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giovedì 24 dicembre 2015

Ken Parker Classic N. 25 - "Lily e il cacciatore"


È in'edicola il venticinquesimo numero della collana Ken Parker Classic, la ristampa delle avventure di Lungo Fucile edita da Mondadori. In questo episodio capolavoro il personaggio creato da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo vive una straordinaria amicizia.
Potrà sembrare strano, ma penso non ci sia una storia nella quale Ken Parker riveli tanto di sé come Lily e il cacciatore. La stranezza sta nel fatto che l'interlocutore al quale Ken espone la propria concezione della vita non è in grado di capire le sue parole perché si tratta di Lily, una cagnolina.
"...pur non essendo indispensabile, ognuno di noi ha un ruolo ben preciso in questo mondo...E fin qui niente di nuovo... Solo che molti lo collegano all'idea di Dio, io invece lo sento come un dovere verso la gente, verso l'umanità!
D'altronde, forse anche noi due siamo Dio.. Voglio dire una parte piccolissima di Dio, che unita alle altre di questo mondo e a quelle di altri mondi ancora.."
L'essenza di Ken è racchiusa in queste parole pronunciate ad un animale, che gli ha salvato la vita due volte. La sua religione laica, che si basa unicamente sul riconoscimento della dignità dell'uomo e degli altri esseri viventi e in senso lato della Natura, è espressa ad una cagnolina.
Se vuoi conoscere Ken Parker, devi leggere questa storia eccezionale, nella quale la protagonista è Lily, una cagnetta. Dopo averla libeta dal morso di una sua tagliola, Ken e Lily diventano subito amici, nasce fra loro quel feeling che unisce due esseri viventi che non possono comunicare se non con sguardi, espressioni del viso, inflessioni della voce, gesti e postura del corpo. Lily ricambia subito e con gli interessi il favore, salvando Ken prima dall'assalto di un branco di lupi, e poi, ferito e bloccato in una grotta, portandogli rami d'albero per accendere il fuoco e procacciandogli il cibo.


Fuori dalla grotta c'è solo neve e freddo e Ken delira in preda alla febbre, sogna la madre che gli racconta una fiaba, canta per sentirsi vivo e Lily improvvisa un balletto alzandosi sulle zampe posteriori. Ken sente avvicinarsi la morte e allora spiega a Lily il suo pensiero laico del significato dell'esistenza.
Giancarlo Berardi sceneggia in modo superlativo una delle storie di Ken più drammatiche e più intense. E solo i disegni di Ivo Milazzo possono rendere viva e poetica questa avventura. Diverse tavole completamente mute e, ovviamente, prive di didascalie raccontano più di mille parole. Milazzo è quasi spietato nel mostrarci come la disperazione trasformi il volto di Ken. Non credo che nelle storie future lo vedremo così sofferente, con un viso così emaciato, la barba lunga e la pelle sporca. Angosciante la sequenza di vignette nella quale gli occhi indemoniati di Ken, devastato dai morsi della fame, si incrociano con quelli innocenti di Lily. L'istinto di sopravvivenza rende Ken furioso e cieco, l'idea di sfamarsi con la carne di Lily gli attraversa la mente obnubilata. Ken prende in mano il coltello, chiama a sé la cagnetta, ma quello scambio ravvicinato di sguardi gli fa cambiare idea all'ultimo istante. Allontana con veemenza Lily fuori dalla grotta e piange disperato per la morte imminente.


Mai in nessun'altra storia Berardi ci mostra Ken attraversare così tanti stati d'animo: dalla spensieratezza iniziale del bivacco attorno al fuoco con i soldati dell'avamposto militare al quale Ken è assegnato, fino alla disperazione della solitudine nella grotta, con tutte le gradazioni intermedie. L'intelligenza e l'stinto di Lily si riveleranno ancora fondamentali per la salvezza di Ken. La scena dello scontro con l'orsa non lascia indenni. Ma non tanto per l'adrenalina che sale quando lo sguardo annebbiato di Ken riesce a dirigere l'unico colpo del suo Kentucky portandolo a segno sul volto dell'orsa ormai a pochi passi da lui. Quanto per il ringhio rabbioso di Lily che allontana dal cucciolo d'orso la mano di Ken ancora grondante del sangue caldo della mamma uccisa. L'uomo riceve una lezione dalla cagnetta, e noi restiamo lì, quasi ci vergogniamo insieme a lui per quello che ha fatto. Milazzo non ce lo risparmia, ritraendo Ken con il volto sporco di sangue e un'espressione contrita che sembra quasi chiedere perdono.
L'epilogo con il ritorno al mondo degli uomini del solo Ken, e non di Lily, rappresenta l'ultima emozione di una storia indimenticabile.  

mercoledì 3 dicembre 2014

Il respiro e il sogno di Ken Parker


Qualche mese fa prestai ad un'amica l'albo a fumetti intitolato Il respiro e il sogno di Berardi & Milazzo, pubblicato nel 1991 dagli Editori del Grifo all'interno della collana La nuova Mongolfiera. La mia amica ama i fumetti ma non conosceva Ken Parker: decisi quindi di farglielo conoscere attraverso una storia a colori che è la summa dei temi affrontati nelle avventure di Lungo Fucile e, nello stesso tempo, è anche uno degli apici stilistici raggiunti dalla coppia di autori. La reazione della nuova lettrice kenparkeriana fu entusiasta: non si sarebbe mai aspettata di leggere con tale interesse una storia, anzi quattro brevi racconti, a fumetti in cui non compare nemmeno un baloon. Questa è infatti la peculiarità de Il respiro e il sogno. Ken è immerso nella natura, durante le quattro diverse stagioni dell'anno, e interagisce con animali e indiani crow di cui non conosce la lingua. Quattro storie mute, perché le parole non servono. E laddove farebbero comodo, interviene il linguaggio dei segni a consentire la comunicazione tra Ken e gli indiani. Il tema ecologista, uno dei più importanti di tutta la saga, è dominante: la natura viene rappresentata ora con toni poetici ora anche nelle sue manifestazioni più violente.
Il rapporto di Ken con gli animali è protagonista assoluto in due racconti. Nel primo, Cuccioli, ambientato in un gelido e innevato bosco invernale, troviamo Lungo Fucile cacciatore di una cerbiatta che prima ferisce e poi, pentito, soccorre accudendo anche i suoi cuccioli. Qui sembra che Ken saldi il suo debito nei confronti del mondo animale. Il suo prodigarsi amorevole fa tornare alla mente infatti le cure che lui ricevette, nella condizione di infermo e disperso nella foresta innevata, dalla cagnetta Lily, in quell'indimenticabile episodio della serie Cepim in cui troviamo il primo speciale rapporto di Ken con un animale. La spietata legge della natura, che prevede cacciatori e prede, colpisce nel drammatico finale la cerbiatta ristabilita dalla ferite e i suoi cuccioli, quando un malridotto indiano uccide tutta la famiglia di cervi per poter sfamare la sua. Ken dimostra tutta la sua umanità: prima, colto dalla rabbia, reagisce imbracciando il fucile con un'espressione inferocita, per poi placarsi subito, non appena si rende conto dello stato di grave indigenza in cui versano i vagabondi indiani. Una mano alzata a mo' di saluto e si chiude un incontro intenso fra due esseri umani durato pochi istanti, in cui hanno giocato solo sguardi e gesti. Senza parole.



Anche nel terzo racconto, Soleado, ambientato in un arido e torrido paesaggio semidesertico, Ken si spende aiutando un animale in difficoltà. In questo caso l'oggetto delle attenzioni è una cavalla selvaggia pronta a partorire. Piene di dolcezza e di ironia sono le scene in cui il Nostro si prende cura della mamma e del piccolo. Fino all'attacco improvviso di un superbo stallone. La riconoscenza della cavalla nei confronti di Ken si manifesta nel suo rapido intervento a bloccare il fatale impeto del maschio. I tre quadrupedi si allontanano insieme e l'episodio si chiude circolarmente con la stessa sequenza di vignette: la mano di Ken che ripara lo sguardo dagli accecanti raggi del sole.
Nel secondo racconto, La luna delle magnolie in fiore, il risveglio primaverile della natura e dei sensi amorosi sono i temi protagonisti. Si tratta dell'episodio più allegro, anche se non mancano momenti drammatici. Ironia e dolcezza segnano l'incontro di Ken con una coppia di indiani crow, fratello e sorella. Se con l'uomo Ken ingaggia una divertente competizione sulle rispettive capacità di cacciatore (realizzato attraverso il linguaggio dei segni), con la ragazza è tutto un gioco di sguardi e sorrisi fino al dono finale di un fiore. Non manca l'intervento degli animali: drammatico quello di un puma che azzanna a morte il cavallo dei due fratelli (finendo comunque ammazzato da Ken), divertente quello della coppia di castori in fase di corteggiamento che fa da contrappunto ai timidi e, alla fine, vani approcci di Ken verso la ragazza indiana.



Se una dolce malinconia accompagna le vignette finali de La luna delle magnolie in fiore, un profonda amarezza pervade il quarto racconto, Pallide ombre, l'episodio più articolato e complesso. Ken si trova ancora a caccia, ma questa volta la canna del suo lungo fucile bagnato da un'incessante pioggia autunnale è puntato su un bisonte solitario. Una serie di flash-back segna il cammino di avvicinamento di Ken verso l'animale. In questi ricordi il Nostro rievoca momenti della sua infanzia spensierata in compagnia di suo padre, dei suoi giochi all'aperto, dell'incipiente sentimento di rispetto nei confronti della natura e degli animali, rappresentati dagli enormi branchi di bisonti che un tempo popolavano le grandi pianure, del suo rapporto di amicizia con un indiano suo coetaneo (Due pance, che poi rincontreremo più avanti nello speciale Ai tempi del Pony Express) durante l'adolescenza e della rivalità fra i due per questioni amorose. Colpiscono allo stomaco i due flashback finali. Il primo vede Ken e Due pance assistere di nascosto allo scempio di un branco di bisonti perpetrato per puro divertimento da parte di un gruppo di bianchi viaggiatori di un treno. Nel secondo, Ken ormai scout dell'esercito, scorta insieme a dei soldati un gruppo malconcio di donne e bambini indiani attraverso un maleodorante tappeto di carcasse di bisonti. Lo sterminio degli animali come mesto presagio del genocidio degli indiani appare prepotente in questo racconto. Spiccano anche alcuni tratti caratteristici di Ken, quali il valore dell'amicizia che va al di là del colore della pelle: seme di quel sentimento di uguaglianza fra gli uomini che accompagnerà sempre Ken nella sua vita.
Per stemperare l'amarezza, il volume si chiude con Quack, omaggio a Paperino, la comica finale, ovvero tre tavole mute di un simpaticissimo duello impossibile fra Ken e Paperino, nate per celebrare il personaggio disneyano nell'anniversario della sua creazione.
Questi quattro racconti, più la comica finale, sono rappresentativi di Ken Parker anche per lo stile e per i disegni. Il linguaggio cinematografico che aveva abolito le didascalie dopo alcuni albi della serie Cepim, qui elimina anche le parole. E allora sono i primi piani e l'espressività che solo Milazzo sa dare ai volti dei protagonisti, uomini ed animali, a recitare, a comunicare sentimenti ed emozioni. Poche tavole per raccontare tanto: e allora il ritmo della narrazione e la concitazione dell'azione sono ottenuti anche con il ricco alternarsi dei piani e dei campi. Gli acquerelli danno poi un tocco di verità e di vita alla pagina.



Mondadori ripropone quest'imperdibile storia nel trentunesimo volume in questi giorni in edicola, fumetteria e libreria della collana Ken Parker. Fanno da cornice altre due episodi, inseriti nella continuity, intitolati Dove muoiono i titani e Un alito di ghiaccio, che vedono il Nostro braccato dalla legge attraverso la regione dei Grandi Laghi fino al confine con il Canada. Tutti e tre gli episodi furono originariamente pubblicati suddivisi in diverse puntate su due riviste: Orient Express e Comic Art. Appartengono quindi alla seconda fase della storia editoriale del nostro amato personaggio, successiva alla serie in bianco e nero della Cepim. La fase dove ci si concesse più libertà per la sperimentazione (e Il respiro e il sogno ne è un esempio tangibile) e dei tempi più consoni per la realizzazione delle storie.

martedì 2 settembre 2014

La straordinaria amicizia fra Ken Parker e Lily


Potrà sembrare strano, ma penso non ci sia una storia nella quale Ken Parker riveli tanto di sé come Lily e il cacciatore. La stranezza sta nel fatto che l'interlocutore al quale Ken espone la propria concezione della vita non è in grado di capire le sue parole perché si tratta di Lily, una cagnolina.
"...pur non essendo indispensabile, ognuno di noi ha un ruolo ben preciso in questo mondo...E fin qui niente di nuovo... Solo che molti lo collegano all'idea di Dio, io invece lo sento come un dovere verso la gente, verso l'umanità!
D'altronde, forse anche noi due siamo Dio.. Voglio dire una parte piccolissima di Dio, che unita alle altre di questo mondo e a quelle di altri mondi ancora.."
L'essenza di Ken è racchiusa in queste parole pronunciate ad un animale, che gli ha salvato la vita due volte. La sua religione laica, che si basa unicamente sul riconoscimento della dignità dell'uomo e degli altri esseri viventi e in senso lato della Natura, è espressa ad una cagnolina.
Se vuoi conoscere Ken Parker, devi leggere questa storia eccezionale, nella quale la protagonista è Lily, una cagnetta. Dopo averla libeta dal morso di una sua tagliola, Ken e Lily diventano subito amici, nasce fra loro quel feeling che unisce due esseri viventi che non possono comunicare se non con sguardi, espressioni del viso, inflessioni della voce, gesti e postura del corpo. Lily ricambia subito e con gli interessi il favore, salvando Ken prima dall'assalto di un branco di lupi, e poi, ferito e bloccato in una grotta, portandogli rami d'albero per accendere il fuoco e procacciandogli il cibo.


Fuori dalla grotta c'è solo neve e freddo e Ken delira in preda alla febbre, sogna la madre che gli racconta una fiaba, canta per sentirsi vivo e Lily improvvisa un balletto alzandosi sulle zampe posteriori. Ken sente avvicinarsi la morte e allora spiega a Lily il suo pensiero laico del significato dell'esistenza.
Giancarlo Berardi sceneggia in modo superlativo una delle storie di Ken più drammatiche e più intense. E solo i disegni di Ivo Milazzo possono rendere viva e poetica questa avventura. Diverse tavole completamente mute e, ovviamente, prive di didascalie raccontano più di mille parole. Milazzo è quasi spietato nel mostrarci come la disperazione trasformi il volto di Ken. Non credo che nelle storie future lo vedremo così sofferente, con un viso così emaciato, la barba lunga e la pelle sporca. Angosciante la sequenza di vignette nella quale gli occhi indemoniati di Ken, devastato dai morsi della fame, si incrociano con quelli innocenti di Lily. L'istinto di sopravvivenza rende Ken furioso e cieco, l'idea di sfamarsi con la carne di Lily gli attraversa la mente obnubilata. Ken prende in mano il coltello, chiama a sé la cagnetta, ma quello scambio ravvicinato di sguardi gli fa cambiare idea all'ultimo istante. Allontana con veemenza Lily fuori dalla grotta e piange disperato per la morte imminente.


Mai in nessun'altra storia Berardi ci mostra Ken attraversare così tanti stati d'animo: dalla spensieratezza iniziale del bivacco attorno al fuoco con i soldati dell'avamposto militare al quale Ken è assegnato, fino alla disperazione della solitudine nella grotta, con tutte le gradazioni intermedie. L'intelligenza e l'stinto di Lily si riveleranno ancora fondamentali per la salvezza di Ken. La scena dello scontro con l'orsa non lascia indenni. Ma non tanto per l'adrenalina che sale quando lo sguardo annebbiato di Ken riesce a dirigere l'unico colpo del suo Kentucky portandolo a segno sul volto dell'orsa ormai a pochi passi da lui. Quanto per il ringhio rabbioso di Lily che allontana dal cucciolo d'orso la mano di Ken ancora grondante del sangue caldo della mamma uccisa. L'uomo riceve una lezione dalla cagnetta, e noi restiamo lì, quasi ci vergogniamo insieme a lui per quello che ha fatto. Milazzo non ce lo risparmia, ritraendo Ken con il volto sporco di sangue e un'espressione contrita che sembra quasi chiedere perdono.
L'epilogo con il ritorno al mondo degli uomini del solo Ken, e non di Lily, rappresenta l'ultima emozione di una storia indimenticabile pubblicata originariamente dalla Cepim di Sergio Bonelli nel dicembre del 1979, ma che si può tranquillamente rileggere nella splendida edizione pubblicata poche settimane fa dalla Mondadori.  

sabato 20 aprile 2013

Un fisico bestiale


Pubblico con piacere questo breve fumetto tratto dal numero di primavera 2013 de Gli altri animali, il notiziario di OIPA Italia, una onlus in primo piano nella lotta per la difesa dei diritti degli animali.
Le modalità attraverso le quali l'OIPA svolge il suo operato sono molteplici, ma voglio sottolinearne uno: le guardie eco-zoofile, un corpo di volontari con precisi poteri garantiti dalla legge italiana (che li definisce quali pubblici ufficiali) che vigilano, prevengono e intervengono per far rispettare i diritti degli animali.
Tornando al fumetto di Isabella Dalla Vecchia, nella sua estrema semplicità e immediatezza, veicola un messaggio che condivido pienamente: l'amore e il legame con la natura non può prescindere dall'attenzione ai nostri gesti quotidiani e alle nostre scelte di esseri umani, in quanto abitanti del pianeta con pari diritti di tutte le altre specie che lo popolano.

venerdì 19 aprile 2013

Il Gatto e l'Imperatore di Giada


Il Gatto arrivò a passi lenti: sinuoso, si pavoneggiava. Mostrava i suoi denti aguzzi in un sorriso soddisfatto: il pelo lungo e fulvo danzava al ritmo del vento leggero che lo accarezzava. Si trovava ormai a poca distanza dall'albergo: solo un ponte su una gola profonda lo divideva dal luogo in cui l'Imperatore di Giada sarebbe venuto a prenderlo. Guardava di sottecchi le due ali di folla che gli si aprivano ai lati mano a mano che avanzava. Erano animali del bosco e della steppa, delle valli e dei campi, delle paludi e delle montagne. Tutti erano venuti a tributare gli onori al Gatto, ad applaudirlo, a rendergli omaggio. E lui se la prendeva tutta quella gloria. Le notizia si era diffusa in un baleno in tutte le lande della Cina. Tutti gli animali sapevano che l'appuntamento avrebbe avuto luogo in un albergo, fino ad allora sconosciuto, situato nella valle più alta della Cina. Era estate, la temperatura era ottima e un piacevole tepore scaldava la valle mentre il sole splendeva alto fra le montagne. Il Gatto ormai aveva superato il ponte ed era giunto trionfante davanti all'ingresso, dove una grassa iena si spendeva in continui inchini e salamelecchi.
“Benvenuto nel mio umile albergo” ripeteva a capo chino digrignando i denti in una risata isterica “Per me è un grande onore ospitare l'incontro fra lei e l'Imperatore di Giada”.
Il Gatto intuiva che l'albergo era tutto tranne che umile. Il Topo gli aveva anticipato che si trattava di uno dei più lussuosi edifici della Cina: lastricato d'oro, con fontane da cui sgorgava il latte e con vasche colme di miele, l'albergo nella valle ad un passo dal Cielo era il posto ideale per un simile appuntamento. Il Gatto ignorò la iena e non si degnò di salutarla: non capiva come un posto così idilliaco potesse essere diretto da una bestia talmente laida. Senza ulteriore indugio entrò a testa alta e chiese:
“Dove si trova la mia dimora?”
Una schiera di altre iene servili si mosse all'unisono in direzione di una maestosa scala. Abbassando lo sguardo invitarono con dei gesti il Gatto a seguirle. Dopo alcune rampe il Gatto si trovò davanti ad una grande porta che, una volta spalancata, si aprì su una stanza lussuosa e amplissima. Il Gatto intravide un terrazzo sul lato opposto alla soglia. Gli venne spontaneo correre verso il balcone fino ad affacciarsi per godere di quello spettacolo naturale meraviglioso. Boschi lussureggianti vestivano i lati della montagna che si alzavano sulla valle colma di animali festanti. Il Gatto si dispiacque un po' di lasciare questo mondo, ma fu solo un fugace pensiero. Subito l'orgoglio di essere stato scelto dall'Imperatore di Giada si impossessò della sua mente e del suo corpo, tanto che il suo pelo si ingrossò rendendolo ancora più maestoso.
Ora si trattava solo di attendere. Mancavano poche ore e poi sarebbe potuto ascendere al Cielo insieme agli altri undici animali, scelti dall'Imperatore di Giada per mostrare alle altre divinità del Cielo le stupende creature che abitavano la Terra. E il Gatto era uno di quei dodici. A lui, il più bello fra gli animali, il Sovrano di tutti gli dei avrebbe dedicato un anno del calendario. Certo, ce ne sarebbe stato uno per ciascuno dei dodici eletti, ma lui sarebbe stato il primo, il più importante. Come si poteva solo pensare di paragonarlo alla sciocca Gallina o al timido Coniglio! Alla stupida Capra o al viscido Serpente! Alla petulante Scimmia o al servile Cane. Il Topo, poi, non se lo giustificava. Quale bestia ispirava maggiore ripugnanza del Topo?!? Ogni volta che il Gatto ci pensava, provava ribrezzo e non poteva smettere di chiedersi come mai l'Imperatore di Giada avesse deciso di portare in Paradiso anche quell'essere immondo. Comprendeva la scelta della nobile Tigre o del forte Toro, del temibile Drago o dell'elegante Cavallo. Ma il Topo proprio no! E il fastidio era acuito anche dal fatto che il Sovrano degli dei avesse usato proprio quell'orribile bestia come messaggero della lieta notizia. Fu il Topo, infatti, a rivelare al Gatto la decisione dell'Imperatore di Giada aggiungendo che, essendo il felino la creatura più bella, sarebbe stata chiamata per ultima. In tal modo poteva così ricevere l'applauso degli altri undici animali già raccolti e di tutti gli altri che erano accorsi davanti al magnifico albergo. Sarebbe stato un trionfo! E il Gatto se lo prefigurava leccandosi i lunghi baffi!
C'era però una nota stonata in questa armonia: le iene. Come potevano gestire una simile meraviglia delle creature così lerce e impure?!? Non se lo spiegava. Scacciò il pensiero avvicinandosi alla fontana che troneggiava al centro della sua elegante stanza. Era trascorsa ormai un'ora e cominciava ad avere sete. Il latte che sgorgava dalle cannelle era invitante. Accostò le sue labbra per bere quando avvertì improvvisamente un insopportabile odore. Il latte era rancido. Il Gatto si ritirò con un balzo da quel liquido che stava assumendo un colore giallastro. Spostò istintivamente lo sguardo verso la grande vasca che si apriva nel lato destro della sua stanza. Il miele appetitoso che la colmava si stava trasformando sotto i suoi occhi in melma grigiastra. Il Gatto rizzò tutti i sui peli e corse fuori abbattendo la porta che lo separava dalle scale. Gli scalini lussuosi di marmo che aveva calpestato solo un'ora fa, erano diventati delle tavole sgangherate legate le une alle altre attraverso corde sfilacciate. Le pareti che prima luccicavano d'oro erano state sostituite da muri scrostati e sporchi.
In preda al panico, il Gatto si precipitò lungo le scale che cedevano sotto il suo peso. Riuscì ad arrivare nell'atrio per un soffio: l'albergo si stava accartocciando su se stesso come un castello di carta pesta travolto dalle raffiche di vento. Il Gatto balzò fuori un attimo prima che l'edificio si schiantasse in una grande nuvola di polvere. Quando questa si diradò vide davanti a se le iene che si rotolavano a terra sbellicandosi dalle risate. Gli altri animali, dietro di esse, stavano svanendo: le loro immagini sbiadivano come se si fosse trattato di un incantesimo. Il Gatto fu preda di una terribile furia che lo fece balzare sulla iena più vicina. Nonostante la differenza di stazza sfavorevole al felino, la iena si trovava in una posizione supina, appiattita dalle zampe del Gatto puntate sul petto dell'immonda bestia. Le fauci del furibondo animale stavano per chiudersi sul collo della iena, quando un accecante bagliore squarciò il cielo. Il Gatto arretrò coprendosi gli occhi fino a quando, abituatosi a fatica alla bianchissima luce, riuscì a scorgere fra le nuvole delle figure. Col passare dei secondi quelle immagini divennero sempre più nitide fino a che fu in grado di distinguerle chiaramente.


Una processione di animali stava solcando il cielo, preceduta da una fonte di luce che non si poteva sopportare. Dietro a questa sorta di guida celeste, correvano una Tigre, un Toro, un Coniglio, un Drago, un Serpente, un Cavallo, una Capra, una Scimmia, una Gallina, un Cane e, infine, un Topo seguito da un Maiale. Il Topo volgeva il muso in direzione del Gatto e a questi parve di scorgere dei riflessi di luce uscire dalla bocca del roditore. Il Topo stava ridendo e i suoi denti riverberavano il bagliore prodotto dalla sua guida, che altri non poteva essere che l'Imperatore di Giada. Una collera ferina si impossessò del Gatto che emise un ruggito più forte di quello della Tigre. Furente attraversò il ponte a grandi balzi, ma nulla poté avvicinarlo a quel corteo che si stava allontanando sempre di più, fino a diventare un invisibile punto nel cielo.
Il Gatto si buttò a terra disperato. Si sentì più sciocco della Gallina e più stupido della Capra. Ma ebbe ancora la forza di sollevare il muso verso il Cielo. Fremendo dalla rabbia gridò con tutto il fiato che aveva in gola:
“Topo maledetto! Ti giuro vendetta eterna!”

Mio rimaneggiamento di un'antica leggenda cinese, alla base della nascita dello zodiaco e dell'ostilità fra gatto e topo.

sabato 17 marzo 2012

Animali senza diritti

Oggi a Trieste si è svolta una partecipata manifestazione per protestare contro la ristrutturazione e l'ampliamento dello stabulario dell'Università cittadina. Cos'è uno stabulario? Non lo sapevo fino a qualche giorno fa: è un luogo dove si eseguono esperimenti su animali, vivi. Vivisezione quindi.
Ho partecipato convinto al corteo che si è snodato per le vie centrali di Trieste per esprimere la mia netta indignazione nei confronti di un'istituzione così crudele, e inutile, e sulla quale c'è una diffusa ignoranza.
Ma la crudeltà è l'aspetto peggiore. E l'ignoranza della gente che pensa che la vivisezione sia utile.
"la vivisezione si fa per la ricerca sulle malattie!"
 ti obiettano quelli che pensano di sapere... Prima palla: la maggior parte degli esperimenti su animali sono condotti per prodotti cosmetici...

"sì, ma gli esperimenti fatti per studiare e sconfiggere le malattie dell'uomo sono necessari"
continuano ad obiettarti... Seconda palla: un numero crescente di scienziati e ricercatori afferma invano che i test sugli animali sono inutili, fuorvianti e quindi pericolosi, perché inducono a legalizzare medicinali che poi si rivelano pericolosi per l'uomo. E' già successo moltissime volte nel passato, ma i mezzi di comunicazione di massa preferiscono parlare d'altro. Siamo di fronte quindi ad un grosso errore scientifico.

Ma il motivo per cui dovremmo tutti dire a no alla vivisezione è il seguente: in questi giorni è in corso di recepimento dal nostro Parlamento la Direttiva 2010/63/UE sulla vivisezione. Tale direttiva rende possibile:

  • riutilizzare più volte lo stesso animale, anche in procedure che gli provocano intenso dolore, angoscia e sofferenza (articolo 16)
  • praticare l'apertura del torace e altri interventi ad animali inermi senza far uso di analgesici o anestesia (articolo 14, allegato VIII)
  • sperimentare su cani e gatti randagi (articolo 11)
  • tenere in isolamento totale per lunghi periodi animali socievoli come i cani e i primati (allegato VIII)
  • costringere gli animali al nuoto forzato o altri esercizi fino al sopraggiungere della morte  (allegato VIII)
  • somministrare scosse elettriche fino a indurre l'impotenza  (allegato VIII)
  • sperimentare per la ricerca di base sui primati non umani (che vengono catturati nel loro ambiente naturale e venduti ai laboratori di tutto il mondo nel numero di 100.000 all'anno) a totale discrezione dei ricercatori (articoli 5,8,55)
A me tutto questo ricorda gli esperimenti di Mengele nei lager nazisti.....

Qui e qui c'è un po' di documentazione...

La striscia in alto è di Patrick McDonnell, l'autore di Mutts. Fautore dei diritti degli animali, McDonnel ha creato una serie speciale dei Mutts, "Shelter Stories" (storie del rifugio), per diffondere la consapevolezza sulla situazione difficile degli animali nei canili e per promuovere l'adozione degli animali domestici. Nel 2002 ha concesso alla LAV l'onore di pubblicare le strisce all'interno di un albo speciale della rivista Piccole impronte. Il sottotitolo dell'albo è: "I fumetti dalla parte degli animali"


sabato 22 ottobre 2011

Totoro o Zagor?


Eravamo molto indecisi sul nome...
Alla fine ne erano rimasti due in lizza, molto diversi fra loro, ma ugualmente affascinanti, perché ricchi di richiami ad avventure, di genere completamente diverso fra loro, ma che ci erano piaciute.
La conclusione era stata che avremmo capito quale sarebbe stato il nome giusto, se Totoro o Zagor, nel momento in cui l'avremo conosciuto.
Così, molto emozionati, io e mia moglie siamo andati nella casa in cui era nato insieme ai suoi sette fratelli e sorelle.
E l'abbiamo visto....



Non abbiamo avuto più nessun dubbio.
 



 Ciao Totoro! Benvenuto a casa!

venerdì 7 maggio 2010

Perchè mangiamo gli animali? Buona domanda...


Non sono più quello di prima. E' ovvio! Ogni esperienza ti cambia: non sei mai quello che eri un minuto fa. O meglio: sei sempre quello di prima, ma semplicemente hai il "coraggio" di manifestare all'esterno quello che sei dentro.

Un libro può cambiarti? Sì? No? Domanda mal posta. Ciò che conta sono le nuove domande che ti fai, e soprattutto le risposte che dai alle domande. Puoi far finta di niente e tirare diritto. Oppure no. Ecco, io no!

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