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mercoledì 17 luglio 2013

Manodopera a costo zero


Lo spettacolare ingresso della jeep, con a bordo Martin Mystère, Diana e la vecchia conoscenza Olga, sembra infrangere il sogno perverso dello spregiudicato Ludwig Meidner, protagonista negativo de Gli abitatori del sottosuolo, albo numero 327 delle avventure del Detective dell'Impossibile. Il compianto Paolo Morales ha realizzato una delle sue storie migliori, aiutato nei disegni dalla brillante coppia costituita da Roberto Cardinale e da Alfredo Orlandi. Nella consueta rubrica che trova spazio nelle ultime pagine, Alfredo Castelli definisce la presente storia come tipica della produzione di Morales, in quanto
"l'elemento mysterioso (in questo caso le creature del sottosuolo) si fonde con la scoperta di un grave crimine compiuto da qualche organizzazione multinazionale, crimine di cui non ci rendiamo conto o fingiamo di non renderci conto perché ci permette di vivere in modo più confortevole"
Il crimine in questione è ben descritto dallo stesso Meidner: sfruttare degli schiavi per generare profitto. Ammetto che la lettura di queste vignette mi ha colpito molto, soprattutto la parte riguardante il sogno inconfessabile di ogni imprenditore. La fantasia di Morales va solo poco al di là della realtà: l'unico elemento fantastico di tutta la storia è infatti la tipologia degli schiavi, ovvero un gruppo di umanoidi molto resistenti e feroci, sviluppatisi nelle caverne austriache nella più totale oscurità. Dei mostri, si direbbe, di cui però Mystère conosce le origini e di cui scopre e difende l'umanità. Se eliminiamo questo elemento, quello che rimane è tutto vero.
Gli schiavi che scavano la terra congolese alla ricerca di uranio esistono realmente e sono uomini, donne e bambini in carne e ossa. E sono solo un esempio di tutti quelli che, nel passato e nel presente, anche a poca distanza dalle nostre comode case, vengono sfruttati in condizioni inumane per generare profitto. La prima cosa che ho pensato leggendo le parole di Meidner è stata che il sogno inconfessabile del capitalismo è proprio questo: generare profitto con manodopera a costo zero. In fondo è questo l'asintoto cui tende la nostra società, nonostante tutti i limiti legali e sociali che noi cerchiamo di opporre con maggiore o minore successo. Cerchiamo di difenderci nel modo migliore possibile ma è una battaglia persa in partenza. Se alcuni stanno bene, ciò è possibile solo grazie a molti che stanno male. Forse l'ho espresso in termini troppo semplicistici ma è la verità.
Morales lo racconta molto meglio e senza appesantire la storia di moralismi o di retorica. La trama fila infatti liscia e intrigante fino alla fine, grazie anche ai numerosi personaggi di contorno ottimamente delineati. A partire da Prego, la creatura del sottosuolo che accompagna Martin in questo viaggio dell'orrore e che ci fa riflettere (cosa di cui se ne sente sempre più bisogno) sul concetto del diverso, al simpatico e coraggioso ispettore italo-austriaco Albani, fino al citato Meidner. Da sottolineare anche il ruolo da co-protagonista di Diana Lombard, le cui qualità (mai abbastanza messe in evidenza lungo la serie) si rivelano fondamentali per la soluzione della vicenda, e quello di Travis, ritratto in un periodo di piccola crisi esistenziale e rincuorato da Martin rispetto alla solidità della loro amicizia.
Tantissimi elementi e spunti di interesse, quindi, in questa storia, resa graficamente da un buon tratto: mi piace molto il volto di Martin, di Diana e anche di Prego anche se, nel complesso, i disegni di Cardinale e Orlandi soffrono un po' di staticità.
Castelli chiude la rubrica finale avanzando l'ipotesi su quale potrebbe essere il messaggio che Morales voleva comunicare con questa storia:
"Astenersi dall'acquistare certi beni di consumo ottenuti con questi metodi crudeli può indurre chi li produce a modificare il proprio comportamento, se non altro per interesse"

Io, invece, ci ho letto un pessimismo molto profondo. Le provocatorie parole pronunciate da Meidner prima di morire su chi sia il buono in questa storia rimbalzano nella mente di Martin anche nelle vignette finali, quando, insonne nel cuore della notte, riflette sconfortato sull'esito della vicenda:
"..e così, ancora una volta, è l'interesse economico che detta l'ultima parola"

giovedì 20 giugno 2013

Cartoline da Tunisi

Lo sapevate che il Forum Sociale Mondiale del 2013 si è già svolto? Sì? Beh, io no! Ammetto la mia ignoranza ma non mi pare di aver notato un grande risalto della notizia sui mezzi di informazione di casa nostra. Probabilmente sarò stato distratto, ma immagino che le recenti beghe politiche italiane siano state il tema principale dei giornali nostrani e, nello stesso tempo, il motivo del mio allontanamento dalla loro lettura, causa forte nausea.
Meno male che c'è Internazionale che me lo ricorda in uno dei modi che prediligo: il fumetto.
Infatti, il numero 1005, in edicola fino ad oggi, propone nella consueta rubrica di Graphic Journalism un chiaro e interessante reportage di Othman Selmi, giovane cartoonist e illustratore tunisino, alla sua terza (se non mi son perso qualcosa) apparizione sul settimanale italiano (vedi qui e qui).
L'importanza di tenere sempre alto il dibattito su temi quali la libertà, la giustizia sociale, il rispetto per l'ambiente e l'equa distribuzione delle risorse fra i popoli mi sembra evidente. Il fatto che di questi temi si sia parlato, non senza contraddizioni come dice lo stesso Othman, in un paese che da poco ha scacciato un dittatore per instaurare una democrazia ancora troppo debole è così importante, che il silenzio, o comunque la poca enfasi, dedicata dalla stampa italiana all'evento è imperdonabile.
Quindi lasciamo parlare Othman.


martedì 12 marzo 2013

Ugo Pastore ha trovato la pace


Un sospiro di sollievo ha accompagnato la lettura dell'ultima tavola de La sorgente dei fiori di pesco, il diciottesimo e ultimo albo di Shanghai Devil, la miniserie a fumetti scritta da Gianfranco Manfredi e pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore. Era ora che Ugo Pastore, il protagonista di questa e della precedente miniserie  Volto Nascosto, trovasse finalmente la pace. Se l'è ampiamente guadagnata sul campo.
Se da una parte mi dispiace che l'affascinante viaggio nella Cina dei Boxer si sia concluso, dall'altra non si può non riconoscere che la fine scritta da Manfredi sia la più giusta per Ugo. Quale altro personaggio Bonelli è stato caratterizzato da un'irrequietezza d'animo quanto il nostro giovane romano? Chi, come lui, avrebbe mai abbandonato una tranquilla e agiata vita borghese per cacciarsi nelle rogne peggiori, prima di una guerra coloniale africana e poi di un'altra ancor più intricata e altrettanto pericolosa in estremo oriente? Chi avrebbe affrontato un sacco di guai con tale coraggio, ma anche con tanta incoscienza, solo per non essere capace di pensare alle conseguenze prima di agire? Non si può non riconoscere ad Ugo che la sua impulsività, la sua indignazione (un sentimento così nobile ma oggi così poco provato) di fronte alle ingiustizie che provoca una reazione così spontanea sia sinonimo di grande empatia verso chi soffre. Ugo non ci pensa mai su due volte: prende e parte in quarta. E per questo gli vogliamo un sacco di bene! Non importa chi abbia davanti a sé: può trattarsi di un imperatore o di un soldato, di un mercante o di un sicario. Il titolo, la carica o il pericolo che costituisce non contano se la persona che ha di fronte si macchia di un'azione che Ugo giudica ingiusta.


E anche in Cina non sono mancati i pericoli. Prima rischia di affogare per portare a casa la bella Meifong. Poi combatte contro tutto e tutti per salvare il padre rapito e, quando scopre il suo barbaro omicidio, attraversa imprudentemente la Cina scossa dalla guerra per cercare di capire il mandante. Poi si butta in una missione apparentemente suicida per difendere una cattedrale e i suoi rifugiati dall'assalto delle truppe imperiali. E infine, stremato, quasi consunto, parte alla ricerca della sorgente dei fiori di pesco per ricongiungersi all'amata Meifong. Sulla sua strada ha incontrato veri amici come Ha Ojie e Risto (avendo trasformato quest'ultimo da nemico meschino in compagno di avventure fedele e leale), ai quali ha insegnato tanto. Si è emancipato dalla maschera. Ha combattuto nemici al di là della bandiera e della divisa che portavano, ma solo per le azioni che compivano. E finalmente si gode il meritato riposo e la necessaria serenità.
Anche a me piacerebbe molto rivedere questo eroe contemporaneo in un altro contesto, su altri teatri storici poco praticati dal fumetto. Ma ha già fatto tanto. Meifong, il suo maestro Ziwen e gli altri ospiti dell'armoniosa sorgente saranno ora i compagni dei suoi giorni futuri. E poi Manfredi sta già lavorando ad un altro personaggio, Adam Wild, un eroe anarchico, dal sorriso sfrontato tipico degli avventurieri che non si vedono al cinema dai tempi di Erroll Flynn (quindi molto diverso dal tormentato Ugo), le cui storie a fumetti saranno ambientate nell'Africa Nera di fine Ottocento. L'unico problema è che dovremo aspettare il 2014. Vorrà dire che nel frattempo mi consolerò rileggendomi tutto d'un fiato Shanghai Devil, dal primo all'ultimo numero....

giovedì 5 luglio 2012

Processo Diaz: "l'ingiustizia è relativamente facile da sopportare, quella che proprio brucia è la giustizia"

La Cassazione ha confermato le condanne dell'appello: ciò significa interdizione alle cariche per i dirigenti della polizia. Niente galera grazie all'indulto. E con la prescrizione altri reati non sono stati puniti. Undici anni per avere giustizia sono troppi. E comunque c'è sempre qualcosa che non va, che non torna. Non è una giustizia piena e completa.
Lo esprime molto bene uno che alla caserma Diaz di Genova c'era, uno che ha subito le torture della polizia e che, sulla sua storia e su quella di tanti altri ragazzi come lui, ci ha fatto sopra un fumetto: "Quella notte alla Diaz" di cui avevo già parlato qui a suo tempo.
Si chiama Christian Mirra e queste sono le sue considerazioni sul suo blog.

martedì 8 novembre 2011

Bonelli e Berardi

Nella rubrica "Il Diario di Julia" dell'albo numero 158 di Julia in edicola a novembre, Giancarlo Berardi, il curatore e autore della serie che narra le avventure della criminologa, rivolge il suo personale saluto a Sergio Bonelli. In poche righe il creatore di Julia ripercorre la storia del suo rapporto con l'editore senza risultare stucchevole o retorico. E' infatti la schiettezza delle sue parole a rendere vero il ricordo, senza tralasciare gli scontri "inevitabili", fra un "sessantottino anarchico e ribelle" quale era Berardi negli anni 70, e un editore, Bonelli, che, "pur aperto e sensibile, dirigeva la sua impresa con tratto paternalistico". Fu anche grazie a questa dialettica fra Bonelli da una parte e Berardi (e Ivo Milazzo) dall'altra che Ken Parker divenne quel capolavoro che tutti i veri amanti di fumetti hanno saputo apprezzare.
Berardi ricorda anche l'uscita sua e di Milazzo dalla casa editrice milanese per creare la loro Parker Editore, con la quale pubblicarono in rivista le avventure di Lungo Fucile. Ma dice anche che poi Bonelli stesso li rivolle indietro. Penso che Sergio amasse molto quel western del tutto particolare, nato dalle teste e dalle mani della coppia ligure. Ma stimava molto anche l'autore Berardi al quale, quando si vide proposta la figura di Julia, disse: "Strano un fumetto con tanta psicologia e poca azione, ma mi fido di te. Io pubblico Berardi". Quello fu il migliore complimento che Bonelli gli fece lungo i diversi decenni della loro collaborazione, durante i quali, ogni sceneggiatura dell'autore veniva scrupolosamente letta dall'editore, "senza addolcire i giudizi".
Come ha ricordato anche in occasione dell'omaggio ufficilale che la Regione Liguria ha rivolto a Sergio Bonelli il 17 ottobre a Genova (che si può ascoltare qui), Berardi sottolinea un aspetto molto importante dell'opera dell'editore milanese. Ovvero "l'operazione culturale senza precedenti", grazie alla quale i personaggi della Bonelli hanno contribuito a formare la personalità di intere generazioni di ragazzi attraverso il fumetto, un mezzo molto efficace in quanto basato sul divertimento.

Non ci avevo riflettuto sopra più di tanto prima della morte di Sergio Bonelli ma, dapprima Patrizia Mandanici sul suo blog, e poi Berardi stesso con queste parole, mi hanno fatto pensare a quanto sia debitore il mio radicato senso di giustizia alle avventure di Tex, Mister No, Ken Parker, Zagor, Julia e di tutti gli altri "eroi di carta" bonelliani. Senza queste letture che mi hanno accompagnato divertendomi fin da ragazzino, i miei valori sarebbero meno forti e saldi di quel (poco) che sono.

sabato 19 febbraio 2011

Due tavole per una rivoluzione

Due tavole a fumetti possono descrivere efficacemente una rivoluzione? Sì, se a farlo è Othman Selmi, giovane illustratore e fumettista tunisino, i cui disegni sono pubblicati questa settimana dalla rivista Internazionale, nella sempre interessante rubrica Graphic journalism. La rivoluzione raccontata attraverso il linguaggio delle nuvole parlanti è quella che ha trasformato il paese dell'autore nell'ultimo mese, aldilà di ogni previsione degli occidentali, contagiando poi il vicino Egitto e, in queste ore, la Libia e il Bahrein.
Personalmente, ho capito molto di più di ciò che è accaduto nel paese nordafricano dal reportage di Othman Selmi, che non da molti quotidiani e telegiornali di casa nostra.
Ecco le due tavole del fumettista, dominate da caldi colori che virano dal rosso della bandiera tunisina.

Disegni di Othman Selmi, da Internazionale 885 del 18 febbraio 2011
Disegni di Othman Selmi, da Internazionale 885 del 18 febbraio 2011

La copertina dell'attuale numero di Internazionale è dedicata alle due rivoluzioni che hanno cambato la storia di Tunisia ed Egitto. All'interno ci sono, oltre all'articolo grafico di Othman Selmi, interessanti scritti di Olivier Roy, Ahmed Rashid, Amira Hass e Slavoj Žižek.


Di questi fatti, ispirati da un anelito laico alla libertà e alla giustizia, il filosofo sloveno scrive su The Guardian, nell'articolo riportato sulla rivista:

"... Quando un regime autoritario si avvicina alla crisi finale, la sua dissoluzione, di regola, segue due fasi. Prima del vero e proprio crollo, si verifica una misteriosa rottura: tutt'a un tratto la gente si rende conto che il gioco è finito, semplicemente non ha più paura. Non solo il regime perde ogni legittimità, ma il suo stesso esercizio del potere è percepito come un'impotente reazione di panico. In una scena tipica dei cartoni animati, un personaggio raggiunge un precipizio ma contnua a camminare, come se avesse ancora la terra sotto i piedi. Comincia a cadere slo quando abbassa gli occhi e vede l'abisso. Quando perde la sua autorità. è come se il regime fosse sopra il precipizio: per farlo cadere, bisogna solo ricordargli di guardare in basso ...."

martedì 19 ottobre 2010

La logica e le passioni

Ho letto Logicomix alcune settimane fa ma l'ho lasciato sul comodino, non l'ho riposto subito in libreria. Questo perché dovevo farlo riposare, dovevo permettere alla mole di stimoli e informazioni che mi aveva dato di sedimentare dentro di me. Ogni tanto la sera, sbirciandone la copertina, ci rimuginavo sopra finché, ieri, l'ho ripreso in mano e ne ho riletto lunghe parti. Devo dire che è il più appassionante fumetto che abbia letto nel corso del 2010. E questo perché offre diverse chiavi di lettura, una più interessante dell'altra. Si può vedere semplicemente come la biografia del celebre matematico, logico e filosofo inglese Bertrand Russel, di cui si scopre la storia fin dall'infanzia con dei lunghi flash-back raccontati dal filosofo stesso durante una conferenza tenuta in un'università americana nel settembre del 1939. Oppure si può leggere come la storia della logica e della matematica e dei suoi protagonisti lungo la fine dell'800 e i primi decenni del 900. Un altro piano di lettura è la storia di una ricerca della verità, quella condotta strenuamente ed appassionatamente da Bertrand Russel stesso: è una delle chiavi che mi ha più colpito. Questo fumetto parla di logica e di logici, ovvero di una disciplina e dei loro adepti che, superficialmente, potrebbero essere considerati come quanto di più cerebrale e astratto possa esistere. In realtà è un fumetto che ha come protagonista la passione, il sentimento più forte che ti infiamma l'animo e che ti può portare tanto alla più spasmodica esaltazione quanto alla più nera frustazione. E' ciò che accade a Russel ed ai matematici che lo circondano. Russel in particolare è mosso da un sacro fuoco, che lo accompagnerà per decenni e che sarà la sua croce e delizia. Il suo scopo è quello di rifondare la matematica su basi solide e logicamente inattaccabili, in modo che tutte le scienze, che a loro volta poggiano i loro fondamenti sulla matematica, sappiano dare risposte certe ed ineludibili ad ogni domanda che viene dal mondo. Se si guarda bene, questo è un fine estremamente nobile: Russel ha una sconfinata fiducia nella capacità della scienza di aiutare l'uomo e di risolvere i suoi problemi. Come? Consentendo il raggiungimento di una conoscenza certa, fornendo sempre risposte corrette a domande ben poste. Ma per fare questo, ogni scienza ha bisogno di un linguaggio di base ineccepibile e preciso, e questo è la logica che, come diceva Aristotele, "... è un
ragionamento nuovo e necessario". Nuovo perché permette la scoperta di qualcosa che prima era ignoto, necessario perché porta a conclusioni inevitabili. Ai suoi tempi la logica era snobbata tanto dai matematici perchè considerata troppo filosofica quanto dai filosofi perché reputata troppo matematica. Russel fu preso da un incantesimo e si immerse totalmente nello studio di come rifondare esattamente la logica: voleva eliminare tutti gli assiomi, tutte le verità assunte come innate e indimostrabili in quanto ovvie, poichè nella nuova logica tutto avrebbe dovuto essere dimostrato "logicamente". Anche questa è un'idea rivoluzionaria: rifiutare le conoscenze date sempre per scontate sottoponendole alla luce della ragione è una delle battaglie di libertà più importanti che un uomo possa fare per se stesso e per tutti i suoi simili. Russel la intraprese di petto e ne rimase scosso nel profondo. I due autori greci del fumetto, un matematico e un informatico, ci mostrano tutti i traumi umani e familiari che Russel visse sulla propria pelle in seguito a questa sua passione, che fu così esaltante ed opprimente nello stesso tempo, da fargli pensare più volte di essere vicino alla foliia. D'altronde il tema della pazzia accompagna Russel lungo tutta la storia: dall'infanzia quando scopre di avere uno zio schizofrenico, fino all'età adulta quando conosce tutti i più celebri filosofi e matematici del tempo alcuni dei quali soffrivano di seri problemi psichici. Dicevo che la logica fu per Russel la sua croce e la sua delizia: uno dei punti di svolta infatti della sua vita fu la scoperta del paradosso che, da allora, fu chiamato appunto il paradosso di Russel. Un paradosso è una proposizione che, mentre afferma una cosa, ne dimostra anche la sua negazione, e viceversa. Se scovato all'interno di una teoria logica o matematica, allora ne mina uno dei presupposti e la teoria perde la sua pretesa di assolutezza. E' quanto fece Russel nei confronti della teoria degli insiemi di Cantor, che aveva preso come base della sua ricerca.
"L'insieme degli insiemi che non contengono se stessi, contiene se stesso? Se sì, allora no. Se no, allora sì."
Ecco le parole che sconvolsero la storia della logica e dei suoi protagonisti nei primi anni del 900 : Russel divenne famoso per aver smontato la più promettente teoria matematica di quegli anni e nulla fu come prima, uno spartiacque venne segnato indelebilmente e molte menti vacillarono sotto questo colpo. Russel stesso ne fu prima esaltato e poi profondamente turbato. La sua scoperta segnò la sua vita per sempre: mai riuscì a raggiungere la completezza di una teoria che fosse autosufficiente logicamente, semplicemente perché non esiste. Due furono gli uomini che abbatterono ogni speranza: un matematico e un filosofo. Il primo, Goedel, che si basò molto sugli studi di Russel, dimostrò incofutabilmente con il suo teorema di incompletezza che non tutte le asserzioni matematiche sono dimostrabili, ovvero che esistono domande senza risposta. Il secondo, Wittgenstein, propose una visione del mondo in cui contano solo i fatti e dove la logica, essendo un linguaggio, può essere solo una rappresentazione, una mappa del mondo reale e, in quanto mappa, non ne costituisce il senso ultimo. La vera vita, secondo il pensatore tedesco, sta proprio in ciò che la logica non coglie e non potrbbe mai cogliere per sua natura: i fatti.
Russel più volte usa la parola fallimento lungo il suo racconto alla platea americana, per descrivere la sua vita di ricerca.  Ma in realtà, ciò che traspare e che costituisce un'ulteriore chiave di lettura del libro, è l'importanza del viaggio e non della sua meta. La vita di Russel è appunto un lungo viaggio, proposto agli studenti americani, per far capire come un uomo cambi e modifichi le proprie convinzioni pur rimanendo fedele sempre ad un ideale, ovvero quello della ricerca. La conclusione cui giunge un uomo che ha voluto cercare un metodo perfetto per risolvere i problemi della logica e della vita umana è che non esiste una via regale per raggiungere la verità: ciascun uomo ha una propria via per raggiungerla. Le orecchie incredule degli uditori della conferenza di Russel ascoltano questi concetti: essi, convinti non interventisti, avevano sfidato il filosofo inglese a convincerli della fondatezza logica dell'eventuale intervento americano della seconda guerra mondiale. Questo è un ulteriore tema del libro: la responsabilità personale e la libertà individuale, il libero arbitrio e il senso di giustizia, il concetto che di fronte al male costituito in europa da due regimi totalitari e demolitori della libertà quali il nazismo e lo stalinismo, anche il pacifista Russel inivta a non assumere irresponsabilmente e a prescindere una posizione come il non interventismo. La realtà è molto più sfaccettata e sfumata di come la vedono i monocordi isolazionisti americani; questo dice Russel e questo invita a fare: a pensare ciascuno con la propia testa e farlo più volte mettendo in dubbio le proprie convinzioni. Ogni risposta sarà valida e ogni individuo avrà la propria, valida e degna di essere considerata alla pari di ogni altra. Russel ammonisce perfino che anche la logica, se fossilizzata in teorie troppo rigide e perfette, può diventare pericolosa. Il viaggio è compiuto.
Gli autori ci hanno condotto fino alla conclusione discutendo animatamente fra di loro e rivolgendosi direttamente al lettore durante degli intermezzi ambientati nello studio di Atene in cui il fumetto viene creato. Sotto questo aspetto siamo di fronte ad un meta-fumetto, un fumetto che si auto-referenzia proprio come gli insiemi degli insiemi del paradosso di Russel. Lo spirito matematico degli autori ci ha messo lo zampino.... Ma è anche molto interessante vedere come attraverso il dialogo socratico tra gli autori e i disegnatori venga sceneggiata la storia di Russel; anche questa è un'altra chiave di lettura: possiamo assistere alla creazione di un fumetto mentre lo stiamo leggendo.
Un'ultima considerazione: il fumetto, come si dice alla fine, è un misto di realtà e invenzione. In ogni caso, durante i miei studi di ingegneria, avrei affrontato con molto più piacere tutta la mole di teoremi di analisi matematica, se avessi saputo che dietro gli  austeri e freddi nomi dei loro ideatori si nascondevano tanto sfrenate passioni.

sabato 28 agosto 2010

Igort racconta le tragedie del comunismo in URSS

"IGORT: Urss, una tragedia comunista a fumetti" è il titolo di un articolo uscito sul quotidiano La Repubblica il 26 agosto e che potete trovare online qui. Si tratta di un'interessante intervista a Igort, uno degli autori italiani di fumetti più noti all'estero.... tanto è vero che vive a Parigi.


E proprio in Francia a maggio è uscito il suo ultimo libro "Les Cahiers Ukrainiens", che è l'oggetto dell'intervista di Antonio Gnoli, visto che sarà pubblicato anche in Italia per Mondadori con il titolo "Quaderni ucraini "e presentato il prossimo 11 settembre in occasione del festival della letteratura di Mantova.
Memorie dai tempi dell'URSS è il sottotitolo di questo reportage a fumetti, frutto dell'anno e mezzo trascorso da Igort in Ucraina a parlare con la gente del luogo. L'intervista mi ha colpito per diversi aspetti. Innanzitutto perchè si tratta di un libro di testimonianze, un genere che mi piace leggere attraverso i fumetti, anche se è poco diffuso. I reportage di Joe Sacco che leggo su Internazionale (di cui ho parlato recentemente qui) hanno uno spessore e un realismo straordinari: sono ansioso di vedere quale sarà lo stile di Igort.
Ciò che tuttavia più mi attira di quest'opera è il tema. Le memorie riguardano i tragici fatti che ebbero luogo in Ucraina negli anni 30, quando Stalin condusse un vero e proprio genocidio nei confronti della popolazione locale, arrivando perfino a indurre di proposito una carestia. Milioni di persone perirono. Nonostante ciò Stalin è ancora adorato da molti nostalgici, non solo nella lontana Italia che non ha vissuto le sue terribili pazzie, ma anche laddove lasciò la sua scia di morte, in Ucraina, in Russia e nelle repubbliche dell'ex Unione Sovietica.


Per uno che ha scelto come immagine di sfondo al titolo del proprio blog un esplicito riferimento al Quarto stato di Pellizza da Volpedo, è sempre triste constatare che quello che si era presentato come il più importante movimento di trasformazione radicale della società secondo giustizia e libertà, si sia poi rivelato l'esatto contrario in quasi tutte le sue realizzazioni.
Seguirà un secondo post sul tema dopo che avrò letto il libro di Igort.

Aggiornamento del primo settembre: dal blog di Igort apprendo che Quaderni ucraini è uscito nelle librerie italiane. Mi procurerò presto una copia!

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