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sabato 20 febbraio 2016

Harper Lee: il coraggio dell'umanità



"Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede."

Ci ho messo più di venticinque anni per leggere, lo scorso Natale, Il buio oltre la siepe, ovvero il romanzo che si è rivelato essere uno dei libri più belli della mia vita. E non mi spiego il motivo per cui ho atteso tanto da quando, ancora ragazzo, vidi Gregory Peck interpretare Atticus Finch nell'omonimo film e, soprattutto, Mary Badham nei panni della piccola Scout, l'io narrante di questa indimenticabile storia che parla di tolleranza e pregiudizio, di empatia e odio, di coraggio e meschinità, di giustizia e arbitrio. Ma nonostante i temi drammatici, tanto il romanzo quanto il film conservano l'aria lieve dello sguardo di una bambina, che mi ha divertito e commosso con la sua simpatia e innocenza. È questa la chiave che ha aperto il mio cuore, così come quello di milioni di altri lettori.




Ieri, 19 febbraio, è morta all'età di 89 anni, Harper Lee, l'autrice di questa storia

lunedì 7 dicembre 2015

La copertina di Manuele Fior per Linus


Dopo gli attentati di Parigi si sono spese tante parole, spesso a sproposito, colme di retorica e di odio. Sbigottimento, paura, rabbia sono le emozioni più comuni che si sono alternate nei giorni successivi. Poche volte ho letto o ascoltato sui media parole figlie di razionalità ed empatia. Poi è arrivata un'immagine che, con il potere che le è intrinseco, sa comunicare molto più di tanti articoli. L'ha disegnata Manuele Fior, fumettista italiano che vive a Parigi, e l'ha pubblicata sul proprio numero di dicembre la storica rivista Linus.
Nella conversazione fra Giovanni Robertini, direttore del mensile, e lo stesso artista, riportata a pagina quattro, Fior rivela come il suo intento fosse quello di "rimanere con il cuore vicino ai ragazzi ammazzati", sullo sfondo del "macigno" rappresentato dalla militarizzazione della città. Nell'icona di Robert Doisneau io ho anche visto, però, la resistenza di coloro che rimangono, dei ragazzi che sanno levarsi sopra questo stato di emergenza che rischia di soffocare le nostre libertà.
Da un'immagine disegnata i commentatori di professione, ma in fondo tutti noi, possono trarre una lezione, intuendo la maniera attraverso la quale ci si può porre di fronte ad eventi tragici come questo: "con razionalità, senza reazioni di pancia, con un po' di compassione se possibile", per dirla ancora con le parole di Fior. 

giovedì 15 ottobre 2015

Ken Parker Classic N. 15 - "Uomini, bestie ed eroi"


È in'edicola il quindicesimo numero della collana Ken Parker Classic, la ristampa delle avventure di Lungo Fucile edita da Mondadori. Quarta ed ultima tappa dell'indimenticabile amicizia fra il personaggio creato da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo e la giovane Pat O'Shane. Lasciare l'incontenibile Pat è molto doloroso anche per noi lettori, non solo per Ken. Perché ci siamo divertiti un sacco e ci siamo commossi con questa ragazza dai capelli rossi e con il viso punteggiato da lentiggini, impertinente e spiritosa, emotiva e simpatica, istintiva e coraggiosa, ancora bambina per certi aspetti e già donna per altri. Ma non poteva andare diversamente: Pat ha realizzato il sogno di stabilirsi in un ranch acquistato con i propri risparmi, dove sarà aiutata da due onesti lavoratori e da un giovane che le vuole bene. E Ken la ha accompagnata in questa impresa mettendoci, come al solito, tutto se stesso.
"Chiuso in un ranch mi sentirei come in prigione"
obbietta Ken a Pat che non vorrebbe lasciarlo andare via. E aggiunge:
"Ora non hai più bisogno di me. Hai messo le ali, ed è giusto che voli libera, senza pesi..."
C'è tutto Ken Parker in queste due frasi. E quello che Ken lascia nel cuore degli altri, Pat lo grida con tutto il fiato che ha in corpo mentre due lacrimoni le rigano le guance:
"Ti porterò nel cuore, Ken! Per tutta la vita!"
L'albo è celebre anche per la parte iniziale ambientata nel saloon nel quale Ken entra per cercare cowboys da ingaggiare per condurre una mandria da Doge City fino al ranch di Pat. La ricerca diventa il pretesto per far sfilare davanti al lettore e agli occhi increduli e divertiti di Ken una serie di personaggi dei fumetti e dei loro autori.


L'omaggio è a metà fra l'affettuoso e il parodistico. Ci sono anche gli stessi Berardi e Milazzo con cui Ken dialoga. Personalmente l'ho sempre considerata una trovata molto simpatica ma non quel colpo di genio che tanti lettori hanno voluto vedere. Ciò che rende memorabile questo albo non è certo il siparietto metafumettistico iniziale, bensì il commiato fra Ken e Pat. 

mercoledì 23 settembre 2015

Ken Parker Classic N. 12 - "La ballata di Pat O'Shane"


È in'edicola il dodicesimo numero della collana Ken Parker Classic, la ristampa delle avventure di Lungo Fucile edita da Mondadori. Dopo Chemako, colui che non ricordaGiancarlo Berardi e Ivo Milazzo confezionano il secondo capolavoro della serie. Dopo quella con l'inuit Nanuk, troviamo ancora una grande storia di amicizia che si protrarrà nell'arco di ben quattro albi, facendoci conoscere l'indimenticabile Pat O'Shane, uno dei personaggi più vitali mai concepiti dalla fantasia di Berardi.
È la giovane vagabonda dai capelli rossi la vera protagonista dell'albo, mentre Ken è il testimone delle vicende ora molto tristi, ora perfino comiche della sfrontata adolescente. D'altronde questa è una caratteristica della vita di Ken: la sua empatia e la sua curiosità lo mettono continuamente alla ricerca dell'altro, al suo ascolto, a mettersi nei panni altrui. Lo ha detto lo stesso Berardi:
"I personaggi come Pat sono i veri protagonisti della saga. E cambiano sempre di numero in numero con rare eccezioni. Ken è una figura a latere, un testimone, il fulcro attorno al quale si raduna una commedia umana lunga ottantotto episodi."
Il rapporto con le persone è basato sulla fiducia, sulla lealtà e sul rispetto. Ken non esita a rimboccarsi le maniche se l'altro ha bisogno e lo merita. Con questa attitudine Ken è anche molto vulnerabile, e infatti ne prende tante (fisicamente e psicologicamente), ma, nello stesso tempo, riesce a fare degli incontri straordinari. Già Nanuk, l'inuit simpatico e un po' filosofo, abile pescatore e compagno fedele in pericolosissime avventure nei freddi ghiacci dell'Alaska settentrionale, aveva incrociato il destino di Ken lungo tre storie indimenticabili, nelle quali era nata una vera amicizia fra i due che Berardi aveva tratteggiato con molta sensibilità.


Pat si spinge oltre: instaura con il Nostro un rapporto particolare nato da una terribile tragedia, l'assassinio del fratello maggiore che la lascia sola al mondo. Incontra Ken in una cittadina dell'Alaska meridionale in un frangente per lui molto delicato. Scambiato per un delinquente e frettolosamente condannato alla pena capitale, Ken viene aiutato ad evadere di prigione dopo che Pat si era spacciata per sua figlia. Nasce così il legame fra i due, nel quale Lungo Fucile è un po' amico, un po' fratello maggiore, un po' padre e anche un po' fidanzato.
L'importanza di questo albo è duplice. Da una parte, nella sceneggiatura, Berardi abbandona definitivamente le didascalie sostituendole con il testo e lo spartito di una canzone, la ballata di Pat O'Shane appunto, scritta e musicata da lui stesso, che fa da coro alle avventure narrate nell'albo. Dall'altro, nei disegni, Ivo Milazzo ha raggiunto quella maturità nel tratto che non abbandonerà più nelle pagine di Ken: tutti i personaggi recitano con grande naturalezza ed espressività.

giovedì 20 agosto 2015

Ken Parker Classic N. 7 - "Sotto il cielo del Messico"


È in'edicola il settimo numero della collana Ken Parker Classic, la ristampa delle avventure di Lungo Fucile edita da Mondadori. Potete trovare qui un mio approfondimento sulla storia che, dopo la pausa del numero precedente, mette in risalto una delle caratteristiche della serie ideata da Giancarlo Berardi e da Ivo Milazzo: il vero protagonista delle avventure non è Ken, ma le persone che incontra lungo la sua strada. Sono i cosiddetti comprimari, con le loro passioni, a rubare la scena a Lungo Fucile. Ken è il testimone attento e partecipe delle loro umane avventure. Empatia è la parola chiave. E Ken ne ha da vendere. Ne beneficiano, in questa storia corale, il pistolero, la prostituta e i due saltimbanchi. Un ottimo albo.

domenica 8 febbraio 2015

Il soffio di libertà di Ken Parker


La riproposizione settimanale dell'umana avventura di Ken Parker nella collana omonima edita da Mondadori corre più veloce di quanto io riesca a scriverne su questo blog. Col numero 41 attualmente in edicola, fumetteria e libreria, intitolato Un soffio di libertà, stiamo per approssimarci alle ultime storie del nostro biondo trapper che, in origine, furono proposte sul Ken Parker Magazine. L'esperimento editoriale, condotto prima da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo anche in qualità di editori (attraverso la Parker Editore) e poi di nuovo sotto le ali più economicamente rassicuranti della Sergio Bonelli Editore, terminò con La carovana Donaver, storia suddivisa nei quattro numeri successivi. Il magazine, come formula editoriale attraverso cui proporre i fumetti, era ormai in profonda crisi e, nonostante l'alta qualità delle sceneggiature e dei disegni che arricchivano la pubblicazione e l'interessante apparato redazionale, non sfuggì alla chiusura. Il rilancio della testata da parte di Sergio Bonelli non aveva potuto nulla contro il calo costante di lettori. Si passò quindi al formato classico bonelliano con cui vennero pubblicati quattro albi speciali di Ken Parker. E queste furono le ultime storie di Lungo Fucile fino a Canto di Natale, il portfolio edito da Spazio Corto Maltese presentato a Lucca 2013, che segnò il ritorno di Chemako con una storia inedita. Il 10 aprile Mondadori pubblicherà Fin dove arriva il mattino, il volume numero 50 della sua collana Ken Parker: qui ci sarà l'epilogo dell'avventura di Ken. Lo vedremo finalmente uscire da quel mondo carcerario che vede il suo esordio lungo proprio nell'episodio Un soffio di libertà.


Ken è stanco di scappare da una giustizia ingiusta che lo ha inseguito per migliaia di chilometri lungo le fredde terre del Canada. Sono stati questi gli splendidi scenari naturali delle avventure di Lungo Fucile narrate nel Ken Parker Magazine. La natura è stata una coprotagonista, ancor di più che nella prima serie. Ma la costante psicologica del Nostro e del suo lettore è la tristezza. Ho trovato, in questa rilettura del Magazine, un Ken diverso da quello targato Cepim. In fondo son passati quasi vent'anni dalla sua creazione e Berardi, di cui Ken è l'alter ego, lo specchio attraverso cui guardarsi dentro, è cambiato. Gli entusiasmi giovanili si sono attenutati, lasciando spazio ad una maggiore consapevolezza di come va il mondo. Le esperienze vissute da Ken sono state sempre caratterizzate da una profonda empatia nei confronti dell'altro. Ma hanno lasciato molte cicatrici. La disillusione si è fatta strada nell'animo di Ken, senza comunque mai intaccare la sua propensione a porsi nei panni degli altri e a correre in loro aiuto. Lo fa continuamente anche a discapito dei propri interessi. Ma il prezzo psicologico è alto. Alla fine dell'episodio Il marchio dei McCormack Ken si consegna fra le braccia dello sceriffo Lusky, nonostante questi non si regga in piedi, e dopo averne usato l'identità per risolvere un assassinio che aveva sconvolto la famiglia McCormack. Ancora una volta Ken viene scambiato per un altro ma non ne approfitta. Potrebbe fuggire visto che Lusky è incosciente ma la sua etica lo spinge a restare per aiutare la famiglia che lo ha soccorso. Contro i propri interessi. Ma forse il suo interesse è proprio quello di essere a posto con la propria coscienza. Così Ken, stanco di fuggire, accetta il suo destino che lo porta fino al penitenziario di Jackson County.


Ogni volta che leggo un fumetto o romanzo di ambientazione carceraria o guardo un film su questo tema (come Brubaker interpretato da Robert Redford) sono assalito da un profondo disagio. Vedo me stesso come detenuto e mi trovo a pensare a come, e se, sopravviverei in un inferno nel quale si viene privati del valore che dà dignità alla nostra vita: la libertà. Ken prova a sopravvivere ed è anche, inizialmente, abbastanza fortunato (si fa per dire) perché il direttore del penitenziario è un illuminato. Ha introdotto delle riforme tese a rendere il carcere un posto più umano: i prigionieri non sono incatenati, possono ricevere la posta dall'esterno, i neri e i bianchi convivono insieme. In altre parole cerca di mettere in pratica le idee di Cesare Beccaria, trasformando il carcere da luogo di punizione a luogo di recupero. Sfortunatamente le cose non vanno come il direttore vorrebbe, perché il capo dei suoi secondini è un violento che si accanisce sui detenuti con sadismo.


La storia disegnata da Ivo Milazzo si apre con un vano tentativo di fuga sotto la pioggia. L'assassinio del fuggiasco, torturato in carcere dai secondini, costituirà il motivo della rivolta in cui verrà coinvolto Ken. Ancora una volta le qualità umane del Nostro si pongono al servizio di quello che è considerato dalla maggior parte dei detenuti come l'unica possibilità di salvezza: la trattativa. Con l'incombere dell'esercito schierato e pronto ad intervenire, Ken e i capi della rivolta cercano di parlamentare per ottenere l'arresto del capo delle guardie, ostaggio degli stessi carcerati. La sete di vendetta di alcuni detenuti fa però precipitare la situazione e il tragico epilogo vede l'intervento sanguinario dell'esercito, la fine drammatica della rivolta e, con essa, l'addio ai sogni di riforma del direttore. La trama segue un filo se volete scontato, ma il valore della storia sta, come sempre capita con Berardi, nei personaggi. Shute, il fuggiasco, Moore, il capo delle guardie, Blacksie, il cane poliziotto, "Nail" Osborne, il capo dei detenuti, Luke, il suo braccio destro, Pitch, il prigioniero che causa l'intervento dell'esercito, Compton-Scott, il direttore del penitenziario, Agnes, la moglie, e Lucy, la figlia, entrambe ostaggi dei detenuti, Artie, il vecchio ergastolano che accompagna Lucy ogni giorno in calesse fuori dal carcere, McCoy, il giornalista del Washington Journal che intervista il direttore, il Colonnello Brannigan, comandante del battaglione che pone fine alla rivolta. Di ognuno Berardi delinea la psicologia attraverso poche parole e pochi gesti, resi con il solito realismo da Milazzo. La loro veridicità rende la storia credibile, vera, unica. Ken è testimone, ancora una volta, delle relazioni umane che intercorrono in un universo per lui nuovo: il carcere. Il primo assaggio è stato terribile. Dovrà imparare a conviverci, e in condizioni anche peggiori.

giovedì 9 ottobre 2014

Adah - Il capolavoro di Ken Parker


L'appassionato ma anche il distratto lettore di fumetti che non conosce ancora Ken Parker ha un'ottima occasione per rifarsi. Da venerdì scorso può infatti trovare in edicola, libreria o fumetteria il numero 23 della collana Ken Parker edita da Mondadori. Leggerà così due storie, già pubblicate nel 1982 dalla Cepim di Sergio Bonelli nei due rispettivi albi: La donna di Cochito e Adah. Dopo aver girato l'ultima pagina di Adah capirà, ne sono certo, perché Ken Parker è un fumetto unico. Probabilmente si appassionerà a tal punto del personaggio che vorrà recuperarne tutte le copie. Perché Adah è un capolavoro. Mi sbilancio dicendo che probabilmente è il culmine raggiunto dalla coppia Giancarlo Berardi - Ivo Milazzo. Certo, ci sono altre storie che fanno gridare al capolavoro, come Chemako, La ballata di Pat O'Shane, Lily e il cacciatore, Casa dolce casa, Diritto e rovescio o Sciopero (alla quale sono particolarmente legato). Ma Adah ti colpisce, ti sbalestra perché ti rendi conto che è qualcosa di davvero speciale.



Adah è una donna nera di quasi sessant'anni che racconta nel 1908 la storia della prima parte della sua vita, dalla schiavitù alla libertà. Lo fa leggendo le pagine del suo diario e questo è reso graficamente da vignette disegnate a mezzatinta e commentate da didascalie tratte dallo stesso diario: una scelta grafica quanto mai azzeccata. A queste si alternano sequenze con il consueto bianco e nero di Milazzo che raggiunge in questa storia una simbiosi perfetta con la sceneggiatura di Berardi.
Adah è il racconto di un'emancipazione, della conquista della libertà, dove con libertà non si intende soltanto la rottura delle catene, ma la piena espressione delle potenzialità di una persona. Berardi ci racconta con crudo realismo e con grande precisione storica la vita degli schiavi neri negli stati del Sud. Lo fa attraverso gli occhi di una bambina che scopre il suo mondo alternando stupore a paura. Mondo popolato da tanti tipi umani, connotati con la solita maestria da Berardi. E crescendo, Adah scopre di essere una schiava privilegiata: nota che la sua famiglia non è costretta a lavorare nelle piantagioni di cotone del padrone e che la sua casa è migliore del lurido dormitorio dove alla sera cadono sfiniti gli altri schiavi. La bellissima madre le rivela che lei e i suoi fratelli sono figli del signor Barrow, il loro padrone. E allora l'autore ci mostra i sentimenti di una bambina che cerca di essere amata anche dal suo impossibile padre. E che ovviamente non ce la fa, e piange.
Poi viene la Guerra di Secessione, raccontata attraverso le speranze e i pensieri degli schiavi. Barrow muore in battaglia e i componenti della famiglia di Adah, privi della protezione del padrone, si perdono o muoiono presi di mira dai figli legittimi bianchi di Barrow. La liberazione dalle catene della schiavitù giunge amarissima per Adah, preda della violenza dei soldati nordisti.



Si chiude la prima delle tre parti in cui è suddivisa la storia e il nuovo lettore si rende conto che Ken Parker non è ancora entrato in scena. Da una parte immagino il suo stupore, dall'altra penso che non lo consideri un problema perché il racconto di Adah è così coinvolgente da buttarsi a capofitto nella seconda parte. Dove troviamo la protagonista arrangiarsi come può fra le macerie della Richmond del dopoguerra. Vediamo Adah uscire dalla miseria grazie all'incontro fortuito con Horace, un ragazzo nero, sua vecchia fiamma nella piantagione, che si è fatto strada nelle agenzie governative. Trepidiamo per lei perché intuiamo che il suo ragazzo la sta ingannando e non possiamo far altro che disperarci insieme a lei quando Horace sparisce portandosi dietro quel poco che Adah aveva accumulato. Siamo felici per lei quando ritrova Tom, il fratello idealista che lotta per l'emancipazione dei neri, ma un smorfia d'amarezza attraversa il nostro viso quando la vediamo costretta per poter campare a fare la prostituta d'alto bordo. Non posso immaginare il lettore che non si rattristi a vedere come l'ex schiava Adah soddisfi ora i piaceri dei ricchi signori del sud, schiera cui il suo stesso padrone apparteneva. Ma anche questa parte della vita di Adah ha una fine improvvisa e burrascosa. La seconda parte della sua storia si conclude infatti con una sequenza drammatica di vignette a mezzatinta che vedono Adah sparare ad Arthur, il fratellastro bianco, membro del Ku Klux Klan e autore dell'assassinio di Tom.



Inizia la terza parte ed entra in scena Ken. Il lettore è giunto a tre quarti della storia e Ken appare solo ora. Ventiquattro tavole soltanto. Ma sono sufficienti per far capire, a chi non lo conoscesse, chi è Ken Parker. Lo ha detto anche Berardi: Ken non è il vero protagonista dell serie, "è una figura a latere, un testimone, il fulcro attorno al quale si raduna una commedia umana". Lui fa emergere le storie degli altri personaggi come Adah. Sono loro i veri protagonisti della serie. Ma come lo fa? Quale è la qualità umana di Ken che permette al personaggio di diventare il vero protagonista? E' l'empatia, la sua grande capacità di ascolto, di immedesimarsi nei panni dell'altro, e di rimandare al suo interlocutore ciò che ha ascoltato arricchito dalla propria esperienza. E' questo rimando che dà poi al personaggio la forza di affrontare la propria vita, di compiere le proprie scelte, di diventare il protagonista della propria storia. E in Adah è evidentissimo, così come lo era stato con Pat O'Shane.
Adah è in fuga: Arthur si è miracolosamente salvato e la legge la insegue, costringendola a cambiare continuamente città. E' a Hoolbrook, in Arizona, che il destino di Adah si incrocia con quello di Ken. E qui sono ambientate due tavole a mezzatinta tratte dal diario di Adah in cui c'è il cuore di tutto. Adah ci esprime le emozioni e le sensazioni provate durante il racconto della propria storia a Ken, che siede davanti a lei. Ecco alcuni passi:
"Durante il racconto, spiai continuamente il suo viso augurandomi e temendo allo stesso tempo di trovarci sdegno, ribrezzo, paura. ... Immobile ed inespressivo, il suo viso non tradiva nessuna emozione. Solo gli occhi palpitavano di vita. Erano chiari e vellutati, dolci e profondi, ingenui e disincantati. Più che ascoltare le mie parole, sembrava leggere le contraddizioni che nascondevano. Per un attimo mi sentii esposta e violata. Come si permetteva quel tizio di mettermi a nudo più di quanto non stessi già facendo io stessa? Con quale diritto e a che scopo s'impadroniva delle mie sensazioni più intime? Fui sul punto di tacere. Ma non c'era arroganza nel suo sguardo. Se mai, dolorosa partecipazione di chi ha vissuto i momenti drammatici della vita e riesce ad amarla."

Empatia: il cuore di tutto. Adah è colpita dalla partecipazione di Ken. E quindi ascolta le sue parole, che la invitano e le danno la forza per affrontare la Giustizia. Solo così Adah potrà essere una persona veramente libera. Le pagine seguenti vedono Ken aiutare Adah nel liberarsi definitivamente dai suoi spietati inseguitori e, soprattutto, vedono Ken "discreto come un amico e protettivo come un fratello", accompagnare la protagonista nel suo viaggio incontro alla Giustizia. Ma a volte il destino riserva sorprese insperate: in tribunale i due scoprono che il tentato omicidio di Adah era stato prescritto da una precedente amnistia e che gli inseguitori di Adah non erano uomini di Giustizia ma sicari di famiglia.
La tavola finale, ancora a mezzatinta, è fra le più belle di tutta la serie. Ken accompagna Adah al treno. I due si scambiano un arrivederci "ben sapendo che si trattava di un addio". Sono i primi passi di una donna finalmente e veramente libera. Passi ancora incerti ed insicuri, ma guidati da una grande forza interiore che sta nascendo e che fa pronunciare ad Adah le parole finali:
"Mi ci erano voluti ventotto anni per capire che la libertà è un bene prezioso che va conquistato giorno per giorno. Da allora però non l'ho più scordato. Così come non scorderò mai chi me l'insegnò, un uomo bianco dagli occhi vellutati" 

domenica 8 giugno 2014

Pat O'Shane, il valore dell'amicizia in Ken Parker


L'ottavo volume di Ken Parker edito da Mondadori Comics ci propone l'ultima storia nella quale compare Pat O'Shane, uno dei personaggi più vitali che Giancarlo Berardi abbia mai creato. Uomini, bestie ed eroi è il titolo dell'albo originariamente uscito nelle edicole nel lontano settembre del 1978, numero 15 della serie originale di Ken Parker pubblicata dalla Cepim di Sergio Bonelli. Era il quarto episodio consecutivo nel quale la giovane vagabonda dai capelli rossi accompagnava Ken nelle sue avventure. A dire il vero sarebbe più corretto dire il contrario: è Lungo Fucile che fa da co-protagonista alle vicende ora molto tristi, ora perfino comiche della sfrontata adolescente. D'altronde questa è una caratteristica della vita di Ken: la sua empatia e la sua curiosità lo mettono continuamente alla ricerca dell'altro, al suo ascolto, a mettersi nei panni altrui. Lo dice lo stesso autore nella rubrica Berardi risponde:
"I personaggi come Pat sono i veri protagonisti della saga. E cambiano sempre di numero in numero con rare eccezioni. Ken è una figura a latere, un testimone, il fulcro attorno al quale si raduna una commedia umana lunga ottantotto episodi."
Il rapporto con le persone è basato sulla fiducia, sulla lealtà e sul rispetto. Ken non esita a rimboccarsi le maniche se l'altro ha bisogno e lo merita. Con questa attitudine Ken è anche molto vulnerabile, e infatti ne prende tante (fisicamente e psicologicamente), ma, nello stesso tempo, riesce a fare degli incontri straordinari. Già Nanuk, l'inuit simpatico e un po' filosofo, abile pescatore e compagno fedele in pericolosissime avventure nei freddi ghiacci dell'Alaska settentrionale, aveva incrociato il destino di Ken lungo tre storie indimenticabili, nelle quali era nata una vera amicizia fra i due che Berardi aveva tratteggiato con molta sensibilità.
Pat si spinge oltre: instaura con il Nostro un rapporto particolare nato da una terribile tragedia, l'assassinio del fratello maggiore che la lascia sola al mondo. Incontra Ken in una cittadina dell'Alaska meridionale in un frangente per lui molto delicato. Scambiato per un delinquente e frettolosamente condannato alla pena capitale, Ken viene aiutato ad evadere di prigione dopo che Pat si era spacciata per sua figlia. Nasce così il legame fra i due, nel quale Lungo Fucile è un po' amico, un po' fratello maggiore, un po' padre e anche un po' fidanzato.



L'albo in cui avviene la reciproca conoscenza è uno dei migliori, il numero 12 della serie originale, intitolato La ballata di Pat O'Shane. L'importanza dell'albo è duplice. Da una parte, nella sceneggiatura, Berardi abbandona definitivamente le didascalie sostituendole con il testo e lo spartito di una canzone, la ballata di Pat O'Shane appunto, scritta e musicata da lui stesso, che fa da coro alle avventure narrate nell'albo. Dall'altro, nei disegni, Ivo Milazzo ha raggiunto quella maturità nel tratto che non abbandonerà più nelle pagine di Ken: il protagonista e tutti i personaggi recitano con grande naturalezza ed espressività.
Lasciare Pat è molto doloroso anche per noi lettori, non solo per Ken. Perché ci siamo divertiti un sacco e ci siamo commossi con questa ragazza dai capelli rossi e con il viso punteggiato da lentiggini, impertinente e spiritosa, emotiva e simpatica, istintiva e coraggiosa, ancora bambina per certi aspetti e già donna per altri. Ma non poteva andare diversamente: Pat ha realizzato il sogno di stabilirsi in un ranch acquistato con i propri risparmi, dove sarà aiutata da due onesti lavoratori e da un giovane che le vuole bene. E Ken la ha accompagnata in questa impresa mettendoci, come al solito, tutto se stesso.
"Chiuso in un ranch mi sentirei come in prigione"
obbietta Ken a Pat che non vorrebbe lasciarlo andare via. E aggiunge:
"Ora non hai più bisogno di me. Hai messo le ali, ed è giusto che voli libera, senza pesi..."
C'è tutto Ken Parker in queste due frasi. E quello che Ken lascia nel cuore degli altri, Pat lo grida con tutto il fiato che ha in corpo mentre due lacrimoni le rigano le guance:
"Ti porterò nel cuore, Ken! Per tutta la vita!"


giovedì 9 agosto 2012

John Doe e il fratello di Bill


Non ho mai letto John Doe, il fumetto di Lorenzo Bartoli e Roberto Recchioni edito dall'Editoriale Aurea. Non so esattamente perché, so solo che non mi è mai venuta la curiosità nemmeno di acquistarne una copia. Questione di impressioni, di scarso appeal dei disegni di copertina, del fatto che Recchioni è uno degli autori e, da quel che leggo sul suo blog, mi ispira scarsa simpatia. Non lo so... Dicevo: non ho mai comprato nessun albo di John Doe .... fino ad un mese fa circa, quando sono uscito dall'edicola con il penultimo numero della serie, intitolato "La polvere del tramonto". Avevo un ottimo motivo per investire 3 euro. Avevo infatti letto in rete che sull'albo di giugno veniva reso omaggio ad un grande personaggio del fumetto: il fratello di Bill Parker, Ken.
Devo dire la verità: mi ha fatto tenerezza ritrovare Ken là dove tutti i suoi lettori l'avevano lasciato, in un carcere. John lo vede accovacciato da solo nel cortile e lo raggiunge. Si instaura un rapporto basato sulla reciproca riconoscenza di molte affinità e di alcune differenze: i due diventano inseparabili.
Dico subito che i testi mi son piaciuti di più dei disegni (troppo scuri e cupi per i miei gusti) di Paolo D'Antonio, anche se ogni tanto John tende a strafare, facendo il saputello nei confronti di Ken. La parte più bella è quando gli autori mettono in bocca a Ken le sue preferenze e le sue passioni, sullo sfondo di immagini che lo ritraggono libero, nel suo passato:

"A me piace la prateria, sconfinata, verde... madre e matrigna per l'uomo. Mi piace la neve che scricchiola sotto gli stivali... Mi piace il mio Kentucky. Non chiede niente, ma sa fare la voce grossa, se occorre.. Mi piace la natura. Non ha morale, soltanto forza e debolezza...debolezza e forza... Mi piacciono le differenze, la diversità... Mi piacciono le discussioni che portano a qualcosa... Mi piace la forza che diventa dolcezza... E poi, più di tutto, mi piace costruire... costruire insieme agli altri. Vedere le cose che crescono e cambiano. Sì. Questo è ciò che mi piace..."

C'è quasi tutto Ken in queste parole. Ma, secondo me, manca una sua caratteristica importante. L'ascolto. Una qualità così poco diffusa fra gli uomini. L'ascolto e l'empatia. Ken presta massima attenzione al suo interlocutore, sempre. Il suo è un ascolto attivo, gli occhi sono solo disegnati, ma restituiscono la partecipazione del racconto dell'altro. E poi ha la rara capacità di mettersi nei panni di colui che gli sta di fronte. E' per questo che Ken è un grande personaggio dei fumetti.
Ci sono poi alcune pagine in cui l'omaggio a Chemako scricchiola parecchio. John fa una lunga filippica meta-fumettistica sulla libertà dei personaggi, sui loro scrittori, sul concetto di gabbia reale e virtuale, insegnando con supponenza ad un Ken, rappresentato quasi come un sempliciotto, quello che lui in realtà sa già da tempo. Ovvero che la griglia entro cui loro sono imprigionati si può spezzare, distorcere, tirare, bucare.




John infatti non fa altro che scimmiottare Ken quando, nel memorabile numero 24 del Ken Parker Magazine intitolato "La terra degli eroi", trascina i suoi autori Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo dentro il fumetto.


Ecco, magari gli autori potevano risparmiarsi queste pagine.... ma, come dice lo stesso John a Ken:
"Noi siamo il frutto della fantasia di qualcun altro. Nel mio caso di più fantasie malate... fantasie dotate di pochissimo talento..... Io sono nelle mani di autentici cialtroni!  Il tuo autore è uno serio, bravissimo... quasi ti compatisco che i miei ti abbiano scelto per percorrere un pezzo di strada insieme a me!"
In effetti un po' lo compatisco anche io... ma è comunque stato molto piacevole ritrovare Ken sulle pagine di un albo a fumetti, in un'edicola. Spero che la prossima volta gli autori siano quelli bravissimi... gli originali.

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