sicuro, già rodato a lungo sulle pagine dell'indimenticabile Magico Vento. La serie western godette dell'apporto decisivo di validissimi disegnatori, come Ivo Milazzo, Jose OrtizGoran Parlov o Pasquale Frisenda, ma le matite di Barbati e le chine di Ramella costituirono per me il marchio di fabbrica grafico di Magico Vento: quando tuttora penso allo sciamano bianco dei Sioux, lo vedo nell'interpretazione che ne diedero i due.


Rende molto tristi sapere di avere fra le mani l'ultima fatica di Barbati, prematuramente scomparso pochi mesi fa. Ci lascia un'opera nella quale ancora una volta, grazie anche al lavoro di Ramella, la resa grafica dei personaggi e delle scene di insieme, soprattutto quelle più corali, si fondono perfettamente con la storia, ne danno spessore e sostanza. Merito certamente anche del soggetto e della sceneggiatura, ovvero di Gianfranco Manfredi. L'ambientazione, personalmente, non è fra le mie preferite: la New York dei primi Anni Venti e le gangster stories non mi hanno mai particolarmente attratto. Ma qui sono stato colpito fin dalla prima tavola dalla presentazione di uno dei protagonisti, lo sbirro Jack Sloane che, per far cantare i delinquenti, non esita ad usare le maniere forti. La psicologia del detective è tratteggiata con rapidi tocchi e dopo poche tavole abbiamo già capito di che tipo si tratta: brusco, duro ed onesto. Uno che la confusione dello sfolgorante luna park di Coney Island non l'avrebbe nemmeno sfiorata, se a chiederglielo non fosse stata la pupa Brenda Young, una ragazza di provincia, una farfalla attratta dalle luci della Grande Mela, ma finita in un giro più grande di lei.
I destini dei due protagonisti si sono lambiti a lungo nel bar dove lo sbirro si rilassa alla fine del turno e la pupa lavora come cameriera, fino a quando un insperato invito di Brenda porta i due ad immergersi nel caos di Coney Island. Spettacolari le tavole nelle quali  Barbati e Ramella rappresentano la folla che riempie il luna park e le sue attrazioni. Il tema dei gangster e della mafia c'è ed è certo fondamentale, ma Manfredi inserisce altri spunti che rendono la storia molto accattivante. Innanzitutto documenta, attraverso la figura di Brenda, un fenomeno sociale che si stava sviluppando in quegli anni, ovvero la figura di donna emancipata, libera ed indipendente, fatto del tutto nuovo e inimmaginabile fino a pochi anni prima. E poi arricchisce la trama con dei personaggi interessanti, come il mago illusionista Mister Frolic e il motociclista acrobatico Speedy, che introducono nella storia degli elementi legati al paranormale e al mistero, tali che l'attesa del secondo albo, Al Capone ringrazia, è già altissima.
Ciliegina sulla torta: l'evocativo disegno di copertina di Corrado Mastantuono.

domenica 8 marzo 2015

Ken Parker senza speranza



Ancora il carcere. È questo il contesto in cui la continuty dell'umana avventura di Ken Parker si interrompe nel primo dei quattro albi speciali semestrali (pubblicato per la prima volta dalla Sergio Bonelli Editore nel luglio del 1996 e ristampato una settimana fa da Mondadori) con i quali il Nostro si congeda dai suoi lettori. Due dei tre albi successivi, infatti, narrano di avventure che si collocano temporalmente prima de I condannati e uno vede il figlio Teddy come protagonista. Il ritorno al formato bonelliano classico trova Chemako testimone di una delle peggiori situazioni umane in cui sia mai capitato. Dopo la rivolta del carcere di Jackson, di cui è stato uno dei protagonisti, Ken viene trasferito in un penitenziario di massima sicurezza, a Fort Lauderdale, in mezzo alle everglades della Florida. Un ambiente inospitale, in cui la natura è il primo elemento punitivo nei confronti dei prigionieri, ma non il peggiore. Se a Jackson il tentativo (vano) del direttore era stato quello di impostare la detenzione dei carcerati su delle basi rieducative, qui a Fort Lauderdale non c'è nessuna speranza. Il fine è solo la punizione, dura, spietata, violenta, senza redenzione. Un lager, dove i condannati sono sottoposti ad un lavoro massacrante in mezzo alla palude, in balia di secondini che giocano con la loro vita mentre il direttore dedica attenzioni “particolari” ad alcuni detenuti. Un incubo nel quale Ken riesce a mantenere viva, nonostante tutto, la propria umanità, che si manifesta innanzitutto nell'aiuto ad Hamilton, un condannato anziano. Intorno a questo compagno di sventure e alla sua storia si dipana la trama di questo albo che si conclude tragicamente con un inutile tentativo di fuga, in cui lo stesso Ken viene coinvolto contro la propria volontà.



Come al solito, nei soggetti di Giancarlo Berardi, la storia con i suoi sviluppi ben congegnati è funzionale a far emergere lo spessore dei personaggi, con il loro corredo di sentimenti e di idee. Giri l'ultima pagina e ti accorgi che quello che rimane non è la soluzione ingegnosa con cui Ken ha individuato l'assassino di Hamilton, ma sono le emozioni e i volti dei protagonisti, da Hamilton al direttore, dal medico al secondino, dal detenuto in fin di vita a quello suicida. Tanti personaggi, tante facce (splendidamente disegnate da Pasquale Frisenda e Laura Zuccheri), tante storie di tragica umanità, tutte accomunate da uno sguardo che non lascia spazio a nessuna speranza. È un'amarezza indicibile che ti consegna questa storia, una visione dell'uomo e del suo mondo senza possibilità di salvezza. Manca solo un mese all'epilogo inedito delle avventure di Ken, che lo vedranno, già lo sai, finalmente fuori dal carcere: e questo ti rincuora. Ma ti sei portato dentro per quasi vent'anni quest'amarezza. E, da lettore appassionato di un personaggio che, per il suo realismo, buca la carta su cui è disegnato per entrare nella vita, non puoi altro che constatare che è stato un vero peso.

lunedì 28 ottobre 2013

Boselli e Frisenda: Tex che più classico non si può

 

La sensazione che ho provato dopo aver letto l'ultima pagina dell'albo Trappola a San Antonio è stata quella di avere tra le mani una solida, classica avventura di Tex. Insieme al numero precedente (il 635 della collana regolare), intitolato Il segreto del giudice Bean, la storia scritta da Mauro Boselli e disegnata da Pasquale Frisenda può vantare molti pregi.
Tanta azione e rocamboleschi colpi di scena, piombo a volontà e agguati nella migliore tradizione del western. Ma sarebbero poca cosa, puro manierismo, senza dei buoni personaggi, credibili e ben caratterizzati. La schiera dei cattivi è ben nutrita e differenziata: c'è l'avido e astuto Moon, protagonista in negativo dalla prima all'ultima pagina, c'è il vendicativo Shad fatto fuori dal cinico Pablo Morientes, capo di una banda di desperados, c'è la spia Gaban, melliflua e infida, c'è Joshua, abile nei travestimenti ma pericoloso anche con la pistola. Dall'altra parte della barricata, Tex Willer e Kit Carson ce la mettono tutta per tirare fuori dai guai il loro vecchio amico, il giudice Roy Bean, attorno alla cui figura ruota tutta la trama della storia. Boselli dà il meglio nella rappresentazione di questo personaggio storico entrato nella leggenda del west come la legge a ovest del Pecos.

Il giudice Bean, Danny e Sam disegnati da Sergio Tarquinio

Il bizzarro giudice era già stato protagonista di una vecchia storia di Tex del 1970, sceneggiata da Gian Luigi Bonelli e apparsa fra i numeri 117 e 120 della collana regolare, nella quale un grave malinteso lo aveva portato ad accusare Carson di furto di cavalli condannandolo alla pena, poi sventata da Tex, dell'impiccagione. Ma ancor prima del padre, Sergio Bonelli nei panni di Guido Nolitta, aveva creato nel 1959 una miniserie di cinque episodi intitolata Il giudice Bean su disegni di Sergio Tarquinio. Gli albi, pubblicati nella Collana Cow Boy nel 1963, si caratterizzano per sottili spunti umoristici che scaturiscono dai battibecchi fra l'ex sudista Roy Bean e il nordista brontolone Sam. Quest'ultimo e il nipote Danny sono i protagonisti delle parti più avventurose delle sceneggiature mentre il giudice, che si batte sempre per il rispetto della legge, risolve con sentenze sagge e imparziali intricate situazioni giuridiche.


La scelta di Boselli di riportare in scena un personaggio già affrontato da così illustri sceneggiatori si sarebbe potuta rivelare un boomerang. Invece lo scrittore milanese ci presenta un giudice Bean diverso da quelli del Bonelli padre e figlio, interessante e convincente. Sì perché, se da un lato c'è il forte e spavaldo uomo di frontiera della cittadina texana di Langtry che, asserragliato con un pugno di aiutanti nel suo saloon divenuto tribunale, non teme l'arrivo della folta banda di pericolosi desperados, dall'altro il vecchio giudice mostra i suoi sentimenti più intimi nell'amore per l'attrice inglese Lily Langtry. Pur di salvare la sua inarrivabile icona, prima si reca a San Antonio attirato da una falsa minaccia di rapimento dell'attrice durante la sua tournée teatrale. Poi, una volta caduto nella trappola, si fa torturare senza svelare ai suoi carcerieri il segreto su cui si è sviluppata tutta la trama, ovvero il nascondiglio del bottino di una vecchia rapina del quale Bean si era impossessato dopo averne impiccato il responsabile. Si decide a parlare solo quando la minaccia del rapimento dell'attrice diventa concreta. Boselli gioca molto, fin dall'inizio, anche con l'ambiguità di questo aspetto poco edificante per un giudice (l'essersi appropriato della refurtiva di una rapina), ma lo risolve brillantemente con il colpo di scena finale.


L'aspetto romantico si intreccia bene in una storia così violenta e ricca di tradimenti, morti ammazzati e sparatorie. Il finale è rocambolesco e la tensione, portata alle stelle con le tavole di pagina 110 e 111 in cui scopriamo finalmente il volto dell'attrice, si scioglie nella tavola successiva con un colpo da maestro di sceneggiatura.
Ma una storia a fumetti di Tex, per quanto ben congegnata nella trama e ricca di ottimi personaggi, non si potrebbe definire un classico se anche i disegni non fossero all'altezza. La sensazione che ho provato soffermandomi sulla parte grafica di quest'avventura è quella di essere di fronte ad un Tex tipico, esemplare; in altre parole, è come se avessi letto decine di altre storie di Aquila della Notte disegnate da Frisenda. Eppure l'autore milanese è un esordiente assoluto sulla collana regolare di Tex! D'altra parte, però, può vantare nel suo curriculum la firma di un Texone, e scusate se è poco! Si tratta di Patagonia, albo speciale scritto da Boselli stesso e molto apprezzato dal pubblico e dalla critica (di cui i protagonisti parlano rispettivamente in due interviste qui e qui). Evidentemente questa importante esperienza unita al suo indubitabile talento e alle sue precedenti prove nel fumetto western di Ken Parker e Magico Vento hanno fatto sì che il suo Tex appaia come un classico. Infatti quando il ranger compare in una vignetta, è su di lui che va l'attenzione del lettore: Tex è sempre nel focus con tutta la sua fisicità e con i profili del volto delineati precisamente. Tex comunica col proprio corpo, con i movimenti veloci e agili e con l'espressività del volto. In realtà tutti i personaggi sono disegnati con cura e in modo da differenziarli bene l'uno dall'altro: soprattutto i cattivi si distinguono fra di loro attraverso le emozioni che i loro sguardi e le loro espressioni lasciano trasparire. Si potrebbe dire che i tratti caratteriali con cui Boselli ha voluto connotare ciascuno di loro siano stati resi graficamente da Frisenda attraverso i volti e le movenze.


Un altro pregio della tecnica di Frisenda è la capacità di realizzare scene complesse di scontri e sparatorie (e in questa coppia di albi ce ne sono molte) senza perdere in chiarezza e dinamismo. Il lettore ha davanti a sé molti dettagli ma il quadro generale rimane nitido. In questo Frisenda è aiutato dalla sua abilità nel giocare con il chiaroscuro. Molte delle scene più movimentate, infatti, sono notturne e qui le tenebre illuminate dalla luce lunare o dal sole albeggiante o dai lampi degli spari sono una puro divertimento per gli occhi.
Ecco come si scrive e si disegna un'avventura di Tex!

venerdì 13 gennaio 2012

Intervista a Pasquale Frisenda


"La scomparsa di Sergio Bonelli ha portato via tante, tante cose dalla vita di chi lo ha conosciuto e lo ha frequentato per anni. Personalmente, un grande rimpianto che mi rimane, aggiunto al dolore, è che mesi fa si era parlato dell'ipotesi di realizzare un "Tex" insieme, un'altra di quelle cose, disegnare un giorno una storia di "Guido Nolitta", che avevano accompagnato i miei sogni di ragazzino appassionato lettore sia di "Tex" che di "Mister No".Purtroppo per me rimarrà un sogno."

Questo è un breve estratto dell'intervista che Pasquale Frisenda mi ha concesso e che potete godervi integralmente qui, su Fucine Mute.
Cresciuto a pane e fumetti, l'artista milanese è oggi uno dei disegnatori di punta della Sergio Bonelli Editore. Poco più che quarantenne, ha maturato un’esperienza ragguardevole nella casa editrice milanese dopo aver appreso i buoni insegnamenti del maestro Ivo Milazzo all’epoca della Parker Editore. È stato uno dei cardini della serie Magico Vento di Gianfranco Manfredi e ha avuto l’onore di disegnare un Texone, uno dei migliori, entrando così nel club esclusivo degli artisti nazionali e internazionali che possono vantare la firma di questi albi speciali. È un maestro ormai riconosciuto, anche attraverso prestigiosi premi nel settore, nell’uso del chiaroscuro, con il quale rende molto bene tanto l’espressività dei primi piani quanto la suggestione delle scene corali e di movimento. Di tutto questo e di come si sia avverato il sogno di ragazzino di diventare un giorno il disegnatore di uno dei suoi eroi di carta preferiti, Pasquale ci racconta nell'interessante conversazione che abbiamo intrattenuto insieme.


mercoledì 8 giugno 2011

Il Ken Parker di Pasquale Frisenda


Dopo quello di Ivo Milazzo, il Ken Parker che mi piace di più è stato disegnato da Pasquale Frisenda. Non è facile affrontare un personaggio nato dalle mani e matite di un maestro come Milazzo, ma Frisenda ha avuto la capacità di farlo, in questo, seguito e istruito dallo stesso padre di Lungo Fucile. Infatti il disegnatore milanese fu uno degli allievi di Milazzo nel famoso atelier che l'artsita ligure allestì nel suo studio di Chiavari ai tempi del Ken Parker Magazine, il primo, quello edito dalla allora neonata Parker Editore, fondata e diretta dalla coppia Berardi & Milazzo e che segnò nel 1992 l'atteso ritorno di Ken nelle edicole.



Frisenda firmò, insieme agli altri allievi dell'atelier Giuseppe Barbati, Massimo Bertolotti e Laura Zuccheri, i disegni di diversi numeri del Magazine. Fu anche l'autore del primo dei quattro albi speciali, "I condannati", una delle storie più tristi per gli appasionati di Lungo Fucile, perché vede Ken rinchiuso nel carcere di Fort Lauderdale in Florida.



Del suo Ken ho sempre apprezzato la maturità nell'aver concepito un tratto originale, pur restando nella continuità dello stile di Milazzo, e i suoi chiaroscuri che conferiscono al disegno una connotazione molto realistica.



Essendo poi un fan di Magico Vento non ho potuto far altro che applaudire il suo arrivo nella serie di Gianfranco Manfredi, come copertinista e autore dei disegni di diverse storie. Nella biblioteca di casa mia svetta infine, insieme agli altri Texoni, quello che Frisenda nel 2009 ha avuto l'onore di disegnare, "Patagonia": uno dei migliori degli ultimi anni, anche per merito della bella storia ambientata nella pampa scritta da Mauro Boselli.



I bellissimi disegni di questo post sono naturalmente tutti di Pasquale Frisenda e li ho trovati dopo averlo contattato su facebook: una miniera di sorprese fumettistiche, come avevo già detto qui.


Guardate quanta sofferenza ma, nello stesso tempo, quanta fierezza è riuscito ad infondere Pasquale Frisenda nello sguardo di questo Ken.... La nostra speranza è sempre quella di vedere Lungo Fucile uscire libero con le proprie gambe dal portone del carcere....


giovedì 17 marzo 2011

150°: la Storia d'Italia attraverso le storie


Segnalo un'interessante iniziativa delle Edi­zioni San Paolo che festeggia l'unità d'Italia senza retorica, raccontando a fumetti le storie di persone comuni e non quella dei grandi condottieri.
Molti autori nella rosa, tra cui Ivo Milazzo e Fran­ce­sco Arti­bani che coordinano il lavoro racchiuso in due volumi di Carlo Ambro­sini, Gior­gio Cavaz­zano, Pasquale Fri­senda, Cor­rado Mastan­tuono, Marco Niz­zoli, Ser­gio Toppi, Ser­gio Tis­selli e Renzo Cale­gari. Si trova in edicola allegato a Il Giornalino o a Famiglia Cristiana.
Trovate tutto qui e qui.

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