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giovedì 2 gennaio 2020

Magico Vento: felice ritorno del 2019

Copertina di Corrado Mastantuono

La Sergio Bonelli Editore ha saggiamente alternato nel corso del 2019 sperimentazioni con nuove miniserie, nuovi personaggi e nuovi formati alla ripresa di personaggi classici, quali Mister No, Napoleone e Magico Vento. Fra i fumetti migliori pubblicati dalla casa editrice milanese figura senz'altro lo sciamano bianco dei Lakota, creato da Gianfranco Manfredi. Quest'ultimo ha deciso di continuare laddove avevamo lasciato il Nostro: ritirato in Messico, dopo aver combattuto, e perso, a fianco del valoroso capo apache Victorio. I quattro nuovi albi si pongono quindi in continuità temporale rispetto alle storie precedenti. Siamo nel 1881 e la Storia incrocia di nuovo il suo corso con la vita di Magico Vento e dell'inseparabile amico giornalista Poe.
Ancora emerge forte il tratto distintivo del personaggio: il sapiente intreccio fra avvenimenti storici della Frontiera, le tradizioni e il mondo soprannaturale dei nativi americani e la vita dei protagonisti. Il tutto cucito secondo delle trame avventurose che tengono il naso del lettore attaccato dalla prima all'ultima pagina. Nove anni son trascorsi dalla conclusione della serie regolare di Magico Vento, ma attendere così tanto le nuove avventure è valsa la pena. Forse non è chiaro a tutti il valore che ha Magico Vento. Credo sia l'unico fumetto western che conduce il lettore dentro la vita quotidiana da un lato, e quella storica dall'altro di un mondo che ha popolato per decenni l'immaginario collettivo di lettori di libri e fumetti e spettatori di film e serie western.
Il mix di realismo e avventura è riuscito anche in questo caso, dove vediamo Magico Vento e Poe agire al fianco di personaggi storici quali il capo apache Geronimo e i fratelli Wyatt e Virgil Earp. Una rivolta indiana, ispirata da Mingus, un pericoloso predicatore bianco, è il collante che lega questi personaggi nei luoghi attorno alla riserva indiana di San Carlos, nel Fort Apache e nella città di Tombstone. Manfredi dà il suo meglio quando svolge l'intreccio delle azioni di guerriglia, degli inseguimenti, dei trabocchetti, degli scontri nei quali il Nostro affianca Geronimo. Nulla è lasciato al caso, tutto è meticolosamente spiegato attraverso il suo semplice svolgersi. E ogni cosa va al suo posto. Il bello, in realtà, è dato da tutti i personaggi apparentemente minori, come il corrotto agente della riserva Bosom, o lo scout apache Chato, o il fanatico collonnello Carr, o le due donne, l'apache Lozen e la papago Chona, che si riveleranno fondamentali figure nell'ultima pagina del quarto albo.


Manfredi spazia dagli ampi paesaggi polverosi percorsi a cavallo da apache e soldati al fuoco che divampa dentro Fort Apache al celebre OK Corral di Tombstone, scena dello scontro fra i fratelli Earp e Doc Holliday da una parte e i cinque cow boys capitanati da Ike Clanton dall'altro. Attraverso questo duello, diventato epico grazie a film e libri, si conclude la caccia di Magico Vento. Mingus viene ucciso e, con lui, la sua pericolosa profezia. Ma non c'è niente di epico nelle gesta disegnate con tratto realistico e preciso da Darko Perovic: la guerra è solo "una sequenza di massacri, spesso a danno di innocenti, una sconfitta per tutti che nessuna epica può sublimare in eroismo", come scrive lo stesso Manfredi nella rubrica "Blizzard Gazette", in apertura del terzo albo.
Il ritorno di Magico Vento racconta di un mondo al tramonto, in cui ci sono stati degli sconfitti, i nativi americani, e dei vincitori, i bianchi. Gli sconfitti, però, hanno perso solo militarmente, la loro resistenza non si è mai fermata: è proseguita attraverso forme diverse lungo tutte le generazioni che si sono siccedute fino ai giorni nostri. E l'ultima pagina dell'ultimo albo mostra come magico Vento e Poe intendano proseguire nella loro lotta al fianco dei nativi.
Quattro albi terminano presto, ma sappiamo che Manfredi e Perovic hanno altre storie in serbo per noi. Le attendiamo con trepidante ansia.

martedì 31 gennaio 2017

Strisce western all'italiana


La Biblioteca del Comune di Mariano del Friuli ha organizzato un ciclo di incontri dedicati al fumetto italiano e internazionale. Nel primo appuntamento presenterò tre personaggi del fumetto western all'italiana, Tex, Ken Parker e Magico Vento, analizzando le loro peculiarità, ciò che li unisce e ciò che li differenzia. Ci vediamo nella Sala Consiliare, giovedì 2 febbraio alle 20:30.
Nei due giovedì successivi sarà di scena il manga, a cura di Stella Marega, e le riviste d'autore a fumetti degli Anni 80, a cura di Luca Lorenzon, ma avremo modo di parlarne più diffusamente nei prossimi giorni.

domenica 3 luglio 2016

Magico Vento e la guerra delle Black Hills


La tragica fine George Armstrong Custer è stata raccontata centinaia di volte: film, libri e fumetti hanno dedicato alla battaglia del 25 giugno 1876 sul Little Big Horn un'attenzione a volte maniacale, esagerando certi aspetti e sottovalutando altri. Custer fu un eroe o un pazzo suicida? Gianfranco Manfredi ha detto la sua più di un decennio fa sulle pagine di uno dei più riusciti fumetti western mai pubblicati in Italia: Magico Vento. Il ciclo di cinque albi (dal 97 al 101) pubblicati dalla Sergio Bonelli Editore nel 2005 costituiscono uno dei vertici raggiunti dalla serie e uno dei migliori affreschi della guerra che vide contrapposti l'esercito americano e la più grande alleanza di indiani delle pianure.


Disegni di Darko Perovic
La saga fu così appassionante che la casa editrice milanese ha deciso oggi di ripubblicarla in un unico volume cartonato intitolato La guerra delle Black Hills. Oltre 500 pagine in formato 19x26 cm, corredate da un'intervista all'autore e impreziosite da una copertina inedita di Pasquale Frisenda, fanno rivivere una delle tappe fondamentali dell'ineluttabile e tragico destino cui andarono incontro i nativi americani. Maneggiare la Storia non è da tutti, ma Manfredi è maestro nell'incrociare le strade di personaggi realmente esistiti con quelli partoriti dalla sua fantasia. Magico Vento è lo sciamano bianco dei Sioux e, come tale, è sempre al fianco dei capi della sua tribù, Toro Seduto e Cavallo Pazzo, e sempre al centro dell'azione principale. Poe, il suo fraterno amico giornalista, è al seguito delle truppe americane, quindi si relaziona con Custer stesso e il generale Crook, ovvero il responsabile militare della campagna contro i Sioux e i loro alleati. In questo modo il lettore entra direttamente dentro la Storia, quella scritta dai grandi personaggi. Ma non è l'unico modo con cui Manfredi affronta quegli avvenimenti. Il conflitto è rappresentato anche attraverso le voci, le emozioni e le azioni di una miriade di personaggi di contorno, indiani e bianchi, che partecipano direttamente delle vicende e ne sono i veri protagonisti.


Disegni di Bruno Ramella e Frederic Volante
Manfredi non ci racconta solo del Little Big Horn, ma anche e soprattutto di tutto quello che c'è stato prima e che è venuto dopo. Ci mostra la vera battaglia che segnò il destino degli indiani, ovvero quella precedente sul Rosebud, che vide contrapposti i due grandi strateghi militari, Crook e Toro Seduto. Qui il capo dei Sioux dimostrò tutto il suo valore e le sue capacità e, grazie anche all'abilità e al coraggio di Cavallo Pazzo, diede una sonora lezione all'esercito americano. Dal Rosebud nacque tutto quello che venne dopo. La decisione di Custer di affrontare un nemico troppo soverchiante per il suo Settimo Cavalleggeri e il disinteresse interessato dimostrato dai vertici politici e militari che non fecero nulla per dissuaderlo. Lo sfruttamento da parte degli stessi ambienti della scontata sconfitta e morte di Custer come pretesto per stracciare il precedente trattato di Fort Laramie e poter sottrarre così le Black Hills ai Sioux. La vendetta giurata dal Congresso americano a Toro Seduto inseguito fino al confine con il Canada, dove il grande capo e molti nativi ripararono per sfuggire al rinforzato esercito americano, assettato di rivalsa.


Disegni di Goran Parlov
Ma più delle tattiche militari, Manfredi ci parla dei personaggi e delle loro emozioni, approfondendo molto la figura di Cavallo Pazzo, di Custer e di Wild Bill Hickok. Sì, c'è anche il celebre pistolero in queste pagine. L'autore racconta i suoi ultimi giorni a Deadwood, cittadina senza legge alle porte delle Black Hills, dove le truppe del generale Crook venivano ad acquistare i rifornimenti. A poche settimane di distanza da Custer, muore un'altra figura eroica del vecchio West, assassinato vigliaccamente alla schiena. Se a costoro si aggiunge poi la morte altrettanto vile di cavallo Pazzo, anch'egli colpito a tradimento nel settembre del 1877, ecco che si capisce come Manfredi abbia voluto raccontare la fine di un certo West, o, per dirla con le sue parole:
"la fine dell'epica della vecchia frontiera, la fine degli eroi solitari e delle grandi personalità"
Disegni di Stefano Biglia e Giovanni Talami
Il volume si distingue anche per la rilevanza dei disegni. Ciascuno dei cinque capitoli è stato realizzato graficamente da mani diverse, che, pur nelle loro peculiarità originali, restituiscono un quadro armoniosamente unitario delle figure dei protagonisti e degli scenari in cui si muovono. Si ha, cioè, la sensazione di leggere un'unica storia che si sviluppa lungo un continuum narrativo coerente anche dal punto di vista grafico.

Disegni di Pasquale Frisenda
I disegnatori che si sono succeduti nei cinque albi sono rispettivamente:

  1. La guerra di Toro Seduto - Darko Perovic
  2. Rosebud - Pasquale Frisenda
  3. Morto il 25 giugno - Bruno Ramella e Frederic Volante
  4. Il crepuscolo degli eroi - Goran Parlov
  5. Bandiera bianca - Giovanni Talami e Stefano Biglia


domenica 27 settembre 2015

Il ritorno di Magico Vento: quattro domande a Gianfranco Manfredi

Disegno di Pasquale Frisenda
È passato già un lustro da quando abbiamo salutato con molto rammarico la conclusione di una delle migliori serie a fumetti edite dalla Sergio Bonelli Editore negli ultimi venticinque anni: Magico Vento. La collana western, ideata da Gianfranco Manfredi, ha conquistato gli apprezzamenti della critica e del pubblico grazie ad un sapiente miscela di filoni narrativi. L’autore, infatti, ha innestato nel classico genere western, supportato da solide e documentate basi storiche, tematiche tratte dall'universo poetico e soprannaturale delle tradizioni dei nativi americani, dal genere gotico di ispirazione lovecraftiana e dal torbido mondo politico e spionistico che gravita attorno a Washington. Dopo 131 albi la parola fine sembrava essere calata in modo irreversibile. Invece, l'otto settembre scorso, Gianfranco Manfredi ha annunciato sul proprio profilo facebook di aver iniziato a scrivere una nuova storia di Magico Vento, un nuovo ciclo suddiviso in quattro puntate. Ci vorrà del tempo prima di vederlo uscire in edicola, così non ho resistito alla curiosità di porre quattro semplici domande all'autore.

Continua qui su Fucine Mute.

sabato 4 aprile 2015

Coney Island: la prima mini-miniserie targata Bonelli


Inizia sotto i migliori auspici la nuova iniziativa editoriale della Bonelli che sostituisce la collana semestrale dei Romanzi a fumetti. Mi riferisco alle cosiddette mini-miniserie, ovvero a cicli di storie che si svilupperanno su tre o quattro albi mensili. Ogni mini-collana avrà una propria numerazione e si distinguerà da quella successiva per ambientazione, personaggi e periodo storico. Un po' quello che accade con la serie Le Storie, che però si differenzia perché costituisce nel suo insieme un'unica collana e per il fatto che la singola storia copre lo spazio di un solo albo. Nelle mini-miniserie il respiro sarà invece più ampio: si assaporerà il gusto dell'attesa della prossima uscita mensile per scoprire come prosegue la vicenda, sapendo che comunque questa avrà una fine molto vicina nel tempo. Si viene incontro, cioè, ancora una volta a quella categoria di lettori che si scoraggiano di fronte ad una serie di durata indefinita, o perfino davanti ad una miniserie annuale. Per me il format non è un problema: mi basta che una storia funzioni, che la trama sia accattivante, che i personaggi siano solidi e convincenti e che, possibilmente, mi dia anche qualche spunto di riflessione (sì, lo so, non è poco...).
Assolve perfettamente il compito La pupa e lo sbirro, primo episodio su tre di Coney Island, storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, un trio di artisti con i quali si va sul sicuro, già rodato a lungo sulle pagine dell'indimenticabile Magico Vento. La serie western godette dell'apporto decisivo di validissimi disegnatori, come Ivo Milazzo, Jose OrtizGoran Parlov o Pasquale Frisenda, ma le matite di Barbati e le chine di Ramella costituirono per me il marchio di fabbrica grafico di Magico Vento: quando tuttora penso allo sciamano bianco dei Sioux, lo vedo nell'interpretazione che ne diedero i due.


Rende molto tristi sapere di avere fra le mani l'ultima fatica di Barbati, prematuramente scomparso pochi mesi fa. Ci lascia un'opera nella quale ancora una volta, grazie anche al lavoro di Ramella, la resa grafica dei personaggi e delle scene di insieme, soprattutto quelle più corali, si fondono perfettamente con la storia, ne danno spessore e sostanza. Merito certamente anche del soggetto e della sceneggiatura, ovvero di Gianfranco Manfredi. L'ambientazione, personalmente, non è fra le mie preferite: la New York dei primi Anni Venti e le gangster stories non mi hanno mai particolarmente attratto. Ma qui sono stato colpito fin dalla prima tavola dalla presentazione di uno dei protagonisti, lo sbirro Jack Sloane che, per far cantare i delinquenti, non esita ad usare le maniere forti. La psicologia del detective è tratteggiata con rapidi tocchi e dopo poche tavole abbiamo già capito di che tipo si tratta: brusco, duro ed onesto. Uno che la confusione dello sfolgorante luna park di Coney Island non l'avrebbe nemmeno sfiorata, se a chiederglielo non fosse stata la pupa Brenda Young, una ragazza di provincia, una farfalla attratta dalle luci della Grande Mela, ma finita in un giro più grande di lei.
I destini dei due protagonisti si sono lambiti a lungo nel bar dove lo sbirro si rilassa alla fine del turno e la pupa lavora come cameriera, fino a quando un insperato invito di Brenda porta i due ad immergersi nel caos di Coney Island. Spettacolari le tavole nelle quali  Barbati e Ramella rappresentano la folla che riempie il luna park e le sue attrazioni. Il tema dei gangster e della mafia c'è ed è certo fondamentale, ma Manfredi inserisce altri spunti che rendono la storia molto accattivante. Innanzitutto documenta, attraverso la figura di Brenda, un fenomeno sociale che si stava sviluppando in quegli anni, ovvero la figura di donna emancipata, libera ed indipendente, fatto del tutto nuovo e inimmaginabile fino a pochi anni prima. E poi arricchisce la trama con dei personaggi interessanti, come il mago illusionista Mister Frolic e il motociclista acrobatico Speedy, che introducono nella storia degli elementi legati al paranormale e al mistero, tali che l'attesa del secondo albo, Al Capone ringrazia, è già altissima.
Ciliegina sulla torta: l'evocativo disegno di copertina di Corrado Mastantuono.

domenica 5 ottobre 2014

Adam Wild, la freschezza dell'avventura


Giri l'ultima pagina e hai la sensazione di avere appena letto una di quelle storie d'avventura d'altri tempi: quando gli eroi si battevano con ardimento in lontani luoghi esotici e affrontavano a viso aperto nemici spietati. Eroi un po' guasconi, che senza guai non ci sapevano stare. Eroi a cui ribolliva il sangue di fronte ad un'ingiustizia e che non si perdevano in calcoli o riflessioni: passavano subito all'azione. Moschettieri, pirati, esploratori. Ecco: esploratori è la parola giusta! Adam Wild è un esploratore scozzese che vive alla fine dell'Ottocento a Zanzibar, dove la schiavitù è ufficialmente abolita ma il suo commercio è comunque praticato grazie alla connivenza delle autorità corrotte. E allora un eroe d'altri tempi che cosa fa per ottenere giustizia? Va dritto a casa del potente trafficante e lo ammazza con le proprie mani.


Vitalità e freschezza sono le caratteristiche de Gli schiavi di Zanzibarl'albo d'esordio della nuova collana mensile con cui la Sergio Bonelli Editore ritorna alla grande avventura. E chi se non Gianfranco Manfredi poteva confezionare un albo in cui Avventura e Storia si intrecciano così armoniosamente. Dopo il Far West cavalcato da Magico Vento, dopo Roma e l'Abissinia della prima guerra coloniale italiana combattuta da Volto Nascosto e dopo la Cina della Guerra dei Boxer vissuta da Shanghai Devil, il teatro della nuova avventura è l'Africa subequatoriale. Ancora il colonialismo è uno dei temi principali, qui rappresentato in una delle sue più aberranti manifestazioni: lo schiavismo. Ed ecco quindi Adam Wild, un eroe dal fisico prestante e dal sorriso beffardo, che si ribella allo status quo.
Ottima prima per la nuova serie Bonelli: storia con tanto ritmo, personaggi ben caratterizzati (oltre al protagonista, promettono bene il conte Molfetta e la principessa bantù Amina, liberata dal nostro eroe) e un'ambientazione affascinante. Merito certamente anche dei disegni chiari e precisi di Alessandro Nespolino, l'ideatore grafico del personaggio che rappresenta una Zanzibar affascinante ed evocativa.
Adam Wild si presenta come la migliore novità autunnale di casa Bonelli, al di là della tanto sbandierata rivoluzione dylandoghiana e della seconda stagione di una serie di cui sarò volentieri orfano... 


sabato 30 agosto 2014

Aspettando Adam Wild


Appuntamento in edicola il prossimo ottobre con il primo numero di Adam Wild, la nuova serie a fumetti scritta da Gianfranco Manfredi ed edita da Sergio Bonelli Editore. La casa editrice svela sul proprio sito alcuni dettagli dell'albo di esordio intitolato Gli schiavi di Zanzibar e disegnato da Alessandro Nespolino. La copertina molto espressiva di Darko Perovic lascia intendere molto del carattere di questo nuovo personaggio: sfrontato, ribelle e in cerca di avventura. L'Avventura sarà la protagonista di questa nuova serie, nell'alveo della classica tradizione bonelliana, per non dire salgariana: d'altronde la Bonelli non ha forse raccolto l'eredità lasciata da Emilio Salgari, portando l'Avventura dal campo della letteratura a quello dei fumetti?
Ci sono infatti diverse similitudini fra Adam Wild, le cui vicende sono ambientate nell'Africa nera di fine Ottocento, e gli eroi anticolonialisti come Sandokan o Yanez creati da Salgari. Fin dall'anteprima del primo episodio capiamo che Adam si batte contro la schiavitù e il razzismo e questo, a sua volta, ci ricorda gli altri personaggi creati da Gianfranco Manfredi nelle precedenti serie o miniserie bonelliane: Magico Vento, Volto Nascosto e Shangai Devil. Anche qui il colonialismo era un elemento fondamentale del contesto storico entro cui si muovevano i protagonisti: certamente più familiare il mondo nordamericano del Far West in cui agisce lo sciamano bianco dei Siuox (che frequenta comunque anche l'east coast cittadina), poco nota l'Africa coloniale italiana di fine Ottocento in cui cui Ugo Pastore conosce Volto Nascosto, per non parlare della semisconosciuta Cina del tempo dei Boxer, teatro delle avventure di Shangai Devil/Ugo Pastore.
E ora la fantasia di Gianfranco Manfredi ci porta nell'Africa nera di fine Ottocento, a vivere le imprese di un eroe molto diverso dal tormentato Ugo Pastore. Adam è infatti un uomo d'azione, anticonformista e, diremmo oggi, politicamente scorretto. La sua espressione scanzonata e attaccabrighe ricorda Errol Flynn, fonte di ispirazione tanto per le sembianze del personaggio, quanto per il suo carattere e la sua indole.
La serie sarà organizzata in stagioni annuali e vedrà l'esordio in casa Bonelli di nuovi disegnatori, fra i quali parecchi di nazionalità serba (al riguardo segnalo questa interessante intervista).
Personalmente sono molto contento dell'annunciato inizio di Adam Wild: da una parte perché ho sempre apprezzato molto i precedenti lavori a fumetti di Manfredi, dall'altra perché mi sentivo orfano (!!!), nel pur ricco ventaglio di collane proposte attualmente dalla Bonelli, di una serie d'avventura classica, di ambientazione storica e con un protagonista fisso. 

lunedì 28 ottobre 2013

Boselli e Frisenda: Tex che più classico non si può

 

La sensazione che ho provato dopo aver letto l'ultima pagina dell'albo Trappola a San Antonio è stata quella di avere tra le mani una solida, classica avventura di Tex. Insieme al numero precedente (il 635 della collana regolare), intitolato Il segreto del giudice Bean, la storia scritta da Mauro Boselli e disegnata da Pasquale Frisenda può vantare molti pregi.
Tanta azione e rocamboleschi colpi di scena, piombo a volontà e agguati nella migliore tradizione del western. Ma sarebbero poca cosa, puro manierismo, senza dei buoni personaggi, credibili e ben caratterizzati. La schiera dei cattivi è ben nutrita e differenziata: c'è l'avido e astuto Moon, protagonista in negativo dalla prima all'ultima pagina, c'è il vendicativo Shad fatto fuori dal cinico Pablo Morientes, capo di una banda di desperados, c'è la spia Gaban, melliflua e infida, c'è Joshua, abile nei travestimenti ma pericoloso anche con la pistola. Dall'altra parte della barricata, Tex Willer e Kit Carson ce la mettono tutta per tirare fuori dai guai il loro vecchio amico, il giudice Roy Bean, attorno alla cui figura ruota tutta la trama della storia. Boselli dà il meglio nella rappresentazione di questo personaggio storico entrato nella leggenda del west come la legge a ovest del Pecos.

Il giudice Bean, Danny e Sam disegnati da Sergio Tarquinio

Il bizzarro giudice era già stato protagonista di una vecchia storia di Tex del 1970, sceneggiata da Gian Luigi Bonelli e apparsa fra i numeri 117 e 120 della collana regolare, nella quale un grave malinteso lo aveva portato ad accusare Carson di furto di cavalli condannandolo alla pena, poi sventata da Tex, dell'impiccagione. Ma ancor prima del padre, Sergio Bonelli nei panni di Guido Nolitta, aveva creato nel 1959 una miniserie di cinque episodi intitolata Il giudice Bean su disegni di Sergio Tarquinio. Gli albi, pubblicati nella Collana Cow Boy nel 1963, si caratterizzano per sottili spunti umoristici che scaturiscono dai battibecchi fra l'ex sudista Roy Bean e il nordista brontolone Sam. Quest'ultimo e il nipote Danny sono i protagonisti delle parti più avventurose delle sceneggiature mentre il giudice, che si batte sempre per il rispetto della legge, risolve con sentenze sagge e imparziali intricate situazioni giuridiche.


La scelta di Boselli di riportare in scena un personaggio già affrontato da così illustri sceneggiatori si sarebbe potuta rivelare un boomerang. Invece lo scrittore milanese ci presenta un giudice Bean diverso da quelli del Bonelli padre e figlio, interessante e convincente. Sì perché, se da un lato c'è il forte e spavaldo uomo di frontiera della cittadina texana di Langtry che, asserragliato con un pugno di aiutanti nel suo saloon divenuto tribunale, non teme l'arrivo della folta banda di pericolosi desperados, dall'altro il vecchio giudice mostra i suoi sentimenti più intimi nell'amore per l'attrice inglese Lily Langtry. Pur di salvare la sua inarrivabile icona, prima si reca a San Antonio attirato da una falsa minaccia di rapimento dell'attrice durante la sua tournée teatrale. Poi, una volta caduto nella trappola, si fa torturare senza svelare ai suoi carcerieri il segreto su cui si è sviluppata tutta la trama, ovvero il nascondiglio del bottino di una vecchia rapina del quale Bean si era impossessato dopo averne impiccato il responsabile. Si decide a parlare solo quando la minaccia del rapimento dell'attrice diventa concreta. Boselli gioca molto, fin dall'inizio, anche con l'ambiguità di questo aspetto poco edificante per un giudice (l'essersi appropriato della refurtiva di una rapina), ma lo risolve brillantemente con il colpo di scena finale.


L'aspetto romantico si intreccia bene in una storia così violenta e ricca di tradimenti, morti ammazzati e sparatorie. Il finale è rocambolesco e la tensione, portata alle stelle con le tavole di pagina 110 e 111 in cui scopriamo finalmente il volto dell'attrice, si scioglie nella tavola successiva con un colpo da maestro di sceneggiatura.
Ma una storia a fumetti di Tex, per quanto ben congegnata nella trama e ricca di ottimi personaggi, non si potrebbe definire un classico se anche i disegni non fossero all'altezza. La sensazione che ho provato soffermandomi sulla parte grafica di quest'avventura è quella di essere di fronte ad un Tex tipico, esemplare; in altre parole, è come se avessi letto decine di altre storie di Aquila della Notte disegnate da Frisenda. Eppure l'autore milanese è un esordiente assoluto sulla collana regolare di Tex! D'altra parte, però, può vantare nel suo curriculum la firma di un Texone, e scusate se è poco! Si tratta di Patagonia, albo speciale scritto da Boselli stesso e molto apprezzato dal pubblico e dalla critica (di cui i protagonisti parlano rispettivamente in due interviste qui e qui). Evidentemente questa importante esperienza unita al suo indubitabile talento e alle sue precedenti prove nel fumetto western di Ken Parker e Magico Vento hanno fatto sì che il suo Tex appaia come un classico. Infatti quando il ranger compare in una vignetta, è su di lui che va l'attenzione del lettore: Tex è sempre nel focus con tutta la sua fisicità e con i profili del volto delineati precisamente. Tex comunica col proprio corpo, con i movimenti veloci e agili e con l'espressività del volto. In realtà tutti i personaggi sono disegnati con cura e in modo da differenziarli bene l'uno dall'altro: soprattutto i cattivi si distinguono fra di loro attraverso le emozioni che i loro sguardi e le loro espressioni lasciano trasparire. Si potrebbe dire che i tratti caratteriali con cui Boselli ha voluto connotare ciascuno di loro siano stati resi graficamente da Frisenda attraverso i volti e le movenze.


Un altro pregio della tecnica di Frisenda è la capacità di realizzare scene complesse di scontri e sparatorie (e in questa coppia di albi ce ne sono molte) senza perdere in chiarezza e dinamismo. Il lettore ha davanti a sé molti dettagli ma il quadro generale rimane nitido. In questo Frisenda è aiutato dalla sua abilità nel giocare con il chiaroscuro. Molte delle scene più movimentate, infatti, sono notturne e qui le tenebre illuminate dalla luce lunare o dal sole albeggiante o dai lampi degli spari sono una puro divertimento per gli occhi.
Ecco come si scrive e si disegna un'avventura di Tex!

domenica 7 aprile 2013

Il ritorno di Magico Vento


Una locomotiva e i suoi vagoni dilaniati. Fiamme e fumo che li avvolgono. Corpi umani straziati. E un vecchio indiano a cavallo che si muove in questa devastazione. Cavallo Zoppo, l'uomo della medicina dei Lakota, è il primo personaggio che incontriamo nella saga di Magico Vento. Non è né Ned Ellis (il nome da bianco del protagonista della serie), tanto meno il fido compagno Poe, a essere presentato per primo. Bensì un vecchio sciamano in cerca del suo successore, di un uomo che, al di là del colore della pelle, sia in grado di imparare tutto quello che il vecchio Sioux può insegnargli. Una visione di Wakan Tanka ha condotto Cavallo Zoppo presso il luogo del disastro ferroviario e lì, fra i ferri divelti e i crateri provocati dall'esplosione, un uomo ferito, coperto di sangue, si alza a fatica, barcolla e ricade privo di coscienza davanti allo sbalordito sciamano. Ecco gli ultimi passi incerti di Ned , prima di diventare Magico Vento.
Sono di forte impatto le prime tavole di Fort Ghost, la storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Jose Ortiz, con cui la serie di Magico Vento ha inizio. E penso che non sia un caso che il primo personaggio che l'autore ci presenta sia uno sciamano. È questa, infatti, una delle caratteristiche principali dell'affascinante avventura che Manfredi ha creato: un'originale miscela di westernfantastico horror, radicata nella religione e nella mitologia degli indiani d'America, popolata da mostri e creature sovrannaturali. Questo Lato Oscuro del West, e non solo i classici pistoleri, è al centro del racconto: un'innovazione per il mondo dei fumetti. Ma il punto di vista di Manfredi sul mondo delle leggende, delle tradizioni e della cultura dei nativi americani è molto rispettoso: il protagonista è sì uno sciamano, ma pur sempre bianco. Da parte dell'autore sarebbe stato presuntuoso mettersi nei panni di un protagonista nativo a tutti gli effetti: Magico Vento non dimentica di essere stato Ned Ellis, i pantaloni da soldato che indossa glielo ricordano continuamente e lui, d'altronde, non vuole nascondere le sue origini a nessuno.
Ma l'unicità di Magico Vento nel panorama fumettistico è data anche da altri fattori. Da una parte l'attenzione di Manfredi alla Storia è massima: l'Avventura si intreccia sapientemente con la Storia del West. Da incorniciare sono gli albi che costituiscono il ciclo delle Black Hills, nel quale si racconta uno dei luoghi ed eventi mitici del West: la battaglia di Little Big Horn. Il pregio è averla inserita in un contesto più ampio: storico, politico, economico e militare. Il lettore arriva al momento della battaglia con un quadro ben preciso  di tutte le forze in campo e di tutta la dinamica che le ha condotte fino a lì. E poi c'è il racconto dei protagonisti, noti e non, di primo piano e di contorno, tutti tratteggiati con umanità e dignità.


D'altra parte il western di Magico Vento è contrappuntato anche dalle avventure vissute nelle città della costa dell'Est: storie ricche di sotterfugi, di spie, di intrighi politici in cui meglio spicca l'azione di Poe, il giornalista che condivide le sorti dell'inseparabile amico. Poe è un uomo che cerca di tenere i piedi per terra quando si imbarca con Ned in avventure più grandi di lui: è l'alter ego razionale di Magico Vento che è più vicino, invece, alla natura misteriosa dell'essere umano.
Per tutto quello che ho scritto, ma anche per molto altro, Magico Vento è una serie che un lettore di fumetti non può lasciarsi sfuggire. Un'occasione per leggerla (o rileggerla) cade propizia in questi giorni. La Panini Comics propone mensilmente la ristampa integrale a colori di tutta la serie. Magico Vento Deluxe è il nome della collana che ha esordito il 21 marzo con il primo albo, Fort Ghost, ritornato nelle edicole dopo quasi sedici anni, tanto è il tempo che separa questa edizione dall'originale della Sergio Bonelli Editore, pubblicata a partire dal mese di luglio del 1997.


La nuova edizione Panini conserva il formato originale Bonelli e anche il tipo di carta è lo stesso. Il colore però è un po' troppo cupo e la tavola, considerando anche i disegni di Ortiz con il suo nero già ben marcato, risulta molto scura. Penso e spero che si prenderanno dei provvedimenti a partire dal secondo numero. Nonostante questo difetto, il risultato è comunque migliore delle ristampe delle avventure di Zagor e Dylan Dog, proposte settimanalmente in edicola dal gruppo editoriale L'Espresso-La Repubblica. In questo caso il formato è sì più grande, ma i colori usati uniti alla carta patinata creano un effetto che, personalmente, trovo artificiale.
Il ritorno di Magico vento era auspicato da parte di molto lettori, che chiedevano a Gianfranco Manfredi di far tornare il suo personaggio con nuove storie. Penso invece che Magico Vento abbia dato il meglio di sé nei suoi 130 albi (più lo speciale) e che sia stato saggio chiudere la serie quando il livello delle storie era ancora alto, senza rischiare di trascinarsi in una stanca riproposizione di avventure già lette. D'altronde Manfredi si è dedicato con successo alla creazione di nuovi personaggi e nuove (mini)serie, e Volto Nascosto e Shanghai Devil sono lì a testimoniarlo.
Pertanto lasciamo lavorare Manfredi sul nuovo Adam Wild, ché il modo migliore per (ri)vivere le avventure di Magico Vento è ora quello di leggere le sue avventure a colori.

giovedì 21 febbraio 2013

Io e Dylan Dog: riproviamoci

Esattamente un anno fa, in questo post, scrivevo della collezione storica a colori di Zagor, il cui debutto nelle edicole coincideva con un tempo da lupi. Oggi, come allora, il primo numero della collezione storica a colori di Dylan Dog esce in concomitanza con neve e bora scura. Condizioni atmosferiche assai diverse da quelle che caratterizzarono la giornata di quasi 27 anni fa quando, quindici anni compiuti da poco, acquistai con molta curiosità e un po' di perplessità il primo albo di quel fenomeno editoriale destinato a sconvolgere le sorti del fumetto popolare italiano: Dylan Dog, per l'appunto. Quel giorno di ottobre del 1986 era piuttosto grigio, ma non freddo: ricordo che, dopo essere uscito dall'edicola con L'alba dei morti viventi andai a tirare due calci al pallone nel campetto dietro la casa del mio amico Paolo (non è che si stava sempre nella sua camera ad ascoltare Guccini o il Boss...). Non so se il cielo malinconico e un po' triste di quel giorno abbia influito nel mio mancato rapporto con Dylan Dog. So solo che non sbocciò mai l'amore fra me e il personaggio di Tiziano Sclavi.


Lessi la prima storia ma non mi affascinò al punto da proseguire nell'acquisto degli albi successivi. Probabilmente intervennero nella decisione anche altri fattori, quello economico in primis, ma sicuramente se quel giorno la lettura della prima avventura dell'Indagatore dell'Incubo mi avesse colpito, avrei rinunciato a qualche altra testata bonelliana in suo favore. E invece no! Un altro motivo potrebbe essere che il genere horror non ha mai esercitato su di me un'attrazione particolare, al punto che, per esempio, la successiva presentazione di Magico Vento come un fumetto western-horror mi fece storcere il naso e quasi rinunciare al suo acquisto (poi si capì che l'etichetta non era delle più precise e anzi addirittura fuorviante: le atmosfere gothic di Gianfranco Manfredi erano tutt'altra cosa e, nel suo caso, sarebbe più proprio parlare di Terrore anziché di Orrore, come spiega lui stesso in questa intervista). Probabilmente sono uno dei pochi lettori bonelliani a non avere intrapreso la lettura di Dylan Dog. Ci sono ragioni psicanalitiche a me ancora sconosciute che spiegano questo fatto? Non lo so! Visto che Dylan Dog è una rappresentazione a fumetti delle paure e dei fantasmi dell'animo umano, il mio rifiuto corrisponde forse alla fuga di fronte alle mie paure o ai miei fantasmi? Chi lo sa! Probabilmente mi sto facendo tante domande inutili. So solo che oggi non sono il quindicenne di allora e il desiderio di acquistare questa ristampa a colori è stato genuino. Spero di divertirmi!



PS: non fatevi illusioni, voi appassionati di Dylan Dog che pensate che il numero uno originale sia ancora in mio possesso. Le mie scarse doti commerciali me l'hanno fatto scambiare con pochi numeri di altri fumetti (di valore economico molto inferiore) che mi interessavano di più.....

domenica 25 marzo 2012

L'imbuto rovesciato di Shanghai Devil

Disegno di Corrado Mastantuono 
"...Il mondo cinese è molto complesso da raccontare. Dovevo scegliere per forza una narrazione per gradi, cioè accompagnare il lettore, senza frettolosità, in un mondo estraneo anche al protagonista Ugo Pastore, che ne va alla scoperta piano piano.Riguardo al ritmo, ero consapevole di fare una scelta rischiosa. Oggi si tende a sparare subito tutte le cartucce, con un gran dispiegamento di azione e di effetti speciali, però il risultato è che troppe storie finiscono ad imbuto. Così ho preferito rovesciare l'imbuto: la storia si allarga e diventa sempre più dinamica e spettacolare man mano che si procede verso il finale."
E' questa una delle risposte contenute nell'intervista che Gianfranco Manfredi ha rilasciato a Laura Scarpa, pubblicata sul numero 81 della rivista Scuola di fumetto. Il tema dell'interessante conversazione era ovviamente Shanghai Devil, la miniserie Bonelli giunta ormai ad un terzo della sua vita editoriale, di cui lo scrittore marchigiano è l'autore. L'albo di marzo, il sesto, intitolato Hotel Europe, ha messo ulteriore carne al fuoco di una storia che si sta dipanando in modo avvincente lungo quel collaudato sentiero narrativo che è un abile mix di Avventura e Storia. L'imbuto, come dice Manfredi, si sta allargando, anche se Ugo, in verità, ha già vissuto diverse vicende, ha viaggiato da Shanghai a Pechino, e poi nella profonda campagna cinese per arrivare infine a Tientsin, ha incontrato molti personaggi, tra cui l'Imperatore e le straordinarie donne guerriere chiamate Lanterne Blu (nel bellissimo albo di febbraio). Non è stato con le mani in mano, anzi, si è ficcato nei guai quasi sempre.

Disegno di Corrado Mastantuono
"..nel personaggio di Ugo ho voluto raffigurare un personaggio molto contemporaneo: quello del volontario che, per motivi di conoscenza e di giustizia, entra in contatto con realtà diverse e situazioni di estremo pericolo....Continuiamo a sognare che gli eroi vengano da un misterioso Altrove a salvarci, invece di darci da fare nel nostro piccolo e con i nostri umilissimi limiti. Abbiamo davvero tanto bisogno di maschere? Non è arrivato il momento di togliercele? Ugo, nel corso della storia, si chiederà anche questo."
In effetti una caratteristica del protagonista è proprio la sua umanità, il suo non voler essere un eroe, la sua generosità nel cercare di aiutare chi ne ha bisogno. E' molto contemporaneo in questo aspetto, e atipico per un rampollo di buona famiglia di quel periodo storico che non ha problemi economici e si mette continuamente nei guai per un suo sincero e profondo senso di giustizia.
"..con Ugo ho anche cercato di far vedere che spesso come persone comuni siamo migliori di quanto non riteniamo di essere, per cui, alla fine, della maschera "eroica" potremmo anche farne a meno."
E in effetti Ugo viene anche smascherato nel senso letterale del termine, come a dire che la maschera che si era portato dall'Africa e dietro la quale si nascondeva per portare a termine le sue imprese raddrizza-torti, non è poi così indispensabile.

Disegno di Corrado Mastantuono 
La storia ambientata a Tientsin, e ben disegnata da Darko Perovic, vede una fitta rete di insospettabili spie tramare pro e contro i famigerati Boxer e Ugo, al solito, ne rimane coinvolto. Leggendo l'albo mi son tornate alla memoria le belle avventure di carattere spionistico vissute da Magico Vento e Poe nelle cittadine dell'est nordamericano: Gianfranco Manfredi è maestro nel tessere trame in cui sotterfugi e false verità ingannano il lettore, oltre che il protagonista.
Cosa dovremmo aspettarci quindi da questo imbuto narrativo che si allarga sempre di più? Cosa cambierà ancora nella vita di Ugo? Ce lo dice lo stesso Manfredi:
"Cambierà più di quanto lui stesso non sospetti. Alla fine di "Volto Nascosto", Ugo era molto provato dalle esperienze vissute, però era anche diventato ricco e indipendente. Poteva restarsene a Roma a farsi i fatti propri, invece parte verso l'ignoto e senza sapere cosa lo aspetta. Questa per me è l'avventura. Il finale poi... ha sorpreso anche me. Non avevo mai scritto un finale così"
Ma le sorprese non finiscono qui. In una risposta Manfredi afferma di non pensare ad una terza serie con Ugo come protagonista, bensì ad un personaggio diverso le cui avventure hanno luogo nell'Africa subequatoriale nell'epoca post-Livingstone. E la curiosità sale....

domenica 17 luglio 2011

"Ho freddo": il Gothic, e il rapporto fra Orrore e Terrore

I vampiri. Li conosciamo attraverso tanti libri e film di valore più o meno elevato. Di questi personaggi mitici ci siamo fatti un'idea in alcuni casi stereotipata (con il mantello rosso e i canini aguzzi) o romantica (vedi Intervista col vampiro). Niente di tutto questo si trova nel romanzo gotico Ho freddo di Gianfranco Manfredi, dove il tema del vampirismo è affrontato in un modo del tutto singolare (almeno per la mia esperienza).
Ci troviamo nel Rhode Island degli ultimi anni del '700, dove sbarcano due gemelli medici francesi, Valcour e Aline de Valmont, due rappresentatnti del secolo dei Lumi, due emancipati e dagli usi libertini, che si insediano nella comunità di Cumberland, vicino a Providence. Qui si incontrano e scontrano con leggende e tradizioni che di razionale hanno ben poco. E fanno la conoscenza del terzo protagonista del libro, il pastore olandese Jan Vos, che li accompagnerà lungo le sinistre vicende di tutto il romanzo. Gianfranco Manfredi si è ben documentato, anche in loco, per costruire, come al solito, la solida base storica del romanzo. Questa sua caratteristica, già incontrata nei suoi fumetti come Magico Vento o Volto Nascosto, costituisce le fondamenta del suo lavoro, dove però ad emergere sono sempre i personaggi. Mentre leggevo di pesti vampiriche, di riesumazione e profanazione di cadaveri (tutti fatti realmente successi in quelle terre), di analisi mediche iper-razionali da parte dei gemelli che legavano gli episodi di presunto vampirismo all'epidemia di consunzione (una sorta di tubercolosi unita ad episodi deliranti), mai l'attenzione si è scostata dalla storia personale dei tre protagonisti. Manfredi costruisce un'ottima trama, affascinante per il suo intreccio e i riferimenti storici, ma sono sempre le psicologie dei personaggi a dominare la scena. La loro descrizione è cosi' accurata che fin dalle prime pagine me li sono immaginati all'interno della mia testa nei minimi dettagli e così mi hanno accompagnato e sono vissuti dentro di me fino alla conclusione. Questo, al di là del tema trattato e della trama, è ciò che ti resta dentro alla fine del libro: il desiderio di rivederli ancora (e non a caso uso la parola rivedere, pur trattandosi di un romanzo scritto). Desiderio accontentato da Manfredi, che li ha resi protagnisti del suo ultimo romanzo Tecniche di resurrezione, di prossima lettura.



Dicevo del modo originale di trattare il tema del vampirismo. Intendiamoci: Manfredi non vuole spiegarlo con la ragione, demolendone gli aspetti irrazionali. Valcour, l'illuminista, il ricercatore, vede gli spiriti alla fine della storia e il suo animo finalmente si acquieta. E lo stesso succede al lettore, come infatti spiega lo stesso Manfredi in quest'intervista pubblicata sul sito del romanzo:

"Il gotico è secondo me una contaminazione tra il romanzo d’avventura e il romanzo filosofico. Cioè: succedono una quantità di cose, anche estreme e straordinarie, e persino quando non succede nulla, permane alta la temperatura emotiva, si alimenta una tensione costante nell’attesa dell’evento. Tuttavia quello che accade (o non accade) non si risolve in pura azione, ma suscita nei personaggi e nel lettore, delle riflessioni. Nella narrativa gotica, coabitano due diversi filoni, spesso frequentati entrambi dagli stessi scrittori. C’è un filone razionalista, che è quello del gotico classico delle origini. I fantasmi, le apparizioni, i mostri, sono fenomeni che alla fine trovano una spiegazione razionale. E c’è il filone romantico, che invece insegue le orme del sogno e della leggenda e si lancia in un’esplorazione dei simboli, rivelatrice di una ricerca tanto emotiva quanto spirituale, cioè mistica."
Del tema della paura, del rapporto tra Orrore e Terrore, di ciò che suscita nel lettore o spettatore, Manfredi aveva parlato anche nell'intervista che mi ha rilasciato recentemente, esprimendosi con le seguenti parole:

"Gli autori Gotici hanno sempre distinto tra Terrore e Orrore che, per usare le parole di Ann Radcliffe, “sono uno l’opposto dell’altro: il primo espande l’anima e sveglia le facoltà intellettuali a un alto livello di sensibilità; l’altro le contrae, le congela, fin quasi ad annichilirle”. Io sto dalla parte del Terrore: l’esperienza della paura ha un senso se ti migliora e se ti conduce a superarla. Se invece la rivivi sempre perché sei incapace di superarla, allora vuol dire che ami l’Orrore in sè. E l’Orrore, se ci si pensa bene, fa sempre molto meno paura del Terrore. L’Orrore esagera gli effetti al punto che tutto diventa un gioco e uno pensa: già che ci siamo, diamoci dentro, tanto è tutto finto. Il Terrore è una cosa molto più insidiosa, allude più che mostrare, ti spaventa più con l’attesa dell’ignoto e con la tensione che con l’effetto nudo e crudo. Così uno si dice: stiamoci attenti prima di sprofondare nel panico, se non altro cerchiamo di capire se l’allarme che sentiamo risuonare in noi è giustificato oppure no. Nella vita si prova più paura al pensiero di venire feriti, che quando sprizza il sangue. Contro la paura sensibile, non c’è adrenalina che tenga e c’è molto poco da scherzare, perché anche se è immotivata, la provi lo stesso e devi imparare a conoscerla molto bene e a leggerne i segni, se vuoi superarla. Il Terrore è molto più perturbante dell’Orrore. Dopodiché è evidente che tra i due corre una corrente comune. E in un racconto del Terrore qualcosa di orribile deve succedere perché altrimenti ci si sente dei fessi ad aver avuto paura per nulla. Quindi il Terrore comporta una buona dose di Orrore, mentre non è altrettanto vero il contrario."
Personalmente Gianfranco Manfredi ha avuto un merito nei miei confronti: son sempre stato recalcitrante e poco interessato ad affrontare letture o film d'Orrore, e non ho mai capito perché: il motivo sta forse in quanto espresso qui sopra. Viceversa, il Terrore mi ha sempre attratto, e questo non equivale affatto a sangue che sprizza da tutta le parti o a viscere aperte ed esposte. E' ben altro e Hitchcok lo sapeva benissimo... Ancora Manfredi:

"L’Orrore, con tutta la sua esposizione di viscere, è innocuo. E nella maggior parte dei film è anche consolatorio perché le morti peggiori capitano agli stronzi. Troppo comodo. In Psycho la protagonista non è affatto una stronza, noi siamo tutti con lei, eppure viene uccisa dopo venti minuti. E questo sì che ti spiazza."

lunedì 20 giugno 2011

Intervista esclusiva a Gianfranco Manfredi

Qui potete trovare l'intervista che Gianfranco Manfredi mi ha rilasciato per Fucine Mute, la testata giornalistica online di approfondimento culturale su FUmetto, CINEma, MUsica e TEatro.
Il padre di Magico Vento ripercorre tutta la sua carriera di autore di fumetti, a partire dagli esordi con le riviste controculturali degli anni 70, fino al prossimo Shanghai Devil, passando per Gordon Link, Magico Vento e Volto Nascosto (senza dimenticare Nick Raider, Dylan Dog e Tex).
Non solo fumetto, ma anche cinema, televisione, teatro, musica e narrativa sono territori artistici di cui il nostro ha ampia esperienza e sui quali non manca di esprimere opinioni sempre interessanti e, a tratti, anche pungenti.
Il tutto condito da spontaneità e tanta voglia di raccontare: questa, a Manfredi, di certo non manca......
"..Un vero narratore racconta gli altri, i vivi, i morti e quelli che devono ancora nascere. E' il suo vero compito, la sua missione sociale. Altrimenti è meglio fare il falegname, si producono cose più utili..."

mercoledì 8 giugno 2011

Il Ken Parker di Pasquale Frisenda


Dopo quello di Ivo Milazzo, il Ken Parker che mi piace di più è stato disegnato da Pasquale Frisenda. Non è facile affrontare un personaggio nato dalle mani e matite di un maestro come Milazzo, ma Frisenda ha avuto la capacità di farlo, in questo, seguito e istruito dallo stesso padre di Lungo Fucile. Infatti il disegnatore milanese fu uno degli allievi di Milazzo nel famoso atelier che l'artsita ligure allestì nel suo studio di Chiavari ai tempi del Ken Parker Magazine, il primo, quello edito dalla allora neonata Parker Editore, fondata e diretta dalla coppia Berardi & Milazzo e che segnò nel 1992 l'atteso ritorno di Ken nelle edicole.



Frisenda firmò, insieme agli altri allievi dell'atelier Giuseppe Barbati, Massimo Bertolotti e Laura Zuccheri, i disegni di diversi numeri del Magazine. Fu anche l'autore del primo dei quattro albi speciali, "I condannati", una delle storie più tristi per gli appasionati di Lungo Fucile, perché vede Ken rinchiuso nel carcere di Fort Lauderdale in Florida.



Del suo Ken ho sempre apprezzato la maturità nell'aver concepito un tratto originale, pur restando nella continuità dello stile di Milazzo, e i suoi chiaroscuri che conferiscono al disegno una connotazione molto realistica.



Essendo poi un fan di Magico Vento non ho potuto far altro che applaudire il suo arrivo nella serie di Gianfranco Manfredi, come copertinista e autore dei disegni di diverse storie. Nella biblioteca di casa mia svetta infine, insieme agli altri Texoni, quello che Frisenda nel 2009 ha avuto l'onore di disegnare, "Patagonia": uno dei migliori degli ultimi anni, anche per merito della bella storia ambientata nella pampa scritta da Mauro Boselli.



I bellissimi disegni di questo post sono naturalmente tutti di Pasquale Frisenda e li ho trovati dopo averlo contattato su facebook: una miniera di sorprese fumettistiche, come avevo già detto qui.


Guardate quanta sofferenza ma, nello stesso tempo, quanta fierezza è riuscito ad infondere Pasquale Frisenda nello sguardo di questo Ken.... La nostra speranza è sempre quella di vedere Lungo Fucile uscire libero con le proprie gambe dal portone del carcere....


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