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lunedì 30 dicembre 2013

Short Tex o compressed Tex?

Disegno di Laura Zuccheri
Il Color Tex 4 uscito nelle edicole italiane il 20 novembre si caratterizza per una novità assolutamente unica. Per la prima volta nella storia del Ranger, infatti, la Bonelli pubblica un albo contenente quattro racconti brevi. Non era mai successo prima d'ora, se non con alcune storie edite fuori serie su altre riviste. L'esperimento è interessante e anche azzardato perché non è scontato che un'avventura di Tex, che si dispiega abitualmente su almeno 2 albi di 114 pagine, funzioni anche in sole 32 tavole. Sì, perché la short story è un genere ben codificato con le sue regole che sono, più o meno, queste:
  1. Lunghezza: non è una questione di numero di pagine massime o minime, ma è qualcosa di convenzionale
  2. Tempo: è l'elemento fondamentale che differenzia una short story da un romanzo. Il tempo è delimitato, senza digressioni. Il tutto si risolve in una scena, in uno spaccato. Nel romanzo invece il tempo è diluito, ci sono salti temporali nel passato, ci sono due o più storie che si corrono in parallelo per poi intersecarsi.
  3. Spazio: è stretto e il tutto si risolve in all'interno di un'unica ambientazione. Nel racconto lungo ci sono più ambientazioni, anche se limitate. Nel romanzo, al contrario, lo spazio è esteso.
  4. Dettaglio: il racconto breve parte dal dettaglio, il narratore è la macchina da presa che zooma su un dettaglio di una scena. Dettaglio che non è fine a se stesso, ma che evoca un mondo. Si va quindi dal particolare al generale, ma quest'ultimo è solo evocato e non esplicitato. Nel romanzo, invece, i dettagli sono un contorno, non il cuore della storia.
  5. Personaggi: sono poco delineati, si dice poco di loro, gli si fa compiere delle azioni o dei gesti. Non si sa cosa sia successo prima o cosa succederà dopo. Li si coglie nel mentre di una scena. Nel romanzo hanno un passato e le loro caratteristiche vengono continuamente approfondite. La loro complessità viene molto esplorata.
  6. Tensione: c'è quasi sempre una grande tensione narrativa. Tutto si risolve e si concentra nel breve, non ci sono pause e il ritmo è sempre alto.
  7. Non detto: è più frequente rispetto al romanzo dove tutto è più esplicito.
A me pare che queste norme non siano state molto rispettate in tutti e quattro i racconti di cui si compone l'ultimo Color Tex. Ma vediamoli più nel dettaglio.

Tavola di Giampiero Casertano
Il primo, intitolato L'uomo sbagliato, è firmato da Tito Faraci per i testi, Giampiero Casertano per i disegni e Oscar Celestini per la colorazione. Tex deve scoprire chi, fra i cinque passeggeri molto eterogenei di una diligenza, sia il sicario che si prepara ad uccidere un senatore durante un comizio nella città in cui la diligenza è diretta. A parte la breve parentesi a bordo del mezzo di trasporto, l'azione si svolge in un tempo limitato e in diverse ambientazioni della cittadina: l'hotel, il saloon, l'ufficio dello sceriffo e l'epilogo sul tetto di un edificio che domina la main street. C'è un flashback superfluo che spiega come Tex ha saputo del sicario: non serve, aggiunge informazioni che potevano anche essere ignorate dal lettore e, soprattutto, fa scendere la tensione. Dei cinque possibili killer, gli unici su cui cadono i sospetti sono il pianista e, soprattutto, il prete. Visto che il musicista svela quasi subito nel saloon lo scopo del suo viaggio, la tensione crolla. E il romantico colpo di scena finale aggiunge ben poco ad una storia scialba.

Tavola di Sandro Scascitelli
Il secondo racconto, Un covo di belve, è molto più intrigante. Pasquale Ruju confeziona una buona storia e i disegni di Sandro Scascitelli uniti alla colorazione di Overdrive Studio le conferiscono un'atmosfera molto realistica e cupa. Anche in questo caso, però, si cade nell'errore di voler spiegare ogni cosa, ricorrendo a continui flashback che raccontano perché Tex sia sulle tracce del rapinatore Murray e di come lo siano anche i superstiti della sua banda. Fatti che in una storia lunga costituirebbero il corretto prologo, ma che qui appesantiscono la lettura che invece non vede l'ora di filare via dritta verso il sorprendete finale.

Tavola di Stefano Biglia
Gianfranco Manfredi scrive la migliore delle quattro storie presentate: tesa quasi sempre dall'inizio alla fine e con personaggi tratteggiati con poche ma significative pennellate. Stefano Biglia disegna un Tex perfetto, da arruolare subito fra i disegnatori ufficiali del Ranger! La colorazione fredda di Oscar Celestini si addice a questa storia ambientata in un innevato paese del Nebraska, dove Tex incontra una sua vecchia conoscenza, il cacciatore di taglie Scott Wannabe, giunto nello sperduto villaggio per rintracciare l'ultimo componente della banda Dillon. L'epilogo finale è un classico ma freschissimo esempio di come si dovrebbe scrivere Tex, facendo risaltare alcune delle sue qualità, come l'acutezza d'ingegno e il senso umano di giustizia che è superiore a quello che dice la fredda legge. Difetti? Un flashback che racconta l'episodio in cui Tex e Scott si conobbero: inutile perché non aggiunge nulla. E la spiegazione finale di Tex al superstite della banda: non serve perché sappiamo che il nostro Ranger ha un intuito superiore e lo aveva appena dimostrato nei fatti, le parole sono superflue.

Tavola di Nicola Genzianella
Dell'ultimo racconto, scritto da Mauro Boselli, rimane alla fine della lettura un po' di perplessità. L' ambientazione è affascinante (La valle sacra del titolo) fra rocce, canyon e grotte disegnate alla perfezione da Nicola Genzianella e colorate altrettanto bene dall'Overdrive Studio. Il tema è interessante: da una parte la ricerca da parte di vili criminali di un tesoro nascosto nella valle e custodito da un vecchio sciamano il cui antico passato da predone incrociò il fucile di Tex, dall'altra la vendetta del Grande Spirito che si abbatte sugli impuri di cuore. Ci sta pure il breve flashback con cui Tex rievoca il suo incontro con il predone, visto che aggiunge una informazione essenziale al racconto. Ma qualcosa non torna. Sarà perché il Ranger si fa beccare in un agguato nel canyon come l'ultimo dei polli, rimettendoci quasi la pelle? Sarà perché il volto che il pur bravo Genzianella ha dato a Tex non è affatto convincente? Sarà perché comunque nella resa dei conti finale Tex è troppo dipendente dall'aiuto ricevuto da non svelo chi? Sarà perché, quindi, il protagonista di questa storia potrebbe essere un cowboy qualsiasi e non il Ranger che noi tutti conosciamo?
L'esperimento short Tex ha funzionato poco, secondo me: è da rivedere in molti punti, soprattutto nella regola bonelliana di spiegare sempre tutto che, in questi casi, non andrebbe applicata, pena la trasformazione di una short story in una compressed long story con l'inevitabile calo di tensione narrativa.


Punto a favore dell'albo (ma indipendente dalla formula interna di short o long story) è la splendida copertina di Laura Zuccheri che regala a Tex un'espressione e una postura che sono più eloquenti di mille vignette.

martedì 23 ottobre 2012

La madre di tutte le avventure


“Una nuova collana di storie uniche, originali, avventurose, tutte a fumetti...” 

























Con queste parole Sergio Bonelli presentava nel 1976 la collana Un uomo un'avventura. Sono perfette oggi per introdurre la nuova serie bonelliana Le Storie, che ha esordito brillantemente nelle edicole italiane con l'albo Il boia di Parigi, scritto da Paola Barbato e disegnato da Giampiero Casertano.
La Rivoluzione Francese passerà il testimone al Giappone del periodo Edo e poi all'India coloniale di metà Ottocento: sono questi i primi tre contesti storici che fanno da sfondo alle avventure di personaggi ogni mese diversi. E' la stessa formula che contraddistinse Un uomo un'avventura.

Le Storie sono figlie di quella lontana esperienza editoriale, affascinante e coraggiosa per quei tempi, fortemente voluta da Sergio Bonelli.
Sul rapporto che lega le due collane e sulle conseguenze positive che Un uomo un'avventura ha avuto per tutto il fumetto bonelliano (e non), ho scritto un articolo che potete leggere qui, su Fucine Mute.

Sempre su Fucine Mute, segnalo questa recensione di Annamaria Martinolli che analizza la figura di Charles-Henri Sanson, il boia di Parigi, nell'umano ritratto che Paola Barbato ha restituito ai lettori.

mercoledì 17 ottobre 2012

Storie d'Avventura

Ottimo esordio per il primo numero de Le Storie, la nuova collana mensile della Sergio Bonelli Editore. Il progetto del direttore editoriale Mauro Marcheselli si è finalmente tramutato in realtà con la prima uscita, intitolata Il boia di Parigi. Paola Barbato ha scritto e sceneggiato una storia molto convincente, che vede come protagonista Charles-Henri Sanson, il boia del Re che diventa boia del Popolo. Uno sguardo molto personale su alcuni aspetti della Rivoluzione, del tutto inedito per chi è abituato al tradizionale racconto che si fa sui libri di questo fondamentale evento storico. L'uomo Sanson, i suoi pensieri, il suo animo, sono descritti con estrema sensibilità e i magistrali disegni di Giampiero Casertano, con dei chiaro-scuri affascinanti, sottolineano e accentuano il pathos della vicenda.
Sono proprio i disegni che fanno insorgere nel lettore il rimpianto di non poterli ammirare in un formato più grande, magari quello in cui erano state pubblicate circa 35 anni fa le storie d'avventura cui questa nuova collana si richiama: Un uomo un'avventura. Nello stesso editoriale presente in seconda di copertina de Il boia di Parigi, si fa riferimento al "sottile ma robusto" filo rosso che collega Le Storie a quella che è stata una delle più importanti iniziative editoriali che Sergio Bonelli realizzò.
L'Avventura è protagonista attraverso la vicenda di un uomo inserita in un ben preciso contesto storico, con la sceneggiatura di capaci e valenti scrittori e i disegni di maestri del calibro di Pratt, Battaglia, Micheluzzi, Toppi, Buzzelli, Milazzo, Manara, CrepaxTacconi, Bonvi e molti altri. Trenta pezzi in tutto, confezionati in albi cartonati grandi, alla francese, a colori e con carta patinata, distribuiti nelle edicole. Questa eccezionale collezione di "graphic novel" ante litteram (che fa impallidire per la cura e la qualità molte attuali "graphic novel" da libreria) è l'antenata della nuova serie bonelliana ora in edicola: gli ingredienti sono gli stessi, cambia solo (?!?!) il formato, ma è giusto e ovvio che sia così. Il motivo infatti della chiusura di Un uomo un'avventura fu proprio economico: gli albi costavano troppo all'editore in rapporto alle entrate.

Sergio Bonelli ha ricordato con queste parole quell'esperienza:
"La collana è stata una concessione, un regalo che mi son fatto perché mi piaceva l'idea di un'iniziativa pensata insieme a certi disegnatori che mi piacevano. Tanto è vero che ho lasciato anche una certa libertà nella gabbia della tavola. Chissà, magari Toppi quella libertà se la sarebbe concessa lo stesso, ma comunque non avevo preteso quel rigore che di solito mi caratterizza. In questo caso volevo gratificare il sottoscritto e quella generazione di grandissimi disegnatori attraverso la nostra comune passione per l'Avventura."
E il regalo, Sergio Bonelli, lo ha fatto a tutti i lettori.
Ma ritornerò ancora su Un uomo un'avventura, per sottolinearne l'importanza, non del tutto capita secondo me, che ha rappresentato per la casa editrice milanese e per il fumetto italiano in generale.

Tornando a Il boia di Parigi, c'è un aspetto della storia che mi preme evidenziare. Alcuni lettori sui forum in rete hanno rimarcato come non si aspettassero di leggere una rappresentazione della Rivoluzione Francese così reazionaria. Mi pare un giudizio esagerato: Robespierre e Saint Just sono ritratti, in effetti, come cinici e spietati nei confronti dei nobili che salgono patibolo; il popolo esulta alla vista del sangue colante dalla testa mozzata. Ma questo cosa significa? Non lo sappiamo dai libri di storia che la Rivoluzione si trasformò, ad un certo punto, nel Terrore? E non è noto che la folla sfoga i peggiori istinti quando ha di fronte a sé il singolo che, un tempo forte e prepotente, ora si mostra debole e vulnerabile? Sanson fa il boia e queste sono le persone con cui si è confrontato. La Barbato lo rappresenta in modo credibile, plausibile ed onesto. Non ci sono in ballo le sorti della Rivoluzione in questa storia, ma unicamente la vicenda umana della persona.
Ritroveremo fra un mese una nuova copertina di Aldo Di Gennaro a impreziosire il secondo albo, firmato dalla coppia Recchioni - Accardi, che ci porterà nel Giappone dei samurai.

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