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giovedì 22 ottobre 2015

Ken Parker Classic N. 16 - "Butch l'implacabile"


È in'edicola il sedicesimo numero della collana Ken Parker Classic, la ristampa delle avventure di Lungo Fucile edita da Mondadori. In questo episodio il personaggio creato da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo viene incarnato dai disegni del compianto Bruno Marraffa. Già nei due episodi ambientati nei ghiacci dell'Alaska settentrionale (Le terre bianche e Il popolo degli uomini) Marraffa era riuscito nel difficile tentativo di proiettare letteralmente il lettore nelle tempeste di neve, di farlo remare in una canoa durante la caccia al tricheco o di inserirlo in un igloo di un villaggio inuit. La precisione con cui il paesaggio e l'ambiente sono stati riprodotti non è l'unico pregio. Ancor più coinvolgente è la fisicità con cui i corpi vengono ritratti: anatomicamente sono perfetti. Basti guardare i comanche protagonisti de Butch l'implacabile, l'episodio che finora esalta di più le doti e lo stile di Marraffa. La loro spietatezza non dipende solo dalla violenza oggettiva degli atti che compiono ma è figlia anche della carnalità con cui sono rappresentati i loro corpi.
Durissimo questo albo, pieno di brutale violenza, fisica e verbale. Butch, cacciatore di scalpi, è una figura riprovevole, contro la quale Ken si scaglia rabbiosamente. Lo vediamo agire spietatamente mentre assassina a sangue freddo un piccolo gruppo di indiani, senza riguardo per vecchi, donne, bambini o malati. E dopo il massacro assistiamo al macabro atto dello scalpo. Berardi non ci risparmia da scene forti. E Marraffa le rappresenta con estremo realismo. Come ho scritto sopra, il grande formato amplifica ancor di più la resa dei disegni e quindi le emozioni che suscitano. Più di una volta, dopo alcune sequenze di vignette, son rimasto colpito dalla violenza trasmessa. E dalla figura di Butch. Un'altra piccola perla uscita dalla fantasia di Berardi e raffigurata perfettamente dall'espressione dura e tagliente creata da Marraffa.



Butch è spregevole, certo, ma anche chi è cattivo e implacabile può avere argomenti interessanti.
"Mi sorprende sempre l'ipocrisia dei moralisti! Credete davvero di avere la coscienza pulita tutti voi!?.. Ci siamo dentro tutti...a cominciare dai politici che non hanno mai rispettato un trattato.. fino ai coloni che invadono le terre degli indiani, e all'esercito che li massacra a mucchi, e all'opinione pubblica che acconsente in silenzio...Per quei musi di rame non c'è speranza! Sono destinati a scomparire fino all'ultimo! E non per volontà di pochi singoli, ma di un'intera nazione!"
La proprietà, il denaro e il potere governano il mondo e, secondo Butch, sono il motore dello sterminio dei nativi. Analisi lucida e realista, non c'è che dire, anche se espressa da un assassino. La sua risposta però quale è? Come reagisce a tutto questo Butch? Visto che gli indiani sono destinati comunque a morire, tanto vale trarne vantaggio. La crudeltà che accompagna i suoi gesti è per lui trascurabile. Interessante a questo proposito il confronto fra Ken e Butch sulle rispettive esperienze di vita con gli indiani.
"Ho imparato a conoscerli, ad apprezzare la loro intelligenza, il loro coraggio, la loro giustizia! Sono un popolo con una civiltà e una spiritualità elevatissime!"
afferma Ken, a cui Butch replica:
"Balle! Io sono stato dieci anni con i comanche e non ne ho visto traccia! L'unica cosa che hanno di umano è l'aspetto ma dentro sono bestie! E come tali li uccido!"
E più tardi, riferendosi ad un guerriero comanche che sta per affrontare in una sfida corpo a corpo:
"Avevo otto anni quando suo padre mi prese con sé dopo aver massacrato la mia famiglia...Finché ne ebbi diciotto, mi trattò come uno schiavo. Poi una notte lo uccisi e fuggii col suo scalpo!"
Ecco, quindi che scopriamo un aspetto importante del passato di Butch, che ci aiuta certamente a capire un po' di più la possibile motivazione delle sue azioni: la vendetta, una vendetta ingiustificabile perché rivolta indiscriminatamente verso tutti gli altri indiani. Comprendiamo ma non giustifichiamo e non accettiamo. Ma il personaggio è splendido.



Butch usa la violenza solo per il proprio tornaconto personale, perché con la violenza è stato allevato e perché, quindi, è l'unico linguaggio che conosce. Di fronte a Butch c'è Ken, un uomo con le sue debolezze e con i suoi ideali, uno che magari fa la stessa analisi di Butch riguardo alle cause dello sterminio degli indiani, ma che si vi si oppone con tutto se stesso, nel suo piccolo, con tutti i suoi limiti, e sapendo che non riuscirà a fermare il processo inarrestabile. Ma c'è un ideale dentro Ken, un ideale molto semplice e spontaneo: il rispetto della dignità umana. Basterebbe questo. Basterebbe assumere comportamenti coerenti nei confronti di questo ideale per avere anche il rispetto di se stessi. Cosa più difficile a farsi che a dirsi. Molto più facile farsi trascinare da bassi istinti, adducendo sbagliate motivazioni personali, inserendole in una più vasta giustificazione "ideologica" come fa Butch. Ken invece ci prova, sbagliando più di una volta come facciamo tutti, ma ci prova. E' questa, in fondo, la differenza fra Ken e Butch.

domenica 11 ottobre 2015

Il romanzo di Mister No


Inizialmente la formula scelta per celebrare Mister No non mi convinceva tanto: perché un romanzo e non un fumetto inedito? Ma in seguito, addentrandomi nella lettura del secondo Avventura Magazine intitolato Mister No - Come un romanzo, edito il mese scorso dalla Sergio Bonelli Editore, mi son dovuto ricredere. E sì, perché è stato un emozionante tuffo nel passato (quello di Jerry Drake e il mio) ripercorrere la vita di Mister No dalla sua infanzia a New York fino al suo arrivo a Manaus. Attraverso gli undici capitoli scritti egregiamente da Luigi Mignacco ho attraversato continenti, scenari e avventure che hanno reso Jerry Drake il personaggio che diverse generazioni di lettori hanno saputo amare lungo più di trent'anni di pubblicazioni. Probabilmente non c'era modo migliore di celebrare i quarant'anni della nascita dell'anti eroe creato da Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) se non quello di far raccontare in flash-back allo stesso Mister No le vicende che lo hanno condotto nella foresta amazzonica. Letti così di fila tutti gli avvenimenti precedenti all'arrivo a Manuas, si ottiene un quadro molto chiaro del personaggio. Si evidenziano i suoi tratti caratteriali e ideali attraverso le vicende vissute in prima persona.



È proprio la vita vera che ci parla e ci mostra come la violenza abbia sempre inseguito Jerry, prima sulle strade di New York insanguinate dalla lotta fra clan mafiosi e poi sui teatri di guerra di mezzo mondo. Pacifico, Italia, Ardenne: sono questi gli scenari in cui il soldato Jerry Drake affronta l'orrore della guerra, cercando di mantenere sempre viva la propria umanità e credendo sempre nel valore dell'amicizia, anche quando questo comporta gravi conseguenze per lui stesso. Insofferente verso l'insensata disciplina militare, Mister No dice sempre quello che pensa e fa quello che dice. Cerca, in altre parole, di praticare la coerenza, una virtù che è sempre meno diffusa presso gli uomini. Anche negli avvenimenti vissuti nel dopoguerra, al ritorno a casa in una nazione che guarda di traverso i reduci, Jerry si scontra con la violenza di criminali e uomini di stato. Sembra una lotta impari e crudele: Mister No non riesce a vivere in pace e con serenità se non per brevi periodi. Ma c'è anche un altro aspetto che risalta dal racconto della vita di Mister No, ed è un aspetto solare, di un uomo che, nonostante tutto, ama la vita e ama divertirsi. Le donne, il jazz, le bevute con gli amici costituiscono la parte spensierata della vita di Jerry. I suoi lettori lo amano anche per questo, per il suo lato scanzonato, per la sua capacità di stare insieme agli altri. È il compagno di bagordi che tutti vorremmo avere. Di più, è l'amico che tutti vorremmo avere.
Prima dicevo che la lettura del romanzo di Mignacco è stato anche un tuffo nel mio passato. È stato inevitabile, infatti, non ripensare ai bei momenti che ho trascorso leggendo le avventure di Mister No, anche grazie alle pagine a fumetti (colorate per l'occasione) tratte dagli albi originali e inserite lungo gli undici capitoli del magazine. Mister No è stato il primo personaggio della Bonelli di cui ho cominciato da ragazzino a raccogliere gli albi, richiedendone anche alcuni arretrati. A posteriori direi che, pur nelle straordinarie imprese che solo un personaggio dei fumetti può vivere, il fascino che lungo gli anni ha saputo esercitare su di me sia dovuto al suo realismo e al sentirlo a me vicino. Ci si immedesima più facilmente, infatti, in un uomo che crede nei propri ideali, che cerca faticosamente di mantenerli come rotta della propria vita, pur sbagliando e riprovando. Mister No ha pagato sempre in prima persona le proprie scelte, spesso scomode. Io gli ho voluto e gli voglio bene anche per questo.



L'omaggio a Mister No è stato impreziosito dalle illustrazioni di Aldo Di Gennaro che, unitamente al colore ingiallito della carta, contribuiscono a creare un'aurea nostalgica di romanzo d'avventura d'altri tempi. Al tributo all'anti-eroe creato da Guido Nolitta non potevano mancare Michele Masiero e Roberto Diso, autori della cornice a fumetti iniziale e finale che racchiude il racconto in flash-back.
Ora, dopo questo volume celebrativo, tutti i lettori di Mister No, vecchi e nuovi (e, mi auguro, che dopo questa pubblicazione ce ne saranno molti di nuovi), hanno solo un desiderio. Leggere una storia inedita a fumetti di Mister No. In Bonelli ci stanno lavorando.  

venerdì 23 novembre 2012

La coerenza di Ken...Loach


Mi rincuorano sempre i gesti di coerenza, piccoli o grandi che siano.....


“È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film. I festival hanno l’importante funzione di promuovere la cinematografia europea e mondiale e Torino ha un’eccellente reputazione, avendo contribuito in modo evidente a stimolare l’amore e la passione per il cinema. Tuttavia c’è un grave problema, ossia la questione dell’esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile.
A Torino sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (MNC). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti. Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. Ovviamente è difficile per noi districarci tra i dettagli di una disputa che si svolge in un altro Paese, con pratiche lavorative diverse dalle nostre, ma ciò non significa che i principi non siano chiari. In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili.
Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, “Bread and Roses”. Come potrei  non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio”.

Ken Loach

sabato 10 settembre 2011

Gli indignados de noantri

Il veterinario che cura le mie micie è di origine israeliana: è molto competente nel suo mestiere e, fatto che non guasta, è anche dotato di una qualità che scarseggia oggigiorno, la schiettezza. Negli ultmi giorni, parlando del più e del meno, mi ha fatto notare come gli italiani sopportino sempre tutto, non si ribellino mai. Abbiamo convenuto che è un fatto culturale, e che una delle possibili cause è data dai secoli e secoli di sottomissione a potenze straniere. Ma, al di là di questo, mi ha fatto notare come invece il popolo israeliano sia molto più critico nei confronti de potere politico e come, soprattutto, la critica si traduca in azione.
Il riferimento è agli indignados, ovvero al movimento spontaneo di popolo che ha portato in piazza il 3 settembre scorso ben 400.000 israeliani in tutto il paese (300.000 nella sola Tel Aviv) per chiedere al governo Netanyahu maggiore giustizia sociale e per protestare contro il caro vita. Era la sesta volta, nel corso di questa estate, che la gente scendeva in piazza. Da tener presente che dietro agli indignados non c'è nessun sindacato e che la popolazione dello Stato di Israele ammonta complessivamente a poco più di 7.500.000 persone.

Indignados a Tel Aviv

E gli indignados de noantri? Il governo e il parlamento italiani stanno varando una manovra iniqua i cui costi ricadranno soprattutto sui lavoratori dipendenti e i pensionati, e l'unica manifestazione di protesta è stata lo sciopero generale indetto dalla Cgil il 6 settembre scorso. Quante persone si sono mosse? Alcune centinaia di migliaia, forse, su un totale di quasi 60 milioni di italiani. E questo sarebbe il risultato del moto di indignazione che serpeggia nel Belpaese? Uno sciopero dalla modesta riuscita, i cui partecipanti sono dati soprattutto dagli iscritti al sindacato della Cgil? Il risultato è stata una manifestazione che ormai ha assunto la forma di una vecchia routine consolidata: il governo di Berlusconi annuncia e realizza politiche che attaccano le fascie sociali più deboli, i giornali di centro-sinistra lo criticano, il PD balbetta, l'IDV fa la voce inutilmente grossa, Cisl e Uil non fanno nulla e la Cgil indice uno sciopero generale che non ha nessun effetto. Le cause? La nostra scarsa capacità di indignarsi spontaneamente, senza che ce lo indichi qualcuno, e la conseguente difficoltà nel tradurla in azione. In questa materia, dovremmo imparare dal popolo israeliano.

La vignetta in alto è di Jeff Danziger, un cartoonist americano

mercoledì 23 marzo 2011

Propongo di abrogare l'articolo 11 della Costituzione


"Siamo in guerra? E' difficile negarlo, dal momento in cui partono degli aerei all'interno di un'operazione militare e lanciano sul suolo libico delle bombe".

E' quanto ha dichiarato stamattina sulla vicenda Libia il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano.
Non è che aspettavo che Mantovano me lo dicesse per capirlo, tuttavia è significativo che un rappresentante del governo pronunci queste parole. Altrettanto significative sono quelle che ha aggiunto:
"Se una missione punta ad alleviare le sofferenze dei civili, le bombe non vanno in questa direzione".
Occorre aggiungere altro? Anche se non tiri direttamente le bombe in testa al nemico, ma partecipi con mezzi, armi, aerei e basi militari ad un'operazione militare in cui mezzi di altri stati sganciano le bombe, allora sei in guerra. E' inutile girare attorno alle parole. Continua l'ipocrisia ormai ultradecennale in cui l'Italia dice di partecipare a missioni umanitarie, ma poi alla fine si usano le armi e si va in Afghanistan o in Iraq con l'esercito.
E quindi, visto che ormai stiamo violando di fatto l'articolo 11 della Costituzione, tanto vale, per coerenza, abgrogarlo. Quindi che si faccia alla svelta una legge costituzionale e, se non si raggiunge in Parlamento i due terzi dei componenti, allora si istituisca un referendum confermativo.

domenica 5 dicembre 2010

Mutazione genetica

E' notizia di venerdì 3 dicembre: il confronto tra Fiat e sindacati per stabilire il futuro dello stabilimento di Mirafiori è saltato. “Non ci sono le condizioni per raggiungere un accordo” ha dichiarato il capo delegazione dell'industria torinese. Le condizioni sono l'accettazione da parte dei sindacati della scelta di Fiat di creare una newco, ovvero una nuova compagnia in cui assumere tutti i lavoratori di Mirafiori: questa newco non aderirà a Federmeccanica e quindi non le si applicherà il contratto nazionale dei metalmeccanici.
Il punto centrale è proprio questo: il contratto nazionale. Fiat, così come è successo quest'estate nel suo stabilimento di Pomigliano, non vuole più sottostare alle norme regolanti i rapporti di lavoro contenute nel contratto nazionale, ma vuole stabilirne di proprie, da applicare nello stabilimento torinese.

Penso non sfuggano ai più le conseguenze pericolose di questa strategia. Il contratto nazionale si fonda su due principi: uno di giustizia e uno di solidarietà. Il primo stabilisce che due lavoratori che compiono la stessa mansione devono essere pagati allo stesso modo, a prescindere dall'azienda e dalla città in cui prestano la loro opera. Il secondo, ancor più importante e comunque strettamente legato al primo, garantisce che un lavoratore di una piccola azienda privo di qualsiasi forza contrattuale, possa godere dei benefici del contratto nazionale, ottenuti grazie alle vertenze e alle lotte di quei lavoratori che, appartenendo a aziende più grandi e sindacalizzate, hanno invece una maggiore forza contrattuale. In altre parole, il più debole viene difeso, nell'applicazione dei propri diritti, proprio grazie all'esistenza del contratto nazionale.
Dobbiamo quindi considerare il contratto nazionale come una conquista di civiltà e, come tale, dovrebbe essere ormai iscritto nel DNA di qualsiasi forza politica e sindacale che si richiama ai valori della sinistra, proprio perché fra questi valori compare, ai primi posti, la difesa del più debole.

Spiace osservare invece che così non è per il maggior partito all'opposizione in Italia, ovvero il Partito Democratico. Qualche settimana fa il segretario Pierluigi Bersani fu ospite della trasmissione di Rai3 Vieni via con me per elencare i valori della sinistra, ovvero dell'area politica cui il PD dichiara di appartenere. Ricordo bene uno dei primi punti dell'elenco del segretario: la difesa del più debole. La coerenza fa parole e azioni è però un altro affare. Leggo infatti sul quotidiano La Repubblica di sabato 4 dicembre un'intervista ad uno dei candidati del PD per la carica di futuro leader della coalizione di centro-sinistra, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che si esprime proprio sulla rottura delle trattative per Mirafiori tra Fiat e sindacati avvenuta il giorno precedente. L'esponente PD afferma:

Chiamparino visto da Mannelli
“Sono convinto che ci debba essere da entrambe le parti uno sforzo per riprendere la trattativa e portarla a compimento facendo prevalere il senso di responsabilità. Non conosco i dettagli della proposta, ma non mi scandalizzerebbe né un contratto solo per il settore auto né per singoli stabilimenti a seconda delle caratteristiche. Non si tratta di un tabù.”
Faccio notare che, per tenere conto delle caratteristiche dei singoli stabilimenti, esistono i contratti aziendali, che “si costruiscono” sopra il contratto nazionale e che sono ampiamente applicati in tutti gli stabilimenti Fiat. A parte questa personale osservazione, dalle parole di Chiamparino risulta evidente la volontà di non contraddire Sergio Marchionne, considerato da molti nel PD come un moderno innovatore del sistema di organizzazione lavorativa, quasi come un salvatore delle sorti dell'automobile italiana. Accanto ai suoi indiscutibili meriti, va valutata però attentamente la sua azione di questi ultimi mesi. Non ha molto senso fare dei paragoni con i suoi successi americani. Là la Chrysler è stata salvata grazie a forti interventi pubblici e ad accordi sindacali che prevedono anche la riduzione della paga per i giovani assunti a parità di lavoro e la rinuncia al diritto di sciopero. Questi due elementi non possono essere applicati in Italia proprio per l'esistenza del contratto nazionale e perché lo sciopero è un diritto garantito dalla Costituzione italiana. Ecco perché Marchionne vuole aggirare il contratto nazionale: per scriversi a proprio comodo un contratto ad hoc, insieme possibilmente ad un sindacato che guardi solo al particolare stabilimento e non al generale, alla faccia della solidarietà e dell'egualitarismo.
Un partito che si definisce di sinistra, come fa il PD, non può acconsentire ad una tale operazione, pena la sua trasformazione in un organismo geneticamente modificato. Il cammino compiuto dai lavoratori nella storia è stato molto lungo e spesso tragico per raggiungere le conquiste attuali. Prima di buttare a mare tutto quanto, tutta una storia politica lunga più di un secolo, il PD dovrebbe pensarci due volte.


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