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lunedì 17 aprile 2017

Ikigami o della tirannia della morte


Come si può far apprezzare il senso della vita per legge? Lo spiega Ikigami, manga scritto e disegnato da Motoro Mase, autore anche del pregevole demokratia. Dieci volumi raccontano la storia di venti ragazzi fra i diciotto e i ventiquattro anni, cui il protagonista Kenko Fujimoto consegna appunto l'ikigami, l'annuncio di morte: solo ventiquattro ore separano il destinatario dell'ikigami dalla sua dipartita da questo mondo. Fujimoto, trait d'union di queste storie personali, è un pavido impiegato statale cui tocca il compito di applicare l'ultimo atto della legge di Prosperità nazionale, l'impietosa norma che stabilisce che un giovane a caso su mille, di età compresa fra i diciotto e i ventiquattro anni, debba morire in un giorno prestabilito, ma a lui ignoto fino a ventiquattro ore prima. Il meccanismo attraverso cui si realizza il decesso è l'esplosione di una nanocapsula inoculata nell'organismo della vittima nel momento della vaccinazione eseguita il primo giorno di scuola, all'età di sei anni. Un complicato protocollo fa sì che l'informazione del predestinato venga tenuta segreta fino al giorno precedente alla morte.

lunedì 15 febbraio 2016

Cambio

Questo blog è nato sei anni fa sull'onda dell'emulazione. Due miei amici avevano dei blog sui quali scrivevano di fumetti e io mi son detto "perché no?". E così ho iniziato l'avventura virtuale, dedicando molti dei miei post a Ken Parker, il mio fumetto preferito. L'anno scorso Ken ha trovato finalmente la sua fine editoriale e, pur non essendo stato l'unico tema dei miei ragionamenti, oggi mi ritrovo a domandarmi: "che fare?". Da aprile ho pensato più di una volta all'eventualità di chiudere il blog. Non l'ho fatto. Ancora. Ma può darsi che lo farò, a meno che non cambi e che non trovi un'altra motivazione. Forse non più i fumetti. Non lo so. Ci sto pensando, ma neanche tanto. La vita è altrove, non su questi bit.

sabato 30 gennaio 2016

"Lo scultore" di Scott McCloud: un capolavoro sulle domande fondamentali della vita


A quasi un anno dalla sua uscita in Italia per la Bao Publishing ho letto Lo scultore, fumetto scritto e disegnato da Scott McCloud. L'americano che ci ha spiegato cosa sia il fumetto attraverso un saggio a fumetti ha creato una storia che racchiude in sé una forza dirompente, che ho avvertito in ben pochi altri fumetti letti recentemente. Lo scultore ti colpisce per la sua sincerità, per il saper mettere a nudo i sentimenti e le idee del protagonista, David Smith, in un modo realistico e immediato. E per il tema, ovviamente, che ti fa riflettere a lungo, dopo che hai girato l'ultima pagina del volume.



David Smith è un giovane scultore in piena crisi artistica e di vita. Spiantato, senza un soldo e con un solo amico, non sa dove sbattere la testa. Ma in suo aiuto accorre un vecchio zio che, durante una lunga ed animata conversazione in una tavola calda, lo porta a riflettere sulla sua condizione. Alla fine del dialogo David si convince a stringere un patto faustiano con il suo parente, che altri non è se non la Morte. Il giovane riceverà il dono di plasmare qualunque materia con le proprie mani per duecento giorni, trascorsi i quali morirà. Ciò che David non può prevedere è che nell'arco di questo periodo conoscerà una ragazza di cui si innamorerà e questo, ovviamente, cambierà tutto. L'Arte è, per David, sopra ogni cosa, la vita trova senso solo nell'espressione della sua anima attraverso la scultura. Ma non solo l'espressione, anche la conseguente comprensione da parte degli altri. L'accoglienza del pubblico, il giudizio altrui è un forte bisogno che, nonostante il dono, non riesce comunque a soddisfare. E da qui si rafforza una frustrazione logorante, accentuata dal tempo che fugge inesorabile. Anche se non capisci nulla di Arte, ti senti preso da questo vortice e vivi insieme a David il suo dramma, il suo soffocante bisogno di vincere l'Oblio.



Lo spiraglio di luce arriva inaspettatamente con l'ingresso di una ragazza, Meg, nella vita di David. Meg è una donna complicata, con la quale è difficile convivere. Anche lei è animata da una forte tensione interiore, dalla necessità di trovare un'affermazione nella propria vita. Il rapporto fra i due è molto contrastato e dolce allo stesso tempo. David però riesce ad arrivare fino al fondo di questo percorso tortuoso e accidentato che è la loro storia d'amore. E ci riesce condividendo il suo segreto. Meg è il mezzo e il fine attraverso cui l'arte e la vita di David trovano il loro senso.



La risposta di McCloud all'eterna domanda "Cosa lasciamo dopo la nostra morte? Quale è la nostra eredità" ad alcuni è parsa banale e scontata. La ritengo invece l'unica possibile, in quanto vera e concreta, in quanto la sola che connoti la nostra specie, ovvero ciò che ci distingue, senza peraltro renderci superiori, agli altri esseri viventi. Non dico di più perché voglio lasciare intatta ai futuri lettori la gioia e la commozione che nascono dalle ultime tavole.
Aggiungo ancora che le quasi cinquecento pagine della storia sono disegnate con uno stile grafico molto coinvolgente: al bianco e nero di base si aggiungono tante tonalità di blu con le quali McCloud ombreggia, riempie, conferisce tono, spessore e sentimento al disegno. Le anatomie dei personaggi sono semplici ma espressive, mentre la città, gli edifici, le strade e le sculture ardite di David sono l'altro protagonista della storia.



giovedì 7 marzo 2013

Il Chemako dell'Afghanistan


Questa è la storia di Sheikh Abdulla, un guaritore afghano, che vive da semi-nomade nella provincia di Herat. Si sposta di villaggio in villaggio per curare chi soffre con le medicine che ricava dalle erbe. Dimostra più di anni di quelli che effettivamente ha. Vive solo, ma chi lo conosce sa che un tempo aveva una moglie. La sua mano trema. Ma non è stato sempre così: tanti anni fa era salda e imbracciava un fucile, un fucile sovietico. Sì, perché il vero nome di Sheikh Abdulla è Bakhretdin Khakimov e nel 1980 arrivò in Afghanistan con l'Armata Rossa.
Aveva vent'anni, veniva da Samarcanda, quando ancora l'antica città faceva parte dell'Impero Sovietico. Venne ferito durante un combattimento, fu considerato disperso dai suoi commilitoni. In realtà fu soccorso, curato e nutrito da un uomo afghano più anziano di lui, che ora non c'è più. Questi gli insegnò le arti della guarigione tradizionale. Bakhretdin decise di non tornare più indietro: cambiò nome in Sheikh e, soprattutto, cambiò vita.
Non perse la memoria come Chemako, ma, come lui, rifiutò la guerra e accolse la nuova vita che il destino gli donò. Scelse di guarire gli altri e non di ucciderli: in altre parole, scelse di essere uomo. 





martedì 3 aprile 2012

Io sono un centauro

Sono due sentimenti contrastanti quelli che sorgono dentro di me ogni volta che ascolto la voce di Primo Levi. Da un lato sono travolto da una profonda tristezza, non solo per il pensiero della sua tragica esperienza ad Auschwitz ma anche per la sua morte, per come è avvenuta, 25 anni fa, con quel lancio nel vuoto della tromba delle scale del palazzo in cui viveva ed era nato. L'altro sentimento che nasce dentro di me è del tutto opposto. E' una grande fiducia nella vita, nella sua complessità, è un desiderio di ricerca, di analisi, di approfondimento, è una grande curiosità. Un uomo che si è suicidato, che ha rifiutato di continuare a vivere, è riuscito a comunicare tutto questo a chi lo ha ascoltato, visto, letto. A chi ha letto quell'insieme di opere per cui Primo Levi è meno noto, come i racconti ad esempio. Il chimico, il tecnico più che lo scienziato, come lui amava definirsi (e che piace anche a me come definizione visto che tecnico lo sono anche io) induce una miriade di spunti di riflessione: curiosi, strani, simpatici, profondi, mai banali. Pieni di vita. Quella di cui però si è privato l'11 aprile di 25 anni fa, della cui notizia ho un ricordo ancora oggi chiaro come può essere solo un'immagine che si staglia netta nel cervello: dove io, tornato dal liceo, sto pranzando seduto a tavola con mia madre in piedi alle mie spalle mentre è intenta a preparare qualcosa, e il telegiornale che annuncia freddamente la notizia. Freddo: è la sensazione associata a quell'immagine, freddo capace di spegnere la luce e il caldo di quella primavera.
Rai Radio 3 ricorda Primo Levi attraverso la sua voce, e quella di molti altri che ne parlano. Lo fa riproponendo lo speciale che Marco Belpoliti realizzò nel 2007: Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi. Dieci puntate da ascoltare che ci fanno ri-scoprire l'universo di Primo Levi attraverso dieci temi.

I PUNTATA: Il lager (ospiti: Ferdinando Sessi e Mario Porro)
II PUNTATA: Il viaggio (ospiti: Andrea Cortellessa e Davide Ferrario)
III PUNTATA: La letteratura (ospiti: Ernesto Ferrero e Massimo Rizzante)
IV PUNTATA: La curiosità (ospiti: Stefano Bartezzaghi e Daniele Giglioli)
V PUNTATA: La chimica (ospiti: Piero Bianucci e Mario Porro)
VI PUNTATA: Il lavoro (ospiti: Nicola Tranfaglia e Alberto Papuzzi)
VII PUNTATA: L'ebraismo (ospiti: Gad Lerner e Alberto Cavaglion)
VIII PUNTATA: La memoria (ospiti: Sergio Luzzatto, Pietro Barbetta, Mario Barenghi)
IX PUNTATA: La zona grigia (ospiti: Walter Barberis e Luigi Zoja)
X PUNTATA: La poesia (ospiti: Massimo Raffaeli e Fabio Pusterla)

Inoltre, il programma radiofonico Ad alta voce, sempre di Rai radio 3, sta proponendo proprio in questi giorni la lettura de La tregua.

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