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giovedì 2 gennaio 2020

Magico Vento: felice ritorno del 2019

Copertina di Corrado Mastantuono

La Sergio Bonelli Editore ha saggiamente alternato nel corso del 2019 sperimentazioni con nuove miniserie, nuovi personaggi e nuovi formati alla ripresa di personaggi classici, quali Mister No, Napoleone e Magico Vento. Fra i fumetti migliori pubblicati dalla casa editrice milanese figura senz'altro lo sciamano bianco dei Lakota, creato da Gianfranco Manfredi. Quest'ultimo ha deciso di continuare laddove avevamo lasciato il Nostro: ritirato in Messico, dopo aver combattuto, e perso, a fianco del valoroso capo apache Victorio. I quattro nuovi albi si pongono quindi in continuità temporale rispetto alle storie precedenti. Siamo nel 1881 e la Storia incrocia di nuovo il suo corso con la vita di Magico Vento e dell'inseparabile amico giornalista Poe.
Ancora emerge forte il tratto distintivo del personaggio: il sapiente intreccio fra avvenimenti storici della Frontiera, le tradizioni e il mondo soprannaturale dei nativi americani e la vita dei protagonisti. Il tutto cucito secondo delle trame avventurose che tengono il naso del lettore attaccato dalla prima all'ultima pagina. Nove anni son trascorsi dalla conclusione della serie regolare di Magico Vento, ma attendere così tanto le nuove avventure è valsa la pena. Forse non è chiaro a tutti il valore che ha Magico Vento. Credo sia l'unico fumetto western che conduce il lettore dentro la vita quotidiana da un lato, e quella storica dall'altro di un mondo che ha popolato per decenni l'immaginario collettivo di lettori di libri e fumetti e spettatori di film e serie western.
Il mix di realismo e avventura è riuscito anche in questo caso, dove vediamo Magico Vento e Poe agire al fianco di personaggi storici quali il capo apache Geronimo e i fratelli Wyatt e Virgil Earp. Una rivolta indiana, ispirata da Mingus, un pericoloso predicatore bianco, è il collante che lega questi personaggi nei luoghi attorno alla riserva indiana di San Carlos, nel Fort Apache e nella città di Tombstone. Manfredi dà il suo meglio quando svolge l'intreccio delle azioni di guerriglia, degli inseguimenti, dei trabocchetti, degli scontri nei quali il Nostro affianca Geronimo. Nulla è lasciato al caso, tutto è meticolosamente spiegato attraverso il suo semplice svolgersi. E ogni cosa va al suo posto. Il bello, in realtà, è dato da tutti i personaggi apparentemente minori, come il corrotto agente della riserva Bosom, o lo scout apache Chato, o il fanatico collonnello Carr, o le due donne, l'apache Lozen e la papago Chona, che si riveleranno fondamentali figure nell'ultima pagina del quarto albo.


Manfredi spazia dagli ampi paesaggi polverosi percorsi a cavallo da apache e soldati al fuoco che divampa dentro Fort Apache al celebre OK Corral di Tombstone, scena dello scontro fra i fratelli Earp e Doc Holliday da una parte e i cinque cow boys capitanati da Ike Clanton dall'altro. Attraverso questo duello, diventato epico grazie a film e libri, si conclude la caccia di Magico Vento. Mingus viene ucciso e, con lui, la sua pericolosa profezia. Ma non c'è niente di epico nelle gesta disegnate con tratto realistico e preciso da Darko Perovic: la guerra è solo "una sequenza di massacri, spesso a danno di innocenti, una sconfitta per tutti che nessuna epica può sublimare in eroismo", come scrive lo stesso Manfredi nella rubrica "Blizzard Gazette", in apertura del terzo albo.
Il ritorno di Magico Vento racconta di un mondo al tramonto, in cui ci sono stati degli sconfitti, i nativi americani, e dei vincitori, i bianchi. Gli sconfitti, però, hanno perso solo militarmente, la loro resistenza non si è mai fermata: è proseguita attraverso forme diverse lungo tutte le generazioni che si sono siccedute fino ai giorni nostri. E l'ultima pagina dell'ultimo albo mostra come magico Vento e Poe intendano proseguire nella loro lotta al fianco dei nativi.
Quattro albi terminano presto, ma sappiamo che Manfredi e Perovic hanno altre storie in serbo per noi. Le attendiamo con trepidante ansia.

domenica 23 dicembre 2018

Sei vite del Sessantotto, secondo Gianfranco Manfredi


I modelli, le categorie servono a semplificare la vita, a renderci più semplici i fenomeni complessi. Fenomeni di qualsiasi tipo, fisico, chimico, storico, economico, e via dicendo. Senza modelli non riusciremmo a farci un'idea sommaria della realtà e, quindi, a viverci dentro ma, nello stesso tempo, i modelli non bastano. Bisogna essere coscienti che la vita è molto più varia e complicata. La realtà che ci circonda e i fatti del passato sono analizzabili sì scientificamente ma poi c'è sempre, e per fortuna, la storia del singolo, la vita che si discosta dal modello e che ci affascina per la sua unicità.
Gianfranco Manfredi sembra aver seguito questa bussola per ideare e scrivere la nuova serie a fumetti Cani sciolti, edita dalla Sergio Bonelli Editore all'interno della nuova etichetta Audace. Son trascorsi cinquant'anni dal Sessantotto e le celebrazioni, gli approfondimenti e i dibattiti su quel fenomeno storico hanno percorso tutto il 2018. La casa editrice milanese ha sfatato un suo tabù, decidendo per la prima volta di dedicare una serie a fumetti ad un periodo storico così vicino a noi, avvenuto (anche) in Italia e che ha ancora conseguenze e il cui dibattito, politico e non, è ancora vivo e vivace tuttora. Lo ha fatto nel modo giusto, affidando la penna ad uno sceneggiatore di fumetti che fu un protagonista diretto di quegli anni, ad uno che il Sessantotto (e poi il Settantasette) lo ha fatto sul serio. 
Gianfranco Manfredi aveva vent'anni all'epoca ed era uno studente universitario nella Milano del 1968. Si trovava al centro, quindi, dei fatti. Chi meglio di lui poteva raccontarli? Ma c'è modo e modo di affrontare un tema così complesso e variegato quale il Sessantotto. Lo schema scelto da Manfredi è quello di narrare delle esperienze di singoli protagonisti immaginari (ma ispirati ad esperienze reali) di quegli eventi. Sei amici, sei vite che si incontrano durante le occupazioni delle aule universitarie e che proseguono la loro amicizia negli anni a venire. Quattro ragazzi e due ragazze di estrazione borghese (chi più alta, chi più bassa) perché allora l'Università non era fatta per i figli dei proletari, ciascuno con le proprie caratteristiche che abbiamo appena iniziato a conoscere grazie ai due numeri pubblicati finora, Sessantotto e Dove siete?, disegnati da Luca Casalanguida.




Il primo albo ci introduce nel vivo delle manifestazioni studentesche e occupazioni delle aule universitarie. Ci fa respirare subito l'aria ribelle che caratterizzava quella stagione. Vediamo gli eventi attraverso gli occhi dei sei amici, tutti diversi l'uno dall'altro, ma tutti accomunati dal desiderio di cambiare le cose. Sei cani sciolti anticonformisti che non appartengono a nessuno schieramento politico particolare e che non vogliono più sottostare alle regole che la società ha imposto loro fino a quel momento: vogliono modificarle, ribaltarle a partire dal luogo che vivono ogni giorno, l'Università.
Il secondo albo è ambientato vent'anni dopo, quando un fotografo che ritrasse insieme i sei amici durante una manifestazione, realizza una mostra fotografica rievocativa del Sessantotto e si chiede che fine abbiano fatto quei sei giovani. Viene affrontato quindi il tema del ricordo, del dibattito, che ha caratterizzato anche il 2018, di come si può ripensare e affrontare dopo tanti anni un evento storico, i cui protagonisti sono ancora vivi e attivi nella società. Ed è inevitabile che i protagonisti del tempo di pongano la domanda su come siano cambiati, cosa sia rimasto dello spirito del tempo e quale risultato abbia prodotto nella società. Ma, di nuovo, Manfredi non ci dà una risposta bensì ci offre il racconto di sei vite, a distanza di vent'anni, ciascuna diversa dall'altra.




Centrale nell'albo è poi il confronto fra uno dei protagonisti e il padre, partigiano all'epoca della Seconda Guerra Mondiale. Un confronto fra due generazioni ribelli distanti temporalmente poco più di vent'anni: la Resistenza e il Sessantotto che si parlano attraverso due storie particolari. Un padre che ha dovuto uccidere, giovanissimo, altri uomini e un figlio che si è interrogato sulla possibilità di prendere in mano un'arma. Un dialogo intimo e sincero fra due persone che si aprono l'un l'altra su un tema molto delicato e difficile da rievocare.
L'interesse che mi ha suscitato questa serie a fumetti è andato decisamente oltre le mie aspettative, proprio perché Gianfranco Manfredi ha trovato la formula giusta per raccontare quel periodo che noi, nati negli anni successivi, non abbiamo potuto vivere direttamente e che abbiamo conosciuto attraverso libri, trasmissioni televisive, inchieste giornalistiche che sono state o troppo celebrative e retoriche da una parte, o troppo riduttive e schematiche dall'altra. Raccontare la Storia attraverso le vite di singoli è forse il modo migliore o, comunque, quello che preferisco. E Gianfranco Manfredi ne è maestro.

mercoledì 16 agosto 2017

Mugiko, il vero James Bond


Mugiko, cinquantanovesima uscita della collana bonelliana Le Storie, ristabilisce le corrette origini di un filone, prima narrativo e poi cinematografico, che è entrato nella cultura di massa occidentale: la spy-story alla James Bond. Come dichiara in quest'intervista Gianfranco Manfredi, l'autore dell'avventura a fumetti da qualche giorno in edicola, Ian Fleming si ispirò per il protagonista di tanti suoi fortunati romanzi a Richard Sorge, una spia tedesca degli anni venti e trenta che prestò servizio per l'Unione Sovietica. Pare che all'epoca gli agenti segreti sovietici fossero i migliori al mondo e che fossero molto abili nell'intrufolarsi in qualsiasi ambiente del nemico capitalista, oltre che dotati di una grande carisma e fascino. Manfredi rende così giustizia alla figura storica dell'avventurosa spia russa, scippata dalla penna di Fleming.

domenica 9 luglio 2017

The Game Fortress sette giorni dopo


Cosa mi resta dopo una settimana dalla chiusura di Palmanova The Game Fortress?
  1. Carlo Ambrosini: l'incontro su Napoleone e Jan Dix è stato frequentato da poche persone (ma questo è un tratto comune a tutti gli incontri con i fumettisti: in un festival dedicato al divertimento, tirano di più gli eventi con la gente vestita da Star Wars o quelli in cui si cantano le sigle dei cartoni animati) ma peggio per chi non c'era perché abbiamo parlato di arte, bellezza, coscienza, inconscio, rappresentazione, percezione, immaginazione, creatività, Io, Es e Super Io, Aristotele, Michelangelo, Cezanne, Monet, amore, morte, psiche, guerra. E poi abbiamo continuato a pranzo. L'uomo è intelligente, simpatico e alla mano.

giovedì 26 gennaio 2017

Manuele Fior copertinista di Mercurio Loi


Questa volta la Sergio Bonelli Editore sta facendo le cose in grande. È notizia di oggi che il copertinista della nuova serie Mercurio Loi, in partenza a maggio, sarà Manuele Fior. Un fuoriclasse per la casa editrice milanese, uno dei più importanti artisti del fumetto italiano capace di imporsi a livello internazionale quando vinse mel 2011 il premio come miglior fumetto al Festival di Angouleme con la sua opera Cinquemila chilometri al secondo. Alessandro Bilotta, creatore del personaggio, sta ancora saltando dalla gioia per un simile regalo: poter vantare Fior come il copertinista della propria serie è un fatto unico. Credo che la Bonelli questa volta non voglia correre rischi. Sta avviando una serie a tempo indeterminato, fatto ormai raro in via Buonarroti, e non vorrà certo ripetere le brutte esperienze delle due precedenti serie, Saguaro di Bruno Enna e Adam Wild di Gianfranco Manfredi, chiuse dopo la pubblicazione rispettivamente di 35 e 26 albi, a causa delle scarse vendite. Devo dire che il marketing a sostegno di quelle due collane fu davvero carente e che, per Saguaro, uno dei motivi di disaffezione del pubblico fu proprio la bassa qualità dei disegni. Una bella copertina non è certo garanzia di una buona storia e di buoni disegni, ma è evidente che rappresenta la vetrina dell'albo, il modo con il quale il fumetto si presenta al pubblico. E avere un disegno di Manuele Fior che ti fa l'occhiolino dagli scaffali dell'edicola significa partire già con un bel vantaggio.
La Bonelli sta dimostrando coraggio perché sfida il mercato con una serie ambientata in un preciso periodo storico del passato, la Roma papalina dei primi dell'Ottocento, ricca di intrighi e cospirazioni, avente come protagonista un erudito e freddo Sherlock Holmes all'italiana. Mercurio Loi ha già esordito nel ventottesmo albo della serie Le Storie, con una suggestiva storia disegnata da Matteo Mosca, raccogliendo molti consensi di critica e di pubblico. Tali consensi hanno convinto i responabili di via Buonarroti a mettere in cantiere la serie. Meritano tutti i miei applausi, perché non ci si può affidare soltanto alle aride stagioni di Orfani.

sabato 3 dicembre 2016

L'addio alle armi di Adam Wild: quattro domande a Gianfranco Manfredi


Un anno fa Gianfranco Manfredi annunciò la chiusura di Adam Wild, la serie da lui ideata e scritta, ambientata nell'Ottocento nell'Africa subequatoriale. Protagonista un guascone e ribelle esploratore scozzese che lotta contro la schiavitù. Il mercato non ha premiato questo nuovo eroe, gli interessanti personaggi di contorno e l'universo che l'autore ha creato. Un vero peccato, perché l'Avventura a fumetti perde un suo nuovo protagonista dopo appena ventisei numeri con l'albo intitolato Addio alle armi.
Ho contattato Manfredi per porgli quattro domande a riguardo.

Alessandro Olivo (AO): Quale eredità lasciano i 26 albi di Adam Wild in Sergio Bonelli Editore e cosa resta dentro di te di questa esperienza professionale?

Gianfranco Manfredi (GM): Molto studio, sempre utilissimo. Molta esperienza, sempre importante. Molti disegnatori nuovi che non conoscevo. Molta sperimentazione fondamentale per le cose che ho scritto durante e dopo e per quelle che scriverò. 


AO: C'è ancora spazio in Bonelli per nuove esperienze editoriali in cui l'Avventura di stampo classico è protagonista? E, se sì, in quali forme: serie, miniserie, albi one-shot?

GM: Sicuramente. Dubito in direzione di serie lunghe. Penso in direzioni ancora impreviste dai lettori, ma è bene così, perché le anticipazioni rovinano le sorprese e perché spesso si anticipano cose che poi non si realizzano, ergo è meglio parlarne quando saranno in uscita. Di sicuro, nessuno sta fermo. 


AO: Che legame c'è fra il moderno razzismo e lo schiavismo contro cui si è battuto Adam Wild?

GM: Evidente, direi. Razzismo e schiavismo stanno insieme. Perché si teorizza l’inferiorità di altri esseri umani? Per avere un alibi di comodo al loro sfruttamento. 



AO: Pensi che avremo modo di rivedere ancora Adam Wild in qualche albo speciale one-shot o hai deciso di voltare completamente pagina?

GM: Mentre ancora usciva Adam, già preparavo e scrivevo altre cose, perché io non ne faccio mai una soltanto. Ho un bisogno fisico e mentale insopprimibile di varietà espressiva. E siccome lavoro tutti i giorni, scrivo molto, poi le cose escono in tempi diversi, anche se le faccio in parallelo. Quelle che escono dopo non è detto siano state scritte dopo, magari richiedevano tempi di realizzazione più lunghi. Certi progetti richiedono anni e bisogna lavorarci con largo anticipo. Al di là della volontà personale, poi, conta moltissimo quella dei lettori. Uno può anche decidere di ammazzare Sherlock Holmes perché si è stufato, ma se i lettori lo vogliono, resuscita per forza. Viceversa uno può scrivere una trilogia di romanzi, ma se il primo va male, gli altri due non li pubblicherà nessuno. Nella mia vita professionale ho sempre applicato la prima legge degli agenti segreti in missione: lasciarsi sempre aperta una via di fuga. Per dirla invece con il titolo di un romanzo di fantascienza di Robert Sheckley: Opzioni. Lavorare a senso unico è sbagliato. Più opzioni hai davanti e più mantieni sveglio il cervello. In un lavoro creativo è fondamentale. Anche in una singola storia: se ti limiti a eseguire uno schema prefissato senza calcolare opzioni narrative diverse in corsa, ti annoi e annoi il lettore perché non gli dai una storia da leggere di quelle che non si sa come vanno a finire, ma uno schemino prevedibile e scontato. E di questi schemini, sinceramente, non ce n’è bisogno. Ce ne sono fin troppi in circolazione, nei fumetti, nella narrativa letteraria, nel cinema, in televisione e nella musica. Un cuoco deve variare il Menu, altrimenti o è un cuoco di fast food (cioè un non cuoco) oppure è il cuoco del convento che rifila sempre la stessa minestra, magari nutriente, ma alla lunga insopportabile, e la rifila pure sempre agli stessi commensali, finché non gliela tirano addosso. 

venerdì 18 novembre 2016

Tex alla francese: intervista a Giulio De Vita

"Credo che [la collana Romanzi a fumetti di Tex] sia una delle operazioni più significative per l’evoluzione del linguaggio del fumetto italiano degli ultimi anni, un segnale importante all'editoria e probabilmente una risposta a un’esigenza del mercato."

Il resto della mia intervista a Giulio De Vita sul suo Sfida nel Montana (di cui Gianfranco Manfredi è autore dei testi) è disponibile a questo link su Fucine Mute.

mercoledì 12 ottobre 2016

La sfida vinta da Giulio De Vita



Tex è sempre più alla francese. Dopo Mario Alberti, Giulio De Vita, un altro disegnatore Italiano (di più, del mio Friuli Venezia Giulia), che si è fatto onore Oltralpe, realizza un fumetto di Tex che difficilmente un lettore può dimenticare. Il veterano Gianfranco Manfredi confeziona una storia che si attaglia perfettamente al talento dell'artista pordenonese. Maestosi scenari innevati, montagne, boschi e fiumi rimangono impressi nella mente dopo aver girato l'ultima pagina di "Sfida nel Montana". Ma anche le fattezze, le espressioni e il volto del Tex ventenne sono coerenti con quelle dell'uomo maturo che ben conosciamo sulla serie regolare. La collana Bonelli dei Romanzi a fumetti di Tex, cartonata, in grande formato alla francese e a colori sta raccontando, tassello dopo tassello, la nascita del mito di Aquila della Notte. Dopo la battuta di arresto dell'albo precedente realizzato dalla coppia Boselli/Stano, il nuovo volume del duo Manfredi/De Vita ritorna agli altissimi standard dei due primi sfornati rispettivamente da Eleuteri Serpieri e da Boselli/Alberti. Merito anche dei colori di Matteo Vattani che sostanziano i disegni superbi di De Vita.


La storia di Manfredi è un classico del western ambientato nel grande nord: la compagnia di pellicce senza scrupoli che massacra un villaggio di pellerossa, un amico onesto in difficoltà che subisce la prepotenza dei commercianti senza reagire, la sua donna che mal sopporta la presunta viltà, l'intervento risolutore di Tex, giustiziere infallibile e implacabile, il ritorno dell'armonia fra l'amico e la donna. C'è già molto del personaggio di Tex in questa breve storia, che dimostra come, anche con solo quarantasei tavole, una solida sceneggiatura e dei raffinati disegni egregiamente colorati, possano lasciare il segno nella lunga vita editoriale di Tex Willer.
Da sottolineare la dedica finale di Giulio De Vita al compianto scrittore Ade Capone, grazie al quale l'allora giovane artista friulano esordì nel mondo del fumetto con la collana Lazarus Ledd.

domenica 3 luglio 2016

Magico Vento e la guerra delle Black Hills


La tragica fine George Armstrong Custer è stata raccontata centinaia di volte: film, libri e fumetti hanno dedicato alla battaglia del 25 giugno 1876 sul Little Big Horn un'attenzione a volte maniacale, esagerando certi aspetti e sottovalutando altri. Custer fu un eroe o un pazzo suicida? Gianfranco Manfredi ha detto la sua più di un decennio fa sulle pagine di uno dei più riusciti fumetti western mai pubblicati in Italia: Magico Vento. Il ciclo di cinque albi (dal 97 al 101) pubblicati dalla Sergio Bonelli Editore nel 2005 costituiscono uno dei vertici raggiunti dalla serie e uno dei migliori affreschi della guerra che vide contrapposti l'esercito americano e la più grande alleanza di indiani delle pianure.


Disegni di Darko Perovic
La saga fu così appassionante che la casa editrice milanese ha deciso oggi di ripubblicarla in un unico volume cartonato intitolato La guerra delle Black Hills. Oltre 500 pagine in formato 19x26 cm, corredate da un'intervista all'autore e impreziosite da una copertina inedita di Pasquale Frisenda, fanno rivivere una delle tappe fondamentali dell'ineluttabile e tragico destino cui andarono incontro i nativi americani. Maneggiare la Storia non è da tutti, ma Manfredi è maestro nell'incrociare le strade di personaggi realmente esistiti con quelli partoriti dalla sua fantasia. Magico Vento è lo sciamano bianco dei Sioux e, come tale, è sempre al fianco dei capi della sua tribù, Toro Seduto e Cavallo Pazzo, e sempre al centro dell'azione principale. Poe, il suo fraterno amico giornalista, è al seguito delle truppe americane, quindi si relaziona con Custer stesso e il generale Crook, ovvero il responsabile militare della campagna contro i Sioux e i loro alleati. In questo modo il lettore entra direttamente dentro la Storia, quella scritta dai grandi personaggi. Ma non è l'unico modo con cui Manfredi affronta quegli avvenimenti. Il conflitto è rappresentato anche attraverso le voci, le emozioni e le azioni di una miriade di personaggi di contorno, indiani e bianchi, che partecipano direttamente delle vicende e ne sono i veri protagonisti.


Disegni di Bruno Ramella e Frederic Volante
Manfredi non ci racconta solo del Little Big Horn, ma anche e soprattutto di tutto quello che c'è stato prima e che è venuto dopo. Ci mostra la vera battaglia che segnò il destino degli indiani, ovvero quella precedente sul Rosebud, che vide contrapposti i due grandi strateghi militari, Crook e Toro Seduto. Qui il capo dei Sioux dimostrò tutto il suo valore e le sue capacità e, grazie anche all'abilità e al coraggio di Cavallo Pazzo, diede una sonora lezione all'esercito americano. Dal Rosebud nacque tutto quello che venne dopo. La decisione di Custer di affrontare un nemico troppo soverchiante per il suo Settimo Cavalleggeri e il disinteresse interessato dimostrato dai vertici politici e militari che non fecero nulla per dissuaderlo. Lo sfruttamento da parte degli stessi ambienti della scontata sconfitta e morte di Custer come pretesto per stracciare il precedente trattato di Fort Laramie e poter sottrarre così le Black Hills ai Sioux. La vendetta giurata dal Congresso americano a Toro Seduto inseguito fino al confine con il Canada, dove il grande capo e molti nativi ripararono per sfuggire al rinforzato esercito americano, assettato di rivalsa.


Disegni di Goran Parlov
Ma più delle tattiche militari, Manfredi ci parla dei personaggi e delle loro emozioni, approfondendo molto la figura di Cavallo Pazzo, di Custer e di Wild Bill Hickok. Sì, c'è anche il celebre pistolero in queste pagine. L'autore racconta i suoi ultimi giorni a Deadwood, cittadina senza legge alle porte delle Black Hills, dove le truppe del generale Crook venivano ad acquistare i rifornimenti. A poche settimane di distanza da Custer, muore un'altra figura eroica del vecchio West, assassinato vigliaccamente alla schiena. Se a costoro si aggiunge poi la morte altrettanto vile di cavallo Pazzo, anch'egli colpito a tradimento nel settembre del 1877, ecco che si capisce come Manfredi abbia voluto raccontare la fine di un certo West, o, per dirla con le sue parole:
"la fine dell'epica della vecchia frontiera, la fine degli eroi solitari e delle grandi personalità"
Disegni di Stefano Biglia e Giovanni Talami
Il volume si distingue anche per la rilevanza dei disegni. Ciascuno dei cinque capitoli è stato realizzato graficamente da mani diverse, che, pur nelle loro peculiarità originali, restituiscono un quadro armoniosamente unitario delle figure dei protagonisti e degli scenari in cui si muovono. Si ha, cioè, la sensazione di leggere un'unica storia che si sviluppa lungo un continuum narrativo coerente anche dal punto di vista grafico.

Disegni di Pasquale Frisenda
I disegnatori che si sono succeduti nei cinque albi sono rispettivamente:

  1. La guerra di Toro Seduto - Darko Perovic
  2. Rosebud - Pasquale Frisenda
  3. Morto il 25 giugno - Bruno Ramella e Frederic Volante
  4. Il crepuscolo degli eroi - Goran Parlov
  5. Bandiera bianca - Giovanni Talami e Stefano Biglia


giovedì 26 novembre 2015

La chiusura di Adam Wild


Gianfranco Manfredi, uno dei più bravi autori della scuderia Bonelli, ha annunciato che Adam Wild, la serie a fumetti che ha ideato e di cui ha scritto tutti gli episodi, chiuderà i battenti con il numero 26 (nel mese corrente è uscito il quattordicesimo albo). Il motivo della fine della collana è rappresentato dalle vendite insufficienti. La notizia, comparsa sul profilo facebook dello stesso autore, ha colto molti di sorpresa, me compreso. Adam Wild è una serie d'avventura di stampo classico, ambientata nell'Africa subequatoriale a fine Ottocento. Il protagonista è un simpatico e sfrontato ribelle, uno che odia lo schiavismo e lo combatte con tutte le proprie forze. Al suo esordio nelle edicole, trovai vitalità e freschezza nell'albo che divorai in pochi minuti. Nelle storie successive si sono alternati diversi disegnatori, molti dei quali davvero bravi e all'esordio per la Bonelli. Ma, alta qualità nelle storie e alta qualità nei disegni non sono bastati. Niente da fare. A meno di inversioni di tendenza nelle vendite, la serie chiuderà. E siamo a due: dopo Saguaro del bravo Bruno Enna, un'altra collana Bonelli che seguivo con interesse è destinata alla fine prematura. Perché? Cosa hanno di sbagliato questi personaggi? Troppo classici? Fuori tempo? Ormai vanno di moda gli effetti speciali a colori con cui nascondere la pochezza della storia (e non mi riferisco a Tex che invece brilla ancor di più a colori)? Sono più di tendenza i motion comics? Non lo so. Dopo che il nuovo corso Bonelli (annunciato attraverso una conferenza stampa che ha regalato la scena a chi l'umiltà non sa dove stia di casa) ha cominciato a dispiegarsi nel corso dell'ultimo anno, mi son sorte alcune perplessità. Rinforzate dall'estinzione di alcuni validi dinosauri. Mi viene il dubbio che dopo la morte di Sergio Bonelli qualcosa sia cambiato. Sembra che si punti di più sullo sbarco nel multimediale che sul sostegno alle serie di carta. O almeno questa è l'impressione che ne ho tratto rispetto a Saguaro e ad Adam Wild, per i quali la promozione è stata davvero inconsistente. Forse dipende anche dall'intraprendenza personale degli autori, dal fatto di sbattersi a girare l'Italia per manifestazioni e librerie e fumetterie (come sta facendo il buon Chiaverotti con Morgan Lost), ma non può dipendere solo da questo: e infatti la Bonelli ha studiato molto bene il lancio di Morgan Lost.


Probabilmente mi son fatto prendere dal pessimismo e invece la strategia editoriale della Bonelli è corretta e risulterà vincente. Ma cosa significa vincente? Vendere di più? La qualità si basa sui dati di vendita? Non credo proprio, perché, se fosse così, allora Ken Parker sarebbe uno dei peggiori fumetti mai pubblicati. E invece, nonostante le disavventure editoriali di Chemako, Sergio Bonelli lo rivolle sotto le sue ali, e ricominciò a pubblicarlo con il Magazine. Perché lo fece? Sapeva di rischiare molto, ma era sicuro del valore del personaggio e così gli diede un'altra chance. Lo stesso discorso vale per la collana Un uomo un'avventura. Economicamente non fu una buona operazione editoriale, ma oggi viene ricordata come una delle migliori intuizioni di Sergio Bonelli, e il suo valore è indiscusso. Al proposito, lo stesso Bonelli ebbe a dire:
"Una serie di volumi cartonati che è andata piuttosto male, pur potendo contare su nomi importanti come quelli di Pratt, Battaglia, Toppi, Crepax e Micheluzzi. Probabilmente era troppo in anticipo sui tempi! Comunque, anche se il bilancio economico era decisamente fallimentare, io decisi di mantenerla in vita per alcuni anni: ecco, questo è uno dei lussi che come Editore mi concedo ogni tanto, e che riservo ai fumetti che mi piacciono in modo particolare..." 
Chi mai avrebbe questo coraggio oggi? Ho detto coraggio, non boria o arroganza. Sono due cose diverse. Il primo ce l'ha chi ha una valutazione oggettiva e serena dei propri mezzi, i secondi sono propri invece di chi getta fumo negli occhi per nascondere la propria pochezza. Ma tanto, prima o poi, il fumo svanisce....

domenica 27 settembre 2015

Il ritorno di Magico Vento: quattro domande a Gianfranco Manfredi

Disegno di Pasquale Frisenda
È passato già un lustro da quando abbiamo salutato con molto rammarico la conclusione di una delle migliori serie a fumetti edite dalla Sergio Bonelli Editore negli ultimi venticinque anni: Magico Vento. La collana western, ideata da Gianfranco Manfredi, ha conquistato gli apprezzamenti della critica e del pubblico grazie ad un sapiente miscela di filoni narrativi. L’autore, infatti, ha innestato nel classico genere western, supportato da solide e documentate basi storiche, tematiche tratte dall'universo poetico e soprannaturale delle tradizioni dei nativi americani, dal genere gotico di ispirazione lovecraftiana e dal torbido mondo politico e spionistico che gravita attorno a Washington. Dopo 131 albi la parola fine sembrava essere calata in modo irreversibile. Invece, l'otto settembre scorso, Gianfranco Manfredi ha annunciato sul proprio profilo facebook di aver iniziato a scrivere una nuova storia di Magico Vento, un nuovo ciclo suddiviso in quattro puntate. Ci vorrà del tempo prima di vederlo uscire in edicola, così non ho resistito alla curiosità di porre quattro semplici domande all'autore.

Continua qui su Fucine Mute.

sabato 4 aprile 2015

Coney Island: la prima mini-miniserie targata Bonelli


Inizia sotto i migliori auspici la nuova iniziativa editoriale della Bonelli che sostituisce la collana semestrale dei Romanzi a fumetti. Mi riferisco alle cosiddette mini-miniserie, ovvero a cicli di storie che si svilupperanno su tre o quattro albi mensili. Ogni mini-collana avrà una propria numerazione e si distinguerà da quella successiva per ambientazione, personaggi e periodo storico. Un po' quello che accade con la serie Le Storie, che però si differenzia perché costituisce nel suo insieme un'unica collana e per il fatto che la singola storia copre lo spazio di un solo albo. Nelle mini-miniserie il respiro sarà invece più ampio: si assaporerà il gusto dell'attesa della prossima uscita mensile per scoprire come prosegue la vicenda, sapendo che comunque questa avrà una fine molto vicina nel tempo. Si viene incontro, cioè, ancora una volta a quella categoria di lettori che si scoraggiano di fronte ad una serie di durata indefinita, o perfino davanti ad una miniserie annuale. Per me il format non è un problema: mi basta che una storia funzioni, che la trama sia accattivante, che i personaggi siano solidi e convincenti e che, possibilmente, mi dia anche qualche spunto di riflessione (sì, lo so, non è poco...).
Assolve perfettamente il compito La pupa e lo sbirro, primo episodio su tre di Coney Island, storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, un trio di artisti con i quali si va sul sicuro, già rodato a lungo sulle pagine dell'indimenticabile Magico Vento. La serie western godette dell'apporto decisivo di validissimi disegnatori, come Ivo Milazzo, Jose OrtizGoran Parlov o Pasquale Frisenda, ma le matite di Barbati e le chine di Ramella costituirono per me il marchio di fabbrica grafico di Magico Vento: quando tuttora penso allo sciamano bianco dei Sioux, lo vedo nell'interpretazione che ne diedero i due.


Rende molto tristi sapere di avere fra le mani l'ultima fatica di Barbati, prematuramente scomparso pochi mesi fa. Ci lascia un'opera nella quale ancora una volta, grazie anche al lavoro di Ramella, la resa grafica dei personaggi e delle scene di insieme, soprattutto quelle più corali, si fondono perfettamente con la storia, ne danno spessore e sostanza. Merito certamente anche del soggetto e della sceneggiatura, ovvero di Gianfranco Manfredi. L'ambientazione, personalmente, non è fra le mie preferite: la New York dei primi Anni Venti e le gangster stories non mi hanno mai particolarmente attratto. Ma qui sono stato colpito fin dalla prima tavola dalla presentazione di uno dei protagonisti, lo sbirro Jack Sloane che, per far cantare i delinquenti, non esita ad usare le maniere forti. La psicologia del detective è tratteggiata con rapidi tocchi e dopo poche tavole abbiamo già capito di che tipo si tratta: brusco, duro ed onesto. Uno che la confusione dello sfolgorante luna park di Coney Island non l'avrebbe nemmeno sfiorata, se a chiederglielo non fosse stata la pupa Brenda Young, una ragazza di provincia, una farfalla attratta dalle luci della Grande Mela, ma finita in un giro più grande di lei.
I destini dei due protagonisti si sono lambiti a lungo nel bar dove lo sbirro si rilassa alla fine del turno e la pupa lavora come cameriera, fino a quando un insperato invito di Brenda porta i due ad immergersi nel caos di Coney Island. Spettacolari le tavole nelle quali  Barbati e Ramella rappresentano la folla che riempie il luna park e le sue attrazioni. Il tema dei gangster e della mafia c'è ed è certo fondamentale, ma Manfredi inserisce altri spunti che rendono la storia molto accattivante. Innanzitutto documenta, attraverso la figura di Brenda, un fenomeno sociale che si stava sviluppando in quegli anni, ovvero la figura di donna emancipata, libera ed indipendente, fatto del tutto nuovo e inimmaginabile fino a pochi anni prima. E poi arricchisce la trama con dei personaggi interessanti, come il mago illusionista Mister Frolic e il motociclista acrobatico Speedy, che introducono nella storia degli elementi legati al paranormale e al mistero, tali che l'attesa del secondo albo, Al Capone ringrazia, è già altissima.
Ciliegina sulla torta: l'evocativo disegno di copertina di Corrado Mastantuono.

domenica 22 febbraio 2015

Il cuore di tenebra di Adam Wild

Il colonialismo occidentale ha avuto lungo i secoli diverse facce, quasi sempre impresentabili, ma è difficile trovarne una così ipocrita come quella offerta da Leopoldo II, sovrano del Belgio, a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo. Il teatro delle sue scellerate imprese fu quella vasta regione africana che oggi chiamiamo Repubblica Democratica del Congo e che allora, con spudorata falsità, venne battezzata Stato libero del Congo. Di libero, quello Stato, non ebbe nulla: le risorse naturali furono depredate e si praticò il commercio degli schiavi. Il sangue dei nativi fu versato a fiumi: mai, lungo la loro storia, le tribù della regione conobbero un periodo così violento.
E' in questo spietato scenario storico che Gianfranco Manfredi ci immerge attraverso il quinto albo della sua fortunata serie a fumetti intitolata con il nome del suo protagonista, lo strafottente e temerario esploratore scozzese Adam Wild. Vitalità e freschezza avevano caratterizzato la prima uscita di questa collana Bonelli, salutata da tutti come il grande ritorno dell'Avventura d'altri tempi fra le serie a fumetti della casa editrice milanese. E' così è stato, anche se Manfredi riesce sempre a connotare con il suo stile narrativo molto personale le storie che racconta, rendendole moderne anche quando si riferiscono a fatti storici lontani nel tempo e, almeno apparentemente, così diversi dal nostro modo di vivere attuale.


La terza luna, titolo dell'ultimo albo, è un viaggio dentro l'inferno. Un inferno popolato da cannibali, torture, soprusi, terrore. Ma in questo scenario da cuore di tenebra si erge la luce di un personaggio che combatte la sua lotta personale contro lo schiavismo. E lo fa a viso aperto, con un sorriso beffardo e guascone sulle labbra. Non si crede un salvatore illuminato che ha una nobile missione da compiere. No, lui si butta nella mischia seguendo quello che il cuore gli dice. E questo accade anche nella storia presente, quando vediamo Adam, stanco e con la barba lunga dopo una estenuante marcia attraverso la foresta, raggiungere una stazione commerciale gestita dagli Anderson, due americani, padre e figlio. Qui apprende della guerra portata nella regione dalla tribù cannibale degli Zappo Zap, capitanata dal crudele capo Malumba. Scopre che i belgi sono in affari con gli Zappo Zap, che forniscono schiavi (della tribù dei Kuba che vivono in pace commerciando avorio con gli Anderson) in cambio di fucili. Adam non ci pensa su un istante e si butta a capofitto nell'impresa apparentemente disperata di sgominare il traffico di esseri umani. Se la decisione è presa d'impulso, non vuol dire che l'azione sia portata avanti con incoscienza, tutt'altro: Adam si rivela un fine stratega, sfruttando a vantaggio proprio e dei Kuba la fragile alleanza fra i belgi del cinico capitano Dufour e i guerrieri di Malumba.


Indiscutibilmente, gran parte del fascino esercitato da questa avventura, viene dai disegni di Antonio Lucchi, new entry in casa Bonelli. Se nel primo numero della serie, i disegni chiari di Alessandro Nespolino avevano ritratto con precisione la città di Zanzibar, ne La terza luna Lucchi ci presenta con grande vividezza una foresta a tinte forti. Lo stile espressionistico del disegnatore sassarese è perfetto nell'evidenziare la crudeltà nei volti di Malumba e dei suoi: lo sguardo spietato e i denti aguzzi degli Zappo Zap conferiscono loro un'espressione demoniaca esaltata dallo stile di Lucchi. Di grande effetto le scene di sacrificio umano ambientate all'interno del campo dei cannibali, così come quelle della battaglia finale. La luna rischiara di un sinistro bagliore la notte in cui avviene lo scontro fra le tre forze in campo: i Kuba con gli Anderson e Adam, gli Zappo Zap di Malumba e i soldati belgi di Dufour. Il tratto (digitale perché realizzato al computer) di Lucchi è abile nel conferire alle scene di scontro un forte dinamismo, senza mai cadere nella confusione. Di notevole impatto anche i primi piani dei protagonisti, i cui volti sono ritratti in numerose espressioni senza mai perdere la caratterizzazione del personaggio, o le inquadrature molto cinematografiche.


La Storia va rispettata e, se Malumba e gli Zappo Zap vengono sconfitti e i Kuba liberati, i belgi perdono soltanto questa battaglia, ritirandosi dietro a un Dufour che, umiliato da Adam, si augura, vendicativo, un futuro incontro. L'albo termina qualche tempo dopo e in un altro luogo. Dopo una lunga e trepidante attesa, il conte Molfetta può riabbracciare calorosamente Adam, ritornato da un'esperienza che lo ha duramente provato. Manfredi sembra suggerire che l'abbraccio di un amico, ritratto splendidamente da Lucchi alla luce del sole al tramonto, è uno dei pochi gesti di umanità che fa ritornare la fiducia nel genere umano.

lunedì 19 gennaio 2015

Il mercato batte Saguaro


Non ci voleva un mago per prevederlo. Quando ho visto morire Cobra Ray, il nemico numero uno di Saguaro nell'albo di gennaio intitolato Colpo di coda, sul momento non ci ho creduto o, meglio, non ci volevo credere. Ho riletto due volte per essere sicuro che non mi fosse sfuggito qualcosa: in fondo tante volte Cobra Ray era stato dato per morto, ma era sempre ricomparso più pericoloso di prima. Ma questa volta no. Ridotto in sedia a rotelle, si è dato fuoco di fronte a Saguaro. Ed è morto. Se Bruno Enna, creatore e principale sceneggiatore del personaggio, fa morire già al numero 32 della serie il nemico principale del protagonista, allora il lettore non può che considerarlo come un terribile indizio. Unito all'altro grave indizio riguardante i bassi numeri di vendita di cui Saguaro soffre da molto tempo, mi son detto che ormai la fine della serie è certa. Puntuale è giunta pochi giorni fa la notizia ufficiale della Sergio Bonelli Editore, che ha confermato le voci che circolavano da mesi: in soli tre ultimi e definitivi albi Saguaro verrà a capo di tutto. Tutte le interessanti trame che hanno segnato con forza la continuity della serie (dall'infido Clive Waters, creatore dell'unità speciale dell'FBI in cui lavora Thorn Kitcheyan, passando per il ribelle navajo Nastas Begay, ex amico fraterno di Saguaro, fino al vecchio uomo della medicina Howi e i segreti riguardo ai genitori di Thorn) troveranno una conclusione in soli tre albi.
E' un vero peccato. La Bonelli chiude una delle sue serie migliori. Più volte ho avuto modo di elogiare Enna per la sua scrittura dinamica, veloce, agile ma capace di approfondire con cura temi di carattere sociale e psicologie dei personaggi. Perdiamo un ottimo poliziesco ambientato nel Sud Ovest americano negli anni Settanta del secolo scorso, con in primo piano le problematiche legate alla vita e ai diritti dei nativi. Thorn è un navajo, ma è anche un reduce del Vietnam, e da proprio questo passato emerge il suo arci-nemico Cobra Ray. Ma c'è anche un altro passato, familiare e tribale, che incombe su Saguaro e di cui, albo dopo albo, Enna ha saputo dosare gli elementi, in modo da creare la dovuta suspense.
Non mi spiegherò mai perché prima Orfani e ora Ringo (miniserie scritte da Roberto Recchioni) funzionano mentre Saguaro no. Intendo dal punto di vista commerciale, non della qualità di soggetti e sceneggiature. Qualcuno ha detto che Saguaro è nato già vecchio: un eroe Bonelli classico, troppo classico, legato ad uno sfondo, il western, che ha perso molto del suo appeal, almeno presso il pubblico più giovane. Non sono d'accordo. Saguaro è parso essere al suo esordio il classico duro, tutto d'un pezzo, alla Tex Willer. Ma poi, con lo scorrere delle storie, la sua psicologia e il suo mondo si sono dispiegati, lasciando intravedere molte sfumature, e molti dubbi. Tex, al di là dei metodi drastici che li accomunano, è molto lontano da Thorn.



E poi, Adam Wild, la nuova miniserie di Gianfranco Manfredi, non si è proposta proprio all'insegna della Avventura classica, che più classica non si può? Certo, l'ambientazione e i personaggi son del tutto diversi, ma l'alveo di genere in cui si inserisce è molto più vicino a Saguaro piuttosto che ad Orfani. E mi pare che le vendite del nuovo eroe di Manfredi stiano andando bene.
L'unico difetto, non di poco conto, che riconosco alla serie di Enna è la qualità dei disegni, mediamente bassa, con rare eccezioni. Potrebbe essere che molti lettori l'abbiano abbandonata proprio per questo motivo. Se fosse vero, le responsabilità ricadrebbe sulla Bonelli stessa, che non ha saputo garantire ad Enna un parco disegnatori all'altezza (cosa che invece non sta succedendo per Adam Wild e Lukas di Michele Medda, caratterizzati da ottimi disegni, oltre che da valide storie).

domenica 5 ottobre 2014

Adam Wild, la freschezza dell'avventura


Giri l'ultima pagina e hai la sensazione di avere appena letto una di quelle storie d'avventura d'altri tempi: quando gli eroi si battevano con ardimento in lontani luoghi esotici e affrontavano a viso aperto nemici spietati. Eroi un po' guasconi, che senza guai non ci sapevano stare. Eroi a cui ribolliva il sangue di fronte ad un'ingiustizia e che non si perdevano in calcoli o riflessioni: passavano subito all'azione. Moschettieri, pirati, esploratori. Ecco: esploratori è la parola giusta! Adam Wild è un esploratore scozzese che vive alla fine dell'Ottocento a Zanzibar, dove la schiavitù è ufficialmente abolita ma il suo commercio è comunque praticato grazie alla connivenza delle autorità corrotte. E allora un eroe d'altri tempi che cosa fa per ottenere giustizia? Va dritto a casa del potente trafficante e lo ammazza con le proprie mani.


Vitalità e freschezza sono le caratteristiche de Gli schiavi di Zanzibarl'albo d'esordio della nuova collana mensile con cui la Sergio Bonelli Editore ritorna alla grande avventura. E chi se non Gianfranco Manfredi poteva confezionare un albo in cui Avventura e Storia si intrecciano così armoniosamente. Dopo il Far West cavalcato da Magico Vento, dopo Roma e l'Abissinia della prima guerra coloniale italiana combattuta da Volto Nascosto e dopo la Cina della Guerra dei Boxer vissuta da Shanghai Devil, il teatro della nuova avventura è l'Africa subequatoriale. Ancora il colonialismo è uno dei temi principali, qui rappresentato in una delle sue più aberranti manifestazioni: lo schiavismo. Ed ecco quindi Adam Wild, un eroe dal fisico prestante e dal sorriso beffardo, che si ribella allo status quo.
Ottima prima per la nuova serie Bonelli: storia con tanto ritmo, personaggi ben caratterizzati (oltre al protagonista, promettono bene il conte Molfetta e la principessa bantù Amina, liberata dal nostro eroe) e un'ambientazione affascinante. Merito certamente anche dei disegni chiari e precisi di Alessandro Nespolino, l'ideatore grafico del personaggio che rappresenta una Zanzibar affascinante ed evocativa.
Adam Wild si presenta come la migliore novità autunnale di casa Bonelli, al di là della tanto sbandierata rivoluzione dylandoghiana e della seconda stagione di una serie di cui sarò volentieri orfano... 


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