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mercoledì 18 giugno 2014

L'implacabile Bruno Marraffa

Il grande formato dei volumi nei quali le avventure di Ken Parker vengono ristampate da Mondadori Comics mi ha fatto apprezzare molto i disegni di Bruno Marraffa. Lo ha sottolineato anche Alessandro Di Nocera in questo post pubblicato sul blog della casa editrice. Non ricordo di essere stato così affascinato dalle tavole del disegnatore romano quando lessi gli albi originali nel formato bonelliano.

Tavola de Le terre bianche
Già nei due episodi ambientati nei ghiacci dell'Alaska settentrionale (Le terre bianche e Il popolo degli uomini) Marraffa era riuscito nel difficile tentativo di proiettare letteralmente il lettore nelle tempeste di neve, di farlo remare in una canoa durante la caccia al tricheco o di inserirlo in un igloo di un villaggio inuit. La precisione con cui il paesaggio e l'ambiente sono stati riprodotti non è l'unico pregio. Ancor più coinvolgente è la fisicità con cui i corpi vengono ritratti: anatomicamente sono perfetti. Basti guardare i comanche protagonisti de Butch l'implacabile, l'episodio che finora esalta di più le doti e lo stile di Marraffa. La loro spietatezza non dipende solo dalla violenza oggettiva degli atti che compiono ma è figlia anche della carnalità con cui sono rappresentati i loro corpi.
Durissimo questo albo, pieno di brutale violenza, fisica e verbale. Butch, cacciatore di scalpi, è una figura riprovevole, contro la quale Ken si scaglia rabbiosamente. Lo vediamo agire spietatamente mentre assassina a sangue freddo un piccolo gruppo di indiani, senza riguardo per vecchi, donne, bambini o malati. E dopo il massacro assistiamo al macabro atto dello scalpo. Berardi non ci risparmia da scene forti. E Marraffa le rappresenta con estremo realismo. Come ho scritto sopra, il grande formato amplifica ancor di più la resa dei disegni e quindi le emozioni che suscitano. Più di una volta, dopo alcune sequenze di vignette, son rimasto colpito dalla violenza trasmessa. E dalla figura di Butch. Un'altra piccola perla uscita dalla fantasia di Berardi e raffigurata perfettamente dall'espressione dura e tagliente creata da Marraffa.


Butch è spregevole, certo, ma, come sottolinea anche Luca Raffaelli nel redazionale del nono volume, anche chi è cattivo e implacabile può avere argomenti interessanti.
"Mi sorprende sempre l'ipocrisia dei moralisti! Credete davvero di avere la coscienza pulita tutti voi!?.. Ci siamo dentro tutti...a cominciare dai politici che non hanno mai rispettato un trattato.. fino ai coloni che invadono le terre degli indiani, e all'esercito che li massacra a mucchi, e all'opinione pubblica che acconsente in silenzio...Per quei musi di rame non c'è speranza! Sono destinati a scomparire fino all'ultimo! E non per volontà di pochi singoli, ma di un'intera nazione!"
La proprietà, il denaro e il potere governano il mondo e, secondo Butch, sono il motore dello sterminio dei nativi. Analisi lucida e realista, non c'è che dire, anche se espressa da un assassino. La sua risposta però quale è? Come reagisce a tutto questo Butch? Visto che gli indiani sono destinati comunque a morire, tanto vale trarne vantaggio. La crudeltà che accompagna i suoi gesti è per lui trascurabile. Interessante a questo proposito il confronto fra Ken e Butch sulle rispettive esperienze di vita con gli indiani.
"Ho imparato a conoscerli, ad apprezzare la loro intelligenza, il loro coraggio, la loro giustizia! Sono un popolo con una civiltà e una spiritualità elevatissime!"
afferma Ken, a cui Butch replica:
"Balle! Io sono stato dieci anni con i comanche e non ne ho visto traccia! L'unica cosa che hanno di umano è l'aspetto ma dentro sono bestie! E come tali li uccido!"
E più tardi, riferendosi ad un guerriero comanche che sta per affrontare in una sfida corpo a corpo:
"Avevo otto anni quando suo padre mi prese con sé dopo aver massacrato la mia famiglia...Finché ne ebbi diciotto, mi trattò come uno schiavo. Poi una notte lo uccisi e fuggii col suo scalpo!"
Ecco, quindi che scopriamo un aspetto importante del passato di Butch, che ci aiuta certamente a capire un po' di più la possibile motivazione delle sue azioni: la vendetta, una vendetta ingiustificabile perché rivolta indiscriminatamente verso tutti gli altri indiani. Comprendiamo ma non giustifichiamo e non accettiamo. Ma il personaggio è splendido.
Non so se, come scrive ancora Luca Raffaelli, Butch sarebbe diventato un terrorista se fosse vissuto nei nostri anni Settanta. Se è vero che i terroristi usavano la violenza, sbagliando quindi tutto, per risolvere il problema della giustizia e del potere, Butch usa invece la violenza solo per il proprio tornaconto personale, perché con la violenza è stato allevato e perché, quindi, è l'unico linguaggio che conosce. Sbagliando tutto anche lui.
Di fronte a Butch c'è Ken, un uomo con le sue debolezze e con i suoi ideali, uno che magari fa la stessa analisi di Butch riguardo alle cause dello sterminio degli indiani, ma che si vi si oppone con tutto se stesso, nel suo piccolo, con tutti i suoi limiti, e sapendo che non riuscirà a fermare il processo inarrestabile. Ma c'è un ideale dentro Ken, un ideale molto semplice e spontaneo: il rispetto della dignità umana. Basterebbe questo. Basterebbe assumere comportamenti coerenti nei confronti di questo ideale per avere anche il rispetto di se stessi. Cosa più difficile a farsi che a dirsi. Molto più facile farsi trascinare da bassi istinti, adducendo sbagliate motivazioni personali, inserendole in una più vasta giustificazione "ideologica" come fa Butch. Ken invece ci prova, sbagliando più di una volta come facciamo tutti, ma ci prova. E' questa, in fondo, la differenza fra Ken e Butch.

sabato 12 aprile 2014

L'emozione di Ken Parker


Potrà forse sembrare un po' ridicolo emozionarsi per l'acquisto di un fumetto. Ma è stato questo lo stato d'animo che ho provato quando son entrato stamattina nella mia edicola di fiducia. Un'emozione ricevere nelle proprie mani il primo numero dell'edizione Mondadori delle avventure di Ken Parker. Un'emozione rimanere sorpresi dal grande formato che fino ad allora non ci si era riusciti ad immaginare. Un'emozione scartare il cellofan e apprezzare la copertina al tatto, quasi accarezzandola. Un'emozione rivedere il nome del proprio fumetto preferito, valorizzato da un bellissimo logo, campeggiare sul disegno che ornava la copertina di quel mitico numero uno che uscì nel giugno del 1977. Allora fu Sergio Bonelli a decidere che quella storia unica, scritta tre anni prima da Giancarlo Berardi e disegnata da Ivo Milazzo, aveva tutti i numeri per diventare una serie mensile.
Dopo quarant'anni Ken rivive nella sua edizione definitiva. La cura che gli autori e l'editore hanno profuso in questo nuovo progetto si vede chiaramente sfogliando questo primo volume, disponibile nelle edicole, nelle fumetterie e nelle librerie. La carta è di alta qualità e, insieme al formato di 21x26 cm, valorizza molto il disegno e rende molto più accattivante la lettura dei primi due episodi proposti. Nelle prime pagine sono ospitati un redazionale di Luca Raffaelli e alcuni interventi degli autori. Ma ho apprezzato molto la scelta di inserire subito a pagina tre e quattro una grande foto in bianco e nero dei primi del '900, raffigurante un indiano delle badlands a cavallo, che Ivo Milazzo commenta con tono amaro. L'immagine ispira allo stesso tempo fierezza e malinconia. Restituisce la consapevolezza della fine di un'epoca, il Far West, che, al di là della retorica tramandata da un certo cinema e da una certa letteratura, ha visto la sconfitta sul campo di un popolo, ma non la sua sottomissione. Questa immagine, unita alla quarta di copertina, dove campeggia la frase che il capo Cheyenne Mandan pronuncia nell'ultima tavola di Lungo Fucile, dà il senso di cosa sia Ken Parker:
"Ho impugnato il fucile per tutta la vita, eppure il mio popolo è stato distrutto, la mia sposa torturata a morte... Se mio figlio vivrà, dovrà trovare un altro modo di combattere..."
Al lettore che si accosta per la prima volta, questi segni suggeriscono di avere fra le mani un fumetto diverso. Unico, aggiungo io. Moderno oggi come quarant'anni fa. Perché, come ribadisce Berardi nella sua introduzione a pagina dieci, che riprende le parole della prefazione dell'albo del giugno 1977:
"Il West è solo una convenzione che, attraverso la metafora del passato, ci parla del presente" 
Forse il motivo di maggior felicità per questa riedizione delle storie di Ken non è il fatto di sapere che la sua umana avventura si concluderà, dopo cinquanta volumi settimanali, con un episodio inedito, che tutti i vecchi lettori di Ken aspettano da più di quindici anni. No, il motivo è un altro. Son contento perché ci saranno dei nuovi lettori che, grazie alla capillare distribuzione e alla curata veste editoriale, potranno appassionarsi ad un personaggio di carta che non è un supereroe, ma un uomo che vive cercando di seguire al meglio i propri principi. Uno che sbaglia come tutti noi e che poi corregge il tiro. Dopo pochi albi, i nuovi lettori proveranno la sensazione di aver incontrato un amico, dal quale non vorranno più separarsi.


martedì 17 luglio 2012

Lo Sconosciuto e Guccini


I buoni consigli di lettura o di ascolto si apprezzano a distanza di anni. Quando te ne stai davanti alla tua libreria e ti accorgi che la fila delle opere di un autore occupano uno spazio considerevole dei tuoi scaffali, allora ringrazi la persona che te l'ha fatto conoscere, e te stesso per aver ascoltato il suo suggerimento. Mi è capitato di recente di soffermarmi su due artisti che sono ben rappresentati nella mia libreria e sui due Paoli che me li hanno fatti scoprire. Del primo Paolo, ho già scritto qui: è lui che mi ha trasmesso la passione per Francesco Guccini quando eravamo ragazzini. All'altro Paolo, invece, devo la scoperta di Magnus e del suo celebre personaggio Lo Sconosciuto. I due Paoli non si conoscono fra loro, sono io che li collego idealmente dopo aver letto sul quotidiano La Repubblica del 10 luglio scorso un'intervista di Luca Raffaelli a Francesco Guccini.

Magnus nel 1973
L'occasione dell'articolo è rappresentata dalla pubblicazione integrale delle avventure di The Unknow per i tipi della Rizzoli-Lizard. Sono rimasto felicemente sorpreso di apprendere che il cantautore di Pavana collaborò in modo del tutto amichevole alla creazione dell'antieroe.
Guccini rivela di essere stato amico di serate di Roberto Raviola nelle osterie bolognesi e confessa che, ascoltata l'idea di Magnus di un nuovo protagonista di avventure a fumetti:

Cominciammo a stabilire i tratti di questo personaggio, come dovevano essere costruite le sue avventure, per esempio il fatto che ogni tanto doveva esserci un flashback di situazioni di guerra che aveva vissuto, cui aveva partecipato come legionario. Lo Sconosciuto è un deracinée, uno sradicato, però ancora in gamba, vivace, anche capace di gesti generosi. Però non un personaggio buono, anzi. Anche un po' stronzo. Ma erano solo i primi abbozzi. Poi Roberto ha continuato per conto suo.

A proposito della mancanza della n finale nel nome The Unknow, aggiune:

Era un'idea sua. Divertente, peraltro. Voleva lasciare questo nome così: un nome sbagliato per un personaggio fuori dagli schemi, appartato e ribelle. Penso che rispecchiasse la personalità dell'autore.”

Francesco Guccini negli anni Settanta

Quando ascolti o leggi un'intervista a Guccini, così come quando assisti ai suoi intermezzi parlati fra una canzone e l'altra durante i suoi concerti, non puoi fare a meno di apprezzare lo stile e la signorilità dell'uomo. E nell'intervista di Luca Raffaelli questa regola non viene meno, allorché alla domanda un po' maliziosa

Ma si è arrabbiato perché non le ha fatto più sapere nulla

il cantautore risponde così:

No, perché era solo un gioco iniziato per caso. Non c'era nessun impegno da parte di nessuno dei due. Anche se avevo già sceneggiato una storia per un disegnatore di Verona, Francesco Rubino, poi avevo lavorato tanto con Bonvi, per cui era chiaro che mi piaceva lavorare nel fumetto. Ma senza mai pensare che diventasse una professione.

La consapevolezza che una parte della paternità della creazione de Lo Sconosciuto va attribuita anche a Francesco Guccini avrà due conseguenze, anzi tre: la prima è che rileggerò le sue avventure contenute in questa nuova edizione con ancora maggiore entusiasmo di quanto feci la prima volta che lessi gli albi prestatimi da Paolo secondo, e quelle successive sugli albi che comprai.
La seconda è che avvicinerò nella mia libreria la fila dei cd di Guccini alle opere di Magnus.
La terza è che farò conoscere Paolo primo e Paolo secondo: vedi mai che vengano fuori altri preziosi consigli di ascolto e di lettura.

domenica 7 agosto 2011

Il politicamente corretto ha ucciso il western

John Wayne e James Stewart in "L'uomo che uccise Liberty Valance"
È quanto afferma lo scrittore e intellettuale spagnolo Javier Marias in un articolo apparso sabato 6 agosto sulle pagine della cultura del quotidiano LaRepubblica. L'autore de "Il tuo volto domani" si presenta come un grande appassionato e conoscitore del genere western lamentandone però un suo declino quasi inarrestabile. La causa? Il politicamente corretto, che si è insinuato negli ultimi decenni nella cultura e società occidentali, ha provocato il rifiuto di sentimenti dell'uomo che erano alla base dei film e delle opere western. Odio, vendetta, ambizione, ostinazione infinita nel dare la caccia al nemico per ucciderlo, desiderio di giustizia. Sono questi i sentimenti ad essere, secondo Marias, connaturati all'uomo (e alla donna) e che il genere western metteva in scena nelle sue opere classiche (di cui Marias fa una pregevole antologia). Sentimenti di cui ora la società sembra vergognarsi: è inamissibile che un uomo possa essere meno rispettoso della legge e meno obbediente, ma più complesso e più profondo, ovvero più umano.
Van Heflin e Glenn Ford in "Quel treno per Yuma"
Questo è, in sintesi, il pensiero originale e interessante di Marias, commentato in un articolo a parte, da un'intervista di Luca Raffaelli a Sergio Bonelli, in quanto editore dell'eroe western che, al contrario delle opere cinematografiche, non conosce crisi, ovvero Tex Willer. Il patron del fumetto italiano si trova d'accordo “per buoni due terzi” con l'intellettuale spagnolo, attribuendo però la crisi del genere tanto amato ad un “prosciugamento” del filone, ad un progressivo allontanamento del pubblico dovuto alla stanchezza di vedere riproposti “quei paesaggi e quei costumi”. Ma perché allora il ranger più famoso dei fumetti è ancora in auge, domanda Raffaelli. Perché, risponde Bonelli, “rappresenta la giustizia, la certezza, perché ce l'ha coi potenti e difende i deboli”. E perché “dichiarò vendetta sulla tomba di Lilyth, la sua moglie indiana”. Insomma, pare che Tex, a differenza dei protagonisti dei moderni film western, abbia il coraggio di incarnare ancora sentimenti politicamente scorretti....
A mio parere, il desiderio di giustizia e la certezza che il cattivo di turno subirà la legittima punizione per mano del ranger è il motivo per cui Tex gode ancora di seguito e popolarità, anche se solo presso un pubblico non più giovane (fra cui, ormai 40enne mi iscrivo anch'io). Inconsciamente il lettore vede placata una sua angoscia (ovvero che i più furbi e disonesti la fanno franca nel mondo reale) quando Tex spedisce il prepotente di turno a spalare carbone nelle miniere di Messer Belzebù. Se lo fa poi attraverso una sceneggiatura elegante e ben calibrata come nell'albo di agosto appena uscito (“Il pasto degli avvoltoi”, con i testi di Gianfranco Manfredi e i disegni di Giovanni Ticci, seguito de “Sei divise nella polvere” di cui avevo parlato qui) dà ancora più soddisfazione:



Pardo, bandito sanguinario: “Nessuno può battermi! Io sono il numero uno!
Tex: “Ti sbagli Pardo! Tu sei solo l'ultimo a morire
Pardo: “Questo è da vedersi!
Tex fulmina il desperado che, morente, esclama: “Chi... diavolo...sei... tu?
Tex, con la stella da ranger che brilla sul petto: “Sono la tua cattiva stella!

E chiudi l'albo con l'animo più sereno.

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