martedì 21 maggio 2013

Waiting for the Boss (V) - Darkness on the edge of town

I protagonisti dei film di John Ford e Sergio Leone sono ancora delle figure di statura e dimensioni eroiche, anche se si tratta di eroi tragici e divisi, come il protagonista di The Searchers (Sentieri selvaggi), o di eroi "manieristi", ovvero che hanno conservato solo la maniera, le forme, non il sistema di valori ideologici e morali, degli eroi western classici, come i protagonisti dei film di Sergio Leone. Ora, il passaggio progressivo e graduale da una visione mitica a una visione storica, realistica e critica della realtà americana, attuato nel genere western, caratterizza in maniera particolare anche l'insieme dell'opera springsteeniana e l'album Darkness on the edge of town costituisce senza dubbio una tappa fondamentale di questo processo. In esso, Springsteen prende coscienza del fatto che i miti dell'American Dream, della Strada e del Viaggio verso la Terra Promessa, celebrati in Born to run (ma anche in molti film di John Ford) non corrispondono alla realtà americana, che invece sembra negarli continuamente. Se, pertanto, l'immagine centrale di Born to run è quella di un'energia vitale inesauribile, che si esprime in una corsa che pare non conoscere ostacoli, l'immagine centrale di Darkness on the edge of town è quella della lotta quotidiana contro una realtà dominata da forze che sembrano opporsi costantemente alla volontà degli individui di realizzare i propri sogni e i propri ideali. Ma in questa lotta i personaggi delle canzoni di quest'album assumono quelle stesse dimensioni eroiche del protagonista del film di John Ford e di quelli di Sergio Leone. A ciò si deve lo stile particolarmente solenne di molte di queste canzoni e la visione contemporaneamente realistica ed eroica della realtà americana da cui Darkness on the edge of town appare caratterizzato, visione che nasce da una presa di coscienza della non corrispondenza tra mito e realtà.
Antonella D'Amore, Mia città di rovine,  Manifestolibri, 2002 

domenica 19 maggio 2013

Waiting for the Boss (IV) - Born to run

Un disco che parla della ricerca di due ragazzi, non sempre insieme e non sempre innamorati, ma comunque vicini. Che non sanno bene cosa cerchino, ma si dannano l'anima per trovarlo. Nelle fughe romantiche verso la Terra Promessa (Thunder Road, Born to run), nella staticità ora disperata ora visionaria delle giungle urbane (Jungleland, Tenth Avenue freeze-out, Night, Meeting across the river), nella disillusione dell promesse spezzate nelle strade secondarie (Backstreets) o che sai che presto si spezzeranno (She's the one). Attraverso gli occhi di Terry, Magic Rat, Mary, Bad Scooter, Wendy, Eddie, Cherry, è già possibile vedere cosa accadrà dopo. Come in quei film dove, nel momento stesso in cui ridi, ti innamori e ti commuovi, senti un brivido lungo la spina dorsale. Come una premonizione. Born to run è l'album che ti fa credere con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente nel rock 'n' roll.
Massimo Cotto, Born to run,  in "Velvet Gallery", giugno 1990

sabato 18 maggio 2013

Mille volte Internazionale


L'ultima rubrica dell'ultima pagina di Internazionale si chiama Le Regole. Questa settimana è dedicata al Numero mille e la prima regola recita:
"Ricordi ancora quando hai comprato il primo numero di Internazionale? Sei vecchio"
Sono vecchio. Ricordo perfettamente che la mattina di sabato 6 novembre 1993 acquistai nell'edicola della stazione di Trieste il primo numero di questa nuova rivista settimanale. Ne avevo visto la pubblicità non ricordo più bene dove e mi aveva incuriosito la novità che ne costituiva la natura. Internazionale si proponeva di presentare i migliori articoli della stampa mondiale, tradotti in modo fedele da ottimi traduttori.
Perché? Lo dichiarava esplicitamente il primo editoriale, che oggi si può rileggere acquistando il numero 1000 della rivista a cui è allegata la ristampa del numero 1:
"..quel bisogno di provare a capire la complessità del mondo, quella voglia di accedere all'informazione senza filtri e di formarsi opinioni proprie senza mediazioni... Un articolo letto su Internazionale non farà capire il mondo, ma aiuterà a capire come il mondo è complicato, vario e ricco. E come i destini di tutti noi siano incrociati e legati."
Oggi ho potuto rileggere quegli articoli che lessi quel sabato di quasi venti anni fa in treno e che mi convinsero, poche settimane dopo, ad abbonarmi alla rivista. Lo considero un regalo che, da allora, faccio annualmente a me stesso, alla mia curiosità, al mio desiderio di capire e conoscere.
In venti anni Internazionale si è arricchito di rubriche (anche di fumetti), ha allargato il numero di collaboratori, organizza ogni anno a Ferrara un Festival sul giornalismo (ma non solo), è diventato a colori e la carta è migliorata. Ma è sempre rimasto fedele alla sua dichiarazione di intenti. Realizzandoli. Almeno per quanto mi riguarda.

giovedì 16 maggio 2013

Waiting for the Boss (III) - The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle

"The Wild è l'album soul di Bruce Springsteen, una novella West Side Story popolata di neri e chicani. Se in Greetings Springsteen era il provinciale giunto in visita nella metropoli e al colmo di una spaesata meraviglia, qui si divide fra i luoghi d'origine e la città che lo ha adottato e che in Born to Run prenderà il centro della ribalta."
Eddy Cilìa, Nebraska, in "Velvet Gallery", giugno 1990 

martedì 14 maggio 2013

Waiting for the Boss (II) - Greetings from Asbury Park, NJ

"Nel mio primo album ho fatto venir fuori un numero incredibile di cose tutta in una volta. Un milione di cose n ogni canzone. Le avevo scritte in mezz'ora, quindici minuti. Non so da dove venissero. Scrivevo come in preda ad una febbre. Non avevo soldi, nessun posto dove andare, niente da fare. Era inverno, faceva freddo e scrivevo. Mi sentivo in colpa se non lo facevo. Non creai più nulla in quello stile. Una volta che uscì il disco, mi sentii definire il nuovo Dylan e così evitai di ripetermi."
Bruce Springsteen

"Utilizzando un linguaggio enfatico e visionario, una sterminata teoria di versi chilometrici e un logoro dizionario di sinonimi. Springsteen è riuscito a fare suoi tutti i miti della cultura giovanile del suo tempo, il rock 'n' roll e il cinema: ed ecco che i ragazzi del boarwalk di Asbury Park, gli spacciatori e le puttane di Manhattan, vengono innalzati al rango di giovani ribelli, ecco che il desolante panorama della periferia urbana del New Jersey diventa un nuovo fronte del porto, un luogo non più squallido ma estenuantemente romantico."
Leonardo Colombati, Come un killer sotto il sole, Sironi Editore, 2007

domenica 12 maggio 2013

Waiting for the Boss (I)

"Springsteen non è un qualsiasi bravo cantautore rock. È una specie di bandiera, un monumento indomabile, un inno a tutto quello che il rock può essere. Per capirlo bisogna avere visto almeno una volta un suo concerto. Ha inciso dischi straordinari, ma di sicuro il vero Springsteen è nelle esibizioni dal vivo. Si usava dire che i Rolling Stones siano stati per antonomasia la più grande rock 'n' roll band di tutti i tempi. Vero, forse, ma solo nel fervore degli anni Sessanta e in qualche scampolo dei Settanta. Dopo, la più grande, classica rock 'n' roll band della storia è stata Bruce Springsteen & The E Street Band. Chi lo ama ha la certezza di andare a celebrare insieme a lui l'unico, meraviglioso e liberatorio rito profano che la nostra cultura ci abbia lasciato."

Gino Castaldo, Provaci ancora Bruce, in "La Repubblica", 1 aprile 1999

martedì 7 maggio 2013

Il figlio del softwarista


Infermiere e dottori entravano e uscivano continuamente dalla porta sul reparto maternità alla sua destra. Andrea, sprofondato su una scomoda sedia di plastica, guardava fisso davanti a sé gli ascensori che si aprivano e chiudevano, annunciati da una fastidiosa voce elettronica. Una mosca volò incrociando il suo sguardo perso. Per un momento si distrasse e ne seguì la traiettoria, fino a che l'insetto si posò sulla sedia vuota accanto a lui. Il giornale strappato che teneva in mano atterrò con un tonfo secco sull'indifesa bestiolina. Le persone attorno a lui fecero silenzio e lo guardarono severe. Indifferente, si alzò, raccolse da terra il giornale e l' immobile mosca e li gettò con noncuranza nel cestino colmo di rifiuti. Pazienti, visitatori e personale ospedaliero ripresero a parlare e a muoversi. Andrea fece scivolare le mani sulle guance tergendosi il sudore. Si risedette e, a testa china con le braccia appoggiate alle ginocchia, prese a fissare un punto dello sporco pavimento sotto di sé.
“Oh, eccoti qua! Ciao! Allora, come va?” una voce familiare e una pacca sulla spalla distolsero Andrea dai suoi pensieri. Alzò lo sguardo fino ad intercettare la faccia rubiconda di suo fratello. Il sorriso di Michele gli diede un po' di calore. Si alzò e lo abbracciò.
“Ma sei tutto sudato! Con il freddo che fa fuori? Da quando sei qua? Come sta Antonella?” disse Michele allontanando da sé Andrea per guardarlo bene negli occhi. Nei secondi che precedettero la risposta, il sorriso del fratello si tramutò in un'espressione preoccupata. Andrea si strinse le guance fra le mani, lisciandosi la barba, vecchia di un paio di giorni.
“Non so come sta. Sono arrivato mezz'ora fa dall'ufficio, ma nessuno qui mi dice niente” furono le parole che Andrea pronunciò meccanicamente. Abbassò lo sguardo a terra mentre Michele ribatté:
“Come non sai niente? E Antonella come ci è arrivata in ospedale?” Michele non si rese conto di aver alzato il tono della voce.
Andrea si strinse ancora la testa fra le mani mentre, con un filo di voce, rispose al fratello.
“Non lo so come ci sia arrivata. Mi ha telefonato uno dell'ospedale dicendo che era qui, al reparto maternità. E che stava per partorire...”.
Michele corrugò la fronte e soffermò lo sguardo sulle spalle cadenti di Andrea, sui pochi capelli spettinati e sul lembo sinistro della camicia fuori dai pantaloni. Lo invecchiavano di almeno dieci anni.
“Ma che cazzo fai? Son tre giorni che Antonella è ferma a letto e tu te ne stai in ufficio fino a mezzanotte?” gridò prendendo il fratello per le spalle.
Andrea si giustificò:
“Avevo un lavoro da finire. Dovevo consegnare una versione software entro stasera. Era importante. E poi domani è il primo novembre, l'ufficio è chiuso. Non potevo..” Michele non lo fece finire. Colpì Andrea con uno schiaffo. Il fratello cadde a terra e, di nuovo, tutta la gente attorno ammutolì. Andrea si rialzò, si strinse le guance fra le mani e tornò a sedere a capo chino. Lo stupore dei presenti durò solo alcuni secondi. Ritornò il consueto vociare e l'andirivieni costante di tutte le sale d'attesa. Michele raggiunse a lunghe falcate la porta del reparto e sparì nel buio corridoio che la seguiva.
Andrea non se ne accorse nemmeno. Quando sollevò la testa in cerca del fratello, vide due dottori che bevevano un caffè. Un'irresistibile voglia lo fece alzare fino alla macchina automatica posta alla sinistra della grande sala. La raggiunse e frugò nelle tasche in cerca di qualche moneta. Un fazzoletto sporco gli cadde a terra insieme al suo tesserino magnetico aziendale. Raccolse gli oggetti e si soffermò a guardare la foto sul badge, ormai logoro. Lo ritraeva giovane, sorridente e con una folta chioma bionda. Ributtò tutto in tasca, spinse la moneta nella fessura e attese il suo caffè. Cerando di ricordare se fosse il nono o il decimo della giornata, si strinse le guance fra le mani che continuavano a sudare. Il caffè era uno schifo, ma Andrea ormai non ci faceva più caso. Da un paio d'anni la caffeina aveva sostituito la nicotina come eccitante nelle lunghe serate passate in ufficio davanti al pc. I panini di plastica erogati dai distributori automatici lenivano i morsi della fame che Andrea pativa fra una compilazione e l'altra del software. L'alito non ne aveva tratto giovamento e, tanto meno, il girovita.
Schiacciò il bicchiere per buttarlo nel cestino e alcune gocce di caffè, intrise di fondi, schizzarono sulla manica della camicia. Andrea non ci badò e si diresse alla sua sedia. Lungo il percorso si accorse che la porta del reparto davanti a sé si spalancò sul volto di Michele. Gli occhi del fratello non tradirono nessuna emozione quando dalla sua bocca uscirono quattro parole.
“È nato il bambino.” Poi, infilò la porta dell'ascensore alla sua destra e sparì.
Andrea si strinse le guance fra le mani. Gli sembrò di avere dei pesi legati alle caviglie quando spostò un piede davanti all'altro in direzione del reparto. Varcò la soglia e chiese ad un'infermiera notizie di sua moglie.
Un braccio teso indicò una direzione in fondo al corridoio. Andrea raggiunse il punto indicato trascinando i piedi. Si girò a destra e vide una stanza separata da un vetro. Al di là un'infermiera di spalle sembrava tenere fra le braccia qualcosa. Andrea si chiuse il volto fra le mani. Si avvicinò e bussò sul vetro.
L'infermiera si girò e il suo sorriso si spense in un attimo. Andrea la guardò, si premette le guance fra le mani sudate e abbassò lo sguardo sul piccolo panno bianco che la donna teneva tra le mani. Da uno spiraglio spuntava una piccola testa con una folta chioma corvina. Il bimbo era nero.
Andrea si portò le mani sulla faccia, questa volta a coprire gli occhi. Si voltò e se ne andò.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...