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giovedì 14 settembre 2017

Corto Maltese a pordenonelegge



Ieri è iniziata pordenonelegge, la festa del libro con gli autori, che, da diversi anni, anima la città del Friuli Occidentale. Anima è la parola giusta perché il centro cittadino riceve un impulso di energia vitale che percorre ogni vicolo, ogni strada, ogni piazza. Centinaia di persone affollano ciascuno degli innumerevoli incontri con gli autori che si susseguiranno fino a domenica sera. Una ventata d'aria fresca, di idee, di libertà, di divertimento e di cultura che fa bene al cervello e al cuore. Ci vuole dopo quest'estate pesante ed asfittica, piena di miasmi e di pericolose deviazioni da ciò che fino a ieri era considerato civile e umano. A Pordenone per cinque giorni si respira a pieni polmoni. E l'aria che entra arricchisce e tonifica.

mercoledì 25 gennaio 2017

#365giornisenzagiulio


Sono trascorsi 365 giorni da quando Giulio Regeni veniva rapito al Cairo, torturato barbaramente per diversi giorni e poi ammazzato. La verità sulla sua morte è ancora lontana: i depistaggi del governo egiziano e la debole pressione diplomatica del governo italiano ne sono la causa. Il ricercatore friulano si stava occupando dei sindacati indipendenti egiziani, materia sensibile nel regime dittatoriale di Al Sisi, per il quale è comune la pratica delle sparizioni violente di persone indesiderate. I genitori di Giulio stanno conducendo da un anno con fermezza e dignità una battaglia che è sostenuta da Amnesty International e che ha un valore che va al di là del caso di Giulio, perché si applica a tutti gli innumerevoli casi di tortura e uccisione di oppositori che avvengono a tutte le latitudini da parte di uno stato autoritario.
Per continuare a pretendere "Verità per Giulio Regeni", Amnesty ha organizzato per oggi, 25 gennaio 2017, una manifestazione nazionale a Roma. Parallelamente in molte città italiane, tra cui il paese di Fiumicello di cui Giulio è originario, sono previste manifestazioni e fiaccolate che prenderanno il via alle 19:41, l'ora in cui Giulio spedì un anno fa l'ultimo sms alla fidanzata.
La lotta per conoscere la verità sulla sparizione, la tortura e la morte di Giulio Regeni appartiene a tutti i cittadini liberi del mondo.

  

mercoledì 17 febbraio 2016

Italiani a Kobane





















Due italiani a Kobane: Zerocalcare e Karim Franceschi. Non so se si conoscano, ma entrambi hanno scritto due libri su Kobane, la città curda nella regione siriana del Rojava che ha respinto l'assalto dell'Isis.
Zerocalcare (al secolo Michele Rech) ha usato il linguaggio che conosce bene, il fumetto, per comporre un diario del viaggio tra Turchia, Siria e Irak, condotto insieme al Rojava Calling. Ragazzi dei centri sociali, che portano aiuti umanitari alle popolazioni curde.
Dai centri sociali viene anche Karim Franceschi. E anche lui è andato a Kobane per consegnare aiuti umanitari. Solo che poi ha fatto un passo in più. Si è unito ai combattenti e ha difeso la città con il kalashnikov. Preparazione zero. Motivazione tanta. Un ragazzo che, giunto sul posto, ha sentito dentro di sé il bisogno di compiere una scelta chiara e irrevocabile: diventare un partigiano, come fece il padre più di settant'anni prima su altre montagne, contro nemici molto diversi, ma, nello stesso tempo, molto simili.
L'effetto sperato di questi due libri è informare. Far conoscere ad un pubblico anestetizzato la la lotta dei curdi. Una lotta per realizzare una società partecipata, democratica e governata dal basso. Una rivoluzione egualitaria. Che fa paura a tutti: ai fascisti dell'Isis, ai turchi, agli americani e a tutte le pseudo-democrazie occidentali che si fondano su principi ben diversi dalla distribuzione paritaria delle ricchezze, dal rispetto della natura e dall'eguaglianza concreta fra uomo e donna. I curdi del Rojava ci stanno provando ma hanno tutti contro. Quasi tutti: Michele e Karim sono dalla loro parte.

venerdì 23 ottobre 2015

La sedizione e la legge (II)



"Sarei presente in quest'aula anche se non fossi io lo scrittore incriminato per istigazione. Aldilà del mio trascurabile caso personale, considero l'imputazione contestata un esperimento, il tentativo di mettere a tacere le parole contrarie. Perciò considero quest'aula un avamposto affacciato sul presente immediato del nostro paese. Svolgo l'attività di scrittore e mi ritengo parte lesa di ogni volontà di censura.
 Sono incriminato per un articolo del codice penale che risale al 1930 e a quel periodo della storia d'Italia. Considero quell'articolo superato dalla successiva stesura della Costituzione della Repubblica. Sono in quest'aula per sapere se quel testo è in vigore e prevalente o se il capo di accusa avrà potere di sospendere e invalidare l'articolo 21 della Costituzione.Ho impedito ai miei difensori di presentare istanza di incostituzionalità del capo di accusa. Se accolta, avrebbe fermato questo processo, trasferito gli atti nelle stanze di una Corte Costituzionale sovraccarica di lavoro, che si sarebbe pronunciata nell'arco di anni. Se accolta, l'istanza avrebbe scavalcato quest'aula e questo tempo prezioso. 
Ciò che è costituzionale credo che si decida e si difenda in posti pubblici come questo, come anche in un commissariato, in un'aula scolastica, in una prigione, in un ospedale, su un posto di lavoro, alle frontiere attraversate dai richiedenti asilo. Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società.Inapplicabile al mio caso le attenuanti generiche,se quello che ho detto è reato, l’ho ripetuto e continuerò a ripeterlo.Sono incriminato per avere usato il verbo sabotare. Lo considero nobile e democratico. Nobile perché pronunciato e praticato da valorose figure come Gandhi e Mandela, con enormi risultati politici. Democratico perché appartiene fin dall'origine al movimento operaio e alle sue lotte. Per esempio uno sciopero sabota la produzione. Difendo l'uso legittimo del verbo sabotare nel suo significato più efficace e ampio. Sono disposto a subire condanna penale per il suo impiego, ma non a farmi censurare o ridurre la lingua italiana. 
"A questo servivano le cesoie" : a cosa? A sabotare un'opera colossale quanto nociva con delle cesoie? Non risultano altri insidiosi articoli di ferramenta agli atti della mia conversazione telefonica. Allora si incrimina il sostegno verbale a un'azione simbolica? Non voglio sconfinare nel campo di competenza dei miei difensori.
Concludo confermando la mia convinzione che la linea di sedicente alta velocità in Val di Susa va ostacolata, impedita, intralciata, dunque sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo, dell'aria, dell'acqua di una comunità minacciata.
 La mia parola contraria sussiste e aspetto di sapere se costituisce reato".

Erri De Luca, 19 ottobre 2015: dichiarazione spontanea resa al processo che si è celebrato presso il tribunale di Torino e che lo vedeva accusato di istigazione a delinquere, in seguito a delle interviste in cui lo scrittore dichiarava che "la Tav Torino - Lione va sabotata". Erri De Luca è stato assolto poche ore dopo perché il fatto non sussiste.

Segue da qui.

lunedì 12 ottobre 2015

Zerocalcare e il potere di una foto


La foto di un antico ponte romano potrebbe essere stata scattata in Italia o in Spagna, in Francia o in Grecia, in Egitto o in Palestina. Ma i Romani si spinsero anche più a Oriente, in Siria, per la precisione nell'attuale Rojava, la regione curda di Kobane. Anche lì, sulla strada che porta a Kobane da Qamishlo c'è un ponte romano. Della foto che lo ritrae e della donna che l'ha scattata Zerocalcare ci racconta la storia in Ferro & piume, il reportage giornalistico a fumetti pubblicato da Internazionale il 2 ottobre. Dopo le 42 tavole del primo servizio di graphic journalism che l'autore romano disegnò e scrisse sempre per la stessa rivista lo scorso gennaio, è ancora la guerra fra l'Isis e i curdi ad essere l'oggetto del suo racconto, vissuto in prima persona.



Questa volta Michele Rech ci riferisce di un particolare incontro vissuto nel giugno di quest'anno lungo la strada che portava lui e i suoi compagni della Staffetta Romana per Kobane nella città capoluogo del Rojava, a lungo contesa fra Isis e curdi. Zerocalcare fa quello che il giornalista dovrebbe fare: andare sul teatro di guerra e parlare con i protagonisti. Ma lo fa senza il cappello del giornalista, bensì con quello di un uomo che cerca di capirci qualcosa in un conflitto che i giornalisti di professione spiegano in modo parziale e di parte. Parla con i resistenti curdi per i quali sta facendo quel viaggio. Incontra Nasrin, una donna, la comandante delle unità di protezione delle donne del Rojava, le YPJ. Una donna che gli presenta tanti volti: quello pietoso del comandante militare che sa consolare i parenti dei suoi combattenti. Quello granitico della resistente politica che ti spiega il gioco sporco e stragista che la Turchia di Erdogan sta giocando sulla pelle dei curdi e dei sostenitori turchi dei curdi. E infine quello sereno di una donna che per un pomeriggio torna a vestire i panni civili da reporter di prima della guerra: imbraccia la macchina fotografica invece del fucile e scatta una bella foto ricordo ad un gruppo di ragazzi italiani su un ponte romano del Rojava, Kurdistan siriano. Il senso della resistenza di quella donna sta tutto in quel gesto: scattare una foto e lottare per poterlo ritornare a fare anche nel futuro, dopo che la guerra si sarà conclusa e i curdi avranno ottenuto la possibilità di vivere in pace, in una società democratica, in fratellanza con le altre etnie. È questo l'obiettivo dei resistenti curdi: una società egualitaria che si fonda su un nuovo patto sociale.



Ed è per questo che sono osteggiati da tutti: dai turchi in primis, ma anche da tutto il mondo occidentale che vede nel loro scopo un pericolo per la stabilità dei loro interessi. Non si spiegherebbe altrimenti il disinteresse, lo scarso appoggio o perfino l'ostilità che hanno ricevuto per la loro lotta democratica dalle potenze occidentali democratiche. Non si spiegherebbe altrimenti la scarsa informazione sulla loro battaglia, sulla loro vita e sulla loro organizzazione statale. Il comandante Nasrim era già stata in Italia qualche mese prima, ma aveva potuto raccontare la propria esperienza di resistenza solo nei circuiti associazionistici e politici di un certo tipo. La grande stampa e i mass media l'hanno ignorata. D'altro canto presentare una donna musulmana che distrugge in un solo istante tutti i pregiudizi che i mass media sono riusciti faticosamente a costruire attorno alla figura del musulmano, è pericoloso. Molto più semplice e comodo lasciarla ospite dei circuiti di informazione alternativi, che ben pochi seguono, e continuare a bombardare il cervello dei lettori/telespettatori con i soliti luoghi comuni sull'Islam. Semplificare male è la parola d'ordine, anziché spiegare la complessità. Quindi dobbiamo ringraziare Internazionale e Zerocalcare per il secondo reportage di graphic journalism sul Rojava, sulla resistenza curda e sul potere di una foto.



domenica 31 maggio 2015

La retorica della guerra

"Le motivazioni per cui gli uomini muovono guerra sono sempre le stesse: territorio e supremazia. Il resto è solo retorica…
Non cercare nobili ideali in questa strage. Qui non ci sono buoni e cattivi"

Di questi tempi sono queste le parole che mi vengono in mente. Le pronuncia lo Scuro nell'albo Il fronte di pietra, il terzo della collana semestrale a fumetti Lilith di Luca Enoch, pubblicato a novembre del 2009 per la Sergio Bonelli Editore. La storia è ambientata durante la Prima Guerra Mondiale prima sul fronte carnico e poi carsico e ne fa rivivere tutto l'orrore. Ma sembra che opere come questa non servano a nulla. Una settimana fa, il 24 maggio, si è celebrato l'ingresso in guerra dell'Italia. A Trieste grande schieramento di forze da parte dell'Esercito Italiano in Piazza Unità, a due passi dalla via intitolata a Luigi Cadorna, il macellaio che diresse quello stesso esercito un secolo fa. A Gorizia, il giorno prima, un corteo di Casapound sfilava per le vie cittadine per rivendicare l'italianità di quelle terre. I fascisti del terzo millennio leggono la Storia a loro piacimento, come fecero d'altronde quelli del secondo, accompagnando e accentuando con la violenza il processo di italianizzazione di Trieste e Gorizia imposto dal Regno d'Italia a partire dal 1918.
Quanta ignoranza nasconde tutta questa retorica! I miei bisnonni cominciarono la Prima Guerra Mondiale un anno prima, nel 1914. L'Impero Austroungarico, nel quale erano nati, li aveva arruolati nelle fila del suo esercito e li aveva inviati a combattere in Galizia, contro i Russi. Tornarono tutti, per loro fortuna, qualcuno parecchi anni dopo quando ormai lo si dava per morto, e ritrovarono un nuovo padrone: i talians! Mia nonna, nata anch'essa austroungarica, ha sempre chiamato sua cognata Maria con l'appellativo di "la taliane", perché veniva da Palmanova, cittadina anch'essa friulana, ma appartenente al Regno d'Italia già dal 1866, dopo che l'Italia sconfisse l'Austria nella Terza Guerra d'Indipendenza. Ancora oggi alcuni chiamano la Prima Guerra Mondiale con l'espressione Quarta Guerra d'Indipendenza, perché, secondo loro, si completò il processo di liberazione degli ultimi territori italiani rimasti sotto l'Austria: Trento, Trieste e Gorizia. Ma molti non sanno che da queste parti, Trieste e Gorizia, le genti si son mescolate per secoli. Minoranza e maggioranza linguistica son stati concetti fluidi e anche poco significativi. Ma utilizzati ad arte dai politici per giustificare le guerre. Gorizia, nel 1915, aveva circa 30.000 abitanti, di cui meno di metà italiani (comprendendo in questo gruppo anche i cittadini di madrelingua friulana), 11.000 sloveni, 3.000 di lingua tedesca e 2.000 di altre nazionalità. La sua provincia si estendeva dalla bassa pianura friulano-isontina (italiana) a ovest fino ai colli e ai monti a est, nord-est (sloveni). Ed era così da secoli. Che cosa c'era quindi da liberare? E soprattutto da chi? Chiedetelo agli sloveni finiti sotto il Regno d'Italia dopo la Grande Guerra. Chiedete loro come si videro restringere i propri diritti, la libertà di esprimersi nella propria lingua. Chiedete cosa fecero i fascisti in quelle terre. Le risposte non saranno consolatorie.



In contemporanea al corteo di Casapound del 23 maggio, un corteo multiculturale di antifascisti sfilava attraverso le vie di Gorizia. Spiccava l'assenza di tanti partiti, sindacati e associazioni che si mostrano antifascisti solo durante le manifestazioni delle ricorrenze ufficiali. Lo sdoganamento di Casapound è ormai nei fatti. E la retorica della vittoria e dell'italianità che ha sfruttato in questi giorni gli ha giovato. E tutto questo mi provoca molta tristezza, perché per me essere antifascisti è una cosa naturale, semplice, data. Non c'è niente da spiegare, così come non ti domandi perché respiri: lo fai e basta. Tranquillamente. Mi domando cosa direbbero mio nonno Arturo, Primo Levi, Italo Calvino, Cesare Pavese, Elio Vittorini o Beppe Fenoglio. se, per assurdo, si affacciassero in questo mondo. Niente di buono, credo. Ma forse si potrebbe cogliere l'occasione per invitarli a raccontare ancora le loro storie. Ne abbiamo tanto bisogno.

sabato 25 aprile 2015

70 anni dopo: la Resistenza di Arturo


Son passati 70 anni da quel 1945. Questa è una storia di Resistenza e di dignità, una fra le tante alle quali saremo sempre debitori.

domenica 8 febbraio 2015

Il soffio di libertà di Ken Parker


La riproposizione settimanale dell'umana avventura di Ken Parker nella collana omonima edita da Mondadori corre più veloce di quanto io riesca a scriverne su questo blog. Col numero 41 attualmente in edicola, fumetteria e libreria, intitolato Un soffio di libertà, stiamo per approssimarci alle ultime storie del nostro biondo trapper che, in origine, furono proposte sul Ken Parker Magazine. L'esperimento editoriale, condotto prima da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo anche in qualità di editori (attraverso la Parker Editore) e poi di nuovo sotto le ali più economicamente rassicuranti della Sergio Bonelli Editore, terminò con La carovana Donaver, storia suddivisa nei quattro numeri successivi. Il magazine, come formula editoriale attraverso cui proporre i fumetti, era ormai in profonda crisi e, nonostante l'alta qualità delle sceneggiature e dei disegni che arricchivano la pubblicazione e l'interessante apparato redazionale, non sfuggì alla chiusura. Il rilancio della testata da parte di Sergio Bonelli non aveva potuto nulla contro il calo costante di lettori. Si passò quindi al formato classico bonelliano con cui vennero pubblicati quattro albi speciali di Ken Parker. E queste furono le ultime storie di Lungo Fucile fino a Canto di Natale, il portfolio edito da Spazio Corto Maltese presentato a Lucca 2013, che segnò il ritorno di Chemako con una storia inedita. Il 10 aprile Mondadori pubblicherà Fin dove arriva il mattino, il volume numero 50 della sua collana Ken Parker: qui ci sarà l'epilogo dell'avventura di Ken. Lo vedremo finalmente uscire da quel mondo carcerario che vede il suo esordio lungo proprio nell'episodio Un soffio di libertà.


Ken è stanco di scappare da una giustizia ingiusta che lo ha inseguito per migliaia di chilometri lungo le fredde terre del Canada. Sono stati questi gli splendidi scenari naturali delle avventure di Lungo Fucile narrate nel Ken Parker Magazine. La natura è stata una coprotagonista, ancor di più che nella prima serie. Ma la costante psicologica del Nostro e del suo lettore è la tristezza. Ho trovato, in questa rilettura del Magazine, un Ken diverso da quello targato Cepim. In fondo son passati quasi vent'anni dalla sua creazione e Berardi, di cui Ken è l'alter ego, lo specchio attraverso cui guardarsi dentro, è cambiato. Gli entusiasmi giovanili si sono attenutati, lasciando spazio ad una maggiore consapevolezza di come va il mondo. Le esperienze vissute da Ken sono state sempre caratterizzate da una profonda empatia nei confronti dell'altro. Ma hanno lasciato molte cicatrici. La disillusione si è fatta strada nell'animo di Ken, senza comunque mai intaccare la sua propensione a porsi nei panni degli altri e a correre in loro aiuto. Lo fa continuamente anche a discapito dei propri interessi. Ma il prezzo psicologico è alto. Alla fine dell'episodio Il marchio dei McCormack Ken si consegna fra le braccia dello sceriffo Lusky, nonostante questi non si regga in piedi, e dopo averne usato l'identità per risolvere un assassinio che aveva sconvolto la famiglia McCormack. Ancora una volta Ken viene scambiato per un altro ma non ne approfitta. Potrebbe fuggire visto che Lusky è incosciente ma la sua etica lo spinge a restare per aiutare la famiglia che lo ha soccorso. Contro i propri interessi. Ma forse il suo interesse è proprio quello di essere a posto con la propria coscienza. Così Ken, stanco di fuggire, accetta il suo destino che lo porta fino al penitenziario di Jackson County.


Ogni volta che leggo un fumetto o romanzo di ambientazione carceraria o guardo un film su questo tema (come Brubaker interpretato da Robert Redford) sono assalito da un profondo disagio. Vedo me stesso come detenuto e mi trovo a pensare a come, e se, sopravviverei in un inferno nel quale si viene privati del valore che dà dignità alla nostra vita: la libertà. Ken prova a sopravvivere ed è anche, inizialmente, abbastanza fortunato (si fa per dire) perché il direttore del penitenziario è un illuminato. Ha introdotto delle riforme tese a rendere il carcere un posto più umano: i prigionieri non sono incatenati, possono ricevere la posta dall'esterno, i neri e i bianchi convivono insieme. In altre parole cerca di mettere in pratica le idee di Cesare Beccaria, trasformando il carcere da luogo di punizione a luogo di recupero. Sfortunatamente le cose non vanno come il direttore vorrebbe, perché il capo dei suoi secondini è un violento che si accanisce sui detenuti con sadismo.


La storia disegnata da Ivo Milazzo si apre con un vano tentativo di fuga sotto la pioggia. L'assassinio del fuggiasco, torturato in carcere dai secondini, costituirà il motivo della rivolta in cui verrà coinvolto Ken. Ancora una volta le qualità umane del Nostro si pongono al servizio di quello che è considerato dalla maggior parte dei detenuti come l'unica possibilità di salvezza: la trattativa. Con l'incombere dell'esercito schierato e pronto ad intervenire, Ken e i capi della rivolta cercano di parlamentare per ottenere l'arresto del capo delle guardie, ostaggio degli stessi carcerati. La sete di vendetta di alcuni detenuti fa però precipitare la situazione e il tragico epilogo vede l'intervento sanguinario dell'esercito, la fine drammatica della rivolta e, con essa, l'addio ai sogni di riforma del direttore. La trama segue un filo se volete scontato, ma il valore della storia sta, come sempre capita con Berardi, nei personaggi. Shute, il fuggiasco, Moore, il capo delle guardie, Blacksie, il cane poliziotto, "Nail" Osborne, il capo dei detenuti, Luke, il suo braccio destro, Pitch, il prigioniero che causa l'intervento dell'esercito, Compton-Scott, il direttore del penitenziario, Agnes, la moglie, e Lucy, la figlia, entrambe ostaggi dei detenuti, Artie, il vecchio ergastolano che accompagna Lucy ogni giorno in calesse fuori dal carcere, McCoy, il giornalista del Washington Journal che intervista il direttore, il Colonnello Brannigan, comandante del battaglione che pone fine alla rivolta. Di ognuno Berardi delinea la psicologia attraverso poche parole e pochi gesti, resi con il solito realismo da Milazzo. La loro veridicità rende la storia credibile, vera, unica. Ken è testimone, ancora una volta, delle relazioni umane che intercorrono in un universo per lui nuovo: il carcere. Il primo assaggio è stato terribile. Dovrà imparare a conviverci, e in condizioni anche peggiori.

domenica 18 gennaio 2015

Zerocalcare a Kobane


Ancora Kobane. Dopo una settimana la rivista Internazionale ripropone all'attenzione dei suoi lettori la città curda della regione siriana del Rojava. Lo fa usando lo stesso linguaggio di sette giorni fa, il fumetto. Ma se nel numero precedente Isik ci aveva spedito una cartolina da Kobane composta da due tavole, ora Zerocalcare ci regala un reportage di quarantadue pagine, frutto della sua esperienza vissuta nel Rojava insieme alla Staffetta Romana per Kobane, ovvero gente dei centri sociali che si reca sul posto per fornire un supporto umanitario e per portare a casa un'informazione corretta.
Il graphic journalism che ci offre Zerocalcare è unico, perché il resoconto dei fatti è intriso delle forti emozioni vissute. A Mehser, un villaggio turco a pochi chilometri dal confine su cui si affaccia Kobane, Zerocalcare entra in contatto con una realtà che i grandi media non raccontano. Uomini e donne organizzati in una struttura sociale partecipata, democratica e governata dal basso, dalla gente che si autogestisce in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Vita che di ordinario e normale ha ormai ben poco, visto che la guerra contro l'Isis è ormai la quotidianità. Zerocalcare mi piace perché si mostra sempre come è, senza filtri, con tutte le sue paure, con il suo senso di inadeguatezza di fronte alla forza e determinazione dimostrata dai curdi, soprattutto dalle donne. Ma c'è anche tutta la sua curiosità di capire, la sua volontà di aiutare, la sua partecipazione offerta attraverso gli strumenti che ha a disposizione, c'è tutto il suo cuore lì a Kobane. Zerocalcare ti fa sorridere, ti fa capire, ti fa commuovere. Fa parlare le persone che incontra e le parole sono come pietre. Mi hanno colpito in particolare quelle pronunciate da Newroz Kobane, una delle ragazze responsabili del campo profughi:
"Noi siamo musulmane. A noi nessuno può venirci a dare lezioni di Islam. Sono quelli dell'Isis a non essere musulmani. Noi rispettiamo tutti. Noi seppelliamo i morti. Anche i loro. Loro tagliano teste, mani, piedi. Uccidono bambini. Sono bestie senza coscienza. Che religione ha gente così?"

Basterebbero queste parole per far tacere tutti gli attuali sciacalli che soffiano sul fuoco di quello che è successo a Parigi, cercando di demonizzare una religione e tutti i suoi fedeli. Bisognerebbe portarli nel Rojava a verificare sul posto come invece dei musulmani (e non solo) stanno realizzando una rivoluzione in cui tutti sono eguali, le ricchezze sono distribuite, la natura è rispettata e diverse religioni ed etnie convivono pacificamente. O almeno cercano di farlo. Perché dall'altra parte c'è l'Isis che distrugge ogni cosa con la violenza. Di qua i resistenti curdi mal tollerati da tutti, la Turchia in primis, e di là i combattenti dell'Isis, bombardati con sospetta imprecisione dagli americani. Ma gli sciacalli, e i benpensanti che li seguono, si tengono ben lontani da posti come questo. E temo che non leggano nemmeno questo reportage di Zerocalcare. Perché basterebbe la lettura di un breve racconto a fumetti, proposto da un giornale, per cominciare a porsi delle domande. In fondo ha ragione il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro che scrive nell'editoriale:
"I giornali servono a informarsi e a farsi un'opinione, ma contribuiscono anche a definire l'identità di chi li legge."
Leggere, informarsi e cercare di capire è un esercizio di libertà: aiuta a rendersi autonomi dagli altri, dalle opinioni altrui che, a volte, sono superficiali o interessate. O entrambe le cose insieme.  

domenica 8 settembre 2013

Una mattina mi son svegliato

Settanta anni fa, l'8 settembre del 1943, i destini di molte persone in Italia cambiarono all'improvviso. La guerra li faceva mutare di continuo, certo, ma l'Armistizio segnò una svolta radicale: l'Italia spezzata in due, l'occupazione tedesca, la Repubblica di Salò, la nascita del movimento resistenziale. Sullo sfondo la storia personale di tanti uomini e donne che in quei giorni presero decisioni importanti, o le subirono. Con conseguenze spesso tragiche, se non fatali.
Andrea Ventura, disegnatore e artista di fama internazionale e Mimmo Franzinellistorico del fascismo e dell'Italia repubblicana, raccontano cinque vicende di altrettanti protagonisti, loro malgrado, di quegli eventi. Cinque storie molto diverse fra loro ma emblematiche di come alcuni fatti storici producano nelle persone comuni reazioni differenti, se non opposte, ma tutte caratterizzate dalla ricerca della propria e, spesso, anche dell'altrui salvezza.
Una mattina mi son svegliato ci parla di Lotte Frölich, ebrea uccisa nella strage dell'Hotel Meina sul Lago Maggiore, di Primo Levi, partigiano e deportato, salvato e testimone dei sommersi, di Franco Passarella, giovane partigiano ucciso da altri partigiani perché ingiustamente sospettato di essere una spia, di Giorgio Albertazzi, ufficiale della Repubblica di Salò e protagonista di operazioni di repressione antipartigiana, di Nuto Revelli, alpino reduce dalla campagna di Russia e partigiano.


I precisi e asciutti testi di Franzinelli fanno da didascalia agli intensi disegni di Ventura che restituiscono con grande vividezza momenti decisivi delle vite dei cinque. La lettura è fluida e scorre veloce, le immagini immortalano sguardi, pose, espressioni, luoghi come solo le istantanee dei grandi fotografi sanno fare.


Un modo diverso di raccontare l'8 settembre, sia nei contenuti che nella forma. Un ottimo libro pubblicato da Utet e regalatomi da un'ottima amica.

domenica 25 agosto 2013

I 100 anni di Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena


Immaginate che all'improvviso il Governo vi vieti di parlare la vostra lingua madre. Ve lo proibisce: non potete più esprimervi nel vostro idioma con nessuno, né con i familiari, né con gli amici, tanto meno con gli estranei e negli uffici pubblici. La vostra lingua non esiste più, a scuola i maestri parlano solo nell'unica lingua ufficiale che lo Stato consenta. E se sgarrate, rischiate grosso: qualche bastonata, come minimo. Scenario improbabile e lontano da noi? Per niente! E' accaduto a Trieste e nelle zone limitrofe del Carso durante il Ventennio fascista, quando si cercò in ogni modo di eliminare la presenza slovena in uno sforzo violento di italianizzazione. Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena, ha vissuto sulla propria pelle quest'esperienza che non è stata nemmeno la peggiore della sua lunga vita, giunta il 26 agosto del 2013 al traguardo dei 100 anni.


Qui è proibito parlare è il titolo del romanzo in cui Pahor descrive la campagna di pulizia etnica messa in atto dal governo fascista nei confronti del mondo sloveno nell'estremo nord-est dell'Italia. Da bambino aveva assistito nel 1920 all'incendio del Narodni Dom, la sede principale della comunità slovena, situata in pieno centro a Trieste. Fu il primo atto terroristico compiuto in Italia dal nascente movimento fascista. E non fu un caso se si abbattè con inaudita violenza in una città appena sottratta all'Impero Asburgico con tanta retorica nazionalista e sulla pelle di centinaia di migliaia di soldati. Le complesse sfumature culturali che la città giuliana presentava costituivano solo un dettaglio insignificante per il governo del Regno d'Italia, il cui stupido processo di italianizzazione attuato dai governi del primo dopoguerra fu violentemente estremizzato da quello fascista.
Pahor ricorda tuttora che solo una banale semplificazione vede Trieste come città di cultura italiana e il Carso alle sue spalle come territorio di cultura slovena. Lo stesso Pahor, e tante persone come lui, sono stati e sono oggi cittadini triestini di cultura slovena, nati e cresciuti in città, ma la generalizzazione citata sopra resiste ancora. Ed è anche a causa di questa generalizzazione se parlare di bilinguismo per Trieste è visto come fumo negli occhi da tanti.
Eppure Pahor, per i diritti dei cittadini italiani di cultura slovena, ha combattuto anche con le armi, diventando partigiano durante il secondo conflitto mondiale e pagandone le conseguenze attraverso l'arresto e la detenzione in un campo di concentramento nazista sui Vosgi.


Sì, Boris Pahor, come Primo Levi, è un salvato, uno che ha fatto ritorno a casa dall'orrore del lager, convivendo con il senso di colpa per esserne sopravvissuto. Il racconto di questa devastante esperienza rivive in Necropoli, il libro che nel 2008 ha portato alla ribalta del pubblico e della critica italiana il nome e il personaggio di Boris Pahor. C'è solo un particolare da sottolineare: il ritardo. Il libro è stato scritto nel 1967 e venne pubblicato, nel silenzio generale, da una piccola casa editrice del monfalconese appena nel 1997. Ma le grandi case editrici si accorsero di questo piccolo (di statura) ometto solo quando nel 2007 gli venne insignita l'onorificenza più presigiosa che il governo francese tributa: la Legion d'onore. Da queste parti, allora, si son detti che evidentemente quel piccolo triestino che parla sloveno doveva avere, evidentemente, qualcosa di speciale. E si scoprì che l'ometto in questione aveva scritto parecchi altri romanzi (ovviamente in sloveno) e che aveva ricevuto nel 1992 anche la maggiore onorificenza di carattere culturale che venga riconosciuta nella vicina Repubblica di Slovenia: il premio Preseren. Necropoli, pubblicato da Fazi Editore, divenne così un caso letterario a distanza di più di quarant'anni dalla sua scrittura...
Claudio Magris ha scritto su Il Piccolo del 25 agosto che l'eredità culturale italiana di Trieste sarebbe mutilata senza l'apporto di quella slovena, e viceversa. Un'affermazione tanto banale quanto vera al punto però da doverla sottolineare e ripetere, perché ancora c'è qualcuno che non la accetta. Per fortuna ci sono persone come Boris Pahor che ne sono un esempio vivente, da 100 anni.

giovedì 20 giugno 2013

Cartoline da Tunisi

Lo sapevate che il Forum Sociale Mondiale del 2013 si è già svolto? Sì? Beh, io no! Ammetto la mia ignoranza ma non mi pare di aver notato un grande risalto della notizia sui mezzi di informazione di casa nostra. Probabilmente sarò stato distratto, ma immagino che le recenti beghe politiche italiane siano state il tema principale dei giornali nostrani e, nello stesso tempo, il motivo del mio allontanamento dalla loro lettura, causa forte nausea.
Meno male che c'è Internazionale che me lo ricorda in uno dei modi che prediligo: il fumetto.
Infatti, il numero 1005, in edicola fino ad oggi, propone nella consueta rubrica di Graphic Journalism un chiaro e interessante reportage di Othman Selmi, giovane cartoonist e illustratore tunisino, alla sua terza (se non mi son perso qualcosa) apparizione sul settimanale italiano (vedi qui e qui).
L'importanza di tenere sempre alto il dibattito su temi quali la libertà, la giustizia sociale, il rispetto per l'ambiente e l'equa distribuzione delle risorse fra i popoli mi sembra evidente. Il fatto che di questi temi si sia parlato, non senza contraddizioni come dice lo stesso Othman, in un paese che da poco ha scacciato un dittatore per instaurare una democrazia ancora troppo debole è così importante, che il silenzio, o comunque la poca enfasi, dedicata dalla stampa italiana all'evento è imperdonabile.
Quindi lasciamo parlare Othman.


giovedì 25 aprile 2013

La scelta della resistenza

"Ma venne in novembre lo sbarco alleato in Nord Africa, venne in dicembre la resistenza e poi la vittoria a Stalingrado, e capimmo che la guerra si era fatta vicina e la storia aveva ripreso il suo cammino. Nel giro di poche settimane ognuno di noi maturò, più che in tutti i vent'anni precedenti. Uscirono dall'ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna. Il fascismo li aveva ridotti al silenzio per vent'anni, e ci spiegarono che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta e infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. Ci dissero che la nostra insofferenza beffarda non bastava; doveva volgersi in collera, e la collera essere incanalata in una rivolta organica e tempestiva: ma non ci insegnarono come si fabbrica una bomba, né come si spara un fucile.
Ci parlavano di sconosciuti: Gramsci, Salvemini, Gobetti, i Rosselli; chi erano? Esisteva dunque una seconda storia, una storia parallela a quella che il liceo ci aveva somministrata dall'alto? In quei pochi mesi convulsi cercammo invano di ricostruire, di ripopolare il vuoto storico dell'ultimo ventennio, ma quei nuovi personaggi rimanevano "eroi", come Garibaldi e Nazario Sauro, non avevano spessore né sostanza umana. Il tempo per consolidare la nostra preparazione non ci fu concesso: vennero in marzo gli scioperi di Torino, ad indicare che la crisi era prossima; vennero col 25 luglio il collasso del fascismo dall'interno, le piazze gremite di folla affratellata, la gioia estemporanea e precaria di un paese a cui la libertà era stata donata da un intrigo di palazzo; e venne l'8 settembre, il serpente verdegrigio delle divisioni naziste per le vie di Milano e di Torino, il brutale risveglio: la commedia era finita, l?italia era un paese occupato, come la Polonia, come la Jugoslavia, come la Norvegia.
In questo modo, dopo la lunga ubriacatura di parole, certi della giustezza della nostra scelta, estremamente insicuri dei nostri mezzi, con in cuore assai più disperazione che speranza, e sullo sfondo di un paese disfatto e diviso, siamo scesi in campo per misurarci. Ci separammo per seguire il nostro destino, ognuno in una valle diversa."
Primo Levi,
Il sistema periodico

lunedì 5 novembre 2012

Operation Vendetta



At 8pm on November 5th 2012, Anonymous will march on The Houses of Parliament peacefully and unarmed....(read more)

Alan Moore releases a song in support of Occupy and Anonymous: The Decline of English Murder

mercoledì 25 aprile 2012

La Resistenza di Arturo


La bambina ne aveva paura, si teneva a distanza da quell'uomo che non aveva mai visto e che ora stava lì davanti a lei sulla strada del paese. Non capiva perché la sua mamma e la sorella maggiore lo abbracciassero e lo baciassero piangendo. Lei invece piagnucolava e quando lui, con quei vestiti tutti logori e il sacco sulle spalle, si era inginocchiato sorridente tendendole la mano, si era ritratta chiudendosi nella diffidenza dei suoi quattro anni. Ci erano volute ore, dopo tante lacrime di gioia, abbracci e pacche sulle spalle che i compaesani avevano elargito festosi ad Arturo, questo era il nome dell'uomo, perché la piccola riuscisse a stargli vicino senza averne timore. Ad un certo punto, mentre tutti sedevano ad una tavola con cibo e vino fresco, la mamma era riuscita perfino a metterla sulle ginocchia di quell'uomo il cui grande sorriso era riuscito a tranquillizzarla. “Ora il papà starà sempre con te e non ti lascerà più” le dicevano tutti, e lei cominciava a crederci, cominciava ad abituarsi a questo uomo alto e smagrito, con dei grandi segni di sofferenza attorno a degli occhi stanchi ma luccicanti di felicità. Il tate era tornato dalla guerra. Era spossato da un viaggio durato mesi, iniziato nel gelido febbraio polacco e conclusosi nel caldo settembre friulano del 1945. Aveva rischiato la vita più volte durante il lungo cammino: per il freddo, per l'ostilità verso gli italiani dimostrata da alcuni, per l'attraversamento di fiumi pericolosi. 
Ma la parte più terribile della sua esperienza era avvenuta prima, quando, insieme ai suoi commilitoni artiglieri, era stato circondato da truppe tedesche l'8 settembre del 1943. Erano in Grecia, li avevano catturati e fatti salire dopo pochi giorni su un treno. In un carro bestiame aveva raggiunto la Polonia attraverso un viaggio spaventoso durato un mese. Tanti soldati non ce l'avevano fatta: le guardie tedesche aprivano i portelloni quando il treno si fermava in qualche stazione e ne ritiravano i cadaveri. Arturo riuscì ad arrivare vivo a destinazione grazie anche al suo fisico temprato dal lavoro nei campi. Giunsero a Bismarckhütte, un tetro campo satellite di Auschwitz. Li chiusero dentro squallide baracche dalle quali uscivano solo per recarsi in una fonderia alla quale il campo era annesso. Costruivano cannoni per il Führer, lavorando come schiavi fino a sera. Tornavano spossati nelle baracche dove trovavano patate gelide e acqua sporca. Arturo, nonostante la sua resistenza, si ammalò dopo alcuni mesi. Rischiò di morire se non l'avesse aiutato un altro prigioniero, un medico milanese che lo curò tenendolo in infermeria più di quanto gli aguzzini nazisti avessero voluto.
Eppure, per dare una fine a questo tormento, sarebbe bastato accettare le proposte dei tedeschi e dei militari fascisti venuti fin lassù apposta per convincerli. Dicevano loro che sarebbero tornati in Italia per combattere con i patrioti di Salò. Quasi nessuno diede ascolto a quelle offerte. Molti morirono e l'Italia non la videro più. Arturo invece si riprese dalla malattia e tenne duro in fonderia fino a quando l'Armata Rossa liberò il campo.
Non so a cosa pensasse per poter resistere. Di certo, la sua mente andava spesso a quella bambina: pensava che non avrebbe potuto abbandonarla senza donarle un nuovo sorriso.
Quella bambina è mia madre.

domenica 22 aprile 2012

Lo spirito della Resistenza racchiuso in una cripta




Fortunatamente Corto Maltese si sbaglia: personaggi reali, e non di fantasia come lui, hanno immolato infatti la propria vita in un atto coraggioso e disinteressato, in nome della libertà e della dignità dell'uomo. È questo il caso di Jozef Gabcìk Jan Kubis, i due paracadutisti, uno ceco, l'altro slovacco, che si avventurarono in una missione suicida per uccidere lo spietato Reinhard Heydrich, la bestia bionda, il numero 2 di Himmler, l'architetto della soluzione finale degli ebrei. Operazione Antropoide era il nome in codice della più spettacolare ed eroica azione di guerriglia partigiana messa in atto in Europa contro il nazifascismo.



Il teatro è il seguente: la Cecoslovacchia è divisa e assoggettata al giogo nazista, il Protettorato di Boemia e Moravia è affidato al feroce gerarca delle SS che soffoca in un terrore sanguinario ogni resistenza locale, la Praga del 1941-1942 è completamente sottomessa al principe nero. Il governo cecoslovacco di Benes, in esilio a Londra, progetta l'attentato affidandone l'esecuzione a due giovani soldati. Non ne sapevo nulla finché non ho letto “HHhH– il cervello di Himmler si chiama Heydrich” l'appassionante romanzo di Laurent Binet, giovane studioso francese ossessionato da questa vicenda. L'opera di Binet in realtà sfugge ad una chiara definizione: non è esattamente un romanzo ma è appassionante come solo i migliori romanzi sanno essere. Binet entra in prima persona come personaggio raccontandoci la storia della sua ossessione per Antropoide, ci svela tutte le sue ricerche, i suoi dubbi, la cura e gli scrupoli osservati nella ricostruzione storica. Chiede scusa al lettore ma soprattutto ai veri protagonisti storici se, facendone un romanzo, altera inevitabilmente la realtà (“la Mercedes su cui viaggiava Heydrich al momento dell'attentato era verde o nera?”). Ma è solo attraverso la letteratura che il suo omaggio ai resistenti fa imprimere la loro figura nella memoria collettiva. Il pregio del libro sta proprio nel far rivivere i protagonisti, i loro sentimenti, le loro idee anche e soprattutto grazie alla vibrante passione dell'autore, trasmessa al lettore in ogni pagina. Il 27 maggio del 1942 l'attentato si compie e il suo svolgimento sembra scritto da uno sceneggiatore di Hollywood: la granata lanciata contro la Mercedes non uccide ma ferisce la bestia bionda che si rialza in piedi per sparare al partigiano il cui Sten si è inceppato. C'è la fuga attraverso le vie di Praga e la ricerca di un nascondiglio all'interno di una cripta dove, a distanza di pochi giorni, dopo che la bestia bionda è morta in ospedale in seguito alle ferite, un lungo assedio da parte di ottocento SS avrà ragione di pochi uomini. In quella cripta Binet torna dopo più di sessant'anni e ritrova tutto:

Laurent Binet
Nella cripta c’era tutto.
C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, […], c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre.

sabato 17 dicembre 2011

Come si legittima la violenza?


È giovedì pomeriggio, sono da poco passate le 3. Guido per le vie di Trieste in direzione casa. Sono sollevato. Lo sono sempre (e chi non lo sarebbe) quando esco da una visita specialistica nella quale il medico ti ha appena rassicurato che il tuo fastidioso sintomo non è la spia di nulla di grave.
Accendo così la radio e mi sintonizzo su Radio Tre: a quest'ora c'è Fahrenheit e sentir parlare di idee e libri non può che migliorarmi ancor di più l'umore. Riconosco subito la voce calda di Loredana Lipperini che presenta il tema su cui si dibatte: Come si legittima la violenza? Lo spunto viene dai tragici fatti di cronaca di Torino e di Firenze, nei quali il razzismo riveste un ruolo chiave. Gli interlocutori della Lipperini sono autorevoli: Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale all'Università di Milano Bicocca, autrice di "Deumanizzazione. Come si legittima la violenza", e Marco Revelli, docente di Scienza della Politica all'Università del Piemonte Orientale. Il nocciolo della riflessione verte sul clima di tensione e di intolleranza che la crisi economica sempre più profonda sembra aver acuito in Italia e sulle responsabilità della politica e della comunicazione.

Alla domanda riguardante le origini del razzismo in Italia, la Volpato risponde in un modo che mi trova d'accordo: il nostro razzismo nasce dal fascismo, ovvero da un regime che aveva sposato una durissima politica razziale, inaugurandola fra l'altro proprio a Trieste con il famoso discorso tenuto da Mussolini in Piazza Unità sulle leggi razziali. Gli italiani, continua la Volpato, non hanno mai fatto i conti con questo aspetto della loro storia, ma l'hanno rimosso. Ancor oggi molti ragazzi, ma non solo, pensano che fascismo e discriminazione e persecuzione degli gli ebrei non abbiano nessuna relazione o, quantomeno, che il rapporto sia trascurabile.
Spostandosi sul piano della politica, Marco Revelli sottolinea come nelle istituzioni italiane di tutti i livelli, nazionali e locali, sieda una forza politica, la Lega Nord, che da vent'anni fa del razzismo una sua bandiera. E questo non può non avere conseguenze sulla società.
Il mio buon umore a questo punto se n'è già andato: tutto dannatamente vero quanto affermato dagli ospiti ma è ciò che dice la Lipperini a gettarmi nella tristezza più nera. Si sta discutendo del ruolo dei media e la conduttrice cita l'incipit di ciò che il sito di satira Nonciclopedia recita riguardo alla voce Primo Levi:
1° Levi è morto. Chiunque fosse, qualunque cosa facesse, era ebreo, perciò ci tengo a tranquillizzare la popolazione. È morto.
Agghiacciante! Rimango senza parole. Penso che in nome della libertà di espressione si tollerano queste pagine sulla rete che vorrebbero essere di satira, ma che sono soltanto antisemite. C'è un limite alla libertà di espressione: l'offesa della dignità dell'uomo.
Spengo la radio, sono depresso. Ma il mio masochismo mi spinge, una volta giunto a casa, ad accendere il pc, andare in rete sul sito di cui sopra e leggere per intero la voce riguardante lo scrittore torinese. Non mi fermo, cerco Anna Frank sul sito: stessa porcheria. Mi incazzo come un treno e mi viene in mente un pensiero molto triste e che mi fa anche paura.
Penso che chi scrive queste parole è ignorante, non ha empatia e vuole mettersi in mostra. In altre parole: è pericoloso.

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