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domenica 25 agosto 2013

I 100 anni di Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena


Immaginate che all'improvviso il Governo vi vieti di parlare la vostra lingua madre. Ve lo proibisce: non potete più esprimervi nel vostro idioma con nessuno, né con i familiari, né con gli amici, tanto meno con gli estranei e negli uffici pubblici. La vostra lingua non esiste più, a scuola i maestri parlano solo nell'unica lingua ufficiale che lo Stato consenta. E se sgarrate, rischiate grosso: qualche bastonata, come minimo. Scenario improbabile e lontano da noi? Per niente! E' accaduto a Trieste e nelle zone limitrofe del Carso durante il Ventennio fascista, quando si cercò in ogni modo di eliminare la presenza slovena in uno sforzo violento di italianizzazione. Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena, ha vissuto sulla propria pelle quest'esperienza che non è stata nemmeno la peggiore della sua lunga vita, giunta il 26 agosto del 2013 al traguardo dei 100 anni.


Qui è proibito parlare è il titolo del romanzo in cui Pahor descrive la campagna di pulizia etnica messa in atto dal governo fascista nei confronti del mondo sloveno nell'estremo nord-est dell'Italia. Da bambino aveva assistito nel 1920 all'incendio del Narodni Dom, la sede principale della comunità slovena, situata in pieno centro a Trieste. Fu il primo atto terroristico compiuto in Italia dal nascente movimento fascista. E non fu un caso se si abbattè con inaudita violenza in una città appena sottratta all'Impero Asburgico con tanta retorica nazionalista e sulla pelle di centinaia di migliaia di soldati. Le complesse sfumature culturali che la città giuliana presentava costituivano solo un dettaglio insignificante per il governo del Regno d'Italia, il cui stupido processo di italianizzazione attuato dai governi del primo dopoguerra fu violentemente estremizzato da quello fascista.
Pahor ricorda tuttora che solo una banale semplificazione vede Trieste come città di cultura italiana e il Carso alle sue spalle come territorio di cultura slovena. Lo stesso Pahor, e tante persone come lui, sono stati e sono oggi cittadini triestini di cultura slovena, nati e cresciuti in città, ma la generalizzazione citata sopra resiste ancora. Ed è anche a causa di questa generalizzazione se parlare di bilinguismo per Trieste è visto come fumo negli occhi da tanti.
Eppure Pahor, per i diritti dei cittadini italiani di cultura slovena, ha combattuto anche con le armi, diventando partigiano durante il secondo conflitto mondiale e pagandone le conseguenze attraverso l'arresto e la detenzione in un campo di concentramento nazista sui Vosgi.


Sì, Boris Pahor, come Primo Levi, è un salvato, uno che ha fatto ritorno a casa dall'orrore del lager, convivendo con il senso di colpa per esserne sopravvissuto. Il racconto di questa devastante esperienza rivive in Necropoli, il libro che nel 2008 ha portato alla ribalta del pubblico e della critica italiana il nome e il personaggio di Boris Pahor. C'è solo un particolare da sottolineare: il ritardo. Il libro è stato scritto nel 1967 e venne pubblicato, nel silenzio generale, da una piccola casa editrice del monfalconese appena nel 1997. Ma le grandi case editrici si accorsero di questo piccolo (di statura) ometto solo quando nel 2007 gli venne insignita l'onorificenza più presigiosa che il governo francese tributa: la Legion d'onore. Da queste parti, allora, si son detti che evidentemente quel piccolo triestino che parla sloveno doveva avere, evidentemente, qualcosa di speciale. E si scoprì che l'ometto in questione aveva scritto parecchi altri romanzi (ovviamente in sloveno) e che aveva ricevuto nel 1992 anche la maggiore onorificenza di carattere culturale che venga riconosciuta nella vicina Repubblica di Slovenia: il premio Preseren. Necropoli, pubblicato da Fazi Editore, divenne così un caso letterario a distanza di più di quarant'anni dalla sua scrittura...
Claudio Magris ha scritto su Il Piccolo del 25 agosto che l'eredità culturale italiana di Trieste sarebbe mutilata senza l'apporto di quella slovena, e viceversa. Un'affermazione tanto banale quanto vera al punto però da doverla sottolineare e ripetere, perché ancora c'è qualcuno che non la accetta. Per fortuna ci sono persone come Boris Pahor che ne sono un esempio vivente, da 100 anni.

martedì 22 maggio 2012

Quando a Zagor cadde in testa un Tvrdokrilac


La foresta di Darkwood è turbata da un inconsueto e forte ronzio. Zagor e Ciko si domandano preoccupati chi o che cosa lo generi, anche perché si sta facendo sempre più vicino. Poi, all'improvviso, uno strano Tvrdokrilac guidato da un trionfante Ikarovo Pero si staglia nel cielo. La sorpresa dei due compagni di mille avventure si tramuta presto in terrore quando vedono il velivolo meccanico del barone precipitare sulla loro capanna, facendo esclamare allo Spirito con la Scure: "Tako mi Darkvuda!".
Ho bevuto troppa grappa e questo mi fa scrivere nomi a caso? No! Sto solo citando i personaggi e il contesto dell'avventura di Zagor che noi conosciamo come "Un'impresa disperata", ma che nella Jugoslavia di un tempo era nota con il titolo di Tvrdokrilac, coleottero appunto. Perché è proprio un "coleottero meccanico" quello che il barone Icaro la Plume fa sfracellare sulla capanna di Zagor e Cico provocando la classica espressione "Per tutti i tamburi di Darkwood!".
























Mi sono divertito a fare questo confronto linguistico grazie ad un regalo di Dalibor, un mio collega croato che condivide con me la passione dei fumetti. Dalibor vive ora a Trieste, ma è nato in uno Stato che ora non esiste più: la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la cui dissoluzione tanto dolore e devastazione ha causato negli anni Novanta.
Tornando a temi più divertenti come i fumetti, Dalibor mi ha raccontato come da ragazzo lui comprasse costantemente molti fumetti italiani che venivano pubblicati già dagli anni Settanta in Jugoslavia. Me ne ha regalati alcuni, sapendo della mia passione per i Bonelli e dintorni. Non poteva mancare, oltre a Zagor, il Ranger più famoso del mondo dei comics, Tex in Zakon Kolta (Senza tregua) o Mister No nel numero 100 sve u koloru intitolato Dzungla (Giungla!) (da notare che i testi vengono attribuiti a G. Nolita, con una t, mentre in realtà sono di Sclavi, ma pazienza...), o il Komandant Mark della Esse Gesse in Zed (Sete!) o  Blek della Dardo in Cudoviste nad Bostonom (Un mostro a Boston) o Bela i Bronko in Divlja zemlja (Terra selvaggia). Ma sono solo alcuni titoli di fumetti italiani che trovavano largo successo nelle terre balcaniche.

Interessante sottolineare anche che non solo lo Stato in cui vennero pubblicati ora non esiste più, ma anche la lingua. Non ho ancora detto infatti che i termini che ho citato appartengono al serbocroato, un'idioma che cercava di unificare a livello linguistico due comunità che la storia aveva tenuto divise per molti secoli. In realtà i serbi e i croati, quando giunsero nei Balcani attorno al VII secolo, parlavano dei dialetti molto simili fra loro, appartenenti allo stesso ceppo. Poi la storia portò i croati più verso la sfera di influenza occidentale e i serbi verso Costantinopoli, tanto che anche gli alfabeti si differenziarono: latino per i primi, cirillico per i secondi. Ma diversi intellettuali serbi e croati già nell'Ottocento propugnavano un'unita linguistica che si realizzò nel Novecento prima con il Regno di Jugoslavia fra le due guerre e soprattutto con al Repubblica fondata dal Maresciallo Tito nel Dopoguerra. Il serbocroato divenne lingua ufficiale dello Stato.
























Ricordo che ai tempi del Liceo a Gorizia, molti ragazzi che frequentavano istituti commerciali, studiavano come lingua straniera il serbocroato, visto che i rapporti economici fra le mie terre e la vicina repubblica richiedevano professionisti che conoscessero la nuova-antica lingua. Sappiamo tutti quanto tragicamente avvenne lo sfascio del vicino Stato socialista. Dopo la divisione croati e serbi ripristinarono ufficialmente le loro rispettive lingue all'interno dei nuovi stati sorti dopo il 1991, accentuandone le differenze, invece di sottolineare le affinità e la comune origine. Il nazionalismo estremo si manifesta anche attraverso questi strumenti, che non sono armi vere e proprie, ma lo possono diventare.
Allora mi fa ancora più piacere ricordare questi albi che Dalibor mi ha regalato, come un esempio di unione fra due popoli, realizzata attraverso un tipo di cultura molto efficace, visto che i fumetti erano diffusissimi presso i ragazzi serbi e croati. Mi piace pensare che un bambino cresciuto a Zagor, Tex e Mister No non si sia macchiato degli orrori che la guerra ha poi fatto emergere dal profondo dell'animo umano. Sono un illuso?

Mister No: "Per cento fulmini!"
Esse Esse. "Al diavolo!"

sabato 26 marzo 2011

"Trst je naš"

Disegno di Davide Toffolo, tratto da "L'inverno d'Italia"
Sono le parole pronunciate ieri dallo speaker dello stadio di Lubiana, dove si è giocata Slovenia - Italia, incontro di calcio fra le nazionali dei due paesi, valido per le qualificazioni ai prossimi campionati europei. Le squadre non erano ancora scese in campo e il megaschermo dello stadio nuovo di zecca stava mostrando le immagini di precedenti partite fra le due squadre. Quando il pubblico ha potuto vedere il goal che garantì la vittoria della nazionale slovena nella partita amichevole giocata nel 2002 a Trieste, allora lo speaker si è lasciato prendere dall'entusiasmo e ha pronunciato quelle parole. In italiano si traducono in "Trieste è nostra" e alludono al motto che i partigiani jugoslavi comandati da Tito proclamavano durante l'occupazione della città, avvenuta nel maggio e giugno del 1945. Nonostante lo speaker si sia affrettato ad escludere ogni riferimento politico, l'inopportunità di quelle parole rimane.
Tragici ricordi, infatti, sono legati a quei 40 giorni nei quali le forze titine occuparono l'attuale provincia di Trieste e di Gorizia. Molte persone legate al regime fascista, ma anche semplici cittadini considerati arbitrariamente avversari dei propositi annessionistici jugoslavi furono eliminate, facendole sparire nelle foibe del Carso. Non importava essere di destra o di sinistra, perché furono assassinati anche diversi comunisti italiani che si opponevano all'idea di Trieste e Gorizia jugoslave.
Ritornando alla partita di ieri sera, c'è un altro aneddoto da riportare: durante l'esecuzione dell'inno italiano si sono levati dagli spalti dello stadio dei sonori fischi. La stessa cosa successe a parti invertite a Trieste nel 2002 prima dell'inizio della partita persa dall'Italia: quella volta furono parte degli spettatori italiani a fischiare l'inno sloveno. Sono solo due partite di calcio, ma a fischiare l'inno, in entrambi i casi, sono state persone comuni e non ultras pericolosi. Ripeto, è solo una partita di calcio e non sono così sensibile da scandalizzarmi se un inno viene fischiato, anzi. Ma cerco di capire le motivazioni che stanno alla base. C'è ancora del risentimento fra diverse persone che appartengono alle due nazionalità e una partita di calcio è soltanto un'occasione che permette di manifestarlo. E' un risentimento sordo al dialogo, che si autoalimenta e che non porta a niente di positivo.

Quello di marca italiana l'ho spiegato sopra e le sue origini sono abbastanza note ormai anche nel resto d'Italia, visto che il fenomeno delle foibe è ormai noto a tutta l'opinione pubblica del nostro paese. Non altrettanto conosciute invece sono le cause storiche che alimentano il risentimento sloveno. Una torcia nel buio la accende Davide Toffolo, l'autore di fumetti pordenonese, voce e anima del gruppo musicale Tre Allegri Ragazzi Morti, con il suo racconto a fumetti "L'inverno d'Italia" edito da Coconino Press. La vicenda rievocata in questo volume è tragica e chiama in causa la coscienza di tutti noi italiani, che spesso ci consideriamo brava gente. Una parte di noi non lo fu per niente negli anni tra il 1941 e il 1943 e, a pagarne le conseguenze, furono migliaia di uomini e donne slovene e croate che videro la propria terra invasa dalle truppe italiane. Fu un'occupazione brutale, vennero praticate operazioni militari e politiche tali da configurare una pulizia etnica. Migliaia di civili, uomini, donne, vecchi e bambini furono deportati in campi di concentramento allestiti in loco ma anche in territorio italiano. In uno di questi, a Gonars in provincia di Udine, è ambientata la storia raccontata da Toffolo, che vede protagonisti Drago e Giudita, due bambini sloveni, sui quali si abbatte l'odio e l'insensatezza degli adulti. Non ci furono dei forni crematori in questi campi, ma i prigionieri morivano ugualmente, per inedia o per le malattie.

La politica di snazionalizzazione dei fascisti si attuava anche nella vita di tutti i giorni: la lingua slovena (o croata) era proibita e tutti dovevano esprimersi in italiano, anche se non se ne conosceva nemmeno una parola. C'è un altro fumetto che ritrae questo aspetto così odioso e brutale della politica italiana di allora: mi riferisco a "Mont Uant", volume scritto e disegnato dall'autore triestino Walter Chendi ed edito da Lizard nel 2005. In "Mont Saù", secondo dei tre racconti contenuti nel libro, il protagonista è un ragazzino travolto, insieme agli abitanti del suo paese e di quelli vicini, dalla violenza di uno stato straniero occupante. In una scena fra le più toccanti, si vede il ragazzino seduto sui banchi di scuola insieme ai compagni, che viene aspramente sgridato da un maestro fuori di sè attraverso una lingua per lui ignota.
Nel confine orientale il fascismo italiano ha prodotto i suoi guasti peggiori e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

domenica 31 ottobre 2010

Il confine nella mente

Ebbene sì, questa volta il trasloco si può dire concluso. Stanotte ho dormito per la prima volta in casa "nuova" ad Opicina e solo poche cose rimangono da portare da quella "vecchia" giù in città a Trieste. Che fatica ma che soddisfazione aver riempito la nuova libreria del soggiorno, di ben 5 metri di lunghezza per 2,5 di altezza, per buona parte dei miei fumetti. Beh, sì, qualcosa l'ho dovuto concedere ai libri di mia moglie oltre che ai miei. Ma stendermi sul divano per ammirare la collezione di Ken Parker ben ordinata non ha prezzo. Finora questa infatti è l'unica ad essere stata riposta con cura e criterio: per il resto ho solo potuto suddividere le grandi serie fra di loro (Tex da Julia, Magico vento da Martin Mystere, ecc) ma i singoli fumetti o altre raccolte più piccole sono lì, sparse alla rinfusa quasi a chiedermi disperatamente un minimo di attenzione per la loro condizione così precaria. In effetti non vedo l'ora di avere un pò di tempo da dedicare alla sistemazione più accurata dei miei fumetti: mi ci vorrebbe in realtà chissà quanto perché immagino che comincerei a sfogliarli indugiando su disegni e storie che mi ricordano qualcosa o che non ho ancora letto, perdendo così di vista la meta.
Scrivevo di aessermi trasferito a Opicina, una frazione di Trieste che si trova sull'altopiano carsico, pochi chilometri sopra il capoluogo. E' un grande paese, o una piccola cittadina, dove la maggioranza delle persone sono di lingua e cultura slovena. Il confine con la Slovenia è a pochi chilometri, anzi non c'è più per fortuna. Ormai c'è la libera circolazione delle persone fra i due stati e questo fatto, in queste terre, ha significato molto. Per anni infatti, ai tempi della Jugoslavia, la cortina di ferro correva proprio lungo questi boschi, questi campi, queste contrade.
Le guardie di frontiera ti controllavano la propusnica, ovvero il lasciapassare che la gente del luogo possedeva appositamente per andare in Jugoslavia. Una volta là compravi ad un prezzo ridotto alcuni prodotti come la carne, le sigarette o la benzina. Da piccolo e da ragazzo abitavo in provincia di Gorizia e anche lì il confine ti correva accanto.
A Gorizia addirittura l'ospedale civile si trovava a pochi metri dalla frontiera e, ogni volta che ci andavo per degli esami o per delle visite, guardavo dalla finestra con curiosità mista a timore il drappello di guardie col fucile a tracolla che controllava i documenti agli automobilisti di transito nelle due direzioni. Ancora oggi quando attraverso la frontiera che non c'è sento comunque una strana spiacevole sensazione, dura solo pochi istanti ma mi disturba. Il confine è come quelle scheggie di granata che, anche se asportate dalle carni, vengono sentite ancora per anni come se fossero sempre lì presenti. Il confine psicologico non scompare con quello fisico. E allora ti rendi conto di quanto sia stato una violenza quel maledetto confine: quella linea tracciata da politici e militari che ha diviso arbitrariamente delle genti che prima avevano vissuto insieme per secoli. Ti rendi conto di quanto sangue sia stato versato per spostare quella linea di qualche chilometro più ad ovest o più ad est.
La Storia da queste parti ha scritto capitoli tragici ed aperto ferite che ancora stentano a rimarginarsi. Lo stesso quartiere di Opicina in cui adesso vivo fu edificato nel dopoguerra per ospitare i profughi istriani, realizzando una dualità con gli autoctoni sloveni che immagino non sia stata semplice all'inizio. Ora molti anni sono trascorsi e molti contrasti sono stati superati, ma la memoria del passato non va cancellata, anzi va coltivata con lo spirito di ricucire per vivere insieme.
La conoscenza è basilare per la memoria: recentemente uno scrittore triestino di lingua e cultura slovena, Boris Pahor, ha fatto molto parlare di sè, perchè finalmente i suoi romanzi, notissimi all'estero, son stati riconsociuti ed apprezzati per il loro valore anche in Italia. Devo dire la verità ed ammettere la mia ignoranza: pur essendo originario di queste parti, non avevo mai sentito nominare il suo nome, tantomeno letto i suoi libri che raccontano quanto atroce e barbaro sia stato il fascismo nei confronti delle persone di cultura slovena che abitavano a Trieste. Impedire ad una persona di esprimersi nella lingua nella quale pensa è una violenza stupida e svilente. Son rimasto letteralmente a bocca aperta quando, durante un incontro pubblico con Pahor, ho appreso dalla sua voce che lui ha studiato gli scrittori e i poeti della sua lingua madre solo dopo la caduta del fascismo, visto che le scuole di lingua slovena erano state chiuse dal regime. Mi sono immaginato io, ormai adulto, a studiare per la prima volta Dante, Leopardi, Pirandello o Primo Levi. Mi sono vergognato per quello che hanno fatto quelli che parlavano allora la mia lingua e ancor di più per quelli che ancora oggi li difendono.
E' la stessa vergogna che provo quando, ogni 25 aprile, mi reco alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio nazifascista presente sul suolo italiano. Sono ancora visibili le celle in cui venivano rinchiusi i prigionieri prima di essere uccisi direttamente o condotti ad Auschwitz: solo in parte restituiscono l'indicibile orrore che hanno subito i loro sfortunati reclusi, ebrei, sloveni, croati.
E' lo stesso orrore di cui ci parla Vanna Vinci nel suo Aida al confine, mirabile fumetto ambientato a Trieste che esprime tutto il dolore che ha attraversato la città e il Carso durante le due guerre mondiali, viste in un viaggio onirico e mentale di una ragazza di oggi che arriva nella città giuliana come studentessa.








Per tutti questi motivi sono felice di essermi tasferito ad Opicina, anzi ad Opčine, per scacciare dalla mia mente quell'idea spiacevole di confine che mi porto ancora addosso da quand'ero bambino, per arricchire ancora di più la mia identità con una cultura che ho sempre solo sfiorato.

venerdì 13 agosto 2010

Gli ospiti indesiderati


Fra i vari articoli del numero estivo di Internazionale, uno speciale dedicato come di consueto ai viaggi, spicca un reportage a fumetti di Joe Sacco dal titolo The unwanted. Sono 24 pagine di ottimo esempio di quello che la rivista chiama "Graphic journalism" di cui ho già parlato qui e qui. Il tema è quanto mai attuale, ha una portata mondiale, e in Italia accende il dibattito quasi quotidiano tra singoli cittadini, parti politiche e organizzazioni di volontariato: l'immigrazione.
Il teatro del reportage è l'isola di Malta, meta, spesso indesiderata se paragonata alla vicina Sicilia, dei traffici illegali di uomini e donne disperati che dal sud del mondo cercano una speranza di vita migliore nel nostro ricco nord.


Sacco ha come sempre un occhio realista ed obiettivo: non esprime giudizi ma fa parlare la gente che intervista, riportando i loro interventi e le loro risposte come se si trattasse di un reportage giornalistico realizzato con la telecamera.
Protagonisti del reportage sono gli immigrati e i maltesi. Si mostra il punto di vista di entrambi i gruppi: i primi son visti dalla maggior parte dei locali intervistati, come degli "invasori" che altereranno per sempre la cultura e la struttura sociale dell'isola se il ritmo degli sbarchi sarà così sostenuto come lo è stato finora. Sacco ha l'obiettività di far parlare anche un ideologo estremista che esprime tutto il suo odio violento nei confronti degli immigrati: ci fa capire come un personaggio che in altre circostanze verrebbe messo ai margini e ridicolizzato subito, ora invece è considerato e seguito pericolosamente da una rilevante minoranza di maltesi.


Poi Sacco fa parlare anche gli immigrati, che denunciano spesso intolleranza nei loro confronti, espressa attraverso sguardi, atteggiamenti e parole ostili: manifestazioni che possono diventare tuttavia i prodromi di un processo più pericoloso e strutturato di odio razziale. In questo doppia esposizione dei due punti di vista sta un primo pregio del reportage: con poche tavole capiamo come dei tranquilli cittadini di un paese occidentale quale il nostro, possono diventare dei razzisti convinti. Basta accumulare molte persone di una cultura molto diversa da quella locale, in condizioni di vita inumane per gli standard del posto, accanto alle case per lo più popolari dei cittadini del paese ospitante, per generare incomprensioni, conflitti, sfruttamento, odio. Non è forse quello che sta succedendo un po' ovunque anche nelle nostre città italiane?
L'ultima parte del reportage è interamente dedicata alla testimonianza di un immigrato eritreo: un giovane studente perseguitato in patria per essersi espresso a parole contro il regime, e costretto quindi a fuggire per non essere imprigionato e ucciso. Il racconto è angosciante e si snoda attraverso i pericoli, i raggiri e gli sfruttamenti subiti per raggiungere Malta attraverso il Sudan, il deserto, la Libia e il Mediterraneo, sempre con il terrore di essere tradito dalle varie bande che prendevano in consegna di tappa in tappa la merce costituita dal gruppo di persone di cui il giovane faceva parte.

Solo una merce come un'altra: persone, armi, droga. La fine del viaggio è una spiaggia maltese, frequentata da vacanzieri ignari e stupiti di vedersi arrivare fra ombrelloni e sdraio, un barcone carico di persone sfinite e ai limiti della capacità di sopravvivenza.
Un eritreo avrebbe il diritto di chiedere asilo politico in uno qualsiasi degli stati dell'Unione Europea, Malta inclusa. Ma per esercitare questo diritto deve sottoporsi a tutto ciò che le tavole di Sacco mostrano in questo straordinario fumetto.

martedì 6 luglio 2010

Magico Vento si avvicina alla fine della pista


Ormai ci siamo. Magico Vento è alle battute finali. La serie western bonelliana si sta avvicinando all'ultimo numero: il 130 segnerà la conclusione della serie regolare, seguita poi dal primo e ultimo speciale. Gianfranco Manfredi, l'autore, ne aveva annunciato la conclusione ormai da un anno: anche se a malincuore, concordo con questa scelta. Magico Vento ha mantenuto quasi sempre un alto standard narrativo e di disegni. Il protagonista ha compiuto un percorso che ha cambiato la sua vita. Si sta raggiungendo una giusta fine della storia che evita un inutile prolungarsi con cadute di contenuti comuni ad altre serie bonelliane.


Devo dire che le avventure dell'ex giacca blu Ned Ellis, divenuto poi sciamano dei Lakota, non mi hanno entusiasmato subito. Infatti la serie fu presentata come un horror-western e me la componente horror non piacque: d'altronde è un genere che non mi ha mai preso, tanto è vero che scambiai il numero 1 di Dylan Dog per pochi fumetti (ma qui entrano in gioco anche le mie scarse capacità commerciali...). In realtà l'horror vero e proprio c'entrava ben poco con Magico Vento: protagonisti fin da subito furono infatti le tradizioni dei nativi americani, alcune delle quali avevano una componente soprannaturale. Chiarito con me stesso l'equivoco cominciai ad apprezzare questa caratteristica della serie unita all'altra: il sapiente intreccio delle vicende private del protagonista con quelle della Storia.



Qui, secondo me, Manfredi dà il meglio di sé: annovero tra i più belli albi bonelliani che abbia mai letto, quelli relativi agli scontri sulle Black Hills tra i Sioux di Nuvola Rossa e Toro Seduto e le giacche blu del generale Crook e del generale Custer. Non ci si limita alla famosa battaglia del Little Big Horn, ma si presentano in modo interessante e completo le cause che portarono allo scontro, con tutti i movimenti precedenti e successivi dei due schieramenti in campo. Ho apprezzato molto che Magico Vento abbia compiuto una scelta ben precisa stando nettamente da una parte e combattendo con tutto se stesso. Senza retorica difende le ragioni dei nativi e ne trae coerentemente le conseguenze: di fronte al tradimento delle promesse, l'unica via è la guerra. E' una scelta dura e pesante, ma è giusta.



La stessa scelta che Manfredi fa compiere a Magico Vento anche nell'ultima saga: ormai considerato traditore dal governo degli Stati Uniti, il nostro si unisce ad una delle ultime ribellioni che videro i nativi scontrarsi con le giacche blu: quella dell'apache Victorio. Anche qui Magico Vento non si tira indietro e sta nettamente da una parte: sa che sarà quella perdente ma sa che è quella che rispetta la dignità di un popolo.



Spesso, mentre leggevo le avventure di Ned Ellis accompagnato dal suo amico giornalista Poe, ho sentito delle affinità con ken Parker: per la profondità psicologica del personaggio, per i cambiamenti che subisce nel corso della sua vita, per i temi affrontati, per i disegnatori (Ivo Milazzo ha dato il meglio di sè in alcune storie). Rimangono comunque profonde differenze: Ken è un uomo a cui è completamente estraneo il contatto con la spiritualità: Magico Vento è invece uno sciamano con molti poteri. Ken ha più dubbi e non ha per nulla una componente super-eroistica che, anche se molto raramente, compare in magico Vento.
Molti altri sono i pregi di Manfredi, come la capacità di tessere storie coinvolgenti in cui la politica dei palazzi del potere di Washington ha un ruolo decisivo, o altre dove i servizi segreti e le sette massoniche compiono i loro perfidi intrighi. Anche in questi scenari, Magico Vento e Poe si muovono a proprio agio, dimostrando che le capacità narrative dell'autore sono fuori discussione.



So long, Magico Vento! Questo è il saluto che Lungo Fucile ti farebbe nell'ultima vignetta.

lunedì 14 giugno 2010

Da Ken Parker a Manto nero


Ho un nuovo amico. E' il proprietario del negozio di prodotti per animali, presso cui mi rifornisco per le due micie che vivono con noi. E' un signore oltr i 50, che ama veramente gli animali (fatto non scontato anche se lavora nell'ambiente). Mi ha conquistato quando, notando che teneva l'ultimo Tex vicino alla cassa, ho chiesto quali fumetti leggesse e quali gli piacessero particolarmente. Risposta: i western e l'avventura, il migliore è Ken Parker. Motivazione: Lungo Fucile non è solo western e avventura ma molto di più. Fatta! Caduto come un pero.... L'ho eletto a mio negoziante di prodotti di animali per l'eternità... Basta così poco, direte voi? Ma non è per niente poco: gli amanti di Ken si sentono parte di una legame quasi di fratellanza, che si basa sui valori di Ken.

Comincia così un fitto dialogo su fumetti e non solo. Parliamo anche di film e me ne presta uno in videocassetta: si chiama Manto nero.



E' ambientato nel 1634 nei freddi territori del Grande Nord canadese, dove un gesuita francese parte, accompagnato da nativi Angolchini, per raggiungere una missione cattolica nel territorio degli Uroni. Il giovane prelato (chiamato Manto nero perchè indossa un mantello di questo colore) parte con la convinzione di portare la Verità e la Civiltà presso barbari selvaggi miscredenti. Constaterà invece che la verità non sta tutta da una parte e che la civiltà è un conceto relativo. Solito film già visto del buon selvaggio? Per niente: ci sono scene forti che mostrano la crudeltà dei nemici Irochesi. Mi hanno colpito due cose: la precisione e la fedeltà nella rappresentazione dei nativi americani. Ma soprattutto mi è rimasta l'idea che l'uomo, seppur diviso da culture e barriere spesso invalicabili e destinate allo scontro fatale, è costituito a  tutte le latitudini e longitudini dalla stessa sostanza, aldilà di tutte le sovrastrutture. Manto nero in brevi ma intensi momenti si rende conto di questo e così pure il capo algonchino Chomina, poco prima di morire.

Ken Parker la pensa allo stesso modo....


domenica 2 maggio 2010

The 99: un fumetto per la tolleranza


Sono dei supereroi, ma non vengono dall'America come siamo ormai abituati a pensare, bensì dal mondo islamico. Il creatore si chiama Naif al Mutawa, fondatore di Teshkeel Comics, con sede a Kuwait City. The 99, così si chiama la serie a fumetti che presto diventerà un cartone animato distribuito anche negli USA, hanno avuto un grande successo in diversi paesi: Arabia Saudita, Indonesia, Cina, India, Stati Uniti e molti altri.



L'antefatto della storia risale al 1258, quando le armate di Gengis Khan distrussero a Baghdad la più importante biblioteca del mondo arabo. Gli studenti di allora si prodigarono per salvarne i libri e la saggezza contenuta e lo fecero attraverso 99 tavole di pietra. Queste 99 pietre di saggezza sono arrivate ai nostri tempi, fino ad entrare in contatto in modo più o meno casuale con vari giovani, i supereroi della storia. Ciascuno eredita dalla pietra un superpotere: abbiamo così Noora the Light, dagli Emirati Arabi, che ha la capacità di scorgere la luce della verità negli altri. Affiancata da Wida the Loving, dalle Filippine, che sa indurre l'amore, la compassione e la felicità nelle persone.

I ragazzi-supereroi vengono un po' da tutto il mondo e, spesso, sono di doppia cultura. E' il caso di Sami the Listener, nato e cresciuto fino all'età di 10 anni in Sudan e poi trasferitosi col padre in Francia: è muto ma possiede la capacità di udire ciò che gli altri esseri umani non riescono a percepire, sia per distanza che per frequenza. O quello di Hadya the Guide, londinese ma di famiglia pakistana, divisa ed attirata da queste due culture: lei possiede il dono di mappare qualsiasi luogo in cui si trovi, di individuare il percorso più breve, facile e sicuro per raggiungere un obiettivo.

C'è anche un americano, Darr the Afflicter, ridotto su sedia a rotelle e in grado di manipolare le terminazioni nervose per provocare o evitare il dolore. Tutti i supereroi sono stati scoperti e resi coscienti del loro potere dal dottor Ramzi Razem, discendente di un Guardiano della Saggezza dell'antica biblioteca di Baghdad. E' lui che insegna ai ragazzi a sfruttare a fin di bene il loro potere, contro i malvagi che li vogliono invece possedere per il loro torbidi scopi.

Lo schema è quello classico e un po' semplicistico del bene contro il male, condito di molta azione. Il pregio è però quello di diffondere nel mondo musulmano, e non solo, un'idea di tolleranza: i giovani supereroi sono di culture e nazioni diverse (araba, ungherese, afro-americana, anglo-pachistana, indonesiana, sudafricana, portoghese) ma lottano insieme, a dispetto delle loro diversità, per il progresso civile dell'umanità nel suo complesso. Al Mutawa ha detto agli sceneggiatori di Hollywood che hanno trasposto in fumetto il cartone animato, che il fine delle sue storie è quello di far emergere le cose che accomunano gli uomini, non quelle che li separano. Una lezione troppo spesso inascoltata.

domenica 21 marzo 2010

L'Audace Bonelli (II)

Continua il mio personale viaggio nell'universo Bonelli, cogliendo l'occasione dalla mostra dedicata alla Sergio Bonelli Editore che è stata inaugurata venerdì 19 marzo al Palazzo delle Arti (Pan) di Napoli. La mostra si intitola "L'Audace Bonelli" e ripercorre con più di 200 tavole originali la storia della mitica casa editrice milanese. Come ho scritto nel precedente post, è grazie ai suoi personaggi se ho dedicato un blog ai fumetti.



Ricordo che all'età di 13 anni, mentre stavo leggendo un albo di Mister No, fui incuriosito dalla quarta di copertina, dove comparve la pubblicità di una nuova serie chiamata "Storia del West". Decisi di comprarne la prima uscita e fu il mio primo acquisto in edicola di un giornalino Bonelli: ancor oggi ricordo la gioia di avere fra le mani il numero 1. Ero entusiasta dell'idea che in una serie limitata in 75 numeri venisse raccontata tutta l'epopea della storia del west, ovvero che vi potessi rirovare tutti i luoghi e personaggi per me mitologici che avevo visto e rivisto nei film western.



La serie parte da un ragazzo, Brett MacDonald, che, appena sbarcato nel 1804 da una nave proveniente dall'Europa, si avventura subito nella grande spedizione esplorativa di Lewis e Clark che attraversò l'enorme territorio a ovest della costa atlantica fino a toccare il Pacifico. Mi colpirono subito i dettagli geografici e i bei paesaggi disegnati da Renzo Calegari e seguii la serie scritta da Gino D'Antonio fno alla sua conclusione ambientata nel 1890 con il massacro di Wounded Knee e con la grande gara per la conquista della terra in Oklahoma. Fu una lettura affascinante scoprire come la storia "privata" della famiglia MacDonald/Adams si intrecciasse con quella "pubblica" del Far West, incontrando personaggi come Kit Carsn, Buffalo Bill, Wyatt Earp, Toro Seduto, Geronimo, Cochise, Cavallo Pazzo e tanti altri.



Sergio Bonelli dichiarò che "Storia del West" è la serie di cui va più orgoglioso e a cui deve di più a livello personale. Tuttora per me rimane uno dei capolavori della casa editrice di via Buonarroti, una prova del fatto, se mai qualcuno avesse dei dubbi, che il fumetto seriale può raggiungere alti livelli di qualità, nelle storie e nei disegni. Gino D'Antonio, l'autore, e il ristretto staff di disegnatori (Calegari, Trevisan, Polese e Tarquinio) poterono lavorare con maggior tranquillità, senza l'assillo dell'uscita mensile, in quanto la serie originale venne pubblicata a partire dal 1967 nella Collana Rodeo, che era sì una pubblicazione mensile ma che non conteneva ogni mese una nuova avventura della famiglia MacDonald/Adams.



La serie "rossa" che io acquistai era quindi una bellissima ristampa che mi affascinava per l'intreccio di realtà storica e di linguaggio epico. Forse questa per me è la maggior qualità di Gino D'Antonio, visibile soprattutto nei ritratti fieri dei protagonisti indiani che soccombono uno a uno di fronte all'avanzata distruttrice dei "visi pallidi". Sono questi gli episodi che mi piacciono di più: storie molto tristi, come la battaglia di Little Big Horn, una vittoria sì per Toro Seduto e Cavallo Pazzo ma il preludio della loro fine, il massacro del Sand Creek, la resistenza vana ma orgogliosa di tutti gli altri popoli nativi guidati da capi eroici come Cochise, Capo Giuseppe o Tecumseh. Questo per me è il motivo ricorrente della serie che la rende tuttora attualissima: la conquista del west è la storia di una sconfitta. La sconfitta dell'idea rappresentata dalla convivenza di popoli e culture diverse che i protagonisti della famiglia MacDonald/Adams cercano sempre di perseguire, nonostante la realtà dei fatti li smentica di continuo. E' una sfida continua alle forze immani della Storia.



Da questo punto di vista "Storia del West" è la storia di tutti quegli uomini del West che hanno difeso la propria dignità di esseri umani, anche se alla fine hanno dovuto soccombere. Non è poco come messaggio per un piccolo giornalino...


domenica 28 febbraio 2010

Welcome

E' la parola stampata su molti zerbini, compreso il mio, che poniamo davanti alle nostre porte di casa. E' una parola che esprime accoglienza, è un invito ad entrare, prepara il nuovo arrivato a ricevere un abbraccio. Ma non è sempre così. In molti casi è soltanto una formula vuota, un vezzo che calpestiamo distrattamente pulendoci le scarpe. Molte volte tradiamo quel messaggio rifiutando colui che sta sulla soglia, lo rigettiamo indietro da dove è venuto, soprattutto se questi è diverso da noi, se ci fa paura perché è sporco, povero, se ci tende la mano chiedendo solo un po' di rispetto.



Scrivo queste parole sollecitato da due stimoli diversi ma che vanno nello stesso verso. Il primo è il film Welcome, appunto, di Philippe Lioret con Vincent Lindon e Firat Ayverdi. E' la storia di un insegnante di nuoto di Calais e di un ragazzo curdo, immigrato "irregolare" secondo le autorità, che vuole a tutti i costi raggiungere la sua ragazza a Londra. E per farlo, è disposto ad attraversare la Manica a nuoto. L'indifferenza iniziale del francese cede il passo all'umanità che lo spinge ad aiutare il giovane, violando così una legge voluta da Sarkozy che vieta ai cittadini di aiutare i migranti. E' chiaro la critica verso le leggi di quell'Europa tanto democratica e liberale con i propri cittadini, e altrettanto crudele e violenta verso gli uomini e le donne che spingono ai suoi confini. Nello stesso tempo la storia personale del maestro di nuoto lo vede ritrovare se stesso solo nel confronto con l'altro, gli fa trovare la propria dignità di essere umano solo cercando di vedere riconosciuta la dignità dell'altro.



Anche da noi in Italia ci sono delle leggi barbare tali per cui la clandestinità è un reato, ovvero la sola condizione di essere entrato nel nostro paese senza i permessi o documenti necessari rende la persona colpevole agli occhi della giustizia italiana. Non ci sono motivazioni etiche, sociali o politiche che giustifichino simili provvedimenti; ma soltanto ragioni economiche. Infatti in questo modo il migrante è sempre più ricattabile e, pur di sopravvivere, è disposto a lavorare in ogni condizione di sfruttamento.



E' anche contro queste oscenità che oggi, 1 marzo, si svolge lo sciopero degli stranieri. Si fermeranno molti migranti che vivono e lavorano qui da noi per ottenere più visibilità sui loro diritti, spesso negati, sul loro contributo quotidiano  alla nostra società, sulle loro intelligenze che la arrichiscono.

Purtroppo non ci saranno tutti quegli immigrati, regolari e no, che rischierebbero tanto a farsi vedere. E' anche per loro che il maggior numero di italiani dovrebbe scendere in piazza partecipando alle varie manifestazioni che si terranno in tutte le grandi città. E' un peccato che i sindacati confederali non se la siano sentita di indire una giornata di mobilitazione generale: non so quante Rosarno dovranno ancora accadere perché la nostra coscienza venga toccata, perché Welcome non sia solo una parola vuota stampata sui nostri zerbini.

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