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lunedì 12 ottobre 2015

Zerocalcare e il potere di una foto


La foto di un antico ponte romano potrebbe essere stata scattata in Italia o in Spagna, in Francia o in Grecia, in Egitto o in Palestina. Ma i Romani si spinsero anche più a Oriente, in Siria, per la precisione nell'attuale Rojava, la regione curda di Kobane. Anche lì, sulla strada che porta a Kobane da Qamishlo c'è un ponte romano. Della foto che lo ritrae e della donna che l'ha scattata Zerocalcare ci racconta la storia in Ferro & piume, il reportage giornalistico a fumetti pubblicato da Internazionale il 2 ottobre. Dopo le 42 tavole del primo servizio di graphic journalism che l'autore romano disegnò e scrisse sempre per la stessa rivista lo scorso gennaio, è ancora la guerra fra l'Isis e i curdi ad essere l'oggetto del suo racconto, vissuto in prima persona.



Questa volta Michele Rech ci riferisce di un particolare incontro vissuto nel giugno di quest'anno lungo la strada che portava lui e i suoi compagni della Staffetta Romana per Kobane nella città capoluogo del Rojava, a lungo contesa fra Isis e curdi. Zerocalcare fa quello che il giornalista dovrebbe fare: andare sul teatro di guerra e parlare con i protagonisti. Ma lo fa senza il cappello del giornalista, bensì con quello di un uomo che cerca di capirci qualcosa in un conflitto che i giornalisti di professione spiegano in modo parziale e di parte. Parla con i resistenti curdi per i quali sta facendo quel viaggio. Incontra Nasrin, una donna, la comandante delle unità di protezione delle donne del Rojava, le YPJ. Una donna che gli presenta tanti volti: quello pietoso del comandante militare che sa consolare i parenti dei suoi combattenti. Quello granitico della resistente politica che ti spiega il gioco sporco e stragista che la Turchia di Erdogan sta giocando sulla pelle dei curdi e dei sostenitori turchi dei curdi. E infine quello sereno di una donna che per un pomeriggio torna a vestire i panni civili da reporter di prima della guerra: imbraccia la macchina fotografica invece del fucile e scatta una bella foto ricordo ad un gruppo di ragazzi italiani su un ponte romano del Rojava, Kurdistan siriano. Il senso della resistenza di quella donna sta tutto in quel gesto: scattare una foto e lottare per poterlo ritornare a fare anche nel futuro, dopo che la guerra si sarà conclusa e i curdi avranno ottenuto la possibilità di vivere in pace, in una società democratica, in fratellanza con le altre etnie. È questo l'obiettivo dei resistenti curdi: una società egualitaria che si fonda su un nuovo patto sociale.



Ed è per questo che sono osteggiati da tutti: dai turchi in primis, ma anche da tutto il mondo occidentale che vede nel loro scopo un pericolo per la stabilità dei loro interessi. Non si spiegherebbe altrimenti il disinteresse, lo scarso appoggio o perfino l'ostilità che hanno ricevuto per la loro lotta democratica dalle potenze occidentali democratiche. Non si spiegherebbe altrimenti la scarsa informazione sulla loro battaglia, sulla loro vita e sulla loro organizzazione statale. Il comandante Nasrim era già stata in Italia qualche mese prima, ma aveva potuto raccontare la propria esperienza di resistenza solo nei circuiti associazionistici e politici di un certo tipo. La grande stampa e i mass media l'hanno ignorata. D'altro canto presentare una donna musulmana che distrugge in un solo istante tutti i pregiudizi che i mass media sono riusciti faticosamente a costruire attorno alla figura del musulmano, è pericoloso. Molto più semplice e comodo lasciarla ospite dei circuiti di informazione alternativi, che ben pochi seguono, e continuare a bombardare il cervello dei lettori/telespettatori con i soliti luoghi comuni sull'Islam. Semplificare male è la parola d'ordine, anziché spiegare la complessità. Quindi dobbiamo ringraziare Internazionale e Zerocalcare per il secondo reportage di graphic journalism sul Rojava, sulla resistenza curda e sul potere di una foto.



domenica 18 gennaio 2015

Zerocalcare a Kobane


Ancora Kobane. Dopo una settimana la rivista Internazionale ripropone all'attenzione dei suoi lettori la città curda della regione siriana del Rojava. Lo fa usando lo stesso linguaggio di sette giorni fa, il fumetto. Ma se nel numero precedente Isik ci aveva spedito una cartolina da Kobane composta da due tavole, ora Zerocalcare ci regala un reportage di quarantadue pagine, frutto della sua esperienza vissuta nel Rojava insieme alla Staffetta Romana per Kobane, ovvero gente dei centri sociali che si reca sul posto per fornire un supporto umanitario e per portare a casa un'informazione corretta.
Il graphic journalism che ci offre Zerocalcare è unico, perché il resoconto dei fatti è intriso delle forti emozioni vissute. A Mehser, un villaggio turco a pochi chilometri dal confine su cui si affaccia Kobane, Zerocalcare entra in contatto con una realtà che i grandi media non raccontano. Uomini e donne organizzati in una struttura sociale partecipata, democratica e governata dal basso, dalla gente che si autogestisce in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Vita che di ordinario e normale ha ormai ben poco, visto che la guerra contro l'Isis è ormai la quotidianità. Zerocalcare mi piace perché si mostra sempre come è, senza filtri, con tutte le sue paure, con il suo senso di inadeguatezza di fronte alla forza e determinazione dimostrata dai curdi, soprattutto dalle donne. Ma c'è anche tutta la sua curiosità di capire, la sua volontà di aiutare, la sua partecipazione offerta attraverso gli strumenti che ha a disposizione, c'è tutto il suo cuore lì a Kobane. Zerocalcare ti fa sorridere, ti fa capire, ti fa commuovere. Fa parlare le persone che incontra e le parole sono come pietre. Mi hanno colpito in particolare quelle pronunciate da Newroz Kobane, una delle ragazze responsabili del campo profughi:
"Noi siamo musulmane. A noi nessuno può venirci a dare lezioni di Islam. Sono quelli dell'Isis a non essere musulmani. Noi rispettiamo tutti. Noi seppelliamo i morti. Anche i loro. Loro tagliano teste, mani, piedi. Uccidono bambini. Sono bestie senza coscienza. Che religione ha gente così?"

Basterebbero queste parole per far tacere tutti gli attuali sciacalli che soffiano sul fuoco di quello che è successo a Parigi, cercando di demonizzare una religione e tutti i suoi fedeli. Bisognerebbe portarli nel Rojava a verificare sul posto come invece dei musulmani (e non solo) stanno realizzando una rivoluzione in cui tutti sono eguali, le ricchezze sono distribuite, la natura è rispettata e diverse religioni ed etnie convivono pacificamente. O almeno cercano di farlo. Perché dall'altra parte c'è l'Isis che distrugge ogni cosa con la violenza. Di qua i resistenti curdi mal tollerati da tutti, la Turchia in primis, e di là i combattenti dell'Isis, bombardati con sospetta imprecisione dagli americani. Ma gli sciacalli, e i benpensanti che li seguono, si tengono ben lontani da posti come questo. E temo che non leggano nemmeno questo reportage di Zerocalcare. Perché basterebbe la lettura di un breve racconto a fumetti, proposto da un giornale, per cominciare a porsi delle domande. In fondo ha ragione il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro che scrive nell'editoriale:
"I giornali servono a informarsi e a farsi un'opinione, ma contribuiscono anche a definire l'identità di chi li legge."
Leggere, informarsi e cercare di capire è un esercizio di libertà: aiuta a rendersi autonomi dagli altri, dalle opinioni altrui che, a volte, sono superficiali o interessate. O entrambe le cose insieme.  

sabato 10 gennaio 2015

Charlie Hebdo e il Rojava: la resistenza alle tenebre


Il numero 1084 del settimanale Internazionale, in edicola in questi giorni, propone nella rubrica Graphic journalism un servizio grafico realizzato da Isik, illustratrice francese che vive a Istanbul. Nelle sue Cartoline da Kobane, città del Rojava, il Kurdistan siriano, Isik ci ricorda che degli uomini e delle donne stanno realizzando un'utopia: costruire uno stato governato dal basso, nel quale donna e uomo hanno gli stessi diritti, l'ambiente è rispettato e il modello economico è anticapitalista. La loro rivoluzione sta fieramente resistendo da mesi all'offensiva dell'Isis.
Charb, il direttore del settimanale satirico Charlie Hebdo, assassinato insieme ad altre undici persone nell'attentato terroristico avvenuto mercoledì 7 gennaio a Parigi contro la sede del suo giornale, aveva scritto le seguenti parole a proposito della lotta condotta dai curdi contro i fondamentalisti islamici:
"Io non sono curdo, non conosco una parola di curdo, non sono in grado di citare nessun autore curdo. La cultura curda mi è del tutto estranea (...) Ma oggi, io sono un curdo, penso in curdo, parlo in curdo, canto in curdo e piango in curdo. I curdi assediati in Siria non sono curdi, loro rappresentano l'umanità stessa che resiste alle tenebre. Loro difendono le loro vite, le loro famiglie e la loro patria. Che lo vogliate o meno, rappresentano l'anima della resistenza contro l'Isis. Ci stanno proteggendo, non solo dall'Isis ma anche dalla barbarie (...) Oggi, sono i curdi ad esistere contro la morte e il cinismo."

domenica 2 marzo 2014

Ma quanto fa figo leggere un graphic novel acquistato in libreria anziché un fumetto comprato in edicola


Pagina99 è un nuovissimo quotidiano (ha esordito l'11 febbraio), molto interessante e curato, innovativo tanto nella forma quanto nella sostanza: il suo come e il suo perché sono ben spiegati qui. Non voglio comunque parlare di questa nuova esperienza giornalistica, alla quale auguro tanto successo, ma prendere spunto da un articolo della corposa edizione weekend dell'1-2 marzo che riferisce di una mostra.
Si tratta di Valvoline Story, la retrospettiva dedicata al trentennale del progetto Valvoline Motorcomics, inaugurata oggi, primo marzo, a Bologna. Sappiamo della carica sperimentale con cui il gruppo costituito da Igort, Lorenzo Mattotti, Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori e Jerry Kramsky sferzò il fumetto italiano. Ma non è nemmeno di questo che voglio parlare. Voglio solo sottolineare alcune parti dell'articolo scritto da Valentina Manchia.
A cominciare dal sottotitolo: 
"A Bologna negli anni in cui si ripensava il comic book. E nasceva il graphic novel"
Poi, poco dopo la metà:
"L'obiettivo (del gruppo) è scardinare i meccanismi del comic book, dell'intrattenimento puro, di consumo e di massa, e trasformarlo dall'interno."
Ed infine, la roboante conclusione:
"L'immaginario di Valvoline, in rottura con il fumetto di massa, ha aperto la via a quello che oggi si chiama graphic novel. E che finalmente, come è giusto, trova posto nella narrativa, anche in libreria."
Ma che palle! Ancora questa assurda contrapposizione tra fumetto di massa e fumetto d'autore, tra comic book e graphic novel? Ancora il pregiudizio che il primo sia privo di qualità mentre il secondo ne abbia da vendere? Ancora il concetto che il fumetto d'edicola è per la massa mentre in libreria entra solo quello d'elite? Ma basta! Ma parlate italiano e usate la parola fumetto: l'unica che sia onesta e che abbia senso! 

giovedì 20 giugno 2013

Cartoline da Tunisi

Lo sapevate che il Forum Sociale Mondiale del 2013 si è già svolto? Sì? Beh, io no! Ammetto la mia ignoranza ma non mi pare di aver notato un grande risalto della notizia sui mezzi di informazione di casa nostra. Probabilmente sarò stato distratto, ma immagino che le recenti beghe politiche italiane siano state il tema principale dei giornali nostrani e, nello stesso tempo, il motivo del mio allontanamento dalla loro lettura, causa forte nausea.
Meno male che c'è Internazionale che me lo ricorda in uno dei modi che prediligo: il fumetto.
Infatti, il numero 1005, in edicola fino ad oggi, propone nella consueta rubrica di Graphic Journalism un chiaro e interessante reportage di Othman Selmi, giovane cartoonist e illustratore tunisino, alla sua terza (se non mi son perso qualcosa) apparizione sul settimanale italiano (vedi qui e qui).
L'importanza di tenere sempre alto il dibattito su temi quali la libertà, la giustizia sociale, il rispetto per l'ambiente e l'equa distribuzione delle risorse fra i popoli mi sembra evidente. Il fatto che di questi temi si sia parlato, non senza contraddizioni come dice lo stesso Othman, in un paese che da poco ha scacciato un dittatore per instaurare una democrazia ancora troppo debole è così importante, che il silenzio, o comunque la poca enfasi, dedicata dalla stampa italiana all'evento è imperdonabile.
Quindi lasciamo parlare Othman.


sabato 10 dicembre 2011

Tentacoli sulla democrazia

A distanza di una settimana la rivista Internazionale propone due interessanti cartoline nella rubrica Graphic journalism che hanno qualcosa in comune. Entrambe ci parlano di democrazia e di forze più o meno occulte che la insidiano. Lo stato delle due democrazie oggetto delle cartoline è molto distante l'uno dall'altro. In un caso Golo ci mostra come l'esercito condizioni fortemente la nascente democrazia egiziana. Nell'altro Peter Kuper denuncia l'influenza di una potente lobby economica sulla vita politica e sociale della consolidata democrazia statunitense. Aldilà delle riflessioni di natura etica che inducono nel lettore queste cartoline a fumetti, un punto interessante che le accomuna anche graficamente è la scelta di rappresentare il potere minaccioso attraverso l'immagine di una piovra e dei suoi tentacoli. Certo una metafora non originalissima (noi italiani ne sappiamo qualcosa di Piovra...) ma la resa grafica in entrambi i casi (soprattutto in quello di Kuper) è molto efficace.

Tavola di Golo, da Internazionale 926 del 2 dicembre 2011
Tavola di Peter Kuper, da Internazionale 927 dell'8 dicembre 2011

domenica 27 novembre 2011

Democrazia militare

Democrazia militare: ossimoro che descrive bene la tragica situazione che sta vivendo l'Egitto in questi giorni, prevista dal fumettista Golo in queste vignette di un mese fa. D'altronde quando mai i termini militari e democrazia si sono sposati senza spargere sangue innocente? Forse solo in questo caso e comunque per merito di una minoranza di persone che non ragionavano secondo i gradi cuciti sulla divisa, ma secondo la loro coscienza di uomini.

Golo è un fumettista nato in Francia nel 1948: vive a Il Cairo dal 1993. I disegni sono tratti dalla rubrica Graphic journalism di Internazionale 921 del 28 ottobre 2011.

domenica 13 novembre 2011

"Non si deve disegnare Dio"

Disegni di Othman Selmi, da Internazionale 923 dell'11 novembre 2011
La democrazia non significa soltanto libere elezioni ma anche libertà di espressione: una pratica difficile da conquistare e da mantenere viva nel quotidiano. In un paese appena uscito da una lunga dittatura come la Tunisia l'entusiasmo della gente è alle stelle. Tuttavia non mancano problemi e anche la semplice trasmissione di un film alla TV può avere serie conseguenze in termini di rispetto dell'esercizio della libertà di espressione. E' quello che ci racconta Othman Selmi, un giovane illustratore e fumettista tunisino, per l'occasione nelle vesti di graphic journalist sulle pagine della rivista Internazionale in edicola questa settimana.
Come aveva già fatto alcuni mesi fa, spiegandoci efficacemente in solo due tavole in che modo la Rivoluzione dei Gelsomini avesse deposto il vecchio dittatore Ben Ali, anche in quest'occasione Othman Selmi ci fa capire cosa sta succedendo nel suo paese attraverso le reazioni degli islamisti, della politica e della gente comune alla trasmissione in TV del film Persepolis. La partita che si sta giocando fra laici e fanatici religiosi è molto delicata e la posta in palio è proprio la libertà di espressione. Al dubbio dello stesso Othman che si chiede se anche la Tunisia avrà lo stesso destino dell'Iran, risponde una piccola Marjane Satrapi girando la responsabilità del proprio destino al popolo stesso: "Non ne so niente, sta a voi decidere".

Disegni di Othman Selmi, da Internazionale 923 dell'11 novembre 2011

Spero che questa gente uscita da decenni di dittatura sappia darsi delle istituzioni libere, laiche ed indipendenti. Se può essere aiutata in qualche modo, ma senza interferenze e paternalismi, è bene che anche i paesi democratici della sponda europea diano una mano: lo spread che vola è certamente una preoccupazione seria e la tragicommedia che si è conclusa da noi ci fa tirare un sospiro di sollievo, ma basta alzare un po' lo sguardo per accorgersi che anche a pochi chilometri da noi i problemi sono ben più gravi.

martedì 30 agosto 2011

Joe Sacco fra gli intoccabili


E' ancora il numero agostano di Internazionale a regalare ai lettori un nuovo reportage a fumetti di Joe Sacco. Il graphic journalism, genere di cui l'autore di origine maltese è il capostipite, viene costantemente proposto dalla rivista settimanale che raccoglie il meglio della stampa internazionale. Il numero estivo dedicato ai viaggi vede, come l'anno scorso, le tavole di Sacco raccontarci un'altra realtà dal suo interno. Se l'estate scorsa i protagonisti erano gli immigrati africani rifugiati a Malta e gli ospiti, loro malgrado, cittadini maltesi (di cui avevo parlato qui), quest'anno le matite del "giornalista grafico" ritraggono i volti sfiniti, denutriti e senza speranza dei dalit, gli intoccabili dell'India.


Sacco entra nelle loro case, nella loro vita, rimasta ferma a due secoli fa. Domanda loro che lavoro facciano, come si procurino il cibo, quale sia il rapporto con i componenti delle caste superiori e con la macchina burocratica dello stato, corrotta e inefficiente. Ne esce un quadro sconfortante, fatto di ingiustizia, prevaricazione, violenza, morte e fame.



Quello che più sconvolge è che l'immagine falsa propugnata dai media indiani e internazionali di un paese patria di un secondo sogno americano, dove il PIl cresce al ritmo cinese, l'industria cinematografica di Bollywood sfavilla e gli ingegneri indiani eccellono a livello mondiale, crolla miseramente di fronte alle parole e ai volti riportati da Sacco in questo reportage. Sono le parole che svelano la condizione di oltre tre quarti di popolazione indiana (più di 830 milioni di persone) che vive con meno di un dollaro al giorno. Sono i volti emaciati di donne e bambini costretti a rubare i chicchi di cereali dalle tane dei ratti per sopravvivere. Sono gli occhi di uomini sfruttati nel lavoro e incapaci di ribellarsi perché, ogni volta che l'hanno fatto, la loro condizione è peggiorata. Sono le storie di persone destinate a scomparire.


 L'asciuttezza dello stile di Sacco nel mettere in primo piano la gente con i suoi problemi quotidiani e ordinari esalta l'effetto realistico. Pur essendo una mondo lontanissimo per un occidentale, Sacco riesce a produrre spontaneamente nel lettore un sentimento di empatia, che lo porta a cercare di entrare nei panni dell'intervistato. Se ci pensate, già questo è un grande risultato per un reportage.

sabato 9 aprile 2011

Cultura di pace


Mi son fidato: ho fatto l'abbonamento e ho comprato il primo numero. Non ci ho pensato su, mi ha convinto subito. Sto parlando di E il mensile, la nuova rivista in edicola dal 6 aprile, voce di Emergency. Bella, onesta e intelligente: così la definiscono Gino Strada e Gianni Mura, il suo direttore.
E fanno bene.
Perché?
Perché c'è bisogno di carta stampata scritta bene e con belle immagini che diffonda una cultura di pace.
Perché ci sono rubriche che non trovi su altri giornali, come l'elenco mensile dei morti sul lavoro, o quello delle donne uccise dai loro uomini, o quello delle morti dovute ai conflitti nel mondo (per difetto ovviamente).
Perché ti raccontano il mondo arabo e le sue tensioni attraverso le parole delle donne.


Perché c'è l'anteprima di un fumetto: Moby Prince, la notte dei fuochi, di Andrea Vivaldo e a cura di Fabrizio Colarieti, in occasione dei 20 anni della "più vergognosa e impunita tragedia della marineria italiana".
Perché son quelli che in Afghanistan curano tutti, e non solo gli amici.
Perché credono che non viviamo nel paese dell'Isola coi culi di fuori e del bunga bunga.
Perché sanno che c'è bisogno di partecipazione e di diffusione di idee e valori quali la solidarietà.
Perché non vogliono un paese che scarica ai paesi vicini, come fossero pacchi postali, i disperati che arrivano sulle sue coste.
Perché anche io credo in tutto questo.

lunedì 28 febbraio 2011

Ancora sulla rivoluzione

Disegno di Chappatte
Patrick Chappatte è un figlio del mondo: nato a Karachi nel 1967 da madre libanese e padre svizzero, è cresciuto a Singapore e in Svizzera. Fa il cartoonist e l'illustratore: ha lavorato per il New York Times e Newsweek. Ora disegna per il quotidiano svizzero di lingua francese Le Temps e quello di lingua tedesca Neue Zürcher Zeitung e infine per l'International Herald Tribune. Un biglietto da visita del tutto rispettabile.
Ho conosciuto il suo lavoro grazie al settimanale Internazionale: spesso, nell'ultima pagina (quella riservata alle vignette tratte dai giornali di tutto il mondo) viene proposto uno dei suoi graffianti "editoriali disegnati".
Nel numero 886 di questa settimana, il giornale diretto da Giovanni De Mauro esalta ancor di più il talento del cartoonist svizzero-libanese, allegando, a mo' di inserto composto da 3 grandi pagine, un suo reportage a fumetti.
Il tema della rubrica Graphic Journalism è, ancora una volta, la rivoluzione tunisina: dopo l'efficace reportage della settimana scorsa ad opera di Othman Selmi (di qui ho parlato qui), Chappatte realizza la sua corrispondenza andando di persona nelle città del centro-sud della Tunisia, dove la rivoluzione è iniziata. Lo stile è simile a quello di Joe Sacco: Chappatte fa parlare direttamente i protagonisti, esponenti dell'opposizione e semplici cittadini, che non vedono l'ora di raccontare i loro problemi al mondo dopo 23 anni di silenzio imposto dalle autorità.

Disegno di Chappatte


La voglia di libertà, di democrazia, di una società giusta e non corrotta emerge chiaramente dalle parole dei giovani, che sono per lo più disoccupati e che hanno cercato spesso fortuna imbarcandosi in una bagnarola alla volta dell'Italia.

Disegno di Chappatte

Curiosando sul sito di Chappatte ho scoperto poi che questo reportage è solo l'ultimo di  una lunga serie: Nairobi, Ossezia, Gaza, Giappone, Libano, Iran sono solo alcuni dei teatri del mondo visitati dal nostro cartoonist.

Disegno di Chappatte

L'intero reportage sulla Tunisia lo potete trovare, in lingua francese, sul sito del quotidiano Le Temps in questa pagina, oppure, naturalmente in italiano, acquistando Internazionale di questa settimana.
Una breve considerazione finale: come mai bisogna andare a cercare i giornali stranieri per trovare un reportage giornalistico a fumetti, mentre i nostrani La Repubblica, Il Corriere della Sera o La Stampa, solo per citare i più diffusi, non sanno nenche cosa sia il termine Graphic Journalism o, se lo sanno, lo ignorano bellamente? Forse non immaginano neppure la potenzialità informativa e di approfondimento (lasciando da parte il valore artistico) che può avere un reportage realizzato attraverso i fumetti. Probabilmente non lo considerano degno di essere pubblicato accanto agli articoli scritti.

sabato 19 febbraio 2011

Due tavole per una rivoluzione

Due tavole a fumetti possono descrivere efficacemente una rivoluzione? Sì, se a farlo è Othman Selmi, giovane illustratore e fumettista tunisino, i cui disegni sono pubblicati questa settimana dalla rivista Internazionale, nella sempre interessante rubrica Graphic journalism. La rivoluzione raccontata attraverso il linguaggio delle nuvole parlanti è quella che ha trasformato il paese dell'autore nell'ultimo mese, aldilà di ogni previsione degli occidentali, contagiando poi il vicino Egitto e, in queste ore, la Libia e il Bahrein.
Personalmente, ho capito molto di più di ciò che è accaduto nel paese nordafricano dal reportage di Othman Selmi, che non da molti quotidiani e telegiornali di casa nostra.
Ecco le due tavole del fumettista, dominate da caldi colori che virano dal rosso della bandiera tunisina.

Disegni di Othman Selmi, da Internazionale 885 del 18 febbraio 2011
Disegni di Othman Selmi, da Internazionale 885 del 18 febbraio 2011

La copertina dell'attuale numero di Internazionale è dedicata alle due rivoluzioni che hanno cambato la storia di Tunisia ed Egitto. All'interno ci sono, oltre all'articolo grafico di Othman Selmi, interessanti scritti di Olivier Roy, Ahmed Rashid, Amira Hass e Slavoj Žižek.


Di questi fatti, ispirati da un anelito laico alla libertà e alla giustizia, il filosofo sloveno scrive su The Guardian, nell'articolo riportato sulla rivista:

"... Quando un regime autoritario si avvicina alla crisi finale, la sua dissoluzione, di regola, segue due fasi. Prima del vero e proprio crollo, si verifica una misteriosa rottura: tutt'a un tratto la gente si rende conto che il gioco è finito, semplicemente non ha più paura. Non solo il regime perde ogni legittimità, ma il suo stesso esercizio del potere è percepito come un'impotente reazione di panico. In una scena tipica dei cartoni animati, un personaggio raggiunge un precipizio ma contnua a camminare, come se avesse ancora la terra sotto i piedi. Comincia a cadere slo quando abbassa gli occhi e vede l'abisso. Quando perde la sua autorità. è come se il regime fosse sopra il precipizio: per farlo cadere, bisogna solo ricordargli di guardare in basso ...."

mercoledì 1 dicembre 2010

Sacco e Trillo


Io non mi occupo mai delle grandi battaglie, dei grossi bombardamenti. La mia attenzione è rivolta al fatto che questi bombardamenti rendono le persone povere e che queste persone devono preoccuparsi di come mandare i figli a scuola, di come stare al sicuro, di come proteggere la loro casa. Io mi occupo di queste storie ordinarie e penso che il lettore possa avvicinarsi facilmente a esse perché può immedesimarsi, le può vedere, le può sentire, le può vivere.”

Questo è solo uno stralcio dell'interessante intervista che Joe Sacco ha rilasciato a quelli di Animals, e che si può trovare integralmente nel numero di novembre del bel mensile di “fumetti, storie, la vita e nient'altro”, ancora in edicola. E' una vera chicca questo dialogo del “giornalista a fumetti” Sacco con Flavia Vadrucci. L'autore di, fra i suoi vari titoli, Palestina, Goradze e del fresco di stampa Gaza 1956, ci racconta il suo metodo di lavoro nelle zone di guerra, il suo rapporto diretto con la gente, cosa lo spinge e come interpreta il giornalismo. Il tutto ovviamente riferito al linguaggio del fumetto, lo strumento attraverso il quale Sacco realizza i suoi reportage. Ne viene fuori una figura di giornalista ben lontana dai reporter mordi e fuggi che riescono a cogliere solo un aspetto parziale, e magari poi filtrato dalle redazioni centrali, della vita concreta della gente.

 L'altra chicca, secondo me, del numero di novembre di Animals è data dal racconto a fumetti di Carlos Trillo. Questi è un autore argentino, noto in tutto il mondo per le sue serie popolari come Cybersix e Chiara di notte, nelle quali la sua cifra stilistica è sempre stata l'ironia. Da poco si è cimentato con un passato pesante, quello della dittatura argentina degli anni 70 e 80, periodo in cui egli non abbandonò il paese. Il mondo dei fumetti, infatti, fu lasciato relativamente tranquillo dall'oppressione del regime, in quanto ritenuto una forma di espressione non pericolosa, perché infantile e rivolta ad un pubblico innocuo. Solo dopo molto tempo, con la giusta distanza, Trillo è riuscito a raccontare quei terribili anni, cominciando con il volume L'eredità del colonnello, disegnato da Lucas Varela, in cui il protagonista è un figlio di un torturatore.

Animals, novembre 2010: storia di Carlos Trillo, disegni di Juan Bobillo

Su Animals troviamo un suo breve racconto disegnato da un altro argentino, Juan Bobillo. E' il secondo, dopo quello pubblicato su Animals di marzo, disegnato quella volta dal conterraneo Pablo Tunica. In entrambi il protagonista, che ricorda Trillo stesso, viene ritratto in spaccati di vita quotidiana, dove lo scorrere normale della sua esistenza è attraversato dalla mano violenta della dittatura che colpisce persone del mondo attorno a lui. Nonostante il tema forte, una sottotraccia di ironia unisce i due racconti, rendendo più lieve da una parte, ma anche più realistico e quindi più difficile da digerire dall'altra, il senso di oppressione che grava sulle tavole.
Sia Sacco che Trillo, in modi diversi attraverso le storie che raccontano, restituiscono a noi lettori la veridicità dei fatti, facendoci toccare la vita vera delle persone comuni in periodi di storia buia, non così lontana né nel tempo né nello spazio dalla nostra comoda vita.

Animals, marzo 2010: storia di Carlos Trillo, disegni di Pablo Tunica

PS: Grazie Animals!

martedì 7 settembre 2010

Cosa direbbe Ken Parker?


Sono allibito dalla copertina con cui il settimanale Panorama si presenta in edicola questa settimana. Uno sciopero, diritto sancito dall'articolo 40 della Costituzione, e di recente posto sotto attacco (vedi caso dell'accordo Fiat a Pomigliano), viene definito sabotaggio. Il giornale berlusconiano se ne infischia della sentenza della magistratura (che novità!!) che ha decretato il reintegro (negato poi nella pratica dalla Fiat) sul luogo di lavoro dei tre operai della Fiat di Melfi, licenziati con la supposta motivazione, appunto, di sabotaggio.
E' veramente triste constatare come un giornale abbia un'idea preconcetta della verità e a questa subordini tutto. Anche la dignità di tre persone sbattute in copertina e definite bugiarde. Non è un linciaggio mediatico questo? E l'onestà intellettuale dove abita?
Consiglio al direttore di Panorama la lettura dell'albo Sciopero di Ken Parker: forse imparerà qualcosa, soprattutto a confrontarsi con la propria coscienza....

venerdì 13 agosto 2010

Gli ospiti indesiderati


Fra i vari articoli del numero estivo di Internazionale, uno speciale dedicato come di consueto ai viaggi, spicca un reportage a fumetti di Joe Sacco dal titolo The unwanted. Sono 24 pagine di ottimo esempio di quello che la rivista chiama "Graphic journalism" di cui ho già parlato qui e qui. Il tema è quanto mai attuale, ha una portata mondiale, e in Italia accende il dibattito quasi quotidiano tra singoli cittadini, parti politiche e organizzazioni di volontariato: l'immigrazione.
Il teatro del reportage è l'isola di Malta, meta, spesso indesiderata se paragonata alla vicina Sicilia, dei traffici illegali di uomini e donne disperati che dal sud del mondo cercano una speranza di vita migliore nel nostro ricco nord.


Sacco ha come sempre un occhio realista ed obiettivo: non esprime giudizi ma fa parlare la gente che intervista, riportando i loro interventi e le loro risposte come se si trattasse di un reportage giornalistico realizzato con la telecamera.
Protagonisti del reportage sono gli immigrati e i maltesi. Si mostra il punto di vista di entrambi i gruppi: i primi son visti dalla maggior parte dei locali intervistati, come degli "invasori" che altereranno per sempre la cultura e la struttura sociale dell'isola se il ritmo degli sbarchi sarà così sostenuto come lo è stato finora. Sacco ha l'obiettività di far parlare anche un ideologo estremista che esprime tutto il suo odio violento nei confronti degli immigrati: ci fa capire come un personaggio che in altre circostanze verrebbe messo ai margini e ridicolizzato subito, ora invece è considerato e seguito pericolosamente da una rilevante minoranza di maltesi.


Poi Sacco fa parlare anche gli immigrati, che denunciano spesso intolleranza nei loro confronti, espressa attraverso sguardi, atteggiamenti e parole ostili: manifestazioni che possono diventare tuttavia i prodromi di un processo più pericoloso e strutturato di odio razziale. In questo doppia esposizione dei due punti di vista sta un primo pregio del reportage: con poche tavole capiamo come dei tranquilli cittadini di un paese occidentale quale il nostro, possono diventare dei razzisti convinti. Basta accumulare molte persone di una cultura molto diversa da quella locale, in condizioni di vita inumane per gli standard del posto, accanto alle case per lo più popolari dei cittadini del paese ospitante, per generare incomprensioni, conflitti, sfruttamento, odio. Non è forse quello che sta succedendo un po' ovunque anche nelle nostre città italiane?
L'ultima parte del reportage è interamente dedicata alla testimonianza di un immigrato eritreo: un giovane studente perseguitato in patria per essersi espresso a parole contro il regime, e costretto quindi a fuggire per non essere imprigionato e ucciso. Il racconto è angosciante e si snoda attraverso i pericoli, i raggiri e gli sfruttamenti subiti per raggiungere Malta attraverso il Sudan, il deserto, la Libia e il Mediterraneo, sempre con il terrore di essere tradito dalle varie bande che prendevano in consegna di tappa in tappa la merce costituita dal gruppo di persone di cui il giovane faceva parte.

Solo una merce come un'altra: persone, armi, droga. La fine del viaggio è una spiaggia maltese, frequentata da vacanzieri ignari e stupiti di vedersi arrivare fra ombrelloni e sdraio, un barcone carico di persone sfinite e ai limiti della capacità di sopravvivenza.
Un eritreo avrebbe il diritto di chiedere asilo politico in uno qualsiasi degli stati dell'Unione Europea, Malta inclusa. Ma per esercitare questo diritto deve sottoporsi a tutto ciò che le tavole di Sacco mostrano in questo straordinario fumetto.

sabato 6 marzo 2010

Quella notte alla Diaz

Ricordo bene quel pomeriggio in cui appresi, leggendo il Televideo, della morte di Carlo Giuliani a Genova. Rimasi attonito, senza parole. Non credevo possibile fosse avvenuta una cosa simile in Italia. Provai paura. E con sgomento e rabbia seguii le notizie e le immagini delle manifestazioni del G8 che si diffusero da Genova nei giorni successivi. Il sogno di un fiume di persone giunte nella città ligure per chiedere, attraverso un linguaggio pacifico colorato e gioioso, un mondo diverso e più giusto si trasformò in un terribile incubo. L'incubo ebbe luogo lungo dapprima lungo le vie di Genova e poi nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.


Ho rivissuto quelle brutte emozioni che provai quei giorni, leggendo il racconto a fumetti "Quella notte alla Diaz" di Christian Mirra, pubblicato da Guanda. E' una testimonianza agghiacciante in prima pesona di quella che secondo Amnesty International è stata "la più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dalla fine della II guerra mondiale". L'autore la visse sulla propria pelle, fu uno dei ragazzi aggrediti e selvaggiamente picchiati alla scuola Diaz durante la notte cilena fra sabato 21 luglio e domenica. La parola giusta sarebbe torturati, ma il nostro codice penale non prevede il reato di tortura. Il racconto ha il pregio, secondo me, di restituire per quanto possibile l'orrore cui fu sottoposto l'autore e molti altri e altre come lui. Lo fa attraverso delle tavole che sono un pugno nello stomaco, ma che servono a far capire l'abisso di dolore e paura in cui finirono molti manifestanti innocenti.


Nello stesso tempo il racconto è anche un alto esempio di giornalismo grafico, perché è una testimonianza personale ma precisa dei fatti della Diaz e di ciò che successe all'autore in ospedale nei giorni seguenti. Ma non solo: Mirra ci ricorda i tentativi della polizia di negare i pestaggi, l'emergere della verità poco a poco e il faticoso iter processuale che lo vide coinvolto. Fatti raccontati attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.


E' un documento di denuncia civile che vorrei fosse letto da tuti quelli che pensano ancora oggi che a Genova i manifestanti se la sono cercata. Vorrei che lo leggessero quelli che ancora pensano che in Italia la legge è uguale per tutti. Non lo è sicuramente per i responsabili delle forze dell'ordine protagonisti di quei giorni che invece hanno fatto carriera. Tuttavia oggi ho letto una notizia che dà un po' di fiducia: in appello è stata ribaltata la sentenza di primo grado per i reati commessi nella caserma di Bolzaneto. 44 fra rappresentanti delle forze dell'ordine e medici sono stati riconosciuti colpevoli, anche se i reati sono prescritti.
E' solo una coincidenza ma pochi giorni fa ho letto Uomo Faber, l'omaggio in forma di racconto a fumetti che Ivo Milazzo e Fabrizio Calzia hanno dedicato a Fabrizio De André. Il cantautore genovese frequentò proprio la scuola Diaz da ragazzino e a questo sono dedicate alcune belle tavole nelle quali si vede il piccolo De André che, entrando in classe, ha una visione terribile. Immagini di poliziotti che picchiano inermi ragazzi dentro una scuola che si trasformano in sequenze dove giacche blu seminano la morte in un villaggio di pellerossa. Un accostamento fra il G8 di Genova e il massacro di Sand Creek che trova nel cantautore il trait d'union.

domenica 7 febbraio 2010

Piombo fuso

Qualche giorno fa il nostro presidente del consiglio ha tenuto un discorso alla Knesseth, il parlamento israeliano. In quell'occasione Silvio Berlusconi ha affermato che l'operazione militare Piombo fuso, condotta dalle forze armate israeliane nel dicembre 2008 e gennaio 2009 ai danni di Gaza e della sua popolazione, fu una giusta reazione agli attacchi dei palestinesi nei confronti delle città israeliane. Le parole sono importanti: dire giusta reazione significa approvare un'operazione di guerra che ha causato una strage (ben 1400 vittime di cui la maggior parte civili), giustificandola come logica conseguenza degli attacchi condotti dalle milizie di Hamas per mezzo di razzi Qassam. Si possono equiparare dei vigliacchi attentati portati a termine con scarsi mezzi ad un'imponente campagna militare lanciata da uno dei più forti eserciti del mondo?
Le parole del nostro presidente del consiglio mi hanno ricordato ancora una volta quanto sia importante l'uso della memoria e come invece avvenimenti oggettivi possano essere distorti a proprio e altrui vantaggio. Ero abbastanza depresso dopo aver assistito ad un tale capovolgimento della realtà ma, per fortuna, poi mi son trovato fra le mani l'ultimo numero di Internazionale.


Qui sopra la copertina di Internazionale N. 832 del 8/11 febbraio 2010
La copertina, un articolo e un reportage a fumetti sono dedicati a Gaza e alle innumerevoli tragedie che vi sono capitate negli ultimi 60 anni in seguito al conflitto infinito fra israeliani e palestinesi. Lo splendido reportage a fumetti è di Joe Sacco, già autore di Palestina. Il suo proposito è quello di svolgere una corretta operazione di memoria nei confronti degli eccidi compiuti a Gaza nel 1956 dall'esercito israeliano e ormai quasi dimenticati dall'una e dall'altra parte. Le tavole pubblicate mostrano Joe Sacco nel 2003 mentre intervista vecchi palestinesi di Gaza chiedendo cosa ricordino di quei fatti. La risposta non è sempre completa e precisa in quanto dal 1956 al 2003 sono state così tante le tragedie succedute che la memoria stenta a tenere in ordine tutti gli avvenimenti. C'è da fare i conti poi con il quotidiano, con le violenze che continuano,  con le distruzioni, con la disperazione. Lo stile è quello di un classico reportage giornalistico dove c'è spazio per i fatti e per i sentimenti dei protagonisti: il tutto rappresentato a fumetti. Le tavole pubblicate sono un estratto del nuovo libro di Joe Sacco "Footnotes in Gaza" che uscirà in Italia quest'anno.




Qui sopra la copertina di Footnotes in Gaza scritto e illustrato da Joe Sacco Metropolitan Books/Henry Holt & Company
L'articolo (scritto) correlato al reportage di Sacco è di Amira Hass, una giornalista israeliana che scrive spesso per Internazionale, e che è molto critica nei confronti della politica dei governi israeliani riguardo alla questione palestinese. Mi ha colpito, nel suo articolo, l'opinione secondo cui molte volte la parola scritta non basta a trasmettere l'orrore di un fatto così tragico come gli eccidi del 56, di cui non esistono foto. Rappresentare le scene sarebbe un'oscenità, secondo lei, mentre invece il fumetto è il medium giusto per comunicare l'orrore. L'orrore costituito da militari che uccidono civili inermi, così come è successo, sempre a Gaza, poco più di un anno fa. Crimine di guerra, si chiama, visto che le parole sono importanti.

Per tenere viva la memoria dei fatti non bastano però i racconti solo delle vittime, ma anche dei carnefici. Negli ultimi tempi sono sempre più numerose le testimonianze di ex soldati israeliani che narrano le crudeltà di cui si son resi responabili i militari nei confronti dei civili. In questo senso il film d'animazione "Valzer con Bashir" è una prova artistica di altissimo livello.



Qui sopra la locandina del film "Valzer con Bashir" di Ari Folman


Ma i soldati che ne parlano sono fra quelli che hanno avuto a che fare direttamente con la popolazione civile. Nell'operazione Piombo fuso, delle 1400 vittime solo un centinaio è stato ucciso a distanza ravvicinata dai militari. Ed alcuni di questi hanno avuto il coraggio di denunciare l'orrore compiuto. Ma per i soldati che hanno eliminato gli altri 1300 palestinesi per mezzo dell'aviazione o dell'artiglieria, le vittime erano soltanto un target sul proprio mirino. Niente di più. Target: le parole sono importanti.
http://us.macmillan.com/BookCustomPage.aspx?isbn=9780805073478&m_type=4&m_contentid=16725#cmscontent/

venerdì 22 gennaio 2010

GRAPHIC JOURNALISM

Sono ormai più di dieci anni che sono abbonato ad Internazionale, il settimanale che raccoglie articoli selezionati dalla stampa straniera. Ho sempre apprezzato la scelta dei pezzi, perché ti offrono temi e punti di vista da ogni parte del mondo che non trovi nella stampa nazionale. Un altro motivo per cui lo apprezzo ancora di più è lo spazio sempre crescente che è stato dedicato all'illustrazione e al fumetto. Fin dai primi numeri infatti gli articoli sono stati accompagnati da splendide illustrazioni: ricordo fra gli altri Lorenzo Mattotti e Francesca Ghermandi. Poi gradualmente lo spazio dedicato al fumetto è aumentato sempre di più: Marjane Satrapi ha tenuto per molti numeri un diario del suo viaggio in America, Joe Sacco ha realizzato uno splendido reportage dalla Palestina:

e Art Spiegalman ha visto pubblicata la sua "L'ombra delle torri":


Da piacevoli sorprese inaspettate si è passati poi alla regolarità di una rubrica fissa "Cartolina da ..", in cui ogni settimana un autore realizza un servizio giornalistico a fumetti da un determinato luogo.

Qui sopra Cartolina da New York di Tad Kimball
E' stupefacente vedere come il linguaggio del fumetto si presti così efficacemente anche all'ambito giornalistico.

Qui sopra Cartolina da Mumbai di Priya Khatri
Quando ho fra le mani la nuova copia della rivista mi affretto a cercare le due pagine disegnate, perché sono curioso di scoprire da quale parte del mondo e in che modo il "giornalista grafico" ha realizzato il suo pezzo.

Qui sopra Cartolina da Vienna di Valerie Gudenus
E ogni volta è una piacevole sorpresa. Scopro tanti autori, moltissimi giovani, e altrettanti stili.

Qui sopra Cartolina da Seoul di Namyoung An
E molte storie.

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