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martedì 11 aprile 2017

Primo Levi: 31 luglio 1919 - 11 aprile 1987



Ancora oggi è nitida nella mia mente l'immagine che mi ritrae attonito mentre, seduto a tavola all'ora di pranzo, ascolto la notizia del suicidio di Primo Levi annunciata dal telegiornale. Dalla sconfinata eredità culturale che ci ha lasciato, estraggo questo frammento di un'intervista concessa a Radio Due il 4 ottobre 1982, per ricordare, a distanza di trenta anni dalla sua morte, come il mestiere di chimico e quello di scrittore fossero indissolubilmente intrecciati.

domenica 31 maggio 2015

La retorica della guerra

"Le motivazioni per cui gli uomini muovono guerra sono sempre le stesse: territorio e supremazia. Il resto è solo retorica…
Non cercare nobili ideali in questa strage. Qui non ci sono buoni e cattivi"

Di questi tempi sono queste le parole che mi vengono in mente. Le pronuncia lo Scuro nell'albo Il fronte di pietra, il terzo della collana semestrale a fumetti Lilith di Luca Enoch, pubblicato a novembre del 2009 per la Sergio Bonelli Editore. La storia è ambientata durante la Prima Guerra Mondiale prima sul fronte carnico e poi carsico e ne fa rivivere tutto l'orrore. Ma sembra che opere come questa non servano a nulla. Una settimana fa, il 24 maggio, si è celebrato l'ingresso in guerra dell'Italia. A Trieste grande schieramento di forze da parte dell'Esercito Italiano in Piazza Unità, a due passi dalla via intitolata a Luigi Cadorna, il macellaio che diresse quello stesso esercito un secolo fa. A Gorizia, il giorno prima, un corteo di Casapound sfilava per le vie cittadine per rivendicare l'italianità di quelle terre. I fascisti del terzo millennio leggono la Storia a loro piacimento, come fecero d'altronde quelli del secondo, accompagnando e accentuando con la violenza il processo di italianizzazione di Trieste e Gorizia imposto dal Regno d'Italia a partire dal 1918.
Quanta ignoranza nasconde tutta questa retorica! I miei bisnonni cominciarono la Prima Guerra Mondiale un anno prima, nel 1914. L'Impero Austroungarico, nel quale erano nati, li aveva arruolati nelle fila del suo esercito e li aveva inviati a combattere in Galizia, contro i Russi. Tornarono tutti, per loro fortuna, qualcuno parecchi anni dopo quando ormai lo si dava per morto, e ritrovarono un nuovo padrone: i talians! Mia nonna, nata anch'essa austroungarica, ha sempre chiamato sua cognata Maria con l'appellativo di "la taliane", perché veniva da Palmanova, cittadina anch'essa friulana, ma appartenente al Regno d'Italia già dal 1866, dopo che l'Italia sconfisse l'Austria nella Terza Guerra d'Indipendenza. Ancora oggi alcuni chiamano la Prima Guerra Mondiale con l'espressione Quarta Guerra d'Indipendenza, perché, secondo loro, si completò il processo di liberazione degli ultimi territori italiani rimasti sotto l'Austria: Trento, Trieste e Gorizia. Ma molti non sanno che da queste parti, Trieste e Gorizia, le genti si son mescolate per secoli. Minoranza e maggioranza linguistica son stati concetti fluidi e anche poco significativi. Ma utilizzati ad arte dai politici per giustificare le guerre. Gorizia, nel 1915, aveva circa 30.000 abitanti, di cui meno di metà italiani (comprendendo in questo gruppo anche i cittadini di madrelingua friulana), 11.000 sloveni, 3.000 di lingua tedesca e 2.000 di altre nazionalità. La sua provincia si estendeva dalla bassa pianura friulano-isontina (italiana) a ovest fino ai colli e ai monti a est, nord-est (sloveni). Ed era così da secoli. Che cosa c'era quindi da liberare? E soprattutto da chi? Chiedetelo agli sloveni finiti sotto il Regno d'Italia dopo la Grande Guerra. Chiedete loro come si videro restringere i propri diritti, la libertà di esprimersi nella propria lingua. Chiedete cosa fecero i fascisti in quelle terre. Le risposte non saranno consolatorie.



In contemporanea al corteo di Casapound del 23 maggio, un corteo multiculturale di antifascisti sfilava attraverso le vie di Gorizia. Spiccava l'assenza di tanti partiti, sindacati e associazioni che si mostrano antifascisti solo durante le manifestazioni delle ricorrenze ufficiali. Lo sdoganamento di Casapound è ormai nei fatti. E la retorica della vittoria e dell'italianità che ha sfruttato in questi giorni gli ha giovato. E tutto questo mi provoca molta tristezza, perché per me essere antifascisti è una cosa naturale, semplice, data. Non c'è niente da spiegare, così come non ti domandi perché respiri: lo fai e basta. Tranquillamente. Mi domando cosa direbbero mio nonno Arturo, Primo Levi, Italo Calvino, Cesare Pavese, Elio Vittorini o Beppe Fenoglio. se, per assurdo, si affacciassero in questo mondo. Niente di buono, credo. Ma forse si potrebbe cogliere l'occasione per invitarli a raccontare ancora le loro storie. Ne abbiamo tanto bisogno.

domenica 8 settembre 2013

Una mattina mi son svegliato

Settanta anni fa, l'8 settembre del 1943, i destini di molte persone in Italia cambiarono all'improvviso. La guerra li faceva mutare di continuo, certo, ma l'Armistizio segnò una svolta radicale: l'Italia spezzata in due, l'occupazione tedesca, la Repubblica di Salò, la nascita del movimento resistenziale. Sullo sfondo la storia personale di tanti uomini e donne che in quei giorni presero decisioni importanti, o le subirono. Con conseguenze spesso tragiche, se non fatali.
Andrea Ventura, disegnatore e artista di fama internazionale e Mimmo Franzinellistorico del fascismo e dell'Italia repubblicana, raccontano cinque vicende di altrettanti protagonisti, loro malgrado, di quegli eventi. Cinque storie molto diverse fra loro ma emblematiche di come alcuni fatti storici producano nelle persone comuni reazioni differenti, se non opposte, ma tutte caratterizzate dalla ricerca della propria e, spesso, anche dell'altrui salvezza.
Una mattina mi son svegliato ci parla di Lotte Frölich, ebrea uccisa nella strage dell'Hotel Meina sul Lago Maggiore, di Primo Levi, partigiano e deportato, salvato e testimone dei sommersi, di Franco Passarella, giovane partigiano ucciso da altri partigiani perché ingiustamente sospettato di essere una spia, di Giorgio Albertazzi, ufficiale della Repubblica di Salò e protagonista di operazioni di repressione antipartigiana, di Nuto Revelli, alpino reduce dalla campagna di Russia e partigiano.


I precisi e asciutti testi di Franzinelli fanno da didascalia agli intensi disegni di Ventura che restituiscono con grande vividezza momenti decisivi delle vite dei cinque. La lettura è fluida e scorre veloce, le immagini immortalano sguardi, pose, espressioni, luoghi come solo le istantanee dei grandi fotografi sanno fare.


Un modo diverso di raccontare l'8 settembre, sia nei contenuti che nella forma. Un ottimo libro pubblicato da Utet e regalatomi da un'ottima amica.

domenica 25 agosto 2013

I 100 anni di Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena


Immaginate che all'improvviso il Governo vi vieti di parlare la vostra lingua madre. Ve lo proibisce: non potete più esprimervi nel vostro idioma con nessuno, né con i familiari, né con gli amici, tanto meno con gli estranei e negli uffici pubblici. La vostra lingua non esiste più, a scuola i maestri parlano solo nell'unica lingua ufficiale che lo Stato consenta. E se sgarrate, rischiate grosso: qualche bastonata, come minimo. Scenario improbabile e lontano da noi? Per niente! E' accaduto a Trieste e nelle zone limitrofe del Carso durante il Ventennio fascista, quando si cercò in ogni modo di eliminare la presenza slovena in uno sforzo violento di italianizzazione. Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena, ha vissuto sulla propria pelle quest'esperienza che non è stata nemmeno la peggiore della sua lunga vita, giunta il 26 agosto del 2013 al traguardo dei 100 anni.


Qui è proibito parlare è il titolo del romanzo in cui Pahor descrive la campagna di pulizia etnica messa in atto dal governo fascista nei confronti del mondo sloveno nell'estremo nord-est dell'Italia. Da bambino aveva assistito nel 1920 all'incendio del Narodni Dom, la sede principale della comunità slovena, situata in pieno centro a Trieste. Fu il primo atto terroristico compiuto in Italia dal nascente movimento fascista. E non fu un caso se si abbattè con inaudita violenza in una città appena sottratta all'Impero Asburgico con tanta retorica nazionalista e sulla pelle di centinaia di migliaia di soldati. Le complesse sfumature culturali che la città giuliana presentava costituivano solo un dettaglio insignificante per il governo del Regno d'Italia, il cui stupido processo di italianizzazione attuato dai governi del primo dopoguerra fu violentemente estremizzato da quello fascista.
Pahor ricorda tuttora che solo una banale semplificazione vede Trieste come città di cultura italiana e il Carso alle sue spalle come territorio di cultura slovena. Lo stesso Pahor, e tante persone come lui, sono stati e sono oggi cittadini triestini di cultura slovena, nati e cresciuti in città, ma la generalizzazione citata sopra resiste ancora. Ed è anche a causa di questa generalizzazione se parlare di bilinguismo per Trieste è visto come fumo negli occhi da tanti.
Eppure Pahor, per i diritti dei cittadini italiani di cultura slovena, ha combattuto anche con le armi, diventando partigiano durante il secondo conflitto mondiale e pagandone le conseguenze attraverso l'arresto e la detenzione in un campo di concentramento nazista sui Vosgi.


Sì, Boris Pahor, come Primo Levi, è un salvato, uno che ha fatto ritorno a casa dall'orrore del lager, convivendo con il senso di colpa per esserne sopravvissuto. Il racconto di questa devastante esperienza rivive in Necropoli, il libro che nel 2008 ha portato alla ribalta del pubblico e della critica italiana il nome e il personaggio di Boris Pahor. C'è solo un particolare da sottolineare: il ritardo. Il libro è stato scritto nel 1967 e venne pubblicato, nel silenzio generale, da una piccola casa editrice del monfalconese appena nel 1997. Ma le grandi case editrici si accorsero di questo piccolo (di statura) ometto solo quando nel 2007 gli venne insignita l'onorificenza più presigiosa che il governo francese tributa: la Legion d'onore. Da queste parti, allora, si son detti che evidentemente quel piccolo triestino che parla sloveno doveva avere, evidentemente, qualcosa di speciale. E si scoprì che l'ometto in questione aveva scritto parecchi altri romanzi (ovviamente in sloveno) e che aveva ricevuto nel 1992 anche la maggiore onorificenza di carattere culturale che venga riconosciuta nella vicina Repubblica di Slovenia: il premio Preseren. Necropoli, pubblicato da Fazi Editore, divenne così un caso letterario a distanza di più di quarant'anni dalla sua scrittura...
Claudio Magris ha scritto su Il Piccolo del 25 agosto che l'eredità culturale italiana di Trieste sarebbe mutilata senza l'apporto di quella slovena, e viceversa. Un'affermazione tanto banale quanto vera al punto però da doverla sottolineare e ripetere, perché ancora c'è qualcuno che non la accetta. Per fortuna ci sono persone come Boris Pahor che ne sono un esempio vivente, da 100 anni.

giovedì 25 aprile 2013

La scelta della resistenza

"Ma venne in novembre lo sbarco alleato in Nord Africa, venne in dicembre la resistenza e poi la vittoria a Stalingrado, e capimmo che la guerra si era fatta vicina e la storia aveva ripreso il suo cammino. Nel giro di poche settimane ognuno di noi maturò, più che in tutti i vent'anni precedenti. Uscirono dall'ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna. Il fascismo li aveva ridotti al silenzio per vent'anni, e ci spiegarono che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta e infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. Ci dissero che la nostra insofferenza beffarda non bastava; doveva volgersi in collera, e la collera essere incanalata in una rivolta organica e tempestiva: ma non ci insegnarono come si fabbrica una bomba, né come si spara un fucile.
Ci parlavano di sconosciuti: Gramsci, Salvemini, Gobetti, i Rosselli; chi erano? Esisteva dunque una seconda storia, una storia parallela a quella che il liceo ci aveva somministrata dall'alto? In quei pochi mesi convulsi cercammo invano di ricostruire, di ripopolare il vuoto storico dell'ultimo ventennio, ma quei nuovi personaggi rimanevano "eroi", come Garibaldi e Nazario Sauro, non avevano spessore né sostanza umana. Il tempo per consolidare la nostra preparazione non ci fu concesso: vennero in marzo gli scioperi di Torino, ad indicare che la crisi era prossima; vennero col 25 luglio il collasso del fascismo dall'interno, le piazze gremite di folla affratellata, la gioia estemporanea e precaria di un paese a cui la libertà era stata donata da un intrigo di palazzo; e venne l'8 settembre, il serpente verdegrigio delle divisioni naziste per le vie di Milano e di Torino, il brutale risveglio: la commedia era finita, l?italia era un paese occupato, come la Polonia, come la Jugoslavia, come la Norvegia.
In questo modo, dopo la lunga ubriacatura di parole, certi della giustezza della nostra scelta, estremamente insicuri dei nostri mezzi, con in cuore assai più disperazione che speranza, e sullo sfondo di un paese disfatto e diviso, siamo scesi in campo per misurarci. Ci separammo per seguire il nostro destino, ognuno in una valle diversa."
Primo Levi,
Il sistema periodico

martedì 3 aprile 2012

Io sono un centauro

Sono due sentimenti contrastanti quelli che sorgono dentro di me ogni volta che ascolto la voce di Primo Levi. Da un lato sono travolto da una profonda tristezza, non solo per il pensiero della sua tragica esperienza ad Auschwitz ma anche per la sua morte, per come è avvenuta, 25 anni fa, con quel lancio nel vuoto della tromba delle scale del palazzo in cui viveva ed era nato. L'altro sentimento che nasce dentro di me è del tutto opposto. E' una grande fiducia nella vita, nella sua complessità, è un desiderio di ricerca, di analisi, di approfondimento, è una grande curiosità. Un uomo che si è suicidato, che ha rifiutato di continuare a vivere, è riuscito a comunicare tutto questo a chi lo ha ascoltato, visto, letto. A chi ha letto quell'insieme di opere per cui Primo Levi è meno noto, come i racconti ad esempio. Il chimico, il tecnico più che lo scienziato, come lui amava definirsi (e che piace anche a me come definizione visto che tecnico lo sono anche io) induce una miriade di spunti di riflessione: curiosi, strani, simpatici, profondi, mai banali. Pieni di vita. Quella di cui però si è privato l'11 aprile di 25 anni fa, della cui notizia ho un ricordo ancora oggi chiaro come può essere solo un'immagine che si staglia netta nel cervello: dove io, tornato dal liceo, sto pranzando seduto a tavola con mia madre in piedi alle mie spalle mentre è intenta a preparare qualcosa, e il telegiornale che annuncia freddamente la notizia. Freddo: è la sensazione associata a quell'immagine, freddo capace di spegnere la luce e il caldo di quella primavera.
Rai Radio 3 ricorda Primo Levi attraverso la sua voce, e quella di molti altri che ne parlano. Lo fa riproponendo lo speciale che Marco Belpoliti realizzò nel 2007: Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi. Dieci puntate da ascoltare che ci fanno ri-scoprire l'universo di Primo Levi attraverso dieci temi.

I PUNTATA: Il lager (ospiti: Ferdinando Sessi e Mario Porro)
II PUNTATA: Il viaggio (ospiti: Andrea Cortellessa e Davide Ferrario)
III PUNTATA: La letteratura (ospiti: Ernesto Ferrero e Massimo Rizzante)
IV PUNTATA: La curiosità (ospiti: Stefano Bartezzaghi e Daniele Giglioli)
V PUNTATA: La chimica (ospiti: Piero Bianucci e Mario Porro)
VI PUNTATA: Il lavoro (ospiti: Nicola Tranfaglia e Alberto Papuzzi)
VII PUNTATA: L'ebraismo (ospiti: Gad Lerner e Alberto Cavaglion)
VIII PUNTATA: La memoria (ospiti: Sergio Luzzatto, Pietro Barbetta, Mario Barenghi)
IX PUNTATA: La zona grigia (ospiti: Walter Barberis e Luigi Zoja)
X PUNTATA: La poesia (ospiti: Massimo Raffaeli e Fabio Pusterla)

Inoltre, il programma radiofonico Ad alta voce, sempre di Rai radio 3, sta proponendo proprio in questi giorni la lettura de La tregua.

sabato 17 dicembre 2011

Come si legittima la violenza?


È giovedì pomeriggio, sono da poco passate le 3. Guido per le vie di Trieste in direzione casa. Sono sollevato. Lo sono sempre (e chi non lo sarebbe) quando esco da una visita specialistica nella quale il medico ti ha appena rassicurato che il tuo fastidioso sintomo non è la spia di nulla di grave.
Accendo così la radio e mi sintonizzo su Radio Tre: a quest'ora c'è Fahrenheit e sentir parlare di idee e libri non può che migliorarmi ancor di più l'umore. Riconosco subito la voce calda di Loredana Lipperini che presenta il tema su cui si dibatte: Come si legittima la violenza? Lo spunto viene dai tragici fatti di cronaca di Torino e di Firenze, nei quali il razzismo riveste un ruolo chiave. Gli interlocutori della Lipperini sono autorevoli: Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale all'Università di Milano Bicocca, autrice di "Deumanizzazione. Come si legittima la violenza", e Marco Revelli, docente di Scienza della Politica all'Università del Piemonte Orientale. Il nocciolo della riflessione verte sul clima di tensione e di intolleranza che la crisi economica sempre più profonda sembra aver acuito in Italia e sulle responsabilità della politica e della comunicazione.

Alla domanda riguardante le origini del razzismo in Italia, la Volpato risponde in un modo che mi trova d'accordo: il nostro razzismo nasce dal fascismo, ovvero da un regime che aveva sposato una durissima politica razziale, inaugurandola fra l'altro proprio a Trieste con il famoso discorso tenuto da Mussolini in Piazza Unità sulle leggi razziali. Gli italiani, continua la Volpato, non hanno mai fatto i conti con questo aspetto della loro storia, ma l'hanno rimosso. Ancor oggi molti ragazzi, ma non solo, pensano che fascismo e discriminazione e persecuzione degli gli ebrei non abbiano nessuna relazione o, quantomeno, che il rapporto sia trascurabile.
Spostandosi sul piano della politica, Marco Revelli sottolinea come nelle istituzioni italiane di tutti i livelli, nazionali e locali, sieda una forza politica, la Lega Nord, che da vent'anni fa del razzismo una sua bandiera. E questo non può non avere conseguenze sulla società.
Il mio buon umore a questo punto se n'è già andato: tutto dannatamente vero quanto affermato dagli ospiti ma è ciò che dice la Lipperini a gettarmi nella tristezza più nera. Si sta discutendo del ruolo dei media e la conduttrice cita l'incipit di ciò che il sito di satira Nonciclopedia recita riguardo alla voce Primo Levi:
1° Levi è morto. Chiunque fosse, qualunque cosa facesse, era ebreo, perciò ci tengo a tranquillizzare la popolazione. È morto.
Agghiacciante! Rimango senza parole. Penso che in nome della libertà di espressione si tollerano queste pagine sulla rete che vorrebbero essere di satira, ma che sono soltanto antisemite. C'è un limite alla libertà di espressione: l'offesa della dignità dell'uomo.
Spengo la radio, sono depresso. Ma il mio masochismo mi spinge, una volta giunto a casa, ad accendere il pc, andare in rete sul sito di cui sopra e leggere per intero la voce riguardante lo scrittore torinese. Non mi fermo, cerco Anna Frank sul sito: stessa porcheria. Mi incazzo come un treno e mi viene in mente un pensiero molto triste e che mi fa anche paura.
Penso che chi scrive queste parole è ignorante, non ha empatia e vuole mettersi in mostra. In altre parole: è pericoloso.

lunedì 18 aprile 2011

Schegge di Liberazione


Questo bel disegno di Makkox è la copertina del nuovo volume di Schegge di Liberazione, libro di carta ma anche ebook in uscita il 25 aprile, giorno della Festa della Liberazione. Di cosa si tratta? Me l'ha spiegato il mio amico Emanuele, che vedrà inserito nell'edizione 2011 un suo racconto dedicato alla Resistenza. E insieme al suo, tanti altri, in un omaggio collaborativo e gratuito ai valori che stanno alla base di questa ricorrenza. Gli autori non sono personaggi famosi, nè scrittori affermati, ma gente comune che vuole dare il proprio contributo in termini di racconti, saggi, poesie, disegni o foto aventi come tema la Resistenza storica e/o quella quotidiana.
L'iniziativa è sicuramente interessante e utile: il patrimonio della Resistenza va infatti coltivato, protetto e diffuso, visti i tempi di revisionismo imperante che stiamo vivendo. E un modo corretto di farlo è proprio quello di raccogliere testimonianze sparse in tutto il paese che, magari, andrebbero perse se non ci fossero iniziative simili. Peccato non averlo saputo prima, perché qualche testimonianza familiare (per il momento, appunto, solo orale) l'avrei raccontata anche io.
La presentazione del libro avverrà il 25 aprile all'ex Campo di Concentramento di Fossoli: quello, per intenderci, da cui Primo Levi e molti altri detenuti ebrei e politici partirono alla volta di Auschwitz. E' un'ottima occasione per ascoltare la lettura di alcuni pezzi tratti dal nuovo libro e da quello precedente del 2010, scaricabile qui. Quale miglior modo per trascorrere questa giornata?


domenica 24 gennaio 2010

174517

E' il numero stampato sul braccio di Primo Levi quando entrò nel febbraio del 1944 nel campo di sterminio di Auschwitz. Si sta avvicinando il 27 gennaio, il giorno della memoria: per Primo Levi la memoria era un dovere, cui si sottopose appena uscito dal lager, appena ebbe a disposizione una carta, una matita e un tavolo. Per tutta la sua vita la memoria rappresentò il suo impegno di testimone diretto, soprattuto nei confronti dei giovani.



Più volte affermò l'importanza dell'educazione scolastica come strumento essenziale per tenere viva la memoria, ricordando come i regimi nazista e fascista ebbero nella propaganda e nella scuola le armi principali per la generazione di fanatici sostenitori.


Lessi Se questo è un uomo e La tregua alle medie, come spero facciano tuttora gli studenti di quell'età, ma li rilessi e li feci miei più tardi, durante gli anni dell'università, ancora giovane certo, ma più o meno alla stessa età in cui Primo Levi fu catturato e portato ad Auschwitz. Primo Levi da allora è diventato il mio autore preferito e non solo per le sue opere centrate sulla Shoah, ma anche per i suoi libri e racconti che hanno come tema il lavoro, la scienza e la chimica: che non sono affatto disgiunti da quello concentrazionario, anzi. La chimica era per Levi uno strumento di analisi della realtà e della natura nella sua essenza più profonda. Il mestiere di chimico non lo abbandonava mai mentre scriveva, anzi gli offriva punti di vista e mezzi utilissimi per la sua analisi della realtà umana. Un aspetto poi poco noto di Levi è la sua grande ironia, evidente in molti suoi straordinari racconti. Quello che voglio dire è che Levi è molto di più di quello che di lui è più noto, è una miniera inesauribile di spunti e di riflessioni sul mondo e sull'uomo.



Quando penso a Primo Levi il primo sentimento che provo è la tristezza: per le ferite che ha subito personalmente, per l'abominio a cui l'uomo può arrivare in certe condizioni. Levi diceva che fra i suoi aguzzini rarissimi erano i mostri mentre la maggior parte erano uomini normali: ciò che lui subì fu nello stesso tempo disumano ma anche umano in quanto opera dell'uomo. Ammettere che dentro di noi si nasconda una parte così nera è pesante, ma così è. Per fortuna la tristezza poi mi abbandona, scacciata da uno sconfinato senso di affetto e rispetto per un uomo così grande, dietro la cui mitezza e perfino dolcezza emergono chiare fermezza, lucidità di pensiero e una straordinaria perseveranza nel testimoniare per il bene degli altri uomini. Mi rassicura sapere che è esistita una persona così, perché anche io sono fatto della sua stessa natura. Dentro di noi c'è veramente tutto.


   

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