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martedì 11 aprile 2017

Primo Levi: 31 luglio 1919 - 11 aprile 1987



Ancora oggi è nitida nella mia mente l'immagine che mi ritrae attonito mentre, seduto a tavola all'ora di pranzo, ascolto la notizia del suicidio di Primo Levi annunciata dal telegiornale. Dalla sconfinata eredità culturale che ci ha lasciato, estraggo questo frammento di un'intervista concessa a Radio Due il 4 ottobre 1982, per ricordare, a distanza di trenta anni dalla sua morte, come il mestiere di chimico e quello di scrittore fossero indissolubilmente intrecciati.

sabato 25 aprile 2015

70 anni dopo: la Resistenza di Arturo


Son passati 70 anni da quel 1945. Questa è una storia di Resistenza e di dignità, una fra le tante alle quali saremo sempre debitori.

sabato 18 maggio 2013

Mille volte Internazionale


L'ultima rubrica dell'ultima pagina di Internazionale si chiama Le Regole. Questa settimana è dedicata al Numero mille e la prima regola recita:
"Ricordi ancora quando hai comprato il primo numero di Internazionale? Sei vecchio"
Sono vecchio. Ricordo perfettamente che la mattina di sabato 6 novembre 1993 acquistai nell'edicola della stazione di Trieste il primo numero di questa nuova rivista settimanale. Ne avevo visto la pubblicità non ricordo più bene dove e mi aveva incuriosito la novità che ne costituiva la natura. Internazionale si proponeva di presentare i migliori articoli della stampa mondiale, tradotti in modo fedele da ottimi traduttori.
Perché? Lo dichiarava esplicitamente il primo editoriale, che oggi si può rileggere acquistando il numero 1000 della rivista a cui è allegata la ristampa del numero 1:
"..quel bisogno di provare a capire la complessità del mondo, quella voglia di accedere all'informazione senza filtri e di formarsi opinioni proprie senza mediazioni... Un articolo letto su Internazionale non farà capire il mondo, ma aiuterà a capire come il mondo è complicato, vario e ricco. E come i destini di tutti noi siano incrociati e legati."
Oggi ho potuto rileggere quegli articoli che lessi quel sabato di quasi venti anni fa in treno e che mi convinsero, poche settimane dopo, ad abbonarmi alla rivista. Lo considero un regalo che, da allora, faccio annualmente a me stesso, alla mia curiosità, al mio desiderio di capire e conoscere.
In venti anni Internazionale si è arricchito di rubriche (anche di fumetti), ha allargato il numero di collaboratori, organizza ogni anno a Ferrara un Festival sul giornalismo (ma non solo), è diventato a colori e la carta è migliorata. Ma è sempre rimasto fedele alla sua dichiarazione di intenti. Realizzandoli. Almeno per quanto mi riguarda.

giovedì 21 febbraio 2013

Io e Dylan Dog: riproviamoci

Esattamente un anno fa, in questo post, scrivevo della collezione storica a colori di Zagor, il cui debutto nelle edicole coincideva con un tempo da lupi. Oggi, come allora, il primo numero della collezione storica a colori di Dylan Dog esce in concomitanza con neve e bora scura. Condizioni atmosferiche assai diverse da quelle che caratterizzarono la giornata di quasi 27 anni fa quando, quindici anni compiuti da poco, acquistai con molta curiosità e un po' di perplessità il primo albo di quel fenomeno editoriale destinato a sconvolgere le sorti del fumetto popolare italiano: Dylan Dog, per l'appunto. Quel giorno di ottobre del 1986 era piuttosto grigio, ma non freddo: ricordo che, dopo essere uscito dall'edicola con L'alba dei morti viventi andai a tirare due calci al pallone nel campetto dietro la casa del mio amico Paolo (non è che si stava sempre nella sua camera ad ascoltare Guccini o il Boss...). Non so se il cielo malinconico e un po' triste di quel giorno abbia influito nel mio mancato rapporto con Dylan Dog. So solo che non sbocciò mai l'amore fra me e il personaggio di Tiziano Sclavi.


Lessi la prima storia ma non mi affascinò al punto da proseguire nell'acquisto degli albi successivi. Probabilmente intervennero nella decisione anche altri fattori, quello economico in primis, ma sicuramente se quel giorno la lettura della prima avventura dell'Indagatore dell'Incubo mi avesse colpito, avrei rinunciato a qualche altra testata bonelliana in suo favore. E invece no! Un altro motivo potrebbe essere che il genere horror non ha mai esercitato su di me un'attrazione particolare, al punto che, per esempio, la successiva presentazione di Magico Vento come un fumetto western-horror mi fece storcere il naso e quasi rinunciare al suo acquisto (poi si capì che l'etichetta non era delle più precise e anzi addirittura fuorviante: le atmosfere gothic di Gianfranco Manfredi erano tutt'altra cosa e, nel suo caso, sarebbe più proprio parlare di Terrore anziché di Orrore, come spiega lui stesso in questa intervista). Probabilmente sono uno dei pochi lettori bonelliani a non avere intrapreso la lettura di Dylan Dog. Ci sono ragioni psicanalitiche a me ancora sconosciute che spiegano questo fatto? Non lo so! Visto che Dylan Dog è una rappresentazione a fumetti delle paure e dei fantasmi dell'animo umano, il mio rifiuto corrisponde forse alla fuga di fronte alle mie paure o ai miei fantasmi? Chi lo sa! Probabilmente mi sto facendo tante domande inutili. So solo che oggi non sono il quindicenne di allora e il desiderio di acquistare questa ristampa a colori è stato genuino. Spero di divertirmi!



PS: non fatevi illusioni, voi appassionati di Dylan Dog che pensate che il numero uno originale sia ancora in mio possesso. Le mie scarse doti commerciali me l'hanno fatto scambiare con pochi numeri di altri fumetti (di valore economico molto inferiore) che mi interessavano di più.....

giovedì 11 ottobre 2012

Ricordando Sergio Bonelli: l'avventuriero invisibile


256 pagine tutte a colori compongono questo affettuoso omaggio che la redazione della Sergio Bonelli Editore ha voluto dedicare all'autore, l'editore, il viaggiatore, il sognatore che è stato Sergio Bonelli.
Un anno dopo la sua scomparsa, l'Almanacco dell'Avventura 2013 racconta l'uomo attraverso i libri, i fumetti, i film, la musica e soprattutto i viaggi. Dalle testimonianze e dai resoconti delle sue esperienze di viaggiatore emerge la figura dell'avventuriero invisibile. Di questo ho scritto qui, su Fucine Mute.

mercoledì 11 luglio 2012

11 luglio 1982: tutti a casa di Dino


L'arbitro afferra con le mani il pallone e, con un triplice fischio, dichiara la fine della partita. Ci alziamo tutti, esultanti, usciamo dalle case e, mentre il nostro compaesano solleva la Coppa, ci dirigiamo, seguendo un rito spontaneo, a casa di Anna e Mario. E lì inizia la vera festa.

martedì 10 luglio 2012

La stanza di Paolo



Fra la via Emilia e il West”. Era questo l'album live di Francesco Guccini che il mio amico Paolo mi faceva sempre ascoltare. L'audio era pessimo: quello di una vecchia audiocasseta fatta suonare centinaia di volte, spesso sulle stesse canzoni. Molti pomeriggi piovosi degli anni delle medie e del liceo li passavo così, a casa di Paolo ad ascoltare questo nuovo, per me, cantautore emiliano che parlava di eskimi, strade lunghe e diritte, di vecchie signore dai fianchi un po' molli e piccole città e bastardi posti. Eravamo così presi che anche in spiaggia durante l'estate, con gli amici, lo facevamo suonare ad alto volume: certo non era l'esca più adatta per far accorrere le ragazze, ma in realtà fungeva da buon filtro antropologico.
A Paolo devo anche la conoscenza di un altro mio mito musicale. Le audiocassette che venivano suonate sul suo scalcinato apparecchio erano due. Oltre al cantautore di Pavana, un rocker d'oltreoceano ci faceva perdere la nozione del tempo: un certo Bruce Springsteen. La fonte era ancora un live, entrato ormai nella storia: il leggendario concerto di San Siro del 1985. Fu quindi nella camera di Paolo che cominciai a viaggiare sulla polverosa Highway 9, ad immaginarmi il mondo attorno ad Asbury Park o il fiume dentro cui lui e Mary si tuffavano. Fu sempre in quella stanza che criticammo, più tardi, il distacco del Boss dalla sua E-Street Band per la parentesi, troppo melensa per noi, di "Human Touch".


Allora forse non avremmo pensato di ritrovarci, da adulti, ad ascoltare, questa volta in concerti vissuti in prima persona, le stesse canzoni che da ragazzi cantavamo in quella camera. Da un lato pensi che il tempo non sia mai passato, dall'altro ti rendi conto di come le fantasie, i sentimenti e gli ideali che stavano nascendo allora si sono costruiti anche grazie a quelle note e a quei testi che ti hanno accompagnato per una vita. Musica che, a seconda delle occasioni, è suonata “solo” come sottofondo a qualche serata con gli amici, ti ha fatto da colonna sonora in un lungo viaggio in macchina, ti ha dato spunti di riflessione e di emozione quando l'hai ascoltata assorto sul tuo letto.
E poi arrivano i concerti che, alla fine, non sono altro che un'occasione per ribadire a squarciagola davanti a te stesso che tanto di quello in cui hai creduto è vero, è vivo lì davanti a te, insieme a te, dentro di te.

martedì 22 maggio 2012

Quando a Zagor cadde in testa un Tvrdokrilac


La foresta di Darkwood è turbata da un inconsueto e forte ronzio. Zagor e Ciko si domandano preoccupati chi o che cosa lo generi, anche perché si sta facendo sempre più vicino. Poi, all'improvviso, uno strano Tvrdokrilac guidato da un trionfante Ikarovo Pero si staglia nel cielo. La sorpresa dei due compagni di mille avventure si tramuta presto in terrore quando vedono il velivolo meccanico del barone precipitare sulla loro capanna, facendo esclamare allo Spirito con la Scure: "Tako mi Darkvuda!".
Ho bevuto troppa grappa e questo mi fa scrivere nomi a caso? No! Sto solo citando i personaggi e il contesto dell'avventura di Zagor che noi conosciamo come "Un'impresa disperata", ma che nella Jugoslavia di un tempo era nota con il titolo di Tvrdokrilac, coleottero appunto. Perché è proprio un "coleottero meccanico" quello che il barone Icaro la Plume fa sfracellare sulla capanna di Zagor e Cico provocando la classica espressione "Per tutti i tamburi di Darkwood!".
























Mi sono divertito a fare questo confronto linguistico grazie ad un regalo di Dalibor, un mio collega croato che condivide con me la passione dei fumetti. Dalibor vive ora a Trieste, ma è nato in uno Stato che ora non esiste più: la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la cui dissoluzione tanto dolore e devastazione ha causato negli anni Novanta.
Tornando a temi più divertenti come i fumetti, Dalibor mi ha raccontato come da ragazzo lui comprasse costantemente molti fumetti italiani che venivano pubblicati già dagli anni Settanta in Jugoslavia. Me ne ha regalati alcuni, sapendo della mia passione per i Bonelli e dintorni. Non poteva mancare, oltre a Zagor, il Ranger più famoso del mondo dei comics, Tex in Zakon Kolta (Senza tregua) o Mister No nel numero 100 sve u koloru intitolato Dzungla (Giungla!) (da notare che i testi vengono attribuiti a G. Nolita, con una t, mentre in realtà sono di Sclavi, ma pazienza...), o il Komandant Mark della Esse Gesse in Zed (Sete!) o  Blek della Dardo in Cudoviste nad Bostonom (Un mostro a Boston) o Bela i Bronko in Divlja zemlja (Terra selvaggia). Ma sono solo alcuni titoli di fumetti italiani che trovavano largo successo nelle terre balcaniche.

Interessante sottolineare anche che non solo lo Stato in cui vennero pubblicati ora non esiste più, ma anche la lingua. Non ho ancora detto infatti che i termini che ho citato appartengono al serbocroato, un'idioma che cercava di unificare a livello linguistico due comunità che la storia aveva tenuto divise per molti secoli. In realtà i serbi e i croati, quando giunsero nei Balcani attorno al VII secolo, parlavano dei dialetti molto simili fra loro, appartenenti allo stesso ceppo. Poi la storia portò i croati più verso la sfera di influenza occidentale e i serbi verso Costantinopoli, tanto che anche gli alfabeti si differenziarono: latino per i primi, cirillico per i secondi. Ma diversi intellettuali serbi e croati già nell'Ottocento propugnavano un'unita linguistica che si realizzò nel Novecento prima con il Regno di Jugoslavia fra le due guerre e soprattutto con al Repubblica fondata dal Maresciallo Tito nel Dopoguerra. Il serbocroato divenne lingua ufficiale dello Stato.
























Ricordo che ai tempi del Liceo a Gorizia, molti ragazzi che frequentavano istituti commerciali, studiavano come lingua straniera il serbocroato, visto che i rapporti economici fra le mie terre e la vicina repubblica richiedevano professionisti che conoscessero la nuova-antica lingua. Sappiamo tutti quanto tragicamente avvenne lo sfascio del vicino Stato socialista. Dopo la divisione croati e serbi ripristinarono ufficialmente le loro rispettive lingue all'interno dei nuovi stati sorti dopo il 1991, accentuandone le differenze, invece di sottolineare le affinità e la comune origine. Il nazionalismo estremo si manifesta anche attraverso questi strumenti, che non sono armi vere e proprie, ma lo possono diventare.
Allora mi fa ancora più piacere ricordare questi albi che Dalibor mi ha regalato, come un esempio di unione fra due popoli, realizzata attraverso un tipo di cultura molto efficace, visto che i fumetti erano diffusissimi presso i ragazzi serbi e croati. Mi piace pensare che un bambino cresciuto a Zagor, Tex e Mister No non si sia macchiato degli orrori che la guerra ha poi fatto emergere dal profondo dell'animo umano. Sono un illuso?

Mister No: "Per cento fulmini!"
Esse Esse. "Al diavolo!"

mercoledì 25 aprile 2012

La Resistenza di Arturo


La bambina ne aveva paura, si teneva a distanza da quell'uomo che non aveva mai visto e che ora stava lì davanti a lei sulla strada del paese. Non capiva perché la sua mamma e la sorella maggiore lo abbracciassero e lo baciassero piangendo. Lei invece piagnucolava e quando lui, con quei vestiti tutti logori e il sacco sulle spalle, si era inginocchiato sorridente tendendole la mano, si era ritratta chiudendosi nella diffidenza dei suoi quattro anni. Ci erano volute ore, dopo tante lacrime di gioia, abbracci e pacche sulle spalle che i compaesani avevano elargito festosi ad Arturo, questo era il nome dell'uomo, perché la piccola riuscisse a stargli vicino senza averne timore. Ad un certo punto, mentre tutti sedevano ad una tavola con cibo e vino fresco, la mamma era riuscita perfino a metterla sulle ginocchia di quell'uomo il cui grande sorriso era riuscito a tranquillizzarla. “Ora il papà starà sempre con te e non ti lascerà più” le dicevano tutti, e lei cominciava a crederci, cominciava ad abituarsi a questo uomo alto e smagrito, con dei grandi segni di sofferenza attorno a degli occhi stanchi ma luccicanti di felicità. Il tate era tornato dalla guerra. Era spossato da un viaggio durato mesi, iniziato nel gelido febbraio polacco e conclusosi nel caldo settembre friulano del 1945. Aveva rischiato la vita più volte durante il lungo cammino: per il freddo, per l'ostilità verso gli italiani dimostrata da alcuni, per l'attraversamento di fiumi pericolosi. 
Ma la parte più terribile della sua esperienza era avvenuta prima, quando, insieme ai suoi commilitoni artiglieri, era stato circondato da truppe tedesche l'8 settembre del 1943. Erano in Grecia, li avevano catturati e fatti salire dopo pochi giorni su un treno. In un carro bestiame aveva raggiunto la Polonia attraverso un viaggio spaventoso durato un mese. Tanti soldati non ce l'avevano fatta: le guardie tedesche aprivano i portelloni quando il treno si fermava in qualche stazione e ne ritiravano i cadaveri. Arturo riuscì ad arrivare vivo a destinazione grazie anche al suo fisico temprato dal lavoro nei campi. Giunsero a Bismarckhütte, un tetro campo satellite di Auschwitz. Li chiusero dentro squallide baracche dalle quali uscivano solo per recarsi in una fonderia alla quale il campo era annesso. Costruivano cannoni per il Führer, lavorando come schiavi fino a sera. Tornavano spossati nelle baracche dove trovavano patate gelide e acqua sporca. Arturo, nonostante la sua resistenza, si ammalò dopo alcuni mesi. Rischiò di morire se non l'avesse aiutato un altro prigioniero, un medico milanese che lo curò tenendolo in infermeria più di quanto gli aguzzini nazisti avessero voluto.
Eppure, per dare una fine a questo tormento, sarebbe bastato accettare le proposte dei tedeschi e dei militari fascisti venuti fin lassù apposta per convincerli. Dicevano loro che sarebbero tornati in Italia per combattere con i patrioti di Salò. Quasi nessuno diede ascolto a quelle offerte. Molti morirono e l'Italia non la videro più. Arturo invece si riprese dalla malattia e tenne duro in fonderia fino a quando l'Armata Rossa liberò il campo.
Non so a cosa pensasse per poter resistere. Di certo, la sua mente andava spesso a quella bambina: pensava che non avrebbe potuto abbandonarla senza donarle un nuovo sorriso.
Quella bambina è mia madre.

martedì 10 aprile 2012

Tanti auguri Doc Robinson...ehm, volevo dire Martin Mystère

Doc Robinson - Martin Mystère
"Blow me down": sarebbe dovuta essere questa l'esclamazione tipica del Detective dell'Impossibile, o meglio dell'Ignoto. Quel Doc Robinson con cui Alfredo Castelli aveva battezzato il suo nuovo e moderno personaggio: un professore archeologo londinese che girava tutto il mondo per affrontare quei misteri che la scienza ufficiale si rifiutava di considerare. Come spiega lo stesso autore nell'albo celebrativo in edicola questo mese, 30 anni fa ripescò il nome che aveva scelto in precedenza, Martin Mystère, spostando inoltre la sua dimora dal numero 71 di Campden Hill Road a Londra al numero 3 di Washington Mews a New York. Dove io, come tutti i suoi lettori, ebbi il piacere di fare la sua conoscenza.
In realtà, la prima location in cui si muove il nostro è al largo delle Isole Azzorre, così come ci ricorda l'albo 320, un albo speciale perché contiene le 64 pagine di quella che sarebbe dovuta essere la vera prima storia di Doc Robinson, "Gli uomini in nero", disegnata da Giancarlo Alessandrini. Castelli ce la propone per la prima volta, in coda ad un'avventura molto spassosa che ricrea l'universo mysteriano negli Anni 30 : una vicenda ricca di ironia e di riferimenti letterari/cinematografici/fumettistici/storici relativi a quel decennio che solo la sterminata cultura del BVZA poteva sfornare.


In fondo proprio questa è una delle chiavi del successo di Martin Mystère: proporre delle avventure avvincenti su una base storico-scientifica reale e mai banale. E' questo ciò che mi ha affascinato del personaggio quando ricevetti in dono da mio cugino l'albo numero 29 "Il terzo occhio", nell'agosto del 1984. Allora tredicenne lettore dei classici Tex, Zagor e Mister No, fui colpito dalla modernità di questa serie. Ricordo che trascorsi il periodo del liceo ad analizzare numero dopo numero, insieme al mio amico Luca, tutti i risvolti storico-scientifici che Martin Mystère ci proponeva: ore e ore a discutere di Templari, civiltà scomparse e mysteri italiani.
Ma non solo per questo aspetto Martin Mystère segnò una svolta fondamentale nella storia della Sergio Bonelli Editore. Le vicende del Detective dell'Impossibile sono ambientate ai giorni nostri, vive il nostro presente anche se, spesso, le sue avventure sono rivolte al passato storico. Questa tendenza di attualizzazione dell'avventura, condivisa dal successivo Dylan Dog, aprì le porte poi a tutte le nuove serie bonelliane dei decenni successivi.
Non posso far altro che augurare con tutto il cuore altri (come minimo) 30 anni di longevità editoriale a Martin Mystère, ringraziando Alfredo Castelli e soci (sceneggiatori e disegnatori) per tutte le ore di intelligente svago che mi hanno regalato.


Alfredo Castelli

martedì 3 aprile 2012

Io sono un centauro

Sono due sentimenti contrastanti quelli che sorgono dentro di me ogni volta che ascolto la voce di Primo Levi. Da un lato sono travolto da una profonda tristezza, non solo per il pensiero della sua tragica esperienza ad Auschwitz ma anche per la sua morte, per come è avvenuta, 25 anni fa, con quel lancio nel vuoto della tromba delle scale del palazzo in cui viveva ed era nato. L'altro sentimento che nasce dentro di me è del tutto opposto. E' una grande fiducia nella vita, nella sua complessità, è un desiderio di ricerca, di analisi, di approfondimento, è una grande curiosità. Un uomo che si è suicidato, che ha rifiutato di continuare a vivere, è riuscito a comunicare tutto questo a chi lo ha ascoltato, visto, letto. A chi ha letto quell'insieme di opere per cui Primo Levi è meno noto, come i racconti ad esempio. Il chimico, il tecnico più che lo scienziato, come lui amava definirsi (e che piace anche a me come definizione visto che tecnico lo sono anche io) induce una miriade di spunti di riflessione: curiosi, strani, simpatici, profondi, mai banali. Pieni di vita. Quella di cui però si è privato l'11 aprile di 25 anni fa, della cui notizia ho un ricordo ancora oggi chiaro come può essere solo un'immagine che si staglia netta nel cervello: dove io, tornato dal liceo, sto pranzando seduto a tavola con mia madre in piedi alle mie spalle mentre è intenta a preparare qualcosa, e il telegiornale che annuncia freddamente la notizia. Freddo: è la sensazione associata a quell'immagine, freddo capace di spegnere la luce e il caldo di quella primavera.
Rai Radio 3 ricorda Primo Levi attraverso la sua voce, e quella di molti altri che ne parlano. Lo fa riproponendo lo speciale che Marco Belpoliti realizzò nel 2007: Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi. Dieci puntate da ascoltare che ci fanno ri-scoprire l'universo di Primo Levi attraverso dieci temi.

I PUNTATA: Il lager (ospiti: Ferdinando Sessi e Mario Porro)
II PUNTATA: Il viaggio (ospiti: Andrea Cortellessa e Davide Ferrario)
III PUNTATA: La letteratura (ospiti: Ernesto Ferrero e Massimo Rizzante)
IV PUNTATA: La curiosità (ospiti: Stefano Bartezzaghi e Daniele Giglioli)
V PUNTATA: La chimica (ospiti: Piero Bianucci e Mario Porro)
VI PUNTATA: Il lavoro (ospiti: Nicola Tranfaglia e Alberto Papuzzi)
VII PUNTATA: L'ebraismo (ospiti: Gad Lerner e Alberto Cavaglion)
VIII PUNTATA: La memoria (ospiti: Sergio Luzzatto, Pietro Barbetta, Mario Barenghi)
IX PUNTATA: La zona grigia (ospiti: Walter Barberis e Luigi Zoja)
X PUNTATA: La poesia (ospiti: Massimo Raffaeli e Fabio Pusterla)

Inoltre, il programma radiofonico Ad alta voce, sempre di Rai radio 3, sta proponendo proprio in questi giorni la lettura de La tregua.

domenica 12 febbraio 2012

Whitney


Era il 1987, stavo guardando il Festival di Sanremo con i miei. Arriva il momento dell'ospite internazionale. Sale sul palco una ragazza, bellissima. Whitney Houston. Non l'avevo mai sentita nominare prima di allora.
Comincia a cantare un brano: All at once. Rimango senza parole a fissare il televisore. Resto ammaliato dalla voce, dal suo sorriso, dalla sua bellezza. Canta dal vivo, cosa non scontata per quei tempi. Il pubblico è in delirio, standing ovation e richiesta del bis. Io invece non riesco ad alzarmi dalla sedia. Whitney riesegue il brano, ed è ancora più bello di prima.
Me ne innamoro.
Compro l'album, il suo primo, non appena disponibile nei negozi. E così tutti i suoi successivi.
The bodyguard è il primo film che guardo al cinema insieme a mia moglie, pochi giorni dopo che siamo diventati morosi, tanti anni fa. Era la seconda volta che lo andavo a vedere.
Ho seguito molto tristemente tutta la sua vicenda personale.
Oggi non ho parole, come la prima volta che l'ho vista. Ma non avrei mai voluto che andasse a finire così...


mercoledì 28 dicembre 2011

Layla - la versione definitiva

"In my humble opinion, it's the finest version"



Eric Clapton non dice final in realtà, ma finest e concordo sulla scelta di questo aggettivo: ma secondo me è così finest da essere anche final....
Mi riferisco alla versione della canzone Layla, introdotta dalle parole sopraccitate, che Slowhand ha eseguito l'aprile scorso insieme a Wynton Marsalis presso il Lincoln Center di New York, accompagnati dalla Jazz at Lincoln Center Orchestra (ne avevo parlato già qui).
Il risultato di questo incontro è stato un pezzo unico, mai ascoltato prima: un orchestrazione con tromba, trombone a tiro, clarinetto e percussioni in cui la chitarra elettrica del bluesman inglese si inserisce perfettamente. L'intro è già spiazzante: un caleidoscopio di suoni provenienti da tutti gli strumenti che lascia poi spazio al tema musicale eseguito ad un ritmo più lento del solito, quasi trascinato, che ti comunica tutta la sofferenza del brano. Le pene d'amore vissute per Layla emergono dalla voce struggente di Clapton, dall'arrangiamento bluesato, dal sorprendente assolo di chitarra seguito dalla tromba, dal trombone e dal clarinetto in un finale strepitoso.
Non bisogna mai porre limiti alle capacità del bluesman inglese, ma credo che sarà difficile ascoltare una versione di Layla più emozionante.
"See if you can spot this one"


E sì che già vent'anni fa Clapton aveva stupito tutti con un diverso arrangiamento di Layla. Toccare uno dei suoi cavalli di battaglia, trasformandolo nella versione unplugged, sarebbe potuto diventare un fiasco completo, invece fu un successo. Slowhand si diverte a stuzzicare il pubblico dello show acustico di MTV, invitandolo a riconoscere il pezzo che si accinge ad eseguire. Un orecchio appassionato della musica di Clapton non impiega nemmeno un secondo a capire di quale pezzo si tratta, ma rimane incredulo della misurata e intima strumentazione che trasforma Layla in un'altra canzone, facendola però restare allo stesso tempo sempre la stessa.
Personalmente son molto legato a Layla unplugged. E' stato un disco, o meglio una musicassetta, che ho fatto suonare fino alla consunzione dal momento in cui me la son regalata come premio per aver superato nell'ottobre del 1992 l'esame di Fisica 2 che, per noi studenti del secondo anno di ingegneria elettronica, rappresentava un vero scoglio e giro di boa insieme, in quanto bloccava tutti gli esami successivi e poiché era "gestita" da un terribile professore che aveva mandato a militare un sacco di ragazzi. Fiero del mio 23 ottenuto al primo tentativo, mi catapultai nel negozio di dischi più vicino, alla scoperta di Unplugged e di quel Clapton che avevo appena conosciuto l'estate precedente grazie ad una romantica Wonderful tonight eseguita da un musicista di un piano bar.
Questo pezzo pop mi aveva spalancato le porte del repertorio blues e rock del musicista inglese. Fra i tanti brani spiccava uno: si distingueva per la ruggente intro con assolo di chitarra (che solo in seguito scoprii essere eseguito nella registrazione originale dal compianto Duane Allman), per il travolgente svolgimento rock e per un secondo movimento, chiamato la pano coda (scritto da Jim Gordon). Si trattava appunto di Layla. Il titolo chiamava in causa una principessa dell'India e un amore ostacolato: il riferimento era personale e legava Clapton ad una coppia: il suo amico George Harrison e la moglie Pattie Boyd.
Il fascino della versione originale del 1970 è comunque sempre intatto ed imperituro, come si può apprezzare in questa interpretazione del 2009.

lunedì 5 dicembre 2011

Dottore vola in cielo a fare un tacco da Dio

Ieri, in occasione di Fiorentina - Roma, i tifosi della curva Fiesole hanno voluto ricordare con queste parole il Dottore, Socrates, il capitano della Seleção dei primi anni Ottanta, che militò una stagione nella Fiorentina. Era il 1984 quando il dinoccolato centrocampista brasiliano arrivò sulle sponde dell'Arno e io festeggiai alla grande. Ricordo benissimo quanto fossi fiero che un calciatore così bravo, elegante e efficace, un fuoriclasse insomma, giocasse nella mia amata Viola. Ne avevamo bisogno. Il grande ma iellato Giancarlo Antognoni (che si fa abbracciare dal brasiliano in questa foto) era infortunato: a centrocampo avevamo bisogno di un faro. Ma così non fu... Socrates giocò un pallido campionato con poche, anche se belle, reti. Il suo tocco magico si potè ammirare solo a sprazzi. Fu un vero peccato, ci rimasi molto male. Il Dottore passava le serate a tirar tardi, a bere birra e a discutere di politica. Probabilmente questo era il suo grande interesse: in fondo lui è stato un extraterrestre nel mondo del calcio, e non solo tecnicamente parlando.
Un grande che ci fece correre i brividi lungo la schiena quando pareggiò la rete di Rossi trafiggendo l'incolpevole Dino Zoff. Il portiere azzurro, appresa la notizia della morte di Socrates, ha dichiarato: "Da capitano a capitano, a Socrates dico che rimarrà nella storia. Ricordo quel gol dell'1-1 nell'82. Quando si subisce una rete si pensa sempre di chi è la colpa ma gol così li fanno solo i campioni". E Socrates lo era, e io da ragazzino me ne gloriavo davanti ai miei amici e compagni di scuola che erano tutti juventini, visto che il nostro paese, Mariano del Friuli, ha dato i natali proprio al Dino nazionale. Si può solo immaginare il coraggio che un ragazzino, unico tifoso viola fra i suoi coetanei, ha dimostrato, completamente circondato da gobbi. E quindi uno come Socrates mi serviva proprio.... Pura linfa vitale....
Come il grande Antognoni, il giocatore per cui diventai un tifoso viola: ricorderò sempre il 22 novemnre del 1981. quando rimasi sgomento di fronte alle immagini televisive che mostravano il terribile incidente in cui il numero 10 cadde esanime dopo un violentissimo scontro col portiere genoano Martina. La disperazione degli altri giocatori fu ancora più agghiacciante... e così cominciai a seguire le vicende di quel giocatore, prima in ospedale, poi con la lenta ripresa e il rientro fino alla conquista del titolo mondiale nell'estate successiva. Proprio quella che lo vide giocare contro Socrates, e segnare una rete ingiustamente annullata dall'arbitro (sarebbe stata il 4 a 2). Ma mi tolsi la soddisfazione di vederlo dal vivo: fu la prima volta che andai allo stadio, insieme a mio padre, a vedere un Udinese - Fiorentina, finita con un 2 a 2. Ricordo l'emozione di entrare allo stadio, colmo di gente, vedere la curva viola festante, i giocatori e soprattutto Antognoni.
A un ragazzino bastava poco per emozionarsi, anche solo due braccia levate al cielo....





domenica 4 dicembre 2011

Un ebook per Sergio Bonelli

Immagine di Vittorio Tolu

Subito dopo la morte di Sergio Bonelli la mailing list Ayaaaak ha avuto l'idea di realizzare un ebook collettivo a lui dedicato. Ha invitato quindi i lettori a spedire i propri ricordi sulla persona e sul lavoro dell'editore e sceneggiatore scomparso. L'ebook sarebbe stato pubblicato il 2 dicembre, giorno nel quale Sergio Bonelli avrebbe compiuto 79 anni. Mi è piaciuta subito l'idea, così anche io ho inviato il mio personale ricordo.
Come promesso dai promotori dell'iniziativa, l'ebook è pronto e si può comodamente scaricare in pdf, epub o mobi.
Buona lettura!

venerdì 24 dicembre 2010

Il ragazzo, il portiere e l'uomo con la pipa

Il mio amico Emiliano ha ricordato con un bel post una giornata particolare ed un uomo speciale che se n'è andato pochi giorni fa, Enzo Bearzot. La giornata particolare era il 5 luglio del 1982, quando la nazionale italiana di calcio battè ai mondiali di Spagna nientepopodimenoche il blasonato Brasile di Zico, Falcao, Socrates e Junior. Una giornata indimenticabile anche per un ragazzino di 11 anni, quale ero io. Ricordo il pomeriggio assolato, tutta la famiglia seduta sul divano in soggiorno incollati davanti alla tv a balzare in piedi ad ogni tiro in porta, ad ogni dribbling, ad ogni calcio d'angolo.
Per noi, che abitavamo in un piccolo paese di 1300 anime chiamato Mariano del Friuli, c'era una motivazione in più: il capitano della nazionale era il mitico Dino Zoff, nostro compaesano e della stessa generazione dei miei genitori. Lascio immaginare l'orgoglio di potersi definire suo compaesano che faceva sfoderare a tutti i ragazzi del paese un sorriso a 32 denti.... e non solo ai ragazzi....Lui conosceva tutti a Mariano e tutti lo conoscevano. La motivazione in più non era comunque solo questa: altri due friulani appartenevano a quel gruppo favoloso: Fulvio Collovati e l'allenatore, Enzo Bearzot.
Mio padre sottolineava sempre questo fatto: diceva che noi friulani, uomini di poche parole, ci facciamo valere con i fatti, badiamo al sodo senza tanti fronzoli, siamo seri e determinati, e questo vale anche nel calcio. Certo, magari era un po' una generalizzazione, comunque nel caso dell'avventura spagnola è stato propio così. Bearzot seppe far gruppo, difendendolo dalle critiche esterne, infondendo fiducia nelle capacità dei giocatori fino a farle emergere. Come? Lo ha detto oggi lo stesso Dino Zoff che ha partecipato ai funerali del suo vecchio commissario tecnico:
"Quando si hanno dei principi come li aveva lui diventa facile compattare un gruppo, lui era un esempio per tutti".
Ovvero, la coerenza fra quello che si dice e quello che che si fa: una dote sempre più rara.
Ma torniamo a quel luglio di 28 anni fa, quando io ragazzino assisto, insieme a milioni di italiani, alla finale Italia - Germania e vedo vincere la nostra squadra. Vedo Bearzot portato a spalle dai suoi giocatori festanti, vedo Dino sollevare la Coppa del Mondo. Allora accade quasi un rito spontaneo. Tutti gli abitanti di Mariano si riversano per le strade e si dirigono verso la casa dei genitori di Dino Zoff.
Mario e Anna vivono infatti sempre a Mariano, sono due contadini ormai di una certa età, accolgono un po' imbarazzati ma felici la gente che si raccoglie attorno alla loro casa. Sono rimasti le persone semplici che sono sempre stati, così come loro figlio e lo stesso Bearzot. Il successo di Dino non li ha fatti diventare superbi, non si vantano, anzi, quasi si schermiscono. Arriva anche la banda musicale del paese, direttamente in corriera dall'Austria dove era "in trasferta" a suonare. La festa è ancora più grande! E' un entusiasmo forte e sincero, ma nello stesso tempo non sguaiato. E' schietto, è la felicità di vedere un figlio del proprio paese arrivato a trionfi mondiali con la serietà del proprio lavoro, anche se si tratta di un lavoro molto particolare e ben retribuito.
I miei occhi registrano delle immagini che non dimenticherò mai, ma una surclassa tutte le altre: Mario e Anna Zoff sulla porta di casa, lui col cappello di contadino in testa, lo stesso che portava mio nonno Arturo, che sorridono, salutano e stringono le mani dei marianesi con un pudore quasi fanciullesco. Hanno la stessa faccia buona e sorridente di Enzo Bearzot e di Sandro Pertini.

mercoledì 8 dicembre 2010

Working class hero

Ci sono degli eventi che si stagliano nella mente di un bambino in maniera indelebile e che ricordi perfettamente anche da adulto. Brevi flash, singole immagini, chiare nella tua testa come se fossero avvenute ieri. Per me lo sono la notizia data al telegiornale dell'omicidio di Aldo Moro, quella dell'agguato in piazza San Pietro a papa Wojtyła. Avevo pochi anni ma mi ricordo bene la disposizione in cucina dei miei genitori, gli oggetti posti sul tavolo, le facce dei giornalisti in tv e quelle dei miei genitori. Un'altra notizia che non si è mai separata dalla mia mente è l'assassinio di John Lennon: avevo 9 anni, ricordo il tg della sera che annuncia la sua morte. Una sera fredda d'inverno, di un giorno passato a casa. Io che chiedo a mio padre chi fosse quell'uomo ammazzato e il motivo di quell'assurdo atto. Mio padre che mi risponde, un po' affranto, che era uno dei più grandi cantanti, che prima era stato il leader dei Beatles, la più importante band della storia della musica, ma che è stato molto di più, uno che cercava di far pensare la gente compiendo magari atti un po' stravaganti. Mi disse poi che il tipo che l'aveva ammazzato, lo aveva fatto solo per mettersi in mostra, per far parlare di sé. Rimasi colpito da quelle parole. Me le son sempre portate dietro. Crescendo ho scoperto la sua musica, le sue idee, e ho capito quanto fosse stato rivoluzionario questo figlio della classe operaia.

venerdì 12 novembre 2010

Corto, Ken e Lugano

Il bel post della Fumettista curiosa, la brava disegnatrice Patrizia Mandanici, mi ha suscitato un bel ricordo legato a Corto Maltese, Ken Parker e Lugano. Siamo nel 2003, l'11 ottobre, sono diretto con mia moglie a Lugano. Che ci facciamo da quelle parti così poco friul/giuliane (toh! ho coniato un neologismo che forse metterà d'accordo friulani e triestini...) e in periodo non proprio di vacanza estiva? Semplice: allora vivevamo a Gallarate per lavoro e quel sabato convinco mia moglie ad accompagnarmi ad una manifestazione di fumetti che si tiene proprio a Lugano: Manorfumetto. Il nome lo deve ad un grande magazzino, Manor appunto, che ospita la rassegna fumettistica. Un posto un po' insolito, mi son detto, mentre costeggio il lago, per presentare tavole, autori e incontri legati al mondo delle nuvole parlanti.
Mi scrollo di dosso questa perplessità pensando ai tre buoni motivi che mi hanno convinto ad andare. Il primo è la curiosità suscitata dal tema cui è dedicata la manifestazione stessa : Corto Maltese, con esposte delle tavole originali di Pratt e l'interpretazione che dodici disegnatrici danno del marinaio giramondo. Il secondo è la presenza di un ospite d'eccezione, ovvero Giancarlo Alessandrini che, insieme al triestino Franco Devescovi, è il miglior autore grafico di uno dei personaggi che per più tempo mi hanno accompagnato lungo la mia vita di lettore di fumetti: Martin Mystere. Il terzo e ultimo sprone, il più emozionante per me, è la presenza di un altro ospite di peso: nientepopodimenoche Giancarlo Berardi, il creatore del mio amato Ken. Finalmente lo posso incontrare e inondare di domande relative a Lungo Fucile ed anche a Julia. Me ne son già preparate parecchie.
 
Parcheggio e mi dirigo verso il centro della città ticinese con grande trepidazione. Individuo il grande magazzino, un edificio di più piani, entro e vedo solo scaffali colpi di merce e acquirenti che ci bighellonano intorno poco convinti. La mia perplessità riguardo alla location aumenta, mentre capisco che la mostra e gli incontri si trovano ad un piano superiore. Prendo l'ascensore e finalmente arrivo alla meta. Qui rivedo un po' le mie riserve. In un ampio spazio centrale sono esposte le varie prove delle disegnatrici: davvero interessante confrontare i lavori di chi ha scelto una storia sviluppata su due tavole (come la stessa Patrizia Mandanici che ha riportato al giorno d'oggi Pandora, o Laura Scarpa con i suoi giochi di ombre, o Silvia Ziche col suo tratto grottesco, o Vanna Vinci che ha scelto per il marinaio un monologo) o di chi invece ha espresso l'atmosfera del personaggio prattiano in una singola realizzazione (o meglio due disegni per ciascuna) (come Luisa Zancanella con il suo onirico blu intenso,o come Laura Zuccheri che ha fatto incontrare Corto con Julia, da lei disegnata sull'albo mensile Bonelli). Ci rimugino un po' su e concludo che non è affatto una cattiva idea inserire una rassegna fumettistica all'interno di un grande magazzino: in fondo è sempre un modo per far conoscere questo mondo di carta disegnata e parlata ad un pubblico che magari soltanto lo sfiora e che si è fatto anche un sacco di pregiudizi. Chi meglio di Corto, con le sue atmosfere così suggestive e avventurose, può avvicinare il distratto acquirente del sabato pomeriggio?
 
Ken disegnato da Alessandrini: numero 28 "Il caso di Oliver Price"
Mentre ho già perso di vista mia moglie, comincio ad informarmi riguardo all'arrivo delle due guest star Alessandrini e Berardi . Il primo l'ho già individuato: sta seduto davanti ad un tavolo insieme alla moglie Luisa Zancanella, armati entrambi di matita e foglio bianco, atti a rendere felici una schiera di appassionati che attendono con ansia il proprio turno per farsi dedicare uno schizzo del proprio eroe. Mi dico che fra poco mi aggregherò anch'io, ma non prima di aver capito quando potrò finalmente incontrare Berardi. Nella mia testa è come se lui venisse apposta per incontrare me, anziché il contrario... mi rendo conto che l'emozione di vederlo sta cominciando a farmi dare i numeri. Mi calmo e mi informo. No! Ecco... lo sapevo... Una tremenda notizia si abbatte su di me, peggio di una grandinata che ti fa bubboni così sull'auto, peggio di vedere a Novantesimo che la Fiorentina ha perso in casa con la Juve all'ultimo minuto su rigore inesistente, molto peggio.... Lo sciopero delle ferrovie dello stato italiane ha bloccato Berardi a Genova.... Non ci posso credere.... Lascio da parte per un momento la mia tessera della CGIL e stramaledico con tutti gli improperi possibili (ma senza farmi sentire) tutti i ferrovieri che fanno sciopero proprio quando tu non vuoi.... Mi calmo di nuovo, mi pento per i cattivi pensieri chiedendo scusa ai lavoratori che avranno le loro legittime ragioni di scioperare.... (porc!!!), decido di consolarmi accodandomi, spalle curve ed espressione addolorata, agli appassionati in fila per i coniugi Alessandrini....
Dopo un po' di attesa, tocca a me. Decido di vendicarmi sull'incolpevole Alessandrini, facendogli una richiesta un po' insolita: “Mi fa Ken Parker, per favore?”. Alessandrini ha disegnato nel passato alcune storie di Lungo Fucile, e con grande successo secondo me, ma è stato molti anni fa. Mi guarda un po' accigliato, le sue labbra dipingono una smorfia di lieve disappunto ma, con un guizzo negli occhi, mi risponde:”Lei vuole mettermi in difficoltà! Ma accetto la sfida... vediamo cosa viene fuori dopo tanto tempo...”.



Il risultato lo vedete qui sopra: mentre sta componendo il disegno mi dice di non avere più nelle mani il personaggio di un tempo, così mi crea un Ken che è molto Martin Mystere (di Lungo Fucile ci sono sicuramente la casacca e lo sfondo western, non certo la chioma). Sono contentissimo lo stesso! Posso dire di avere un Martin inedito o un Ken mysterizzato. Lo ringrazio e gongolando vado a cercare mia moglie.
Sulla strada del ritorno faccio il bilancio della giornata. Mi consolo pensando di aver centrato due obiettivi su tre: ho ammirato le opere di dodici disegnatrici italiane che si son cimentate su un tema affascinante e ho incontrato un disegnatore che stimo fin da quando ero ragazzino. Ho mancato però Giancarlo Berardi: mi dico che prima o poi lo incrocerò, anche se forse non è così importante. In fondo sono anni che ogni mese lo incontro sulle pagine di Julia, apprezzandone la creatività, la sensibilità e le idee. Posso dire quindi di frequentarlo assiduamente e di conoscerlo bene.....

domenica 10 ottobre 2010

Tanti auguri Tex



I miei genitori mi raccontano che, quand’ero piccolo e avevo sete, comunicavo questo bisogno sbattendo il bicchiere vuoto sul tavolo gridando: “uichiiii!!!”. I miei sorridevano davanti a questa precoce imitazione di un cow boy che chiede whiskey al banco di un saloon. Avevo solo pochi anni ma nel mio immaginario erano ben presenti e assimilate le figure classiche del far west: cow boys e indiani con annessi e connessi. Ciò era sicuramente il risultato dei numerosi film western che vedevo alla TV insieme ai miei: penso di essermeli fatti tutti, e più di una volta, col passare degli anni. Mi riferisco ai classici, alle pellicole di Hollywood degli anni 40, 50 e 60, ai film, per esempio, di John Ford interpretati da John Wayne. Parallelamente al cinema, il mito del West crebbe dentro di me anche grazie alla lettura dei “giornalini” di Tex, prima solo delle figure, poi anche dei testi. E’ per questo che leggendo oggi Tex mi viene sempre in mente il John Wayne di Sentieri selvaggi: le due figure per me sono sovrapposte e sono l’emblema del West classico, quello fatto di cavalcate in praterie sterminate, di lunghe carovane di pionieri, di assalti a Fort Apache, di scontri fra indiani e giacche blu, di duelli a mezzogiorno sulla main street, di scazzottate nei saloon.


Il mito della Frontiera oggi festeggia un anniversario: Tex compie 600 numeri dell’albo mensile, ovvero 50 anni, anche se in realtà sono più di 60 gli anni lungo i quali generazioni di padri e figli rinnovano il mito del west sulle pagine di Tex, prima in formato striscia, poi per l’appunto nell’odierno “formato Bonelli”. Il personaggio creato da Gian Luigi Bonelli e disegnato da Galep ha cambiato nel tempo autori delle storie e disegnatori, ha dato vita a numeri speciali come i Maxi Tex e i Texoni dove artisti internazionali hanno dato la loro personale interpretazione del personaggio bonelliano. Non ha mai perso però le sue caratteristiche originali, quelle che lo definiscono come il più classico degli eroi del western classico: alto senso della Giustizia grazie al quale corre in difesa del più debole prevaricato dal prepotente, modi bruschi e spicci (ma molto abili e coraggiosi) per colpire il cattivo di turno, assicurarlo alla giustizia pubblica o, nei casi in cui ciò non è possibile per ragioni contingenti (molto frequenti), emissione diretta della sentenza e applicazione della pena (spesso mortale...). In altre parole Tex incarna il Bene contro il Male. Molti storcono il naso di fronte a una semplificazione così manichea della realtà: fumetti western più "maturi" come Ken Parker o Magico Vento in effetti hanno saputo affrontare il mito del west in modo più sfaccettato e realistico. Ma purtroppo hanno chiuso i battenti, o si accingono a farlo. Come osserva Marco nel suo blog, il più "inattuale" degli eroi western a fumetti invece sopravvive. Io userei l'aggettivo archetipico, anziché inattuale, perché il suo west corrisponde ad un'immagine ben precisa e stratificata nel nostro immaginario collettivo, ovvero a quella del west classico di John Ford. Senza "Sentieri selvaggi" non ci sarebbero stati né "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" né "Piccolo grande uomo" né "Soldato blu", così come senza Tex non ci sarebbero stati né Ken Parker né Magico Vento.
Quindi, lunga vita a Tex!

lunedì 22 marzo 2010

Topolino, Gottfredson e la cantina di mia zia


Lunedì ho acquistato in edicola il primo numero della collana "Gli anni d'oro di Topolino", un'opera che si propone di raccogliere in forma integrale e cronologica le strisce di Floyd Gottfredson, uno dei più grandi fumettisti di tutti i tempi. Colui cui Walt Disney diede l'incarico di disegnare alcune storie per un periodo temporaneo e che poi invece finì per diventare l'autore principe di Mickey Mouse in oltre 45 anni. Il libro è ben curato, le strisce, che originariamente furono pubblicate sui quotidiani americani, sono state colorate (perché, visto che le originali, a parte quelle domenicali, erano in bianco e nero?) e ritradotte per l'occasione. L'opera si svilupperà su 38 volumi che costituiranno nel loro insieme una collana unica al mondo: mai prima d'ora, infatti, erano state raccolte tutte insieme le strisce del grande autore.



Ho letto subito la prima storia "Topolino e il mistero dell’Uomo Nuvola" pubblicata originariamente a cavallo fra il '36 e il '37 e, pur non essendo un fan di Topolino, l'ho trovata interessante. Il protagonista è il dottor Enigm (Einmug nell'originale) che ha scoperto il modo di sfruttare l'energia degli atomi. Vive in un'isola fra le nuvole perché si è dovuto rifugiare da un agente (Pietro Gambadilegno) di una potenza straniera che voleva impadronirsi del segreto. Il fumetto risuona dell'umore di quegli anni, quando sui giornali americani si scrivevano articoli sulle nuove scoperte scientifiche relative allo sfruttamento dell'energia atomica. Il dottor Enigm è d'altra parte ispirato direttamente ad Albert Einstein: nell'originale gli si fa parlare un inglese con inflessioni tedesche.



Il motivo per cui mi è piaciuta la storia è rappresentato nella tavola qui sopra. Gottfredson e lo sceneggiatore Ted Osborne hanno dimostrato molto più buon senso di quanto fecero più tardi i fisici e i politici coinvolti nell'applicazione degli studi sull'atomo. Una volta fatto fuggire Gambadilegno, il dottor Enigm si rifiuta di consegnare la scoperta a Topolino che la richiedeva per poi consegnarla al governo americano, sicuro che ne avrebbe fatto un uso pacifico e sicuro. Il dottore invece non si fida, pensa che "...il mondo non è ancora pronto per la mia invenzione! Porterebbe solo dolore... guerre... e morte!". Si può tranquillamente dire che questa tavola si è rivelata tristemente profetica di ciò che avvenne solo pochi anni più tardi....



Leggere questa storia ha avuto un altro effetto su di me: mi ha fatto ripensare ai primi fumetti che lessi nella mia vita. Ancora prima dei Bonelli (che non ho mai lasciato) fu Topolino il primo giornalino che mi capitò tra le mani. Non è sicuramente originale quanto sto dicendo, probabilmente è un'esperienza condivisa con moltissimi altri ragazzi e ragazze italiani (e non). Tuttavia di particolare c'è che i Topolini non mi venivano di solito comprati dai miei, ma li andavo a leggere nella cantina di mia zia. Le mie tre cugine infatti, di qualche anno più vecchie di me, leggevano regolarmente (o almeno lo hanno fatto per un periodo) i Topolino settimanali. Dopo la lettura, i miei zii li riponevano in un mobile della loro spaziosa cantina. Per me quella credenza rappresentava uno scrigno dei desideri: ricordo che passavo ore a divorarmi quei grossi giornalini pieni di storie affascinanti (almeno così mi sembravano allora). Dico grossi perché risalivano ai primi anni 70 (e probabilmente anche agli ultimi anni 60) ed erano decisamente più spessi e ricchi di pagine di quelli che si trovavano in edicola quando io ero bambino.



Mia zia fu poi provvidenziale in un altro episodio legato a Topolino. Ricordo infatti che i personaggi di Walt Disney mi piacevano così tanto che volevo assolutamente abbonarmi al giornalino settiminale. Mia madre non era però d'accordo, ma io, infischiandomi del suo divieto, compilai comunque il coupon di abbonamento e lo imbucai nella cassetta della posta del mio paese. Preso poche ore dopo da un rimorso di coscienza, confessai tutto a mia madre che, dopo avermi sgridato, chiese a sua sorella, che lavorava propio in posta, di intercettare la mia "letterina". L'abbonamento fu così sventato: probabilmente meglio così, dico ora, ma allora ci restai assai male....

Più tardi abbandonai la lettura di Topolino e soci, per concedermi a quella, più matura, degli albi Bonelli. E' singolare comunque che, per entrambe le famiglie di fumetti (i Topolino e i Bonelli) sia debitore a due diverse famiglie di parenti: le tre cugine materne per i primi, e i tre cugini paterni per i secondi (come ho già raccontato in un post precedente). Certe volte penso che se i miei genitori fossero stati figli unici, adesso magari non sarei un appassionato di fumetti.. Mah! Chi può dirlo?

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