Ancora oggi è nitida nella mia mente l'immagine che mi ritrae attonito mentre, seduto a tavola all'ora di pranzo, ascolto la notizia del suicidio di Primo Levi annunciata dal telegiornale. Dalla sconfinata eredità culturale che ci ha lasciato, estraggo questo frammento di un'intervista concessa a Radio Due il 4 ottobre 1982, per ricordare, a distanza di trenta anni dalla sua morte, come il mestiere di chimico e quello di scrittore fossero indissolubilmente intrecciati.
martedì 11 aprile 2017
Primo Levi: 31 luglio 1919 - 11 aprile 1987
Ancora oggi è nitida nella mia mente l'immagine che mi ritrae attonito mentre, seduto a tavola all'ora di pranzo, ascolto la notizia del suicidio di Primo Levi annunciata dal telegiornale. Dalla sconfinata eredità culturale che ci ha lasciato, estraggo questo frammento di un'intervista concessa a Radio Due il 4 ottobre 1982, per ricordare, a distanza di trenta anni dalla sua morte, come il mestiere di chimico e quello di scrittore fossero indissolubilmente intrecciati.
sabato 25 aprile 2015
70 anni dopo: la Resistenza di Arturo
Son passati 70 anni da quel 1945. Questa è una storia di Resistenza e di dignità, una fra le tante alle quali saremo sempre debitori.
sabato 18 maggio 2013
Mille volte Internazionale
L'ultima rubrica dell'ultima pagina di Internazionale si chiama Le Regole. Questa settimana è dedicata al Numero mille e la prima regola recita:
"Ricordi ancora quando hai comprato il primo numero di Internazionale? Sei vecchio"Sono vecchio. Ricordo perfettamente che la mattina di sabato 6 novembre 1993 acquistai nell'edicola della stazione di Trieste il primo numero di questa nuova rivista settimanale. Ne avevo visto la pubblicità non ricordo più bene dove e mi aveva incuriosito la novità che ne costituiva la natura. Internazionale si proponeva di presentare i migliori articoli della stampa mondiale, tradotti in modo fedele da ottimi traduttori.
Perché? Lo dichiarava esplicitamente il primo editoriale, che oggi si può rileggere acquistando il numero 1000 della rivista a cui è allegata la ristampa del numero 1:
"..quel bisogno di provare a capire la complessità del mondo, quella voglia di accedere all'informazione senza filtri e di formarsi opinioni proprie senza mediazioni... Un articolo letto su Internazionale non farà capire il mondo, ma aiuterà a capire come il mondo è complicato, vario e ricco. E come i destini di tutti noi siano incrociati e legati."Oggi ho potuto rileggere quegli articoli che lessi quel sabato di quasi venti anni fa in treno e che mi convinsero, poche settimane dopo, ad abbonarmi alla rivista. Lo considero un regalo che, da allora, faccio annualmente a me stesso, alla mia curiosità, al mio desiderio di capire e conoscere.
In venti anni Internazionale si è arricchito di rubriche (anche di fumetti), ha allargato il numero di collaboratori, organizza ogni anno a Ferrara un Festival sul giornalismo (ma non solo), è diventato a colori e la carta è migliorata. Ma è sempre rimasto fedele alla sua dichiarazione di intenti. Realizzandoli. Almeno per quanto mi riguarda.
giovedì 21 febbraio 2013
Io e Dylan Dog: riproviamoci
Lessi la prima storia ma non mi affascinò al punto da proseguire nell'acquisto degli albi successivi. Probabilmente intervennero nella decisione anche altri fattori, quello economico in primis, ma sicuramente se quel giorno la lettura della prima avventura dell'Indagatore dell'Incubo mi avesse colpito, avrei rinunciato a qualche altra testata bonelliana in suo favore. E invece no! Un altro motivo potrebbe essere che il genere horror non ha mai esercitato su di me un'attrazione particolare, al punto che, per esempio, la successiva presentazione di Magico Vento come un fumetto western-horror mi fece storcere il naso e quasi rinunciare al suo acquisto (poi si capì che l'etichetta non era delle più precise e anzi addirittura fuorviante: le atmosfere gothic di Gianfranco Manfredi erano tutt'altra cosa e, nel suo caso, sarebbe più proprio parlare di Terrore anziché di Orrore, come spiega lui stesso in questa intervista). Probabilmente sono uno dei pochi lettori bonelliani a non avere intrapreso la lettura di Dylan Dog. Ci sono ragioni psicanalitiche a me ancora sconosciute che spiegano questo fatto? Non lo so! Visto che Dylan Dog è una rappresentazione a fumetti delle paure e dei fantasmi dell'animo umano, il mio rifiuto corrisponde forse alla fuga di fronte alle mie paure o ai miei fantasmi? Chi lo sa! Probabilmente mi sto facendo tante domande inutili. So solo che oggi non sono il quindicenne di allora e il desiderio di acquistare questa ristampa a colori è stato genuino. Spero di divertirmi!
PS: non fatevi illusioni, voi appassionati di Dylan Dog che pensate che il numero uno originale sia ancora in mio possesso. Le mie scarse doti commerciali me l'hanno fatto scambiare con pochi numeri di altri fumetti (di valore economico molto inferiore) che mi interessavano di più.....
giovedì 11 ottobre 2012
Ricordando Sergio Bonelli: l'avventuriero invisibile
256 pagine tutte a colori compongono questo affettuoso omaggio che la redazione della Sergio Bonelli Editore ha voluto dedicare all'autore, l'editore, il viaggiatore, il sognatore che è stato Sergio Bonelli.
Un anno dopo la sua scomparsa, l'Almanacco dell'Avventura 2013 racconta l'uomo attraverso i libri, i fumetti, i film, la musica e soprattutto i viaggi. Dalle testimonianze e dai resoconti delle sue esperienze di viaggiatore emerge la figura dell'avventuriero invisibile. Di questo ho scritto qui, su Fucine Mute.
mercoledì 11 luglio 2012
11 luglio 1982: tutti a casa di Dino
L'arbitro afferra con le mani il pallone e, con un triplice fischio, dichiara la fine della partita. Ci alziamo tutti, esultanti, usciamo dalle case e, mentre il nostro compaesano solleva la Coppa, ci dirigiamo, seguendo un rito spontaneo, a casa di Anna e Mario. E lì inizia la vera festa.
martedì 10 luglio 2012
La stanza di Paolo
martedì 22 maggio 2012
Quando a Zagor cadde in testa un Tvrdokrilac
La foresta di Darkwood è turbata da un inconsueto e forte ronzio. Zagor e Ciko si domandano preoccupati chi o che cosa lo generi, anche perché si sta facendo sempre più vicino. Poi, all'improvviso, uno strano Tvrdokrilac guidato da un trionfante Ikarovo Pero si staglia nel cielo. La sorpresa dei due compagni di mille avventure si tramuta presto in terrore quando vedono il velivolo meccanico del barone precipitare sulla loro capanna, facendo esclamare allo Spirito con la Scure: "Tako mi Darkvuda!".
Ho bevuto troppa grappa e questo mi fa scrivere nomi a caso? No! Sto solo citando i personaggi e il contesto dell'avventura di Zagor che noi conosciamo come "Un'impresa disperata", ma che nella Jugoslavia di un tempo era nota con il titolo di Tvrdokrilac, coleottero appunto. Perché è proprio un "coleottero meccanico" quello che il barone Icaro la Plume fa sfracellare sulla capanna di Zagor e Cico provocando la classica espressione "Per tutti i tamburi di Darkwood!".

Mi sono divertito a fare questo confronto linguistico grazie ad un regalo di Dalibor, un mio collega croato che condivide con me la passione dei fumetti. Dalibor vive ora a Trieste, ma è nato in uno Stato che ora non esiste più: la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la cui dissoluzione tanto dolore e devastazione ha causato negli anni Novanta.
Tornando a temi più divertenti come i fumetti, Dalibor mi ha raccontato come da ragazzo lui comprasse costantemente molti fumetti italiani che venivano pubblicati già dagli anni Settanta in Jugoslavia. Me ne ha regalati alcuni, sapendo della mia passione per i Bonelli e dintorni. Non poteva mancare, oltre a Zagor, il Ranger più famoso del mondo dei comics, Tex in Zakon Kolta (Senza tregua) o Mister No nel numero 100 sve u koloru intitolato Dzungla (Giungla!) (da notare che i testi vengono attribuiti a G. Nolita, con una t, mentre in realtà sono di Sclavi, ma pazienza...), o il Komandant Mark della Esse Gesse in Zed (Sete!) o Blek della Dardo in Cudoviste nad Bostonom (Un mostro a Boston) o Bela i Bronko in Divlja zemlja (Terra selvaggia). Ma sono solo alcuni titoli di fumetti italiani che trovavano largo successo nelle terre balcaniche.

Interessante sottolineare anche che non solo lo Stato in cui vennero pubblicati ora non esiste più, ma anche la lingua. Non ho ancora detto infatti che i termini che ho citato appartengono al serbocroato, un'idioma che cercava di unificare a livello linguistico due comunità che la storia aveva tenuto divise per molti secoli. In realtà i serbi e i croati, quando giunsero nei Balcani attorno al VII secolo, parlavano dei dialetti molto simili fra loro, appartenenti allo stesso ceppo. Poi la storia portò i croati più verso la sfera di influenza occidentale e i serbi verso Costantinopoli, tanto che anche gli alfabeti si differenziarono: latino per i primi, cirillico per i secondi. Ma diversi intellettuali serbi e croati già nell'Ottocento propugnavano un'unita linguistica che si realizzò nel Novecento prima con il Regno di Jugoslavia fra le due guerre e soprattutto con al Repubblica fondata dal Maresciallo Tito nel Dopoguerra. Il serbocroato divenne lingua ufficiale dello Stato.
Ricordo che ai tempi del Liceo a Gorizia, molti ragazzi che frequentavano istituti commerciali, studiavano come lingua straniera il serbocroato, visto che i rapporti economici fra le mie terre e la vicina repubblica richiedevano professionisti che conoscessero la nuova-antica lingua. Sappiamo tutti quanto tragicamente avvenne lo sfascio del vicino Stato socialista. Dopo la divisione croati e serbi ripristinarono ufficialmente le loro rispettive lingue all'interno dei nuovi stati sorti dopo il 1991, accentuandone le differenze, invece di sottolineare le affinità e la comune origine. Il nazionalismo estremo si manifesta anche attraverso questi strumenti, che non sono armi vere e proprie, ma lo possono diventare.
Allora mi fa ancora più piacere ricordare questi albi che Dalibor mi ha regalato, come un esempio di unione fra due popoli, realizzata attraverso un tipo di cultura molto efficace, visto che i fumetti erano diffusissimi presso i ragazzi serbi e croati. Mi piace pensare che un bambino cresciuto a Zagor, Tex e Mister No non si sia macchiato degli orrori che la guerra ha poi fatto emergere dal profondo dell'animo umano. Sono un illuso?
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| Mister No: "Per cento fulmini!" Esse Esse. "Al diavolo!" |
mercoledì 25 aprile 2012
La Resistenza di Arturo
Quella bambina è mia madre.
martedì 10 aprile 2012
Tanti auguri Doc Robinson...ehm, volevo dire Martin Mystère
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| Doc Robinson - Martin Mystère |
In realtà, la prima location in cui si muove il nostro è al largo delle Isole Azzorre, così come ci ricorda l'albo 320, un albo speciale perché contiene le 64 pagine di quella che sarebbe dovuta essere la vera prima storia di Doc Robinson, "Gli uomini in nero", disegnata da Giancarlo Alessandrini. Castelli ce la propone per la prima volta, in coda ad un'avventura molto spassosa che ricrea l'universo mysteriano negli Anni 30 : una vicenda ricca di ironia e di riferimenti letterari/cinematografici/fumettistici/storici relativi a quel decennio che solo la sterminata cultura del BVZA poteva sfornare.

In fondo proprio questa è una delle chiavi del successo di Martin Mystère: proporre delle avventure avvincenti su una base storico-scientifica reale e mai banale. E' questo ciò che mi ha affascinato del personaggio quando ricevetti in dono da mio cugino l'albo numero 29 "Il terzo occhio", nell'agosto del 1984. Allora tredicenne lettore dei classici Tex, Zagor e Mister No, fui colpito dalla modernità di questa serie. Ricordo che trascorsi il periodo del liceo ad analizzare numero dopo numero, insieme al mio amico Luca, tutti i risvolti storico-scientifici che Martin Mystère ci proponeva: ore e ore a discutere di Templari, civiltà scomparse e mysteri italiani.
Ma non solo per questo aspetto Martin Mystère segnò una svolta fondamentale nella storia della Sergio Bonelli Editore. Le vicende del Detective dell'Impossibile sono ambientate ai giorni nostri, vive il nostro presente anche se, spesso, le sue avventure sono rivolte al passato storico. Questa tendenza di attualizzazione dell'avventura, condivisa dal successivo Dylan Dog, aprì le porte poi a tutte le nuove serie bonelliane dei decenni successivi.
Non posso far altro che augurare con tutto il cuore altri (come minimo) 30 anni di longevità editoriale a Martin Mystère, ringraziando Alfredo Castelli e soci (sceneggiatori e disegnatori) per tutte le ore di intelligente svago che mi hanno regalato.
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| Alfredo Castelli |
martedì 3 aprile 2012
Io sono un centauro
Rai Radio 3 ricorda Primo Levi attraverso la sua voce, e quella di molti altri che ne parlano. Lo fa riproponendo lo speciale che Marco Belpoliti realizzò nel 2007: Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi. Dieci puntate da ascoltare che ci fanno ri-scoprire l'universo di Primo Levi attraverso dieci temi.
domenica 12 febbraio 2012
Whitney
Era il 1987, stavo guardando il Festival di Sanremo con i miei. Arriva il momento dell'ospite internazionale. Sale sul palco una ragazza, bellissima. Whitney Houston. Non l'avevo mai sentita nominare prima di allora.
Comincia a cantare un brano: All at once. Rimango senza parole a fissare il televisore. Resto ammaliato dalla voce, dal suo sorriso, dalla sua bellezza. Canta dal vivo, cosa non scontata per quei tempi. Il pubblico è in delirio, standing ovation e richiesta del bis. Io invece non riesco ad alzarmi dalla sedia. Whitney riesegue il brano, ed è ancora più bello di prima.
Me ne innamoro.
Compro l'album, il suo primo, non appena disponibile nei negozi. E così tutti i suoi successivi.
The bodyguard è il primo film che guardo al cinema insieme a mia moglie, pochi giorni dopo che siamo diventati morosi, tanti anni fa. Era la seconda volta che lo andavo a vedere.
Ho seguito molto tristemente tutta la sua vicenda personale.
Oggi non ho parole, come la prima volta che l'ho vista. Ma non avrei mai voluto che andasse a finire così...
mercoledì 28 dicembre 2011
Layla - la versione definitiva
"In my humble opinion, it's the finest version"
Eric Clapton non dice final in realtà, ma finest e concordo sulla scelta di questo aggettivo: ma secondo me è così finest da essere anche final....
Mi riferisco alla versione della canzone Layla, introdotta dalle parole sopraccitate, che Slowhand ha eseguito l'aprile scorso insieme a Wynton Marsalis presso il Lincoln Center di New York, accompagnati dalla Jazz at Lincoln Center Orchestra (ne avevo parlato già qui).
Il risultato di questo incontro è stato un pezzo unico, mai ascoltato prima: un orchestrazione con tromba, trombone a tiro, clarinetto e percussioni in cui la chitarra elettrica del bluesman inglese si inserisce perfettamente. L'intro è già spiazzante: un caleidoscopio di suoni provenienti da tutti gli strumenti che lascia poi spazio al tema musicale eseguito ad un ritmo più lento del solito, quasi trascinato, che ti comunica tutta la sofferenza del brano. Le pene d'amore vissute per Layla emergono dalla voce struggente di Clapton, dall'arrangiamento bluesato, dal sorprendente assolo di chitarra seguito dalla tromba, dal trombone e dal clarinetto in un finale strepitoso.
Non bisogna mai porre limiti alle capacità del bluesman inglese, ma credo che sarà difficile ascoltare una versione di Layla più emozionante.
"See if you can spot this one"
E sì che già vent'anni fa Clapton aveva stupito tutti con un diverso arrangiamento di Layla. Toccare uno dei suoi cavalli di battaglia, trasformandolo nella versione unplugged, sarebbe potuto diventare un fiasco completo, invece fu un successo. Slowhand si diverte a stuzzicare il pubblico dello show acustico di MTV, invitandolo a riconoscere il pezzo che si accinge ad eseguire. Un orecchio appassionato della musica di Clapton non impiega nemmeno un secondo a capire di quale pezzo si tratta, ma rimane incredulo della misurata e intima strumentazione che trasforma Layla in un'altra canzone, facendola però restare allo stesso tempo sempre la stessa.
Personalmente son molto legato a Layla unplugged. E' stato un disco, o meglio una musicassetta, che ho fatto suonare fino alla consunzione dal momento in cui me la son regalata come premio per aver superato nell'ottobre del 1992 l'esame di Fisica 2 che, per noi studenti del secondo anno di ingegneria elettronica, rappresentava un vero scoglio e giro di boa insieme, in quanto bloccava tutti gli esami successivi e poiché era "gestita" da un terribile professore che aveva mandato a militare un sacco di ragazzi. Fiero del mio 23 ottenuto al primo tentativo, mi catapultai nel negozio di dischi più vicino, alla scoperta di Unplugged e di quel Clapton che avevo appena conosciuto l'estate precedente grazie ad una romantica Wonderful tonight eseguita da un musicista di un piano bar.
Questo pezzo pop mi aveva spalancato le porte del repertorio blues e rock del musicista inglese. Fra i tanti brani spiccava uno: si distingueva per la ruggente intro con assolo di chitarra (che solo in seguito scoprii essere eseguito nella registrazione originale dal compianto Duane Allman), per il travolgente svolgimento rock e per un secondo movimento, chiamato la pano coda (scritto da Jim Gordon). Si trattava appunto di Layla. Il titolo chiamava in causa una principessa dell'India e un amore ostacolato: il riferimento era personale e legava Clapton ad una coppia: il suo amico George Harrison e la moglie Pattie Boyd.
lunedì 5 dicembre 2011
Dottore vola in cielo a fare un tacco da Dio
Un grande che ci fece correre i brividi lungo la schiena quando pareggiò la rete di Rossi trafiggendo l'incolpevole Dino Zoff. Il portiere azzurro, appresa la notizia della morte di Socrates, ha dichiarato: "Da capitano a capitano, a Socrates dico che rimarrà nella storia. Ricordo quel gol dell'1-1 nell'82. Quando si subisce una rete si pensa sempre di chi è la colpa ma gol così li fanno solo i campioni". E Socrates lo era, e io da ragazzino me ne gloriavo davanti ai miei amici e compagni di scuola che erano tutti juventini, visto che il nostro paese, Mariano del Friuli, ha dato i natali proprio al Dino nazionale. Si può solo immaginare il coraggio che un ragazzino, unico tifoso viola fra i suoi coetanei, ha dimostrato, completamente circondato da gobbi. E quindi uno come Socrates mi serviva proprio.... Pura linfa vitale....
Come il grande Antognoni, il giocatore per cui diventai un tifoso viola: ricorderò sempre il 22 novemnre del 1981. quando rimasi sgomento di fronte alle immagini televisive che mostravano il terribile incidente in cui il numero 10 cadde esanime dopo un violentissimo scontro col portiere genoano Martina. La disperazione degli altri giocatori fu ancora più agghiacciante... e così cominciai a seguire le vicende di quel giocatore, prima in ospedale, poi con la lenta ripresa e il rientro fino alla conquista del titolo mondiale nell'estate successiva. Proprio quella che lo vide giocare contro Socrates, e segnare una rete ingiustamente annullata dall'arbitro (sarebbe stata il 4 a 2). Ma mi tolsi la soddisfazione di vederlo dal vivo: fu la prima volta che andai allo stadio, insieme a mio padre, a vedere un Udinese - Fiorentina, finita con un 2 a 2. Ricordo l'emozione di entrare allo stadio, colmo di gente, vedere la curva viola festante, i giocatori e soprattutto Antognoni.
A un ragazzino bastava poco per emozionarsi, anche solo due braccia levate al cielo....
domenica 4 dicembre 2011
Un ebook per Sergio Bonelli
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| Immagine di Vittorio Tolu |
Subito dopo la morte di Sergio Bonelli la mailing list Ayaaaak ha avuto l'idea di realizzare un ebook collettivo a lui dedicato. Ha invitato quindi i lettori a spedire i propri ricordi sulla persona e sul lavoro dell'editore e sceneggiatore scomparso. L'ebook sarebbe stato pubblicato il 2 dicembre, giorno nel quale Sergio Bonelli avrebbe compiuto 79 anni. Mi è piaciuta subito l'idea, così anche io ho inviato il mio personale ricordo.
Come promesso dai promotori dell'iniziativa, l'ebook è pronto e si può comodamente scaricare in pdf, epub o mobi.
Buona lettura!
venerdì 24 dicembre 2010
Il ragazzo, il portiere e l'uomo con la pipa
Per noi, che abitavamo in un piccolo paese di 1300 anime chiamato Mariano del Friuli, c'era una motivazione in più: il capitano della nazionale era il mitico Dino Zoff, nostro compaesano e della stessa generazione dei miei genitori. Lascio immaginare l'orgoglio di potersi definire suo compaesano che faceva sfoderare a tutti i ragazzi del paese un sorriso a 32 denti.... e non solo ai ragazzi....Lui conosceva tutti a Mariano e tutti lo conoscevano. La motivazione in più non era comunque solo questa: altri due friulani appartenevano a quel gruppo favoloso: Fulvio Collovati e l'allenatore, Enzo Bearzot.
Mio padre sottolineava sempre questo fatto: diceva che noi friulani, uomini di poche parole, ci facciamo valere con i fatti, badiamo al sodo senza tanti fronzoli, siamo seri e determinati, e questo vale anche nel calcio. Certo, magari era un po' una generalizzazione, comunque nel caso dell'avventura spagnola è stato propio così. Bearzot seppe far gruppo, difendendolo dalle critiche esterne, infondendo fiducia nelle capacità dei giocatori fino a farle emergere. Come? Lo ha detto oggi lo stesso Dino Zoff che ha partecipato ai funerali del suo vecchio commissario tecnico:
"Quando si hanno dei principi come li aveva lui diventa facile compattare un gruppo, lui era un esempio per tutti".
Ovvero, la coerenza fra quello che si dice e quello che che si fa: una dote sempre più rara.
Ma torniamo a quel luglio di 28 anni fa, quando io ragazzino assisto, insieme a milioni di italiani, alla finale Italia - Germania e vedo vincere la nostra squadra. Vedo Bearzot portato a spalle dai suoi giocatori festanti, vedo Dino sollevare la Coppa del Mondo. Allora accade quasi un rito spontaneo. Tutti gli abitanti di Mariano si riversano per le strade e si dirigono verso la casa dei genitori di Dino Zoff.
Mario e Anna vivono infatti sempre a Mariano, sono due contadini ormai di una certa età, accolgono un po' imbarazzati ma felici la gente che si raccoglie attorno alla loro casa. Sono rimasti le persone semplici che sono sempre stati, così come loro figlio e lo stesso Bearzot. Il successo di Dino non li ha fatti diventare superbi, non si vantano, anzi, quasi si schermiscono. Arriva anche la banda musicale del paese, direttamente in corriera dall'Austria dove era "in trasferta" a suonare. La festa è ancora più grande! E' un entusiasmo forte e sincero, ma nello stesso tempo non sguaiato. E' schietto, è la felicità di vedere un figlio del proprio paese arrivato a trionfi mondiali con la serietà del proprio lavoro, anche se si tratta di un lavoro molto particolare e ben retribuito.
I miei occhi registrano delle immagini che non dimenticherò mai, ma una surclassa tutte le altre: Mario e Anna Zoff sulla porta di casa, lui col cappello di contadino in testa, lo stesso che portava mio nonno Arturo, che sorridono, salutano e stringono le mani dei marianesi con un pudore quasi fanciullesco. Hanno la stessa faccia buona e sorridente di Enzo Bearzot e di Sandro Pertini.
mercoledì 8 dicembre 2010
Working class hero
venerdì 12 novembre 2010
Corto, Ken e Lugano
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| Ken disegnato da Alessandrini: numero 28 "Il caso di Oliver Price" |
domenica 10 ottobre 2010
Tanti auguri Tex
lunedì 22 marzo 2010
Topolino, Gottfredson e la cantina di mia zia
Lunedì ho acquistato in edicola il primo numero della collana "Gli anni d'oro di Topolino", un'opera che si propone di raccogliere in forma integrale e cronologica le strisce di Floyd Gottfredson, uno dei più grandi fumettisti di tutti i tempi. Colui cui Walt Disney diede l'incarico di disegnare alcune storie per un periodo temporaneo e che poi invece finì per diventare l'autore principe di Mickey Mouse in oltre 45 anni. Il libro è ben curato, le strisce, che originariamente furono pubblicate sui quotidiani americani, sono state colorate (perché, visto che le originali, a parte quelle domenicali, erano in bianco e nero?) e ritradotte per l'occasione. L'opera si svilupperà su 38 volumi che costituiranno nel loro insieme una collana unica al mondo: mai prima d'ora, infatti, erano state raccolte tutte insieme le strisce del grande autore.

Ho letto subito la prima storia "Topolino e il mistero dell’Uomo Nuvola" pubblicata originariamente a cavallo fra il '36 e il '37 e, pur non essendo un fan di Topolino, l'ho trovata interessante. Il protagonista è il dottor Enigm (Einmug nell'originale) che ha scoperto il modo di sfruttare l'energia degli atomi. Vive in un'isola fra le nuvole perché si è dovuto rifugiare da un agente (Pietro Gambadilegno) di una potenza straniera che voleva impadronirsi del segreto. Il fumetto risuona dell'umore di quegli anni, quando sui giornali americani si scrivevano articoli sulle nuove scoperte scientifiche relative allo sfruttamento dell'energia atomica. Il dottor Enigm è d'altra parte ispirato direttamente ad Albert Einstein: nell'originale gli si fa parlare un inglese con inflessioni tedesche.

Il motivo per cui mi è piaciuta la storia è rappresentato nella tavola qui sopra. Gottfredson e lo sceneggiatore Ted Osborne hanno dimostrato molto più buon senso di quanto fecero più tardi i fisici e i politici coinvolti nell'applicazione degli studi sull'atomo. Una volta fatto fuggire Gambadilegno, il dottor Enigm si rifiuta di consegnare la scoperta a Topolino che la richiedeva per poi consegnarla al governo americano, sicuro che ne avrebbe fatto un uso pacifico e sicuro. Il dottore invece non si fida, pensa che "...il mondo non è ancora pronto per la mia invenzione! Porterebbe solo dolore... guerre... e morte!". Si può tranquillamente dire che questa tavola si è rivelata tristemente profetica di ciò che avvenne solo pochi anni più tardi....
Leggere questa storia ha avuto un altro effetto su di me: mi ha fatto ripensare ai primi fumetti che lessi nella mia vita. Ancora prima dei Bonelli (che non ho mai lasciato) fu Topolino il primo giornalino che mi capitò tra le mani. Non è sicuramente originale quanto sto dicendo, probabilmente è un'esperienza condivisa con moltissimi altri ragazzi e ragazze italiani (e non). Tuttavia di particolare c'è che i Topolini non mi venivano di solito comprati dai miei, ma li andavo a leggere nella cantina di mia zia. Le mie tre cugine infatti, di qualche anno più vecchie di me, leggevano regolarmente (o almeno lo hanno fatto per un periodo) i Topolino settimanali. Dopo la lettura, i miei zii li riponevano in un mobile della loro spaziosa cantina. Per me quella credenza rappresentava uno scrigno dei desideri: ricordo che passavo ore a divorarmi quei grossi giornalini pieni di storie affascinanti (almeno così mi sembravano allora). Dico grossi perché risalivano ai primi anni 70 (e probabilmente anche agli ultimi anni 60) ed erano decisamente più spessi e ricchi di pagine di quelli che si trovavano in edicola quando io ero bambino.
Mia zia fu poi provvidenziale in un altro episodio legato a Topolino. Ricordo infatti che i personaggi di Walt Disney mi piacevano così tanto che volevo assolutamente abbonarmi al giornalino settiminale. Mia madre non era però d'accordo, ma io, infischiandomi del suo divieto, compilai comunque il coupon di abbonamento e lo imbucai nella cassetta della posta del mio paese. Preso poche ore dopo da un rimorso di coscienza, confessai tutto a mia madre che, dopo avermi sgridato, chiese a sua sorella, che lavorava propio in posta, di intercettare la mia "letterina". L'abbonamento fu così sventato: probabilmente meglio così, dico ora, ma allora ci restai assai male....
Più tardi abbandonai la lettura di Topolino e soci, per concedermi a quella, più matura, degli albi Bonelli. E' singolare comunque che, per entrambe le famiglie di fumetti (i Topolino e i Bonelli) sia debitore a due diverse famiglie di parenti: le tre cugine materne per i primi, e i tre cugini paterni per i secondi (come ho già raccontato in un post precedente). Certe volte penso che se i miei genitori fossero stati figli unici, adesso magari non sarei un appassionato di fumetti.. Mah! Chi può dirlo?






































