Me lo sono conservato per diversi mesi per potermelo leggere questa settimana. Si tratta del libro intitolato Le pietre della memoria - Gunter Demnig e le pietre d'inciampo, scritto da Francesca Druetti e Benedetta Rinaldi, edito da People. Lo voglio leggere nella settimana in cui cade il Giorno della Memoria, per poi portarlo dentro di me nei mesi e negli anni a venire. E farne, giorno dopo giorno, base, spunto, stimolo alle mie azioni. Insieme a tutto quello che ho già letto, conosciuto e studiato a riguardo, e a tutto ciò che apprenderò nel futuro. Perché la memoria, come dice Silvia Antonelli nella prefazione, è un atto attraverso il quale un evento del passato viene allacciato e relazionato al presente. L'evento non va celebrato con vuota e formale solennità: va capito, approfondito e studiato, E poi agito nel presente. E l'unica azione possibile, che deriva dalla conoscenza della Shoah, è quella che si inquadra dentro una cornice di chiaro e coerente antifascismo, Il razzismo e la xenofobia che causarono la tragedia di allora, vanno riconosciute nelle diverse forme in cui si manifestano nelle società odierne. E vanno combattute. Cultura e conseguente azione sono gli strumenti che abbiamo: solo così si potrà pensare di ottenere libertà e giustizia per ciascun cittadino del mondo.
domenica 24 gennaio 2021
mercoledì 18 settembre 2013
Quando agli ebrei italiani furono tolte le scarpe
Il 18 settembre di 75 anni fa Benito Mussolini proclamò l'emanazione delle leggi razziali durante un discorso tenuto davanti ad una plaudente folla oceanica, raccolta in Piazza Unità d'Italia a Trieste. Per l'allestimento dell'imponente palco dal quale il Duce parlò, fu spostata di lato la fontana dei quattro continenti. Solo pochi anni fa la fontana venne rimessa nella sua posizione centrale originale. E, accanto a questa fontana, oggi, a 75 anni di distanza, il sindaco Roberto Cosolini scopre una targa d'acciaio che ricorda quel tragico giorno, macchia incancellabile del regime fascista e della monarchia italiana:
"Nel pavimento in arenaria di piazza Unità inseriremo una targa di acciaio, e non di bronzo, una lastra che vuole essere un filo della memoria con quella lastra, sempre in acciaio, del forno crematorio della Risiera di San Sabba."Queste sono alcune parole pronunciate dal primo cittadino nel suo intervento tenuto durante la cerimonia commemorativa del 75esimo anniversario, avvenuta lunedì 16 settembre nella sala del Consiglio Comunale. Fra i vari interventi, particolarmente utile per capire la genesi e la portata di questo fatto storico, è stata la lectio magistralis tenuta da Michele Sarfatti del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, (il testo è integralmente disponibile qui).
Nel 2010, il triestino Walter Chendi scrisse e disegnò un toccante racconto a fumetti ambientato in quei tragici giorni: La porta di Sion. Il protagonista è Jacob, un ragazzo triestino come tanti, che il 18 settembre del 1938 in Piazza Unità d'Italia scopre però di essere diverso dagli altri. Dopo il discorso del Duce molti ebrei, fra cui Jacob, si sentono come se avessero tolto loro le scarpe. Il ragazzo si vede scalzo: la nudità dei suoi piedi sottolinea la sua diversità e il dolore che lo accompagnerà ad ogni passo. Il tradimento di una patria che non lo accetta più e l'amore verso una giovane ebrea polacca lo porterà a seguire il destino di tanti altri ebrei dell'Europa centro-orientale (ben 160 mila) che, negli anni Trenta, fuggirono dalle persecuzioni salpando dal porto di Trieste verso la terra promessa, rappresentata dalla Palestina.
Una storia personale di un ragazzo che diventa adulto nel giro di due settimane, lasciandosi alle spalle il bambino che era e la vita spensierata di garzone di macelleria. Jacob ha trovato l'amore e una nuova patria felice di accoglierlo. Non altrettanta fortuna ebbero migliaia di ebrei italiani che vennero privati prima delle scarpe, poi della dignità e infine della vita.
Tutto ebbe inizio il 18 settembre del 1938, a Trieste, in Piazza Unità d'Italia.
domenica 27 gennaio 2013
La memoria, tra compassione e lucidità
Sono d'accordo con il parere espresso in un'intervista a La Stampa del 22 gennaio da Gorges Bensoussan, storico e responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi, autore di una sintetica ma assai ben fatta Storia della Shoah che La Giuntina ha appena tradotto e pubblicato in Italia (pp. 168, € 12). Indulgere nella compassione per le vittime non lascia la lucidità sufficiente ad analizzare la questione sotto i due profili che suggerisce lo storico francese. Personalmente mi lascia sempre senza respiro l'idea che la Shoah sia un evento successo poche decine di anni fa, ad opera di persone appartenenti al mondo e alla cultura cui io appartengo, sul territorio che io stesso calpesto. Nello stesso tempo assisto alla banalizzazione della Shoah e all'uso indiscriminato di questo termine, applicato a tanti tragici eventi nei quali ci sono delle vittime. L'errore è madornale e nasce anche dalla scarsa conoscenza della Shoah, come fatto storico, politico e antropologico. Mi auguro che oggi sia un giorno in cui approfondire questi aspetti attraverso vari strumenti. Uno potrebbe essere il libro di Bensoussan."Della Shoah si parla troppo perché se ne parla male. Cioè se ne parla in maniera compassionevole per le vittime, mentre la Shoah è un’enorme questione politica e antropologica. Politica, perché pone il problema di come un popolo civilizzato abbia scientemente deciso di eliminarne un altro. Antropologica, perché rappresenta una cesura, una rottura nella civiltà occidentale."
Un altro potrebbe essere recarsi oggi alle 18 alla libreria Lovat di Trieste per assistere alla presentazione del racconto a fumetti Torri di fumo - Una storia di Trieste, di Eugenio Belgrado, edito da Lavieri e secondo volume della collana Uomini e storie del Friuli Venezia Giulia. La storia è centrata sull'amicizia di due giovani nella città giuliana all'epoca della Seconda Guerra Mondiale. L'occupazione tedesca, la collaborazione fascista, il campo di sterminio nazista noto con il nome di Risiera di San Sabba sono ingredienti del fumetto. E' significativo che l'autore abbia poco più che vent'anni e non sia triestino, bensì pordenonese. In una precedente presentazione del suo libro aveva affermato che nella sua zona, che dista poco più di cento chilometri da Trieste, ben pochi ragazzi conoscessero ciò che era accaduto in Risiera, una vecchia fabbrica dedicata alla pileria del riso, riadattata dai nazisti a campo di concentramento prima e di sterminio poi, di detenuti politici e partigiani italiani, sloveni e croati, e di ebrei. La prima lacuna da colmare è la conoscenza. Se un buon fumetto può dare il suo piccolo contributo in questo senso, ben venga. Se inoltre può stimolare il lettore a riflettere su come una città dalla cultura mitteleuropea secolare abbia potuto ospitare un campo di sterminio, senza ridurre tutto al solito, e per certi versi rassicurante, stereotipo del sonno della ragione, allora è anche meglio.
Qui una intervista video ad Eugenio Belgrado.
lunedì 25 aprile 2011
Il 25 Aprile in Risiera
I discorsi ufficiali passano noiosamente. Ti rimangono dentro di più le parole, anche oscure perché espresse in parte in lingua non italiana, dei riti religiosi di commemorazione: cattolico, ebraico, greco-ortodosso, serbo-ortodosso e luterano. Ma sono soprattutto i visi degli ex-deportati, contratti e commossi, che ti colpiscono.
La tensione infine si scioglie con il canto di "Bella ciao": il coro partigiano Pinko Tomazic lo intona, presto seguito da tutti.
E' un luogo difficile da raccontare: a fumetti ci ha provato Vanna Vinci, nel suo Aida al confine. Di seguito alcune tavole che trasmettono parte dell'inquietudine che ti prende quando entri in Risiera.
mercoledì 26 gennaio 2011
Per non dimenticare
In occasione del Giorno della Memoria, La Rizzoli-Lizard fa uscire in libreria e nelle fumetterie "Anne Frank - La biografia a fumetti" di Sid Jacobson per i testi, e Ernie Colon per i disegni. Si tratta della biografia ufficiale autorizzata dalla Fondazione Anna Frank, che racconta la storia, non solo di Anne, ma anche della sua famiglia. Si tratta di un volume importante, di cui potete trovare delle anticipazioni sul sito della Rizzoli-Lizard e di cui avevo parlato qui nel settembre scorso quando la notizia venne pubblicata sui quotidiani italiani.
Ogni mezzo è utile per non dimenticare quello che è successo: il fumetto lo ha fatto tante volte ma ogni nuova pubblicazione non sarà mai abbastanza per combattere il revisionismo che si sta diffondendo. Quest'ultimo agisce in maniera subdola, ad esempio facendo passare per tutti uguali i morti che hanno lottato contro il nazifascismo e quelli che lo hanno difeso. Oppure intitolando una via o una piazza ad un personaggio che si è schierato con il fascismo. Oppure eliminando la Resistenza dai libri di scuola. Per questo è importante che escano dei libri come questo, e che vengano regalati soprattutto ai ragazzini: penso che vedere raccontata la tragica storia di Anne, una ragazza, attraverso un fumetto valga più di tante pagine di sussidiario.
domenica 12 settembre 2010
Il Diario di Anna Frank a fumetti

La notizia è vecchia di un paio di mesi. Ne parlo oggi perché il quotidiano La Repubblica dedica nell'edizione odierna un ampio spazio alla notizia della pubblicazione negli Stati Uniti del Diario di Anna Frank a fumetti. Ben tre pagine del giornale contengono molti disegni tratti dal libro fresco di stampa, foto d’epoca e due articoli rispettivamente di Gabriele Cantucci e Siegmund Ginzberg. Mi fa sempre piacere scovare in un importante quotidiano ad ampia diffusione nazionale una simile attenzione per un’opera a fumetti. In questo caso, poi, ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata autorizzata dalla Fondazione Anna Frank, ovvero da quell’ente ufficiale preposto alla diffusione e valorizzazione della figura di Anna Frank, del suo Diario e di tutti i valori di fratellanza, eguaglianza e rispetto della dignità umana che rappresenta.
domenica 31 gennaio 2010
Trieste, la porta di Sion

"Si tenga libero il 27 gennaio" è quello che mi disse un po' sibillinamente Walter Chendi senza aggiungere nient'altro. Mi ero avvicinato all'autore di fumetti triestino per fargli i miei complimenti sulle sue opere passate. Ma soprattutto perché mi trovavo di fronte alle sue tavole esposte finalmente in una mostra dedicata a lui e agli altri cinque autori triestini di fumetti: Mario Alberti, Ambra Colombani, Franco Devescovi, Alessandro e Lorenzo Pastrovicchio.

Qui sopra vedete la locandina della mostra curata dall'inesauribile Dario Fontana di Nonsololibri per il Comune di Trieste: il giusto riconoscimento della città ai sei autori, molto diversi fra loro per stile e temi, ma uniti dalla comune origine.
Ma ritorniamo alla frase che Chendi mi pronunciò il giorno dell'inaugurazione della mostra prima di sgusciare in mezzo alla folla che aveva riempito la sala dell'esposizione. Restò un mistero fino a ieri, quando mi recai nel mio "negozio" preferito di Trieste, Nonsololibri, per fare il pieno di fumetti. La vetrina attirò subito la mia attenzione: più copie di un nuovo libro di Walter Chendi "La porta di Sion" facevano bella mostra di sè! E un avviso annunciava la presentazione dell'opera presso la stessa Nonsololibri ad opera dell'autore per sabato 13 febbraio alle 17.
Mi precipitai dentro e dopo aver salutato affettuosamente il signor Dario e la moglie Mariuccia appresi appunto della nuova uscita editoriale di Chendi, presentata il giorno 27 gennaio presso il museo ebraico Carlo e Vera Wagner di Trieste per celebrare il Giorno della Memoria. Non ne sapevo niente purtroppo, ma mi son rifatto ieri sera divorando letteralmente il libro.
Devo dire che in effetti la scelta di presentarlo in un'occasione così importante come il Giorno della Memoria è appropriatissima. E' un'opera che aiuta a ricordare le tragedie successe nelle nostre terre e in tutta Europa a causa del razzismo, della discriminazione, dello sfregio della dignità umana. Lo sfondo è la Trieste dei giorni attorno al 18 settembre 1938, quando Mussolini annunciò in un terribile discorso tenuto in pazza Unità l'applicazione delle leggi razziali. Ciò che mi è piaciuto subito è lo sguardo attraverso cui questi tragici avvenimenti vengono osservati: ovvero gli occhi, il cuore e la mente di Jacob, un ragazzo ebreo che si vede all'improvviso cambiare il senso del mondo a lui conosciuto fino a quel momento. I fatti della Storia si intrecciano con quelli privati della sua storia, che sono quelli di un adolescente che scopre l'amore. E qui il tocco di Chendi è delicato, perché ci fa entrare dentro il cuore del ragazzo con tatto e la sua bella linea chiara è perfetta per esprimere i sentimenti più intimi.
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| Qui sopra una pagina de La porta di Sion, tratta dal sito dell'editore Edizioni BD |
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| Qui sopra un'altra bella pagina de La porta di Sion, tratta dal sito dell'editore Edizioni BD, che raffigura interno ed esterno della sinagoga di Trieste |
http://www.walterchendi.com
domenica 24 gennaio 2010
174517
E' il numero stampato sul braccio di Primo Levi quando entrò nel febbraio del 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz. Si sta avvicinando il 27 gennaio, il giorno della memoria: per Primo Levi la memoria era un dovere, cui si sottopose appena uscito dal lager, appena ebbe a disposizione una carta, una matita e un tavolo. Per tutta la sua vita la memoria rappresentò il suo impegno di testimone diretto, soprattuto nei confronti dei giovani.
Più volte affermò l'importanza dell'educazione scolastica come strumento essenziale per tenere viva la memoria, ricordando come i regimi nazista e fascista ebbero nella propaganda e nella scuola le armi principali per la generazione di fanatici sostenitori.
Lessi Se questo è un uomo e La tregua alle medie, come spero facciano tuttora gli studenti di quell'età, ma li rilessi e li feci miei più tardi, durante gli anni dell'università, ancora giovane certo, ma più o meno alla stessa età in cui Primo Levi fu catturato e portato ad Auschwitz. Primo Levi da allora è diventato il mio autore preferito e non solo per le sue opere centrate sulla Shoah, ma anche per i suoi libri e racconti che hanno come tema il lavoro, la scienza e la chimica: che non sono affatto disgiunti da quello concentrazionario, anzi. La chimica era per Levi uno strumento di analisi della realtà e della natura nella sua essenza più profonda. Il mestiere di chimico non lo abbandonava mai mentre scriveva, anzi gli offriva punti di vista e mezzi utilissimi per la sua analisi della realtà umana. Un aspetto poi poco noto di Levi è la sua grande ironia, evidente in molti suoi straordinari racconti. Quello che voglio dire è che Levi è molto di più di quello che di lui è più noto, è una miniera inesauribile di spunti e di riflessioni sul mondo e sull'uomo.

Quando penso a Primo Levi il primo sentimento che provo è la tristezza: per le ferite che ha subito personalmente, per l'abominio a cui l'uomo può arrivare in certe condizioni. Levi diceva che fra i suoi aguzzini rarissimi erano i mostri mentre la maggior parte erano uomini normali: ciò che lui subì fu nello stesso tempo disumano ma anche umano in quanto opera dell'uomo. Ammettere che dentro di noi si nasconda una parte così nera è pesante, ma così è. Per fortuna la tristezza poi mi abbandona, scacciata da uno sconfinato senso di affetto e rispetto per un uomo così grande, dietro la cui mitezza e perfino dolcezza emergono chiare fermezza, lucidità di pensiero e una straordinaria perseveranza nel testimoniare per il bene degli altri uomini. Mi rassicura sapere che è esistita una persona così, perché anche io sono fatto della sua stessa natura. Dentro di noi c'è veramente tutto.














