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domenica 22 aprile 2012

Lo spirito della Resistenza racchiuso in una cripta




Fortunatamente Corto Maltese si sbaglia: personaggi reali, e non di fantasia come lui, hanno immolato infatti la propria vita in un atto coraggioso e disinteressato, in nome della libertà e della dignità dell'uomo. È questo il caso di Jozef Gabcìk e Jan Kubis, i due paracadutisti, uno ceco, l'altro slovacco, che si avventurarono in una missione suicida per uccidere lo spietato Reinhard Heydrich, la bestia bionda, il numero 2 di Himmler, l'architetto della soluzione finale degli ebrei. Operazione Antropoide era il nome in codice della più spettacolare ed eroica azione di guerriglia partigiana messa in atto in Europa contro il nazifascismo.



Il teatro è il seguente: la Cecoslovacchia è divisa e assoggettata al giogo nazista, il Protettorato di Boemia e Moravia è affidato al feroce gerarca delle SS che soffoca in un terrore sanguinario ogni resistenza locale, la Praga del 1941-1942 è completamente sottomessa al principe nero. Il governo cecoslovacco di Benes, in esilio a Londra, progetta l'attentato affidandone l'esecuzione a due giovani soldati. Non ne sapevo nulla finché non ho letto “HHhH– il cervello di Himmler si chiama Heydrich” l'appassionante romanzo di Laurent Binet, giovane studioso francese ossessionato da questa vicenda. L'opera di Binet in realtà sfugge ad una chiara definizione: non è esattamente un romanzo ma è appassionante come solo i migliori romanzi sanno essere. Binet entra in prima persona come personaggio raccontandoci la storia della sua ossessione per Antropoide, ci svela tutte le sue ricerche, i suoi dubbi, la cura e gli scrupoli osservati nella ricostruzione storica. Chiede scusa al lettore ma soprattutto ai veri protagonisti storici se, facendone un romanzo, altera inevitabilmente la realtà (“la Mercedes su cui viaggiava Heydrich al momento dell'attentato era verde o nera?”). Ma è solo attraverso la letteratura che il suo omaggio ai resistenti fa imprimere la loro figura nella memoria collettiva. Il pregio del libro sta proprio nel far rivivere i protagonisti, i loro sentimenti, le loro idee anche e soprattutto grazie alla vibrante passione dell'autore, trasmessa al lettore in ogni pagina. Il 27 maggio del 1942 l'attentato si compie e il suo svolgimento sembra scritto da uno sceneggiatore di Hollywood: la granata lanciata contro la Mercedes non uccide ma ferisce la bestia bionda che si rialza in piedi per sparare al partigiano il cui Sten si è inceppato. C'è la fuga attraverso le vie di Praga e la ricerca di un nascondiglio all'interno di una cripta dove, a distanza di pochi giorni, dopo che la bestia bionda è morta in ospedale in seguito alle ferite, un lungo assedio da parte di ottocento SS avrà ragione di pochi uomini. In quella cripta Binet torna dopo più di sessant'anni e ritrova tutto:

Laurent Binet
“Nella cripta c’era tutto.
C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, […], c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre.”

domenica 28 marzo 2010

La Francia e la considerazione del fumetto



Questo video è la presentazione di un numero speciale di una rivista letteraria francese che si chiama Books. E' interamente dedicato al fumetto, alle nuove espressioni di questa forma d'arte. Sono presentati i recenti lavori di diversi autori come Joe Sacco, Munoz, David B. e i nostri Gipi ed Igort. Non è un fatto di cui sorprendersi: la considerazione che il fumetto ha in Francia e la dignità che gli viene riconosciuta sono ormai scontate. Così non è invece in Italia, dove molti ancora lo trattano, anche inconsciamente, alla stregua di arte di serie B.
Per convincersene basta leggere questo articolo della Stampa riguardante la celebrazione dei 60 anni di Peanuts, avvenuta all'università di Bologna alla presenza della vedova di Schulz. All'incontro ha partecipato anche Umberto Eco il cui intervento, ricorda il giornalista, è servito a riscattare "una volta di più il fumetto dal rango di arte di serie B". E questo perché il semiologo definisce i personaggi di Schulz  come dei classici intramontabili a differenza de Il giovane Holden di Salinger che viene considerato un po' datato. Secondo me è proprio il giornalista che inconsciamente pensa che i fumetti siano letture di seconda categoria, e attribuisce al discorso di Eco un merito totalmente estraneo alle sue intenzioni, ovvero quello di una rivincita delle nuvole parlanti sulla parola scritta.

domenica 24 gennaio 2010

174517

E' il numero stampato sul braccio di Primo Levi quando entrò nel febbraio del 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz. Si sta avvicinando il 27 gennaio, il giorno della memoria: per Primo Levi la memoria era un dovere, cui si sottopose appena uscito dal lager, appena ebbe a disposizione una carta, una matita e un tavolo. Per tutta la sua vita la memoria rappresentò il suo impegno di testimone diretto, soprattuto nei confronti dei giovani.



Più volte affermò l'importanza dell'educazione scolastica come strumento essenziale per tenere viva la memoria, ricordando come i regimi nazista e fascista ebbero nella propaganda e nella scuola le armi principali per la generazione di fanatici sostenitori.


Lessi Se questo è un uomo e La tregua alle medie, come spero facciano tuttora gli studenti di quell'età, ma li rilessi e li feci miei più tardi, durante gli anni dell'università, ancora giovane certo, ma più o meno alla stessa età in cui Primo Levi fu catturato e portato ad Auschwitz. Primo Levi da allora è diventato il mio autore preferito e non solo per le sue opere centrate sulla Shoah, ma anche per i suoi libri e racconti che hanno come tema il lavoro, la scienza e la chimica: che non sono affatto disgiunti da quello concentrazionario, anzi. La chimica era per Levi uno strumento di analisi della realtà e della natura nella sua essenza più profonda. Il mestiere di chimico non lo abbandonava mai mentre scriveva, anzi gli offriva punti di vista e mezzi utilissimi per la sua analisi della realtà umana. Un aspetto poi poco noto di Levi è la sua grande ironia, evidente in molti suoi straordinari racconti. Quello che voglio dire è che Levi è molto di più di quello che di lui è più noto, è una miniera inesauribile di spunti e di riflessioni sul mondo e sull'uomo.



Quando penso a Primo Levi il primo sentimento che provo è la tristezza: per le ferite che ha subito personalmente, per l'abominio a cui l'uomo può arrivare in certe condizioni. Levi diceva che fra i suoi aguzzini rarissimi erano i mostri mentre la maggior parte erano uomini normali: ciò che lui subì fu nello stesso tempo disumano ma anche umano in quanto opera dell'uomo. Ammettere che dentro di noi si nasconda una parte così nera è pesante, ma così è. Per fortuna la tristezza poi mi abbandona, scacciata da uno sconfinato senso di affetto e rispetto per un uomo così grande, dietro la cui mitezza e perfino dolcezza emergono chiare fermezza, lucidità di pensiero e una straordinaria perseveranza nel testimoniare per il bene degli altri uomini. Mi rassicura sapere che è esistita una persona così, perché anche io sono fatto della sua stessa natura. Dentro di noi c'è veramente tutto.


   

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