Visualizzazione post con etichetta diritti umani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritti umani. Mostra tutti i post

mercoledì 25 gennaio 2017

#365giornisenzagiulio


Sono trascorsi 365 giorni da quando Giulio Regeni veniva rapito al Cairo, torturato barbaramente per diversi giorni e poi ammazzato. La verità sulla sua morte è ancora lontana: i depistaggi del governo egiziano e la debole pressione diplomatica del governo italiano ne sono la causa. Il ricercatore friulano si stava occupando dei sindacati indipendenti egiziani, materia sensibile nel regime dittatoriale di Al Sisi, per il quale è comune la pratica delle sparizioni violente di persone indesiderate. I genitori di Giulio stanno conducendo da un anno con fermezza e dignità una battaglia che è sostenuta da Amnesty International e che ha un valore che va al di là del caso di Giulio, perché si applica a tutti gli innumerevoli casi di tortura e uccisione di oppositori che avvengono a tutte le latitudini da parte di uno stato autoritario.
Per continuare a pretendere "Verità per Giulio Regeni", Amnesty ha organizzato per oggi, 25 gennaio 2017, una manifestazione nazionale a Roma. Parallelamente in molte città italiane, tra cui il paese di Fiumicello di cui Giulio è originario, sono previste manifestazioni e fiaccolate che prenderanno il via alle 19:41, l'ora in cui Giulio spedì un anno fa l'ultimo sms alla fidanzata.
La lotta per conoscere la verità sulla sparizione, la tortura e la morte di Giulio Regeni appartiene a tutti i cittadini liberi del mondo.

  

giovedì 5 luglio 2012

Processo Diaz: "l'ingiustizia è relativamente facile da sopportare, quella che proprio brucia è la giustizia"

La Cassazione ha confermato le condanne dell'appello: ciò significa interdizione alle cariche per i dirigenti della polizia. Niente galera grazie all'indulto. E con la prescrizione altri reati non sono stati puniti. Undici anni per avere giustizia sono troppi. E comunque c'è sempre qualcosa che non va, che non torna. Non è una giustizia piena e completa.
Lo esprime molto bene uno che alla caserma Diaz di Genova c'era, uno che ha subito le torture della polizia e che, sulla sua storia e su quella di tanti altri ragazzi come lui, ci ha fatto sopra un fumetto: "Quella notte alla Diaz" di cui avevo già parlato qui a suo tempo.
Si chiama Christian Mirra e queste sono le sue considerazioni sul suo blog.

domenica 18 settembre 2011

A piedi scalzi



I piedi scalzi come metafora della diversità e del dolore. Un ragazzo ebreo nella Trieste degli anni '30 che scopre l'amore. Le leggi razziali che si abbattono sulla vita degli ebrei. I viaggi della speranza verso la terra promessa in fuga dall'odio e dalla discriminazione. Una città che è stata La porta di Sion.
Dopo averne a lungo parlato in quest'intervista, Walter Chendi ritorna sul suo racconto a fumetti, in questo video trasmesso recentemente da Rai 2. L'autore triestino descrive i temi e i luoghi della storia di Jacob, mentre sullo sfondo passano le immagini della Trieste di allora e di oggi, del ghetto che fu e di quello che è rimasto, del cimitero ebraico e della sinagoga, della Stazione Marittima da cui partivano i piroscafi per la Palestina e di Piazza Unità, colma di gente, durante la dichiarazione delle leggi razziali da parte di Mussolini.
All'interno della cornice tragica della Storia di quel periodo, viene ritratta una storia personale, con i turbamenti le e passioni di un ragazzo che scopre l'amore.
L'ultima tavola del fumetto è muta: Jacob bacia la ragazza ebrea a bordo della nave, pronta a salpare.
"La nave era immobile. Ma il viaggio aveva avuto inizio." 

lunedì 23 maggio 2011

Guareschi e Laureni: segni dai lager


In una assolata e calda domenica di piena primavera, ho accompagnato i miei amici alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio nazi-fascista presente sul suolo italiano. Mi avevano chiesto, i miei amici che non sono di Trieste, di vedere qualcosa che non fosse la ormai conosciuta Piazza Unità o il noto Castello di Miramare. Li ho accontentati, conducendoli in una meta tipica di scolaresche in gita, ma assai poco frequentata dai classici turisti. Ci siamo dimenticati del sole, del caldo: ci ha letteralmente avvolto un'atmosfera di morte e di dolore.


Abbiamo tutti sentito un peso sul petto, mentre guardavamo increduli le infime celle, la camera della morte, l'area in cui era collocato il forno crematorio, distrutto dai tedeschi in fuga con la vana speranza di non lasciare tracce. La vecchia pileria di riso adibita a campo prima di prigionia e transito per Auschwitz e poi di sterminio di prigionieri politici ed ebrei, di nazionalità italiana, slovena e croata, ti colpisce forte, allo stomaco e alla coscienza. C'è anche un piccolo museo annesso che, in questo periodo e fino al 2 giugno, ospita una mostra organizzata dal comune di Trieste dal titolo: "Guareschi e Laureni: segni dal lager. Testimonianze di due internati militari". Si tratta di una raccolta di disegni di Nereo Laureni e di scritti di Giovannino Guareschi, due ufficiali che condivisero la sorte di circa 650.000 militari italiani che vennero condotti in campi di prigionia e lavoro in Germania, con l'etichetta di Internati Militari Italiani. Il triestino Laureni e il parmigiano Guareschi rifiutarono, come la maggior parte dei soldati dell'esercito italiano, l'offerta dei tedeschi di aderire alla Repubblica di Salò. Rigettarono la possibilità di evitare una vita di stenti, fame, freddo, malattie e morte per conservare intatta la propria dignità di uomini. In quanto ufficiali, non furono costretti al lavoro, a differenza dei sottoufficiali e dei soldati semplici. Per cercare comunque di rimanere vivi non solo nel fisico, ma anche nell'animo, organizzarono attività culturali di ogni tipo, mostre d'arte, costruirono oggetti di utilità fino anche a dei rozzi ma funzionanti apparecchi radio, con cui captavano le frequenze libere di Radio Londra o Radio Bari. Tutti però si dimenticarono di loro, della loro Resistenza, mai ascoltarono da quegli strumenti una parola espressa in loro ricordo e tantomeno in loro onore.

Nereo Laureni fu catturato dopo soli 2 giorni di servizio come ufficiale e tradotto, come tutti i prigionieri, con un misero carro bestiame in Polonia. Rimase vivo disegnando la vita nel lager, la vita fatta degli oggetti di ogni giorno, precisi nel loro realismo. A volte ritraeva una persona, un prigioniero o una guardia, ma sembravano anch'essi una natura morta. Tornato a Trieste, mise in una scatola i suoi circa 150 disegni e ricominciò a vivere, a realizzare i suoi progetti di famiglia e di lavoro. La scatola restò quasi sempre chiusa e venne aperta completamente dal figlio Umberto solo in occasione di questa mostra.


Giovannino Guareschi era più vecchio di Nereo Laureni: già scrittore e giornalista affermato, era stato richiamato al servizio militare nel 1943 e poi catturato dopo l'Armistizio. Nel lager animava gli interminabili giorni con le sue conversazioni, brevi racconti a tema, in genere sulla prigionia, che venivano letti nelle baracche e che furono poi raccolti dopo la guerra nel "Diario clandestino 1943-1945". Diresse e curò il "Bertoldo", un giornale orale del lager, ma strutturato come se fosse stampato. Scrisse anche dei racconti e diede sfogo alla sua vecchia passione del disegno, spesso di taglio umoristico.
Le immagini dei disegni della mostra che riporto di seguito sono di proprietà della famiglia Laureni. I brani di Giovanni Guareschi sono tratti dai suoi libri "Diario clandestino 1943-1945" e "Il grande diario. Giovannino Guareschi cronista del lager, 1943-1945" editi entrambi da Rizzoli. Disegni e scritti rivelano la dignità intatta dei loro autori.











sabato 26 marzo 2011

"Trst je naš"

Disegno di Davide Toffolo, tratto da "L'inverno d'Italia"
Sono le parole pronunciate ieri dallo speaker dello stadio di Lubiana, dove si è giocata Slovenia - Italia, incontro di calcio fra le nazionali dei due paesi, valido per le qualificazioni ai prossimi campionati europei. Le squadre non erano ancora scese in campo e il megaschermo dello stadio nuovo di zecca stava mostrando le immagini di precedenti partite fra le due squadre. Quando il pubblico ha potuto vedere il goal che garantì la vittoria della nazionale slovena nella partita amichevole giocata nel 2002 a Trieste, allora lo speaker si è lasciato prendere dall'entusiasmo e ha pronunciato quelle parole. In italiano si traducono in "Trieste è nostra" e alludono al motto che i partigiani jugoslavi comandati da Tito proclamavano durante l'occupazione della città, avvenuta nel maggio e giugno del 1945. Nonostante lo speaker si sia affrettato ad escludere ogni riferimento politico, l'inopportunità di quelle parole rimane.
Tragici ricordi, infatti, sono legati a quei 40 giorni nei quali le forze titine occuparono l'attuale provincia di Trieste e di Gorizia. Molte persone legate al regime fascista, ma anche semplici cittadini considerati arbitrariamente avversari dei propositi annessionistici jugoslavi furono eliminate, facendole sparire nelle foibe del Carso. Non importava essere di destra o di sinistra, perché furono assassinati anche diversi comunisti italiani che si opponevano all'idea di Trieste e Gorizia jugoslave.
Ritornando alla partita di ieri sera, c'è un altro aneddoto da riportare: durante l'esecuzione dell'inno italiano si sono levati dagli spalti dello stadio dei sonori fischi. La stessa cosa successe a parti invertite a Trieste nel 2002 prima dell'inizio della partita persa dall'Italia: quella volta furono parte degli spettatori italiani a fischiare l'inno sloveno. Sono solo due partite di calcio, ma a fischiare l'inno, in entrambi i casi, sono state persone comuni e non ultras pericolosi. Ripeto, è solo una partita di calcio e non sono così sensibile da scandalizzarmi se un inno viene fischiato, anzi. Ma cerco di capire le motivazioni che stanno alla base. C'è ancora del risentimento fra diverse persone che appartengono alle due nazionalità e una partita di calcio è soltanto un'occasione che permette di manifestarlo. E' un risentimento sordo al dialogo, che si autoalimenta e che non porta a niente di positivo.

Quello di marca italiana l'ho spiegato sopra e le sue origini sono abbastanza note ormai anche nel resto d'Italia, visto che il fenomeno delle foibe è ormai noto a tutta l'opinione pubblica del nostro paese. Non altrettanto conosciute invece sono le cause storiche che alimentano il risentimento sloveno. Una torcia nel buio la accende Davide Toffolo, l'autore di fumetti pordenonese, voce e anima del gruppo musicale Tre Allegri Ragazzi Morti, con il suo racconto a fumetti "L'inverno d'Italia" edito da Coconino Press. La vicenda rievocata in questo volume è tragica e chiama in causa la coscienza di tutti noi italiani, che spesso ci consideriamo brava gente. Una parte di noi non lo fu per niente negli anni tra il 1941 e il 1943 e, a pagarne le conseguenze, furono migliaia di uomini e donne slovene e croate che videro la propria terra invasa dalle truppe italiane. Fu un'occupazione brutale, vennero praticate operazioni militari e politiche tali da configurare una pulizia etnica. Migliaia di civili, uomini, donne, vecchi e bambini furono deportati in campi di concentramento allestiti in loco ma anche in territorio italiano. In uno di questi, a Gonars in provincia di Udine, è ambientata la storia raccontata da Toffolo, che vede protagonisti Drago e Giudita, due bambini sloveni, sui quali si abbatte l'odio e l'insensatezza degli adulti. Non ci furono dei forni crematori in questi campi, ma i prigionieri morivano ugualmente, per inedia o per le malattie.

La politica di snazionalizzazione dei fascisti si attuava anche nella vita di tutti i giorni: la lingua slovena (o croata) era proibita e tutti dovevano esprimersi in italiano, anche se non se ne conosceva nemmeno una parola. C'è un altro fumetto che ritrae questo aspetto così odioso e brutale della politica italiana di allora: mi riferisco a "Mont Uant", volume scritto e disegnato dall'autore triestino Walter Chendi ed edito da Lizard nel 2005. In "Mont Saù", secondo dei tre racconti contenuti nel libro, il protagonista è un ragazzino travolto, insieme agli abitanti del suo paese e di quelli vicini, dalla violenza di uno stato straniero occupante. In una scena fra le più toccanti, si vede il ragazzino seduto sui banchi di scuola insieme ai compagni, che viene aspramente sgridato da un maestro fuori di sè attraverso una lingua per lui ignota.
Nel confine orientale il fascismo italiano ha prodotto i suoi guasti peggiori e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

venerdì 4 febbraio 2011

Un'eredità pesante


E' quella che il torturatore Aaron Guastavino ha lasciato al figlio Elvio, un'eredità terribile, un peso sulla coscienza, una bestia scura che divora la debole psiche del grigio e pavido impiegato di mezza età Elvio. Un'eredità senza possibilità di redenzione: l'unica soluzione ammessa sarà la tragica espiazione finale, con l'annullamento della propria identità in quella ingombrante del padre e la conseguente morte.
E' stata la lettura della rivista Animals a stimolarmi l'acquisto di L'eredità del colonello, di Carlos Trillo autore della storia e di Lucas Varela responsabile dei disegni. Avevo letto due brevi racconti di Trillo pubblicati su due numeri diversi del mensile a fumetti, di cui avevo poi parlato qui, ambientati durante i bui anni della dittatura argentina.


Devo dire però che questo romanzo a fumetti mi ha colpito come un pugno nello stomaco. Non che non conoscessi i fatti storici che costituiscono il tema dell'opera, ma la rappresentazione dell'orrore che ne fa Trillo è veramente particolare ed efficace.
Seguendo l'evoluzione dello sconvolgimento psichico di Elvio, accompagnato dai suoi frequenti flash-back/deliri con cui rivive i momenti terribili dell'infanzia e dell'adolescenza quando assisteva alle torture del padre nei confronti di sospetti prigionieri politici, Trillo ci trascina in un pozzo nero abitato da orrore e depravazione. L'effetto ancor più dirompente nella coscienza del lettore è ottenuto dal disegno che ha un tratto grottesco, quasi caricaturale a volte, ma che fa risaltare ancor di più l'efferatezza degli atti e il successivo dolore.
Ammetto di aver chiuso il libro con un certo sollievo, dovuto al fatto di aver finalmente terminato una lettura così dura e pesante. Trillo ha quindi colto nel segno, perché immagino che fosse proprio quello che voleva provocare nel lettore: urtarlo profondamente nella sua coscienza per ricordargli ciò che è stata la dittatura argentina, quale sia stato il carico di orrore e morte, quale sia l'abiezione che si nasconde dentro l'uomo.

domenica 9 gennaio 2011

Coincidenze filippine


Il caso ha voluto che due letture, apparentemente distanti fra loro, si incrociassero durante queste vacanze. Mi riferisco a L'uomo delle Filippine, l'intenso racconto a fumetti di Giancarlo Berardi, disegnato magistralmente da Ivo Milazzo, uscito nell'aprile del 1980 per la collana Un uomo un avventura della Sergio Bonelli Editore (allora edizioni CEPIM) e del libretto Contro l'imperialismo di Mark Twain nell'edizione italiana della Mattioli 1885.

Lo scrittore americano, considerato uno dei padri della narrativa di quel paese, è noto soprattutto per i suoi romanzi ambientati sul Mississippi, Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, quest'ulitmo, spesso giudicato erroneamente come il primo, ovvero un libro per ragazzi. Invece, la critica nei confronti della società americana e del suo razzismo è evidente nella storia: basti pensare alla sua conclusione che vede Huck rifiutare l'integrazione nella "civiltà" e preferire la fuga verso l'Ovest ancora incontaminato. Il romanzo è del 1885 e solo 5 anni dopo la rincorsa all'Ovest viene considerata ufficialmente chiusa dal'Ufficio del Censimento, visto che la costa del Pacifico era stata raggiunta dall'invisibile linea della Frontiera e tutti i territori erano stati colonizzati. Il prezzo era stato il genocidio dei nativi, ma il "Progresso" non poteva essere ostacolato da simili quisquilie: ora si apriva una stagione nuova con l'incremento dello sfruttamento delle risorse, con la creazione di metropoli, con l'arrivo di nuovi immigrati. Il denaro e la sua capacità di corrompere le coscienze sono al centro di un altro racconto di Twain che lessi tempo fa: L'uomo che corruppe Hadleyburg in cui una tranquilla ed onesta cittadina della provincia perbenista americana viene tentata da uno straniero che fa leva sulla bramosia nascosta degli abitanti per rovinare la reputazione stessa della città.

Mark Twain è quindi un testimone attento e critico delle trasformazioni economiche, sociali e politiche del suo paese, fino ad arrivare ai primi del Novecento che vedono gli Stati Uniti affacciarsi sullo scacchiere mondiale come grande potenza. Siamo nel periodo in cui i grandi Stati europei si spartiscono l'influenza sulla Cina (vedi la rivolta dei Boxer soffocata nel sangue) e quella sui territori africani ancora liberi (vedi guerra anglo-boera in Sudafrica e dominio belga del Congo). Proprio questi sono i temi affrontati da Twain nel libretto che ho appena letto: si tratta di sette testi molto aggressivi e disincantati, che prendono di mira con sarcasmo i falsi valori della civiltà cristiana occidentale, non risparmiando critiche feroci alla politica imeprialista occidentale e, in particolare, degli Stati Uniti. Da qui viene il titolo del libro e anche dal fatto che Twain fece parte dell'American Anti-Imperialist League, ovvero di un'organizzazione nata nel 1898 a Boston sull'onda della "piccola guerra" che aveva "liberato" Cuba, Portorico, Guam, le Filippine, le Hawaii e le Samoa dal prepotente giogo spagnolo. I componenti della Lega erano politici, filosofi, scrittori, industriali, artisti, giornalisti che si richiamavano ai principi della Dichiarazione d'Indipedenza del 1776, secondo la quale ogni uomo ha diritto di vivere libero e di ricercare la felicità. Questo, secondo loro, non valeva per le popolazioni dei paesi "liberati" dagli Stati Uniti, visto che, una volta cacciati i dominatori spagnoli, gli americani si erano impossessati, più o meno direttamente e con forme diverse, del controllo di quei luoghi, delle loro popolazioni e delle loro risorse.
Particolarmente cruenta fu la reazione che gli USA riservarono ai filippini che si ribellarono alla svendita per 20 milioni di dollari del loro paese operata dalla Spagna in favore degli stessi americani. La guerra che ne nacque si rivelò molto violenta: si protrasse fino al 1913 causando quasi un milione di vittime fra i filippini e vedendo l'uso da parte delle truppe americane di tecniche di tortura come il waterboarding e dei campi di concentramento. Nel primo testo presentato nel libro, Alla persona che vive nelle tenebre, del febbraio 1901, Twain si scaglia duramente, fra l'altro, contro l'ipocrisia dei politici del suo paese, sottolinenado le atrocità commesse in nome della civiltà.
Penso che le parole dello scrittore americano siano l'ideale accompagnamento degli acquarelli di Milazzo e della storia raccontata da Berardi, che vede il vecchio protagonista Stappleton, un membro della Commissione di inchiesta per i crimini di guerra, recarsi in incognito in un campo militare nel mezzo della giungla controllata dai ribelli. Lì potrà toccare con mano le atrocità commesse dai soldati e diventarne testimone. Il racconto di Berardi si conclude con un processo relativo ad un'altra strage di guerra di un'epoca diversa ma idealmente collegata alla prima: quella del villaggio di Mylai in Vietnam del 16 marzo del 1968. In realtà ogni crimine di guerra è collegato a tutti gli altri: ciò che li unisce tutti è che sono connaturati alla guerra stessa, qualsiasi essa sia, e qualsiasi sia la causa che l'ha scatenata.

Disegno di Ivo Milazzo: la mitragliatrice non risparmia i civili

"...Certo, han l'aria d'esser cose equivoche, ma non lo sono. Sì, ci sono state falsità, ma sono state dette per una buona causa. Siamo stati sleali, ma è stato solo perché il vero bene potesse venire fuori da un male apparente. Certo, abbiamo schiacciato un popolo ingannato e fiducioso, ci siamo scagliati contro i deboli e gli indifesi che avevano fiducia in noi; abbiamo spazzato via una repubblica giusta, intelligente e bene organizzata; 

Disegno di Ivo Milazzo: le regole della guerra
 
abbiamo pugnalato alle spalle un alleato e prso a schiaffi un ospite; abbiamo comprato un'Ombra da un nemico che non aveva nulla da vendere; abbiamo derubato della terra e della libertà un amico che si fidava di noi; abbiamo esortato i nostri ragazzi puliti e onesti a imbracciare un moschetto screditatao e a fare un lavoro da bandti sotto una bandiera che i banditi si erano abituati a temere, e non a seguire; abbiamo insozzato l'onore d'America e sporcato il suo viso davanti al mondo; ma ogni singola cosa è stata per il bene comune. 

Disegno di Ivo Milazzo: Stappleton cita Mark Twain

Lo sappiamo. Il Capo di ogni Stato e Sovranità nel Mondo Cristiano e il novanta per cento di ogni corpo legislatvo del Mondo Cristiano, inclusi il nostro Congresso e le nostre cinquanta Legislature Statali, sono membri non solo della chiesa, ma anche del Trust Benedizioni-della-Civiltà. Quest'accumulo che abbraccia tutto il mondo di morali ammastrate, di elevati principi, e di giustizia, non può compiere un atto sbagliato, un atto ingiusto, un atto ingeneroso, un atto sporco. Sa di che cosa si tratta. Non tenere: va tutto bene..."

Disegno di Ivo Milazzo: il waterboarding

"..Quanto poi alla bandiera per la Provincia Filippina, la cosa è presto risolta. potremmo adottarne una speciale - i nostri Stati lo fanno: magari semplicemente la nostra bandiera, ma con le strisce bianche dipinte di nero e le stelle sostituite da teschi e tibie incrociate..."

Disegno di Ivo Milazzo: scene di battaglia nella giungla


"..Grazie a questi emenamenti così suggeriti, il Progresso e la Civiltà conosceranno un vero boom, e vedrete che inganneranno anche la Persona Che Vive nelle Tenebre: così potremo riprendere i nostri Affari alla vecchia bancarella."

Disegno di Ivo Milazzo: processo per la strage di Mylai nel Vietnam


La fine? Non direi...


Abu Ghraib, Iraq, 2003




martedì 5 ottobre 2010

Le rimozioni della Storia


Ne avevo anticipato l'acquisto e la lettura qui. I Quaderni ucraini  di Igort restituiscono qualcosa che i libri di storia non possono comunicare. I singoli individui, protagonisti in carne ed ossa della Storia, non hanno quasi mai l'onore di comparire sui libri che spiegano i fatti del passato. La scena viene loro rubata da capi di stato, condottieri, generali, rivoluzionari: il popolo raramente assume un ruolo da protagonista e, se lo fa, viene sempre rappresentato come una massa indistinta di uomini e donne, che subiscono le scelte di pochi.
Igort dà loro un volto e un nome: Serafima, Nikolay e Maria sono solo tre persone, ma sono vere e vive. Raccontano del loro triste passato e dell'incerto presente. Lo scenario è l'Ucraina del secolo scorso e di oggi: teatro a partire dagli anni 30 di una politica violenta di assoggettamento da parte del potere centrale sovietico. Colui che tutto fece iniziare è uno di quei capi di stato che più tristemente si incontra nei libri di storia contemporanea: Iosif Stalin. Chi ancora, nonostante tutte le informazioni di cui ormai siamo in possesso, dubitasse se giudicarlo un grande statista o un atroce criminale, può trovare in questo reportage a fumetti alcune testimonianze.... 

Un'immagine del libro
Non vengono espressi dei giudizi, ma raccontate storie di persone vittime di una politica crudele: l'holodomor, ovvero la carestia indotta che sterminò milioni di persone. I disegni di Igort mettono in risalto ancor di più l'orrore di quei periodi: lo vedi dipinto sui volti scavati dei protagonisti con il risultato di farli sembrare vivi sulla pagina.
Le storie arrivano fino ai nostri giorni. Nikolay è nato nel 1939: lui non ha vissuto il periodo della carestia. Ha lavorato sodo nei kolkhoz fin da ragazzo e poi ha studiato ingegneria: descrive una società, quella post-staliniana, in cui, chi lavorava, viveva dignitosamente, una società dove ci si sentiva delle persone e la solidarietà era di casa. Oggi, con il capitalismo, tutti pensano a se stessi, con il magro salario non arrivi a fine mese e regna l'incertezza per il domani.
L'epilogo del libro non è disegnato, è una notizia. Siamo nel 2008: l'Ucraina ha chiesto che la carestia degli anni 30 venga riconosciuta dall'Onu come genocidio. La Russia annuncia il suo diritto di veto; l'Ucraina ritira la mozione. Pochi stati, fra cui anche l'Italia, riconoscono l'holodomor come delitto contro l'umanità. L'ultima pagina raffigura Stalin e la didascalia di Igort annuncia che in aprile di quest'anno Mosca è stata tappezzata di sue gigantografie: la data è il primo del mese e purtroppo non è uno scherzo. La Storia non insegna niente: basta rimuovere quello che non ti piace e anche un criminale diventa un eroe. Igort ha dato il suo piccolo contributo contro questa rimozione.

L'edizione francese del libro

venerdì 13 agosto 2010

Gli ospiti indesiderati


Fra i vari articoli del numero estivo di Internazionale, uno speciale dedicato come di consueto ai viaggi, spicca un reportage a fumetti di Joe Sacco dal titolo The unwanted. Sono 24 pagine di ottimo esempio di quello che la rivista chiama "Graphic journalism" di cui ho già parlato qui e qui. Il tema è quanto mai attuale, ha una portata mondiale, e in Italia accende il dibattito quasi quotidiano tra singoli cittadini, parti politiche e organizzazioni di volontariato: l'immigrazione.
Il teatro del reportage è l'isola di Malta, meta, spesso indesiderata se paragonata alla vicina Sicilia, dei traffici illegali di uomini e donne disperati che dal sud del mondo cercano una speranza di vita migliore nel nostro ricco nord.


Sacco ha come sempre un occhio realista ed obiettivo: non esprime giudizi ma fa parlare la gente che intervista, riportando i loro interventi e le loro risposte come se si trattasse di un reportage giornalistico realizzato con la telecamera.
Protagonisti del reportage sono gli immigrati e i maltesi. Si mostra il punto di vista di entrambi i gruppi: i primi son visti dalla maggior parte dei locali intervistati, come degli "invasori" che altereranno per sempre la cultura e la struttura sociale dell'isola se il ritmo degli sbarchi sarà così sostenuto come lo è stato finora. Sacco ha l'obiettività di far parlare anche un ideologo estremista che esprime tutto il suo odio violento nei confronti degli immigrati: ci fa capire come un personaggio che in altre circostanze verrebbe messo ai margini e ridicolizzato subito, ora invece è considerato e seguito pericolosamente da una rilevante minoranza di maltesi.


Poi Sacco fa parlare anche gli immigrati, che denunciano spesso intolleranza nei loro confronti, espressa attraverso sguardi, atteggiamenti e parole ostili: manifestazioni che possono diventare tuttavia i prodromi di un processo più pericoloso e strutturato di odio razziale. In questo doppia esposizione dei due punti di vista sta un primo pregio del reportage: con poche tavole capiamo come dei tranquilli cittadini di un paese occidentale quale il nostro, possono diventare dei razzisti convinti. Basta accumulare molte persone di una cultura molto diversa da quella locale, in condizioni di vita inumane per gli standard del posto, accanto alle case per lo più popolari dei cittadini del paese ospitante, per generare incomprensioni, conflitti, sfruttamento, odio. Non è forse quello che sta succedendo un po' ovunque anche nelle nostre città italiane?
L'ultima parte del reportage è interamente dedicata alla testimonianza di un immigrato eritreo: un giovane studente perseguitato in patria per essersi espresso a parole contro il regime, e costretto quindi a fuggire per non essere imprigionato e ucciso. Il racconto è angosciante e si snoda attraverso i pericoli, i raggiri e gli sfruttamenti subiti per raggiungere Malta attraverso il Sudan, il deserto, la Libia e il Mediterraneo, sempre con il terrore di essere tradito dalle varie bande che prendevano in consegna di tappa in tappa la merce costituita dal gruppo di persone di cui il giovane faceva parte.

Solo una merce come un'altra: persone, armi, droga. La fine del viaggio è una spiaggia maltese, frequentata da vacanzieri ignari e stupiti di vedersi arrivare fra ombrelloni e sdraio, un barcone carico di persone sfinite e ai limiti della capacità di sopravvivenza.
Un eritreo avrebbe il diritto di chiedere asilo politico in uno qualsiasi degli stati dell'Unione Europea, Malta inclusa. Ma per esercitare questo diritto deve sottoporsi a tutto ciò che le tavole di Sacco mostrano in questo straordinario fumetto.

venerdì 2 aprile 2010

Medio Evo

A quei tempi si chiamava Inquisizione, adesso Congregazione per la dottrina della fede. E' stata diretta per molti anni da Joseph Ratzinger, l'attuale papa. Dal 2001 Giovanni Paolo II affidò alla Congregazione una brutta gatta da pelare: le indagini su stupri e molestie sessuali perpetrati da sacerdoti e uomini di chiesa a bambini e adolescenti. Obiettivo: portare tutto alla luce del sole e recitare il mea culpa? No, scherziamo! Il vero obiettivo era: insabbiare. Convincere le vittime e i loro parenti a non denunciare, spostare gli autori dei crimini in altre parrocchie, difendere il buon nome della Chiesa.



Diamo un po' di numeri (fonte La Vie): dal 2001 ad oggi le denunce raccolte dall'organismo della curia romana sono state 3000. Nel 20 per cento dei casi ai preti denunciati è stato tolto l'abito sacerdotale. Nel 60 per cento dei casi non è stato celebrato nessun processo canonico. Pochissimi casi, i più gravi ed eclatanti, sono stati denunciati alla giustizia ordinaria.

Nel maggio 2001 Ratzinger mandò una lettera confidenziale a tutti i vescovi, ricordando loro che le indagini sulle accuse di stupro andavano condotte "nella massima segretezza...sotto il vincolo del silenzio perpetuo...e ciascuno...deve mantenere il più rigoroso segreto, che è comunemente considerato un segreto del Sant'Uffizio...pena la scomunica". L'idea di base è che il potere temporale della chiesa è indipendente da quello dello stato in cui sono stati commessi i crimini, non gli deve nulla. E' un'idea medievale.

Commenti? No! Bastano le parole di Don Zauker:


Buona Pasqua a tutti....

sabato 6 marzo 2010

Quella notte alla Diaz

Ricordo bene quel pomeriggio in cui appresi, leggendo il Televideo, della morte di Carlo Giuliani a Genova. Rimasi attonito, senza parole. Non credevo possibile fosse avvenuta una cosa simile in Italia. Provai paura. E con sgomento e rabbia seguii le notizie e le immagini delle manifestazioni del G8 che si diffusero da Genova nei giorni successivi. Il sogno di un fiume di persone giunte nella città ligure per chiedere, attraverso un linguaggio pacifico colorato e gioioso, un mondo diverso e più giusto si trasformò in un terribile incubo. L'incubo ebbe luogo lungo dapprima lungo le vie di Genova e poi nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.


Ho rivissuto quelle brutte emozioni che provai quei giorni, leggendo il racconto a fumetti "Quella notte alla Diaz" di Christian Mirra, pubblicato da Guanda. E' una testimonianza agghiacciante in prima pesona di quella che secondo Amnesty International è stata "la più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dalla fine della II guerra mondiale". L'autore la visse sulla propria pelle, fu uno dei ragazzi aggrediti e selvaggiamente picchiati alla scuola Diaz durante la notte cilena fra sabato 21 luglio e domenica. La parola giusta sarebbe torturati, ma il nostro codice penale non prevede il reato di tortura. Il racconto ha il pregio, secondo me, di restituire per quanto possibile l'orrore cui fu sottoposto l'autore e molti altri e altre come lui. Lo fa attraverso delle tavole che sono un pugno nello stomaco, ma che servono a far capire l'abisso di dolore e paura in cui finirono molti manifestanti innocenti.


Nello stesso tempo il racconto è anche un alto esempio di giornalismo grafico, perché è una testimonianza personale ma precisa dei fatti della Diaz e di ciò che successe all'autore in ospedale nei giorni seguenti. Ma non solo: Mirra ci ricorda i tentativi della polizia di negare i pestaggi, l'emergere della verità poco a poco e il faticoso iter processuale che lo vide coinvolto. Fatti raccontati attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.


E' un documento di denuncia civile che vorrei fosse letto da tuti quelli che pensano ancora oggi che a Genova i manifestanti se la sono cercata. Vorrei che lo leggessero quelli che ancora pensano che in Italia la legge è uguale per tutti. Non lo è sicuramente per i responsabili delle forze dell'ordine protagonisti di quei giorni che invece hanno fatto carriera. Tuttavia oggi ho letto una notizia che dà un po' di fiducia: in appello è stata ribaltata la sentenza di primo grado per i reati commessi nella caserma di Bolzaneto. 44 fra rappresentanti delle forze dell'ordine e medici sono stati riconosciuti colpevoli, anche se i reati sono prescritti.
E' solo una coincidenza ma pochi giorni fa ho letto Uomo Faber, l'omaggio in forma di racconto a fumetti che Ivo Milazzo e Fabrizio Calzia hanno dedicato a Fabrizio De André. Il cantautore genovese frequentò proprio la scuola Diaz da ragazzino e a questo sono dedicate alcune belle tavole nelle quali si vede il piccolo De André che, entrando in classe, ha una visione terribile. Immagini di poliziotti che picchiano inermi ragazzi dentro una scuola che si trasformano in sequenze dove giacche blu seminano la morte in un villaggio di pellerossa. Un accostamento fra il G8 di Genova e il massacro di Sand Creek che trova nel cantautore il trait d'union.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...