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domenica 14 dicembre 2014

Quattro nuove short stories per Tex Willer


Dopo la prima prova di un anno fa, ritornano le storie brevi a colori di Tex Willer nell'albo numero 6 della collana Color Tex, intitolato Stelle di latta e altre storie. Si tratta di un albo che vede diversi autori al loro esordio sulle pagine del Ranger, tanto fra i disegnatori quanto fra gli sceneggiatori. Fra i primi balza subito all'occhio la bella copertina del pordenonese Giulio De Vita, che vorremmo vedere più spesso pubblicato in Italia e non solo Oltralpe, dove il suo talento è stato ampiamente riconosciuto da tempo.
Come ho già scritto in un precedente post, a me piacciono le short stories che sono caratterizzate da uno spazio di azione ben preciso, da una durata di tempo limitata, da personaggi appena abbozzati, da una forte tensione e da un non detto che lascia spazio all'intuito del lettore. E le quattro storie del nuovo Color Tex non mi hanno convinto del tutto.



La prima, Stelle di latta, è proposta dalla coppia di autori di LukasMichele Medda ai testi e Michele Benevento alle matite, qui con l'aiuto di Oscar Celestini alla colorazione. Mi è parsa una storia molto ricca di avvenimenti e di personaggi con un interessante passato, più adatta a dispiegarsi su un racconto lungo piuttosto che su uno breve. Mi sarebbe piaciuto conoscere di più sul passato comune di Carson e dei suoi due vecchi amici ritrovati. Invece tutto è spiegato un po' sbrigativamente: serviva qui un maggiore approfondimento della storia personale e comune dei tre. Inoltre i fatti della trama si svolgono con un'eccessiva fretta. Un bel soggetto che meritava di essere sviluppato su duecento tavole della serie regolare è stato compresso in trentadue. Peccato. Ottima l'esordio texiano di Benevento che caratterizza i due pards alla perfezione, molto classici nella loro naturalezza, così come gli altri personaggi e le varie scene d'azione. Nonostante la buona colorazione, mi è venuta la curiosità di immaginare come sarebbe stato il mood della storia se fosse stata disegnata in bianco e nero, considerando che i neri di Benevento conferiscono alle storie di Lukas un tono cupamente suggestivo.



Maggiore unità di tempo e di luogo ha il secondo racconto, Incontro a Tularosa, firmato da Moreno Burattini per i testi e da Giuseppe Camuncoli per i disegni. Un discreto esordio nel mondo di Tex per il curatore e sceneggiatore di Zagor, altro eroe storico della Bonelli. La tensione è subito molto alta. L'azione è concentrata a Tularosa, un misero pueblo del New Mexico, prima all'interno di una modesta cantina (dal nome sinistro El gato negro) poi nella polverosa main street. Qui, al tramonto, i protagonisti trovano il loro appuntamento con la vendetta e con la morte sfidandosi a duello: temi classici del Far West. Se non fosse per il flash back troppo lungo che provoca un calo della tensione dopo poche tavole e per l'inutile scambio di battute nel finale che spiega come è avvenuta la sostituzione fra Tex e uno dei personaggi, il racconto avrebbe mantenuto un ritmo più sostenuto, e sarebbe risultato più godibile. Camuncoli, qui alla sua prima prova con Aquila della Notte, è un bravo disegnatore noto all'estero grazie ai suoi lavori per la Marvel e la DC, ma la sua tendenza in questa storia a rappresentare le teste dei personaggi piuttosto tozze, soprattutto in Tex, non mi piace. Inoltre ho trovato i colori di Beniamino Del Vecchio troppo sparati.



Il curatore di Tex, Mauro Boselli, ci regala una short story in cui dominano temi come il pregiudizio e l'intolleranza verso il diverso. Nel buio è il titolo del racconto disegnato da un ottimo Luca Rossi e nel buio di un bosco si svolge la maggior parte dell'azione. L'atroce assassinio di due coniugi e la scomparsa della loro figlioletta spinge i prevenuti cittadini di Alder's Gulch, un piccolo centro del Colorado, ad accusare il “mostro” del villaggio. Una classica caccia all'uomo con tanto di torce nella notte e urla inneggianti alla forca. Ma Tex, Carson e Tiger riescono ad evitare il linciaggio, ristabilendo la verità dei fatti e facendo giustizia. Bello l'incipit iniziale con il passaggio brusco dalla scena felice in cui i ragazzini giocano a quella drammatica e violenta dell'assassinio. Da lì in avanti la tensione narrativa rimane sempre alta fino al colpo di scena finale. Da sottolineare anche il dettaglio della bambolina di legno trovata nel bosco dalla bambina che tornerà poi anche alla fine. Se proprio volessi trovare una pecca a questa storia direi che il finale ha una caduta nelle vignette conclusive. L'ultima tavola, infatti, prima ti colpisce allo stomaco con la trovata azzeccata del padre che inaspettatamente uccide il figlio assassino, per evitare un'ulteriore delitto. Poi però ti delude quando scopri che il “mostro”, che hai dato per morto tre tavole prima in seguito ad una fucilata ricevuta alla tempia, è vivo e parla con la bambina. Il che permette a Tex di fare una ramanzina, che suona un po' moralista, agli onesti cittadini di Alder's Gulch. Determinanti per la felice creazione dell'atmosfera cupa della storia sono i disegni del dampyriano Rossi all'esordio su Tex (molto riuscite le espressioni con cui ritrae nei volti dei cittadini l'odio, la rabbia, la paura) e i colori di Romina Denti.


Ma la short story più convincente è, non l'avrei mai detto, Randy il fortunato, scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Andrea Accardi. La coppia di autori (all'esordio sulle pagine di Aquila della Notte) è già nota ai lettori della serie bonelliana Le Storie per un paio di albi sul mondo dei samurai che, incomprensibilmente per il sottoscritto, avrà l'onore di una miniserie ad hoc. Non riponevo la minima fiducia nella capacità di Recchioni di imbastire una storia di Tex: non credevo che il suo stile narrativo, che punta spesso all'eccesso, ad alzare i toni, ad abusare dell'azione, potesse adattarsi a raccontare un episodio di Tex Willer. In sostanza, non avrei mai pensato che un autore che ogni tanto fa un po' lo sbruffone potesse scrivere un racconto avente come protagonista un personaggio, come Tex, a cui gli sbruffoni vanno di traverso. E invece mi sbagliavo. Recchioni ha saputo rappresentare in modo originale una delle caratteristiche salienti di Tex: la sua capacità di non mollare mai la preda e di seguirla fino in capo al mondo. Il fuorilegge Randy, la preda in questione, è così ossessionato dal Ranger al punto da sognarlo la notte. Tex è un incubo, è un angelo vendicatore a cui Randy sa, in fondo, di non potersi sottrarre. Il racconto scorre con il giusto ritmo, a partire dall'incubo iniziale, attraverso il breve flash back (che, rappresentato in forma di racconto, non abbassa affatto la tensione), fino alla rapina e alla sanguinaria e ineluttabile resa dei conti. Tex appare direttamente in poche vignette ma la sua presenza è costante, in tutte le tavole, attraverso l'ossessione di Randy. Accardi dà il meglio di sé nelle espressioni con cui ritrae il volto dei personaggi, da quella impenetrabile di Tex, a quella ora terrorizzata, ora da spaccone e infine, in punto di morte, liberatoria di Randy. I colori, ancora di Oscar Celestini, non appesantiscono i disegni, anzi li valorizzano.

sabato 6 settembre 2014

Outlaw Pete: il libro illustrato di Bruce Springsteen


I fans più sfegatati di Bruce Springsteen dividono l'umanità in due grandi categorie: i fortunati che hanno partecipato ad un concerto del Boss, e coloro che non lo hanno fatto. Ho scritto "partecipato" e non "assistito" perché ogni concerto del rocker del New Jersey è un evento in cui la persona che ha comprato il biglietto si sente parte attiva dello show, e non una semplice spettatrice. Nasce infatti una sorta di magico flusso di energia che viene scambiato nei due sensi, dal palco verso il pubblico e viceversa (ne avevo già scritto qui).
Tornando alle due categorie: il 23 luglio del 2009 fu per me la data nella quale passai dall'una all'altra. L'occasione fu il concerto tenuto da Bruce Springsteen e dalla E Street Band (compreso il compianto Big Man) allo Stadio Friuli di Udine. Un'emozione enorme e una gioia incontenibile hanno trasformato una calda sera d'estate in una festa indimenticabile. Il mezzo? La musica, 26 pezzi cantati e ballati dalla band e dal pubblico.
Il quarto fu Outlaw Pete, punta di diamante dell'album Working on a Dream. Si tratta di un brano che invita prima al raccoglimento: Bruce ti sta raccontando una storia, tu lo ascolti quasi in silenzio. E poi la musica cresce, spicca il volo fino a travolgerti. La storia è quella di Pete, bambino fuorilegge, che Springsteen ha tratto da un racconto che la madre gli leggeva negli anni Cinquanta quando era ancora un ragazzino: Bravo Cowboy Bill di Kathryn e Byron Jackson.
“Outlaw Pete is essentially the story of a man trying to outlive and outrun his sins”
Questo è il senso che il Boss dà alla storia, trasformata ora in un libro speciale. Springsteen, infatti, ha chiamato il fumettista ed illustratore Frank Caruso a curarne la parte grafica. Così, il 4 novembre prossimo sarà possibile acquistare nel mercato americano,  grazie all'editore Simon & Schuster, il risultato di questo lavoro a quattro mani.
Alcuni critici hanno inserito a buon diritto i testi di Springsteen nell'alveo della grande storia del romanzo americano: le sue canzoni sono infatti delle short stories che ti catturano per la nitidezza con cui il Boss pennella i personaggi, i loro sentimenti e le loro azioni. Outlaw Pete ha riacquistato grazie a Springsteen una nuova vita, una vita più matura dopo quella vissuta negli anni Cinquanta.

lunedì 30 dicembre 2013

Short Tex o compressed Tex?

Disegno di Laura Zuccheri
Il Color Tex 4 uscito nelle edicole italiane il 20 novembre si caratterizza per una novità assolutamente unica. Per la prima volta nella storia del Ranger, infatti, la Bonelli pubblica un albo contenente quattro racconti brevi. Non era mai successo prima d'ora, se non con alcune storie edite fuori serie su altre riviste. L'esperimento è interessante e anche azzardato perché non è scontato che un'avventura di Tex, che si dispiega abitualmente su almeno 2 albi di 114 pagine, funzioni anche in sole 32 tavole. Sì, perché la short story è un genere ben codificato con le sue regole che sono, più o meno, queste:
  1. Lunghezza: non è una questione di numero di pagine massime o minime, ma è qualcosa di convenzionale
  2. Tempo: è l'elemento fondamentale che differenzia una short story da un romanzo. Il tempo è delimitato, senza digressioni. Il tutto si risolve in una scena, in uno spaccato. Nel romanzo invece il tempo è diluito, ci sono salti temporali nel passato, ci sono due o più storie che si corrono in parallelo per poi intersecarsi.
  3. Spazio: è stretto e il tutto si risolve in all'interno di un'unica ambientazione. Nel racconto lungo ci sono più ambientazioni, anche se limitate. Nel romanzo, al contrario, lo spazio è esteso.
  4. Dettaglio: il racconto breve parte dal dettaglio, il narratore è la macchina da presa che zooma su un dettaglio di una scena. Dettaglio che non è fine a se stesso, ma che evoca un mondo. Si va quindi dal particolare al generale, ma quest'ultimo è solo evocato e non esplicitato. Nel romanzo, invece, i dettagli sono un contorno, non il cuore della storia.
  5. Personaggi: sono poco delineati, si dice poco di loro, gli si fa compiere delle azioni o dei gesti. Non si sa cosa sia successo prima o cosa succederà dopo. Li si coglie nel mentre di una scena. Nel romanzo hanno un passato e le loro caratteristiche vengono continuamente approfondite. La loro complessità viene molto esplorata.
  6. Tensione: c'è quasi sempre una grande tensione narrativa. Tutto si risolve e si concentra nel breve, non ci sono pause e il ritmo è sempre alto.
  7. Non detto: è più frequente rispetto al romanzo dove tutto è più esplicito.
A me pare che queste norme non siano state molto rispettate in tutti e quattro i racconti di cui si compone l'ultimo Color Tex. Ma vediamoli più nel dettaglio.

Tavola di Giampiero Casertano
Il primo, intitolato L'uomo sbagliato, è firmato da Tito Faraci per i testi, Giampiero Casertano per i disegni e Oscar Celestini per la colorazione. Tex deve scoprire chi, fra i cinque passeggeri molto eterogenei di una diligenza, sia il sicario che si prepara ad uccidere un senatore durante un comizio nella città in cui la diligenza è diretta. A parte la breve parentesi a bordo del mezzo di trasporto, l'azione si svolge in un tempo limitato e in diverse ambientazioni della cittadina: l'hotel, il saloon, l'ufficio dello sceriffo e l'epilogo sul tetto di un edificio che domina la main street. C'è un flashback superfluo che spiega come Tex ha saputo del sicario: non serve, aggiunge informazioni che potevano anche essere ignorate dal lettore e, soprattutto, fa scendere la tensione. Dei cinque possibili killer, gli unici su cui cadono i sospetti sono il pianista e, soprattutto, il prete. Visto che il musicista svela quasi subito nel saloon lo scopo del suo viaggio, la tensione crolla. E il romantico colpo di scena finale aggiunge ben poco ad una storia scialba.

Tavola di Sandro Scascitelli
Il secondo racconto, Un covo di belve, è molto più intrigante. Pasquale Ruju confeziona una buona storia e i disegni di Sandro Scascitelli uniti alla colorazione di Overdrive Studio le conferiscono un'atmosfera molto realistica e cupa. Anche in questo caso, però, si cade nell'errore di voler spiegare ogni cosa, ricorrendo a continui flashback che raccontano perché Tex sia sulle tracce del rapinatore Murray e di come lo siano anche i superstiti della sua banda. Fatti che in una storia lunga costituirebbero il corretto prologo, ma che qui appesantiscono la lettura che invece non vede l'ora di filare via dritta verso il sorprendete finale.

Tavola di Stefano Biglia
Gianfranco Manfredi scrive la migliore delle quattro storie presentate: tesa quasi sempre dall'inizio alla fine e con personaggi tratteggiati con poche ma significative pennellate. Stefano Biglia disegna un Tex perfetto, da arruolare subito fra i disegnatori ufficiali del Ranger! La colorazione fredda di Oscar Celestini si addice a questa storia ambientata in un innevato paese del Nebraska, dove Tex incontra una sua vecchia conoscenza, il cacciatore di taglie Scott Wannabe, giunto nello sperduto villaggio per rintracciare l'ultimo componente della banda Dillon. L'epilogo finale è un classico ma freschissimo esempio di come si dovrebbe scrivere Tex, facendo risaltare alcune delle sue qualità, come l'acutezza d'ingegno e il senso umano di giustizia che è superiore a quello che dice la fredda legge. Difetti? Un flashback che racconta l'episodio in cui Tex e Scott si conobbero: inutile perché non aggiunge nulla. E la spiegazione finale di Tex al superstite della banda: non serve perché sappiamo che il nostro Ranger ha un intuito superiore e lo aveva appena dimostrato nei fatti, le parole sono superflue.

Tavola di Nicola Genzianella
Dell'ultimo racconto, scritto da Mauro Boselli, rimane alla fine della lettura un po' di perplessità. L' ambientazione è affascinante (La valle sacra del titolo) fra rocce, canyon e grotte disegnate alla perfezione da Nicola Genzianella e colorate altrettanto bene dall'Overdrive Studio. Il tema è interessante: da una parte la ricerca da parte di vili criminali di un tesoro nascosto nella valle e custodito da un vecchio sciamano il cui antico passato da predone incrociò il fucile di Tex, dall'altra la vendetta del Grande Spirito che si abbatte sugli impuri di cuore. Ci sta pure il breve flashback con cui Tex rievoca il suo incontro con il predone, visto che aggiunge una informazione essenziale al racconto. Ma qualcosa non torna. Sarà perché il Ranger si fa beccare in un agguato nel canyon come l'ultimo dei polli, rimettendoci quasi la pelle? Sarà perché il volto che il pur bravo Genzianella ha dato a Tex non è affatto convincente? Sarà perché comunque nella resa dei conti finale Tex è troppo dipendente dall'aiuto ricevuto da non svelo chi? Sarà perché, quindi, il protagonista di questa storia potrebbe essere un cowboy qualsiasi e non il Ranger che noi tutti conosciamo?
L'esperimento short Tex ha funzionato poco, secondo me: è da rivedere in molti punti, soprattutto nella regola bonelliana di spiegare sempre tutto che, in questi casi, non andrebbe applicata, pena la trasformazione di una short story in una compressed long story con l'inevitabile calo di tensione narrativa.


Punto a favore dell'albo (ma indipendente dalla formula interna di short o long story) è la splendida copertina di Laura Zuccheri che regala a Tex un'espressione e una postura che sono più eloquenti di mille vignette.

mercoledì 22 maggio 2013

La pipa


Ferro affrettò il passo. Un piede dietro l'altro, sguardo basso sul marciapiede, viso nascosto dal bavero rialzato del cappotto. Entrò nel parco da un ingresso secondario, sfiorando una mamma che teneva per mano la sua bambina. Il rumore della ghiaia smossa dai suoi passi gli dette fastidio, si sentì gli occhi di tutti puntati su di lui. Ma si rese subito conto che tutti se ne infischiavano beatamente del suo ingresso. Quel sole inatteso di novembre aveva portato molta gente nel parco e, per qualche ora, tutti si dimenticarono della guerra, della fame e dei tedeschi. Ma Ferro no.
Si diresse al posto stabilito, una piccola radura circondata da siepi e alberi, adocchiò la panchina sul lato ma la vide occupata. Sputò a terra contrariato. Una giovane coppia di adolescenti si scambiava effusioni.
“Che cazzo hanno da baciarsi” si disse “Lui avrebbe già l'età per essere dei nostri. E lei farebbe meglio a starsene a casa, con tutti quei porci fascisti che girano”
Si domandava come farli andar via quando notò l'Attrice avvicinarsi ai due piccioncini. La vide chinarsi verso di loro e scambiare qualche parola. Poco dopo i due ragazzi si alzarono con uno sguardo atterrito e corsero via. Ferro si avvicinò e si sedette sulla panchina ormai liberata a fianco dell'Attrice.
“Attrice, che cazzo hai detto ai due mocciosi per farli andar via così?”
Le labbra della donna, truccate di rosso come sempre, si mossero in quel modo che turbava Ferro.
“Ho detto di essere una della milizia e che, se non sloggiavano, li avrei portati in commissariato”
L'espressione divertita dell'Attrice calmò Ferro. Ma l'improvvisa serenità durò solo qualche istante.
“Perché cazzo Spartaco ha fissato l'appuntamento qui? È pericoloso”
“Tutt'altro” ribatté la donna accavallando le gambe sotto il cappotto verde “spesso i luoghi più frequentati sono quelli più sicuri. Nessuno farà caso a noi”
“E dove cazzo è?” disse ancora Ferro “è in ritardo”
Si alzò, si accese una sigaretta e cominciò a camminare dalla panchina verso il monumento a pochi metri da lui. Il busto in bronzo di un insignificante poeta locale lo stava guardando con aria di sfida. Ferro sostenne lo sguardo, sputò a terra e si voltò.
“Stai tranquillo che arriverà a momenti” rispose l'Attrice mentre si aggiustava una ciocca di capelli rossi sulla fronte. A Ferro piaceva stare con l'Attrice. Certo, avrebbe preferito una stanza di un appartamento, con nessun altro fra i piedi. Ma non erano quelli i tempi per pensare a certe cose. Ferro era concentrato sul prossimo obiettivo. Un obiettivo alla volta, un passo dopo l'altro, senza pensare troppo al futuro. Questa era la politica di sopravvivenza del gappista Ferro. E per sopravvivere non c'era spazio né per il sesso, né tanto meno per l'amore. Quindi riguadagnò la panchina guardando l'Attrice solo come un compagno di battaglia, né uomo né donna. Quelle labbra rosse, però, e il gesto con cui si sistemava i capelli vanificavano ogni sforzo.
“Eccolo” la voce dell'Attrice distrasse Ferro da quei pensieri. Un uomo stretto in una giacca di una misura più grande avanzava verso di loro zoppicando. Spartaco si sedette fra i due compagni portando con sé il suo consueto odore di tabacco di pipa.
Ferro si domandò per l'ennesima volta come diavolo facesse a trovare sempre quel prezioso tabacco. Forse al mercato nero? Un regalo di qualche vecchio parente? Ma si fidava ancora dei parenti? No, impossibile. Doveva averne una riserva nascosta da qualche parte, che non voleva condividere coi compagni. Ma non c'era nessuno che fumava la pipa fra loro. Quindi nessun problema.
“Come mai zoppichi? Cosa ti è successo?” Ferro constatò che la domanda dell'Attrice era molto più pertinente e importante di tutti quegli stupidi pensieri che affollavano la sua mente.
“Sono appena scivolato su un marciapiede qua vicino” rispose indolente Spartaco.
“Cazzo, Spartaco. Hai fatto centinaia di capriole e salti in tutte le nostre azioni e non ti è mai successo nulla. E ora mi scivoli sul marciapiede?” Ferro si alzò stizzito e gettò la sigaretta verso il monumento del poeta.
“Stai calmo. Non è niente. Fra un po' mi passa” disse Spartaco prendendo la pipa dalla tasca della giacca.
Quel gesto lento e le parole tranquille di Spartaco innervosirono ancor di più il compagno.
“Calmo un cazzo! Già trovarsi qui è pericoloso. In più tu mi arrivi zoppo. E se ci beccano? Come fai a scappare? Ti portiamo noi sulle spalle? Dovevi tornartene al tuo rifugio. E avremmo fissato un altro appuntamento.” Ferro gesticolava e camminava a larghi passi fra la panchina e il busto del poeta. Si fermò per cercare un'altra sigaretta nella tasca, ma non la trovò. Diede un calcio alla ghiaia sotto i suoi piedi e sputò per terra.
“Se continui ad agitarti così, attirerai l'attenzione” disse placido Spartaco “Quindi calmati, e torna a sederti”
Ferro infilò le mani nelle tasche del cappotto e si lasciò cadere, imbronciato, sulla panchina. Dalla sua visuale non poteva notare il piccolo livido che Spartaco aveva sulla guancia destra. L'Attrice, seduta dall'altra parte, vide un raggio di sole illuminare quel segno scuro sul volto, ma non disse nulla.
“Chi dobbiamo ammazzare questa volta?” fu la domanda della donna.
Spartaco diede ancora qualche boccata alla pipa prima di rispondere. E la risposta non piacque a nessuno.
“Sei pazzo? Ma è sempre circondato da decine di soldati.” gridò Ferro voltandosi verso il compagno che ignorò tutte le successive parole che vomitarono dalla bocca di Ferro. Anche l'Attrice si era stupita della risposta di Spartaco ma aveva mantenuto il suo sguardo concentrato su quel livido. C'era qualcosa che non la convinceva. Non era proprio un livido. Era una ferita, un taglio. Un piccolo taglio provocato da una lama qualche giorno prima. Si stava già cicatrizzando, infatti, ma la piccola tumefazione circostante rivelava che non era passato tanto tempo. Fece un paio di conti. Non vedevano Spartaco da una settimana. E sette giorni fa Spartaco non zoppicava e il suo volto era liscio e privo di lacerazioni.
Il fumo usciva dalla pipa ad intervalli regolari. L'Attrice spostò l'attenzione sulla mano che stringeva la pipa. L'unghia del pollice mancava. Una crosta scura di sangue rappreso misto a carne indurita la sostituiva. Spartaco si voltò verso l'Attrice. Gli sguardi si incrociarono. Ferro sproloquiava camminando avanti e indietro fra il busto e la panchina. Spartaco chiuse gli occhi e rigirò la testa a guardare un punto indistinto davanti a sé. La pipa dentro e fuori dalla sua bocca. Con regolarità.
Poi si fermò. Abbassò il busto in avanti e diede piccoli colpi sul terreno per far uscire quel poco di tabacco che era rimasto nella pipa. Due spari risuonarono a spezzare ogni altro rumore. Spartaco vide cadere davanti a sé il corpo di Ferro. Il volto del compagno ad un metro dal proprio. Gli occhi spalancati e increduli a cercare una risposta in quelli di Spartaco. Questi ruotò la testa a destra e vide l'Attrice alzarsi e correre verso un cespuglio a fianco della panchina. Solo due passi e altri due spari. Guardò l'Attrice cadere faccia a terra, un rivolo di sangue uscì dall'orecchio a bagnare la ghiaia.
Spartaco raddrizzò il busto, si alzò dalla panchina e fece un passo in direzione del monumento al poeta. Un ufficiale tedesco stava in piedi davanti a lui, chiuso in un pastrano lucido. I raggi del sole si riflettevano sulle lenti dei piccoli occhiali. Nella mano destra una pistola, nell'altra una pipa. Entrambe fumanti.

martedì 7 maggio 2013

Il figlio del softwarista


Infermiere e dottori entravano e uscivano continuamente dalla porta sul reparto maternità alla sua destra. Andrea, sprofondato su una scomoda sedia di plastica, guardava fisso davanti a sé gli ascensori che si aprivano e chiudevano, annunciati da una fastidiosa voce elettronica. Una mosca volò incrociando il suo sguardo perso. Per un momento si distrasse e ne seguì la traiettoria, fino a che l'insetto si posò sulla sedia vuota accanto a lui. Il giornale strappato che teneva in mano atterrò con un tonfo secco sull'indifesa bestiolina. Le persone attorno a lui fecero silenzio e lo guardarono severe. Indifferente, si alzò, raccolse da terra il giornale e l' immobile mosca e li gettò con noncuranza nel cestino colmo di rifiuti. Pazienti, visitatori e personale ospedaliero ripresero a parlare e a muoversi. Andrea fece scivolare le mani sulle guance tergendosi il sudore. Si risedette e, a testa china con le braccia appoggiate alle ginocchia, prese a fissare un punto dello sporco pavimento sotto di sé.
“Oh, eccoti qua! Ciao! Allora, come va?” una voce familiare e una pacca sulla spalla distolsero Andrea dai suoi pensieri. Alzò lo sguardo fino ad intercettare la faccia rubiconda di suo fratello. Il sorriso di Michele gli diede un po' di calore. Si alzò e lo abbracciò.
“Ma sei tutto sudato! Con il freddo che fa fuori? Da quando sei qua? Come sta Antonella?” disse Michele allontanando da sé Andrea per guardarlo bene negli occhi. Nei secondi che precedettero la risposta, il sorriso del fratello si tramutò in un'espressione preoccupata. Andrea si strinse le guance fra le mani, lisciandosi la barba, vecchia di un paio di giorni.
“Non so come sta. Sono arrivato mezz'ora fa dall'ufficio, ma nessuno qui mi dice niente” furono le parole che Andrea pronunciò meccanicamente. Abbassò lo sguardo a terra mentre Michele ribatté:
“Come non sai niente? E Antonella come ci è arrivata in ospedale?” Michele non si rese conto di aver alzato il tono della voce.
Andrea si strinse ancora la testa fra le mani mentre, con un filo di voce, rispose al fratello.
“Non lo so come ci sia arrivata. Mi ha telefonato uno dell'ospedale dicendo che era qui, al reparto maternità. E che stava per partorire...”.
Michele corrugò la fronte e soffermò lo sguardo sulle spalle cadenti di Andrea, sui pochi capelli spettinati e sul lembo sinistro della camicia fuori dai pantaloni. Lo invecchiavano di almeno dieci anni.
“Ma che cazzo fai? Son tre giorni che Antonella è ferma a letto e tu te ne stai in ufficio fino a mezzanotte?” gridò prendendo il fratello per le spalle.
Andrea si giustificò:
“Avevo un lavoro da finire. Dovevo consegnare una versione software entro stasera. Era importante. E poi domani è il primo novembre, l'ufficio è chiuso. Non potevo..” Michele non lo fece finire. Colpì Andrea con uno schiaffo. Il fratello cadde a terra e, di nuovo, tutta la gente attorno ammutolì. Andrea si rialzò, si strinse le guance fra le mani e tornò a sedere a capo chino. Lo stupore dei presenti durò solo alcuni secondi. Ritornò il consueto vociare e l'andirivieni costante di tutte le sale d'attesa. Michele raggiunse a lunghe falcate la porta del reparto e sparì nel buio corridoio che la seguiva.
Andrea non se ne accorse nemmeno. Quando sollevò la testa in cerca del fratello, vide due dottori che bevevano un caffè. Un'irresistibile voglia lo fece alzare fino alla macchina automatica posta alla sinistra della grande sala. La raggiunse e frugò nelle tasche in cerca di qualche moneta. Un fazzoletto sporco gli cadde a terra insieme al suo tesserino magnetico aziendale. Raccolse gli oggetti e si soffermò a guardare la foto sul badge, ormai logoro. Lo ritraeva giovane, sorridente e con una folta chioma bionda. Ributtò tutto in tasca, spinse la moneta nella fessura e attese il suo caffè. Cerando di ricordare se fosse il nono o il decimo della giornata, si strinse le guance fra le mani che continuavano a sudare. Il caffè era uno schifo, ma Andrea ormai non ci faceva più caso. Da un paio d'anni la caffeina aveva sostituito la nicotina come eccitante nelle lunghe serate passate in ufficio davanti al pc. I panini di plastica erogati dai distributori automatici lenivano i morsi della fame che Andrea pativa fra una compilazione e l'altra del software. L'alito non ne aveva tratto giovamento e, tanto meno, il girovita.
Schiacciò il bicchiere per buttarlo nel cestino e alcune gocce di caffè, intrise di fondi, schizzarono sulla manica della camicia. Andrea non ci badò e si diresse alla sua sedia. Lungo il percorso si accorse che la porta del reparto davanti a sé si spalancò sul volto di Michele. Gli occhi del fratello non tradirono nessuna emozione quando dalla sua bocca uscirono quattro parole.
“È nato il bambino.” Poi, infilò la porta dell'ascensore alla sua destra e sparì.
Andrea si strinse le guance fra le mani. Gli sembrò di avere dei pesi legati alle caviglie quando spostò un piede davanti all'altro in direzione del reparto. Varcò la soglia e chiese ad un'infermiera notizie di sua moglie.
Un braccio teso indicò una direzione in fondo al corridoio. Andrea raggiunse il punto indicato trascinando i piedi. Si girò a destra e vide una stanza separata da un vetro. Al di là un'infermiera di spalle sembrava tenere fra le braccia qualcosa. Andrea si chiuse il volto fra le mani. Si avvicinò e bussò sul vetro.
L'infermiera si girò e il suo sorriso si spense in un attimo. Andrea la guardò, si premette le guance fra le mani sudate e abbassò lo sguardo sul piccolo panno bianco che la donna teneva tra le mani. Da uno spiraglio spuntava una piccola testa con una folta chioma corvina. Il bimbo era nero.
Andrea si portò le mani sulla faccia, questa volta a coprire gli occhi. Si voltò e se ne andò.

venerdì 26 aprile 2013

L'astronauta



“Domani Baumgartner ci riprova” disse distrattamente Cassidy, mentre sfogliava un giornale.
“E chi cazzo è Baumgartner?” fu la stizzita risposta di Brendon.
“È quell'austriaco che si butterà da 39 mila metri, qui vicino, sopra Roswell” precisò Cassidy.
“Ma chi cazzo se ne frega. Che cazzo mi rompi con questa storia, adesso?”. Brendon aveva le palle girate, come sempre in quei momenti.
“Rilassati un po'”. L'invito di Cassidy fu inutile.
“Mi spieghi come cazzo faccio a rilassarmi? Siamo qui, in questa merda di macchina, con questo fottuto caldo, ad aspettare quello stronzo di gioielliere, e dovrei stare calmo?” Brendon spense la sigaretta, la decima in venti minuti, e gettò la cicca fuori dalla portiera.
“Comunque l'austriaco lo fa per il progresso della scienza” continuò incurante Cassidy “dice che così saranno più sicure le missioni spaziali”.
“Ah, ah” bofonchiò Brendon, e gettò l'ennesima occhiata alla vetrina della gioielleria dall'altro lato della strada.
“Sai? Quand'ero bambino dicevo a tutti che da grande avrei fatto l'astronauta. Facevo un sacco di disegni con la Luna, Marte, i marziani, e le astronavi. E la maestra mi incoraggiava sempre”. Cassidy si accigliò e Brendon approfittò per punzecchiarlo.
“Certo, ti ha incoraggiato fino a quando non hanno sbattuto il tuo vecchio in prigione. Poi tutti ti hanno voltato le spalle. E adesso sei qui con me, a fare questa di vita di merda”.
Cassidy rimase in silenzio. Sprofondò ancor di più dentro il sedile dell'auto. Ormai la temperatura aveva raggiunto livelli infernali dentro la vecchia Ford, ma Cassidy sembrava non accorgersene. La sua testa si trovava a 39 mila metri, nella stratosfera. Si immaginò come sarebbe apparsa la Terra a quell'altezza. Si chiese se lo sputo di cittadina in cui era cresciuto appariva più bello da lassù.
Una gomitata di Brendon riportò Cassidy sulla Terra.
“Eccolo! È Towers. È uscito come previsto”. Brendon indicò un uomo che si affrettava sul marciapiede opposto. Teneva stretta una valigetta alla mano destra.
“Era ora. Facciamola finita, e che sia l'ultima”. Cassidy prese dal portaoggetti del cruscotto la pistola e la infilò dietro la schiena. Stretta dalla cintura che gli cingeva i pantaloni, la canna fredda dell'arma gli trasmise un brivido. Ma fu solo un momento. Un secondo dopo, le sue scarpe calpestavano già la strada bollente. Salì sul marciapiede opposto e si trovò ad una ventina di metri dietro al tipo con la valigetta. Brendon avviò il motore della Ford e fece un'inversione a U fino a trovarsi a fianco di Cassidy. Lo superò a velocità ridotta. C'era poca gente in giro a quell'ora e circolavano poche automobili. Dovevano fare in fretta. Cassidy accelerò il passo e, quando si trovò a quattro metri dal gioielliere, indossò il passamontagna ed estrasse la pistola. Nel frattempo Brendon accostò l'auto a fianco di Towers e, allungandosi all'indietro con il braccio sinistro, spalancò la portiera posteriore. Il tipo si voltò verso la Ford e si impietrì quando vide al volante un uomo a volto coperto. In quel momento Cassidy fece per avvicinarsi alle spalle di Towers.
Accadde tutto in un paio di secondi.
“Signor Towers!”. Cassidy sentì dietro di sé una voce femminile mentre stava per puntare la canna della pistola verso l'uomo. Il gioielliere, riconosciuta la voce della sua impiegata, si voltò e, d'istinto, alzò il braccio destro. La valigetta prese Cassidy in piena faccia. Il rapinatore ruzzolò a terra e la pistola scivolò oltre il marciapiede, sotto la Ford. La donna gridò. Towers corse via in direzione opposta. Brendon scese dall'auto e si piegò per cercare l'arma. La trovò, la impugnò e la rivolse verso il tipo che correva. Cassidy, ancora mezzo inebetito, vide Brendon sopra di lui con il braccio teso. Incredulo, sentì il colpo. Si alzò nonostante i capogiri feroci.
“Che cazzo fai?” gridò. Le sue mani cercarono il corpo di Brendon ma mancarono il bersaglio. Cadde ancora a terra. Sentì il sapore del sangue mescolarsi dentro la bocca con quello della polvere. La vista si annebbiò. Dentro le orecchie grida di donna. Poi si sentì sollevare. Fu spinto sopra qualcosa di morbido. Le gambe accartocciate in una posa innaturale. L'auto partì con un interminabile stridio di freni e il corpo di Cassidy fu sballottato avanti e indietro. Cadde con la faccia rivolta all'ingiù nello spazio fra il sedile posteriore e quello anteriore. Aprì gli occhi e vide la foto di Baumgartner sul giornale a pochi centimetri da lui. L'austriaco sorrideva e lo guardava negli occhi. Teneva una mano alzata a mo' di saluto. Indossava una tuta d'astronauta. Era come quelle, si disse Cassidy, che aveva disegnato mille volte da piccolo. Poi si spense la luce.

venerdì 19 aprile 2013

Il Gatto e l'Imperatore di Giada


Il Gatto arrivò a passi lenti: sinuoso, si pavoneggiava. Mostrava i suoi denti aguzzi in un sorriso soddisfatto: il pelo lungo e fulvo danzava al ritmo del vento leggero che lo accarezzava. Si trovava ormai a poca distanza dall'albergo: solo un ponte su una gola profonda lo divideva dal luogo in cui l'Imperatore di Giada sarebbe venuto a prenderlo. Guardava di sottecchi le due ali di folla che gli si aprivano ai lati mano a mano che avanzava. Erano animali del bosco e della steppa, delle valli e dei campi, delle paludi e delle montagne. Tutti erano venuti a tributare gli onori al Gatto, ad applaudirlo, a rendergli omaggio. E lui se la prendeva tutta quella gloria. Le notizia si era diffusa in un baleno in tutte le lande della Cina. Tutti gli animali sapevano che l'appuntamento avrebbe avuto luogo in un albergo, fino ad allora sconosciuto, situato nella valle più alta della Cina. Era estate, la temperatura era ottima e un piacevole tepore scaldava la valle mentre il sole splendeva alto fra le montagne. Il Gatto ormai aveva superato il ponte ed era giunto trionfante davanti all'ingresso, dove una grassa iena si spendeva in continui inchini e salamelecchi.
“Benvenuto nel mio umile albergo” ripeteva a capo chino digrignando i denti in una risata isterica “Per me è un grande onore ospitare l'incontro fra lei e l'Imperatore di Giada”.
Il Gatto intuiva che l'albergo era tutto tranne che umile. Il Topo gli aveva anticipato che si trattava di uno dei più lussuosi edifici della Cina: lastricato d'oro, con fontane da cui sgorgava il latte e con vasche colme di miele, l'albergo nella valle ad un passo dal Cielo era il posto ideale per un simile appuntamento. Il Gatto ignorò la iena e non si degnò di salutarla: non capiva come un posto così idilliaco potesse essere diretto da una bestia talmente laida. Senza ulteriore indugio entrò a testa alta e chiese:
“Dove si trova la mia dimora?”
Una schiera di altre iene servili si mosse all'unisono in direzione di una maestosa scala. Abbassando lo sguardo invitarono con dei gesti il Gatto a seguirle. Dopo alcune rampe il Gatto si trovò davanti ad una grande porta che, una volta spalancata, si aprì su una stanza lussuosa e amplissima. Il Gatto intravide un terrazzo sul lato opposto alla soglia. Gli venne spontaneo correre verso il balcone fino ad affacciarsi per godere di quello spettacolo naturale meraviglioso. Boschi lussureggianti vestivano i lati della montagna che si alzavano sulla valle colma di animali festanti. Il Gatto si dispiacque un po' di lasciare questo mondo, ma fu solo un fugace pensiero. Subito l'orgoglio di essere stato scelto dall'Imperatore di Giada si impossessò della sua mente e del suo corpo, tanto che il suo pelo si ingrossò rendendolo ancora più maestoso.
Ora si trattava solo di attendere. Mancavano poche ore e poi sarebbe potuto ascendere al Cielo insieme agli altri undici animali, scelti dall'Imperatore di Giada per mostrare alle altre divinità del Cielo le stupende creature che abitavano la Terra. E il Gatto era uno di quei dodici. A lui, il più bello fra gli animali, il Sovrano di tutti gli dei avrebbe dedicato un anno del calendario. Certo, ce ne sarebbe stato uno per ciascuno dei dodici eletti, ma lui sarebbe stato il primo, il più importante. Come si poteva solo pensare di paragonarlo alla sciocca Gallina o al timido Coniglio! Alla stupida Capra o al viscido Serpente! Alla petulante Scimmia o al servile Cane. Il Topo, poi, non se lo giustificava. Quale bestia ispirava maggiore ripugnanza del Topo?!? Ogni volta che il Gatto ci pensava, provava ribrezzo e non poteva smettere di chiedersi come mai l'Imperatore di Giada avesse deciso di portare in Paradiso anche quell'essere immondo. Comprendeva la scelta della nobile Tigre o del forte Toro, del temibile Drago o dell'elegante Cavallo. Ma il Topo proprio no! E il fastidio era acuito anche dal fatto che il Sovrano degli dei avesse usato proprio quell'orribile bestia come messaggero della lieta notizia. Fu il Topo, infatti, a rivelare al Gatto la decisione dell'Imperatore di Giada aggiungendo che, essendo il felino la creatura più bella, sarebbe stata chiamata per ultima. In tal modo poteva così ricevere l'applauso degli altri undici animali già raccolti e di tutti gli altri che erano accorsi davanti al magnifico albergo. Sarebbe stato un trionfo! E il Gatto se lo prefigurava leccandosi i lunghi baffi!
C'era però una nota stonata in questa armonia: le iene. Come potevano gestire una simile meraviglia delle creature così lerce e impure?!? Non se lo spiegava. Scacciò il pensiero avvicinandosi alla fontana che troneggiava al centro della sua elegante stanza. Era trascorsa ormai un'ora e cominciava ad avere sete. Il latte che sgorgava dalle cannelle era invitante. Accostò le sue labbra per bere quando avvertì improvvisamente un insopportabile odore. Il latte era rancido. Il Gatto si ritirò con un balzo da quel liquido che stava assumendo un colore giallastro. Spostò istintivamente lo sguardo verso la grande vasca che si apriva nel lato destro della sua stanza. Il miele appetitoso che la colmava si stava trasformando sotto i suoi occhi in melma grigiastra. Il Gatto rizzò tutti i sui peli e corse fuori abbattendo la porta che lo separava dalle scale. Gli scalini lussuosi di marmo che aveva calpestato solo un'ora fa, erano diventati delle tavole sgangherate legate le une alle altre attraverso corde sfilacciate. Le pareti che prima luccicavano d'oro erano state sostituite da muri scrostati e sporchi.
In preda al panico, il Gatto si precipitò lungo le scale che cedevano sotto il suo peso. Riuscì ad arrivare nell'atrio per un soffio: l'albergo si stava accartocciando su se stesso come un castello di carta pesta travolto dalle raffiche di vento. Il Gatto balzò fuori un attimo prima che l'edificio si schiantasse in una grande nuvola di polvere. Quando questa si diradò vide davanti a se le iene che si rotolavano a terra sbellicandosi dalle risate. Gli altri animali, dietro di esse, stavano svanendo: le loro immagini sbiadivano come se si fosse trattato di un incantesimo. Il Gatto fu preda di una terribile furia che lo fece balzare sulla iena più vicina. Nonostante la differenza di stazza sfavorevole al felino, la iena si trovava in una posizione supina, appiattita dalle zampe del Gatto puntate sul petto dell'immonda bestia. Le fauci del furibondo animale stavano per chiudersi sul collo della iena, quando un accecante bagliore squarciò il cielo. Il Gatto arretrò coprendosi gli occhi fino a quando, abituatosi a fatica alla bianchissima luce, riuscì a scorgere fra le nuvole delle figure. Col passare dei secondi quelle immagini divennero sempre più nitide fino a che fu in grado di distinguerle chiaramente.


Una processione di animali stava solcando il cielo, preceduta da una fonte di luce che non si poteva sopportare. Dietro a questa sorta di guida celeste, correvano una Tigre, un Toro, un Coniglio, un Drago, un Serpente, un Cavallo, una Capra, una Scimmia, una Gallina, un Cane e, infine, un Topo seguito da un Maiale. Il Topo volgeva il muso in direzione del Gatto e a questi parve di scorgere dei riflessi di luce uscire dalla bocca del roditore. Il Topo stava ridendo e i suoi denti riverberavano il bagliore prodotto dalla sua guida, che altri non poteva essere che l'Imperatore di Giada. Una collera ferina si impossessò del Gatto che emise un ruggito più forte di quello della Tigre. Furente attraversò il ponte a grandi balzi, ma nulla poté avvicinarlo a quel corteo che si stava allontanando sempre di più, fino a diventare un invisibile punto nel cielo.
Il Gatto si buttò a terra disperato. Si sentì più sciocco della Gallina e più stupido della Capra. Ma ebbe ancora la forza di sollevare il muso verso il Cielo. Fremendo dalla rabbia gridò con tutto il fiato che aveva in gola:
“Topo maledetto! Ti giuro vendetta eterna!”

Mio rimaneggiamento di un'antica leggenda cinese, alla base della nascita dello zodiaco e dell'ostilità fra gatto e topo.

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