domenica 29 gennaio 2012

I migliori albi Bonelli del 2011...secondo me! (II)

(segue da qui)
Ovviamente secondo me! E poi nemmeno di ogni serie, visto che non le leggo tutte....Non compro, ad esempio, né Dylan Dog, né Brandon né Dampyr, e non è poco. In ogni caso mi va di parlare di quelli che sono stati gli albi Bonelli del 2011 che mi hanno divertito, coinvolto o fatto riflettere di più.
L'annata di Tex da un lato è stata particolare per le novità editoriali, dall'altro è stata altalenante per la qualità delle storie e dei disegni. Ha esordito una nuova collana a colori annuale, Color Tex, con l'albo "E venne il giorno", scritto da Mauro Boselli e disegnato da Bruno Brindisi. Se la storia quasi gialla e i disegni mi hanno colpito molto favorevolmente, i colori mi hanno lasciato invece alquanto perplesso: troppo freddi al limite del "falso".
L'altra novità è stata la doppia pubblicazione annuale del Texone. In estate ci siamo goduti il capolavoro di Gianfranco Manfredi ai testi e dell'argentino Carlos Gomez alle matite "Verso l'Oregon": una sceneggiatura che intreccia sapientemente due storie avvincenti senza mai squilibrare una ai danni dell'altra; dei disegni molto espressivi che ci hanno regalato un Tex e un Carson come mai li avevamo visti (ne ho già parlato qui e qui).
A novembre è stata poi la volta di "Le iene di Lamont", firmato da Claudio Nizzi ai testi e da un altro maestro argentino Ernesto Garcia Seijas alle matite: una storia abbastanza atipica per Tex, ambientata in una cittadina del Montana, in cui il ranger deve districarsi in una fitta trama di menzogne. Alla fine anche questo Texone mi è piaciuto, anche se non può competere né per la sceneggiatura né per i disegni con quello estivo.
Nella serie regolare ci sono state più ombre che luci: disegni sotto tono e avventure poco interessanti. Fanno eccezione gli albi di luglio/agosto e di novembre/dicembre. Nel primo caso troviamo ancora Gianfranco Manfredi a orchestrare una vicenda ben congegnata che vede due prede molto diverse fra loro cui Tex e Carson stanno dando la caccia. Al solito l'autore marchigiano delinea molto bene il lato umano e psicologico dei protagonisti negativi. Come ho già scritto qui, "Sei divise nella polvere" e "Il pasto degli avvoltoi" ci presentano Tex al massimo della sua classicità, anche grazie ai dinamici disegni di Giovanni Ticci.
Mauro Boselli confeziona finalmente per la fine dell'anno un'avventura avvincente, dopo aver firmato durante i mesi precedenti diverse sceneggiature. La storia, che inizia a metà albo di novembre, si sviluppa in quello di dicembre, "I sabotatori", per concludersi nel primo del 2012, vede Tex e Carson invischiati in una contesa tra due compagnie ferroviarie, confrontandosi con diversi personaggi negativi, ciascuno ben tratteggiato nella sua psicologia. Il plus della storia sono gli spettacolari disegni di Leomacs: dinamici ed espressivi, i migliori dell'anno dopo quelli di Carlos Gomez.
Un'enorme occasione sprecata si è rivelata essere "Caccia infernale", ovvero una tripletta di albi che hanno deluso le aspettative dei lettori che si immaginavano uno di quei kolossal da ricordare a lungo. Gli ingredienti c'erano tutti: per primi i personaggi con il ritorno dello scout Laredo e dell'ex tenente Parkman di Fort Apache, protagonisti di una delle più appassionanti avventure degli ultimi 15 anni, "Sulla pista di Fort Apache", datata dicembre 1998 - febbraio 1999. Tanto allora la vicenda, dai forti sapori classici fordiani, era stata coinvolgente anche grazie alle atmosfere e ambientazioni disegnate magistralmente da Jose Ortiz, quanto oggi l'intreccio appare noioso e prevedibile, affaticato dagli statici disegni del greco Yannis Ginostatis. Mauro Boselli in entrambi i casi mette in campo una ribellione di indiani come perno della vicenda, ma sia questa che le storie e i personaggi di contorno appaiono tanto vitali negli albi di 13 anni fa quanto inconsistenti in quelli del 2011.
"Verso l'Oregon" è quindi la miglior avventura di Tex del 2011, tanto per i testi e la sceneggiatura, quanto per i disegni.

Nel 2012 si festeggia un importante anniversario in casa Bonelli: il trentennale di Martin Mystere, terza testata più longeva dopo Tex e Zagor. Ma vediamo come si è concluso l'anno appena trascorso per il Detective dell'Impossibile. E' stato un buon 2011, non eccelso ma con diverse storie valide. Su tutte brilla "Longitudine zero", pubblicato in ottobre. Alfredo Castelli costruisce una storia che attrae l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima pagina, nonostante, o meglio grazie, ad uno degli ormai celeberrimi "spiegoni" con cui Martin racconta, o ascolta, una vicenda mysteriosa. In questo caso è l'indisponente dottor Ziegler a catturare l'interesse del Detective dell'Impossibile, coinvolgendolo in un'avventura in cui si mescolano spedizioni scientifiche in Antartide, segreti nazisti, fisica relativistica esposta con grande padronanza e semplicità, paranormale e horror. All'estremo godimento dell'intreccio danno un importante contributo i disegni espressionisti del friulano Giulio Camagni, all'esordio mysteriano. I suoi azzeccati chiaroscuri, il tratto sempre originale e la capacità di rendere con grande realismo una vasta gamma di espressioni facciali e posture mi fanno sperare di rivederlo presto all'opera su una prossima avventura.
Mi ha divertito molto lo speciale estivo "I dolori del giovane Martin", una simpatica storia scritta da Carlo Recagno e disegnata da Rodolfo Torti, nella quale vediamo i due giovani amici, studenti di Harward, Martin Mystere e Chris Tower, alle prese con un pericoloso mystero. La parti più accattivanti riguardano le scene in cui si mostra un Martin un po' imbranato e secchione e un Chris donnaiolo, e il finale inquietante con gli Uomini in Nero e il loro rapporto con il padre di Martin.
Interessante si è rivelato anche l'omaggio all'unità d'Italia contenuto nell'albo "La donna che cambiò la storia d'Italia", quattordicesimo numero della collana annuale "Storie da Altrove". Un'avventura scritta da Castelli e Recagno e disegnata da Sergio Giardo, con perfetti riferimenti e incastri storici risorgimentali in cui vediamo muoversi i protagonisti del tempo, da Giuseppe Verdi a Giuseppe Garibaldi, da Napoleone III al Conte di Cavour.
Ho apprezzato infine anche la storia dell'Almanacco del Mistero 2012 (uscito in dicembre 2011) intitolata "L'ombra di Fantomas", nella quale Castelli, coadiuvato dalle ottime matite di Dante Spada, realizza un succoso intreccio attorno alla figura di Fantomas e a quella dei suoi autori Pierre Souvestre e Marcel Allain. Nel 2011 si è celebrato il centenario della nascita letteraria del genio del crimine e Alfredo Castelli, affascinato dal personaggio e dalla sua vicenda editoriale, ha pubblicato anche un volume di 240 pagine a lui interamente dedicato: Fantomas - Un secolo di terrore.
Come ha sottolineato Franco Devescovi in quest'intervista, con Martin Mystere (e Alfredo Castelli) non smetti mai di imparare divertendoti (o di divertirti imparando). Sottoscrivo.

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venerdì 27 gennaio 2012

La memoria: "SessantaQuaranta" e l’intervista a Walter Chendi e Roberto Franco


Vi segnalo su Fucine Mute l'intervista che mi hanno rilasciato Walter Chendi e Roberto Franco: l’oggetto della nostra conversazione è stato il libro di racconti SessantaQuaranta, che i due autori stanno presentando in varie manifestazioni culturali, librerie e luoghi pubblici di cultura del Friuli Venezia Giulia.
Come ha scritto Roberto sul blog dedicato al volume, in occasione dell’ultima presentazione avvenuta:
Siamo oggi il 21 gennaio, tra pochi giorni ci sarà la ricorrenza di fatti tragici ospitata dalla "giornata nazionale della memoria" (il 27 gennaio di ogni anno). Noi abbiamo fatto in questo percorso pubblico di incontri le nostre riflessioni sulla memoria, affrontata in senso lato e non ricondotta ad un fatto specifico e storico  così importante. Appare però che il "ricordare" risulti atto saliente per sondare una coscienza che trovi fondamenta sane nella ricerca quotidiana di una dimensione collettiva al proprio agire. Potremmo mai affrontare con reale pienezza questo discorso? Toccheremo con ogni probabilità soltanto la superficie dell'acqua. Ma anche questo non è un tentativo a vuoto.

sabato 21 gennaio 2012

Sono uno springsteeniano cristiano

Ho scoperto di esserlo leggendo il divertente e curato articolo di Lorenza Pravato, redattrice di Fucine Mute, che descrive perfettamente le sensazioni, gli umori, l'attesa spasmodica che un fan del Boss vive ogniqualvolta esce un nuovo disco del rocker di Freehold.
In realtà il nuovo album, intitolato Wrecking ball, uscirà il 6 marzo ma da qualche giorno si può ascoltare il primo singolo We take care of our own, e nei fan di Springsteen già sale la febbre. Senza contare che quest'anno, il 2012, sarà anche la volta del nuovo tour, che farà tappa a Trieste (i tickets per me e i miei amici sono già al sicuro nel mio caveau). Quindi nuovo disco e nuovo tour: doppia soddisfazione.
Ma torniamo a We take care of our own: dico la verità, al primo ascolto non mi ha folgorato, mi è piaciuto sì, ma non mi ha colpito al cuore. Ma sta crescendo, ad ogni ascolto aumenta il mio gradimento. E' un po' come quando uscì The Rising nel 2002: mi catturò rinnovandone continuamente l'ascolto, fino a farmelo considerare uno dei miei preferiti.
Insomma, sono proprio uno springsteeniano cristiano, secondo la classificazione spiritosa di Lorenza, che qui di seguito riporto:


1) Springsteeniani Talebani, cioè quelli cui piace qualsiasi cosa faccia perché hanno in lui una fede cieca e fervente...
2) Springsteeniani Cristiani, ovvero fedeli e inclini ad accettare di buon grado anche i dogmi di più difficile comprensione, come la necessità della presenza di Patti Scialfa sul palco, ma non per questo del tutto acritici.
3) Springsteeniani Ebrei, ossia quelli per i quali il Verbo è contenuto nel testamento antico (non oltre Tunnel of Love, 1988), quelli che misconoscono Human Touch e Lucky Town, quelli che di Patti Scialfa non vogliono neanche sentire parlare, quelli che attendono ogni nuovo disco come la venuta del Messia, ma ancora non sono convinti che sia venuto.

giovedì 19 gennaio 2012

I Gnognosaurs: dal friulano al sardo

Il friulano e il sardo, le due lingue minoritarie più parlate in Italia, oggi condividono un'opera a fumetti molto divertente e istruttiva. Mi riferisco a "I Gnognosaurs", il primo libro di Andrea Dree Venier dedicato ai dinosauri a fumetti più simpatici del mondo. Grazie alla sua traduzione in sardo, non solo i bambini friulani ma anche quelli isolani potranno divertirsi a leggere le avventure di Momo, Martin e Ines (solo per citare alcune fra le creature giurassiche protagoniste delle strisce).
Il traduttore Ivo Murgia e lo stesso Venier presenteranno "Is Gnognosaurs" domani 20 gennaio alle 17 a Cagliari presso la sala della Provincia Ex Cappella in via Giudice Guglielmo.
Immagino sarà un bell'incontro fra due identità culturali e linguistiche molto vivaci e aperte verso l'esterno. Iniziative come queste, rivolte alle giovani generazioni (ma non solo) da una parte stimolano la valorizzazione o la scoperta delle proprie radici culturali, dall'altra costituiscono una risposta intelligente al localismo più chiuso e gretto.


E poi, a me, divertono un sacco....



martedì 17 gennaio 2012

I migliori albi Bonelli del 2011...secondo me! (I)

Ovviamente secondo me! E poi nemmeno di ogni serie, visto che non le leggo tutte....Non compro, ad esempio, né Dylan Dog, né Brandon né Dampyr, e non è poco. In ogni caso mi va di parlare di quelli che sono stati gli albi Bonelli del 2011 che mi hanno divertito, coinvolto o fatto riflettere di più.

Comincio da Julia, un po' perché esce per prima nel mese, un po' perché è uno dei miei fumetti preferiti (forse la serie Bonelli attualmente preferita). Devo dire che i primi 8 numeri scritti da Giancarlo Berardi sono stati tutti di livello pregevolissimo, con 2 eccellenze. La prima è l'albo intitolato "Le lancette del destino", sceneggiato insieme a Lorenzo Calza e disegnato da Claudio Piccoli, straordinario numero 149, uscito in febbraio, sul tema del disagio presente nella nostra vita quotidiana e su come possa essere facile varcare quel labile confine che porta a compiere azioni criminali (ne ho già parlato qui). Il secondo fiore all'occhiello dell'anno è "Oltre il confine", sceneggiato insieme a Maurizio Mantero e disegnato da Antonio Marinetti, numero 155 pubblicato in agosto (qui un mio commento) sul quanto mai attuale tema dell'immigrazione illegale e del suo sfruttamento, mostrato nel suo crudo realismo e con la consueta attenzione nei confronti della psicologia dei personaggi di cui Berardi è maestro.
Ma molto interessanti anche gli albi "Dasvidania, miss Kendall", in cui la mafia russa è la spietata protagonista, "Dietro le quinte", ambientato nel mondo del cinema, e "L'occasione", storia di come un uomo normale possa cadere facile preda di un'inaspettata ma illegale e pericolosa fortuna, subendone poi tutte le gravi conseguenze. Da settembre invece la serie ha subito una lieve flessione di qualità, pur restando la media annuale comunque  molto elevata.

Il 2011 è stato l'anno di Zagor: ha festeggiato i suoi primi 50 anni e la sua casa editrice lo ha fatto in grande stile. Dapprima pubblicando l'albo a colori di giugno "Lo scrigno di Manito" a firma Burattini/Ferri e poi finalmente lo Zagorone "Il castello nel cielo" di Burattini/Torricelli. Moreno Burattini ci ha donato un gustoso 2011, ricco di storie appassionanti, prologo alla trasferta in Sud America che lo Spirito con la Scure inizierà a febbraio 2012. Già con la coppia di albi "A volte ritornano" e "La progenie del male", rispettivamente usciti ad aprile e maggio, il curatore della serie ci aveva regalato una vicenda, disegnata da Massimo Pesce, in cui un presente spaventoso e un passato dimenticato da Zagor si intrecciavano in una caverna che celava un orrido segreto.
Ma è la storia fiume che si dipana da luglio fino a novembre a costituire il gioiello dell'annata zagoriana. Mauro Boselli orchestra una vasta serie di personaggi già noti in una trama ricca di colpi di scena e azione, miscelando con equilibrio magia e Atlantide, la base di Altrove e i negromanti di Kush, tuareg e morti che camminano.
Una storia fantastica, un lungo inseguimento che vede come epilogo un duello mozzafiato sull'oceano, in cui rivediamo il nemico, professor Richter, reso in tutta la sua diabolica essenza dai disegni di Michele Rubini, il coraggioso cacciatore di mostri Andrew Cain alla ricerca della sposa rapita, la principessa Marada, ma soprattutto assistiamo al tradimento inaspettato dell'archeologo Dexter Green. L'ormai ex-amico di Zagor fugge verso Panama, creando così la causa che conduce lo Spirito con la Scure dapprima a New Orleans, dove sta  vivendo una pericolosa avventura con il popolo dei Bayun nelle intricate paludi della Louisiana.
Sono quindi "Il dio della polvere" e "Duello sull'oceano"a firma Boselli/Rubini, i migliori albi di Zagor del 2011 (sempre secondo me!).

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venerdì 13 gennaio 2012

Intervista a Pasquale Frisenda


"La scomparsa di Sergio Bonelli ha portato via tante, tante cose dalla vita di chi lo ha conosciuto e lo ha frequentato per anni. Personalmente, un grande rimpianto che mi rimane, aggiunto al dolore, è che mesi fa si era parlato dell'ipotesi di realizzare un "Tex" insieme, un'altra di quelle cose, disegnare un giorno una storia di "Guido Nolitta", che avevano accompagnato i miei sogni di ragazzino appassionato lettore sia di "Tex" che di "Mister No".Purtroppo per me rimarrà un sogno."

Questo è un breve estratto dell'intervista che Pasquale Frisenda mi ha concesso e che potete godervi integralmente qui, su Fucine Mute.
Cresciuto a pane e fumetti, l'artista milanese è oggi uno dei disegnatori di punta della Sergio Bonelli Editore. Poco più che quarantenne, ha maturato un’esperienza ragguardevole nella casa editrice milanese dopo aver appreso i buoni insegnamenti del maestro Ivo Milazzo all’epoca della Parker Editore. È stato uno dei cardini della serie Magico Vento di Gianfranco Manfredi e ha avuto l’onore di disegnare un Texone, uno dei migliori, entrando così nel club esclusivo degli artisti nazionali e internazionali che possono vantare la firma di questi albi speciali. È un maestro ormai riconosciuto, anche attraverso prestigiosi premi nel settore, nell’uso del chiaroscuro, con il quale rende molto bene tanto l’espressività dei primi piani quanto la suggestione delle scene corali e di movimento. Di tutto questo e di come si sia avverato il sogno di ragazzino di diventare un giorno il disegnatore di uno dei suoi eroi di carta preferiti, Pasquale ci racconta nell'interessante conversazione che abbiamo intrattenuto insieme.


sabato 7 gennaio 2012

Miyazaki alla Befana


E dopo Laputa, questi giorni di festa mi hanno regalato anche un altro lungometraggio di Hayao Miyazaki: I sospiri del mio cuore o meglio Drizzando le orecchie, stando alla traduzione letterale dal giapponese. Un'opera del 1995 sceneggiata dal fondatore dello Studio Ghibli e diretta da Yoshifumi Kondo, presentata in dvd in Italia da poco meno di un mese. In questo caso nessun posto fantastico e nessun pericolo (grave) per la protagonista del film, Shizuku, una ragazzina delle medie appassionata lettrice di romanzi. Lo sfondo è la vita quoridiana della studentessa in una periferia di una grande città, ma il tocco poetico di Miyazaki è sempre presente.
La magia non manca, questa volta nelle vesti di un gatto un po' "stregato", e il mondo fantastico nemmeno, anche se confinato nella testa di Shizuku. E' un film sulla scoperta e la valorizzazione dei propri talenti, verso i quali dobbiamo drizzare le orecchie, per trovare la nostra strada. Un messaggio che vale a tutte le età.
Da sottolineare nella colonna sonora la presenza della canzone Country roads di John Denver. Il pezzo non fa solo da sfondo musicale ma entra nella trama in quanto è sulla traduzione del suo testo che la giovane Shizuku, futura scrittrice, si arrovella lungo tutta la prima parte del film. Ed è grazie a questi versi, scritti su un foglio dimenticato su una panchina, che avviene l'incontro con Seiji, il ragazzo amante della musica e futuro liutaio, che avrà un ruolo importante nelle scelte della giovane.

domenica 1 gennaio 2012

Miyazaki a Natale

Immagine tratta da Ponyo sulla scogliera
La vigilia di Natale mi sono piacevolmente sorpreso a constatare che la Rai avesse programmato in prima serata Ponyo sulla scogliera, l'ultimo lungometraggio animato diretto da Hayao Miyazaki, e non il solito polpettone firmato Disney. Certo, la rete scelta non era una delle tre ammiraglie della televisione pubblica ma Rai4, sulla quale la maggior parte del pubblico non ha ancora l'abitudine di sintonizzarsi. Tuttavia spero che molti bambini e adulti si siano gustati il film del maestro giapponese, restando affascinati dalla sua poesia e dalla sua sincerità, qualità ormai quasi scomparse dai prevedibili film animati disneyani e loro derivati, dove la trama scontata, i luoghi comuni e la retorica di fondo ti addormentano il cervello. Per non parlare degli effetti speciali computerizzati con i quali si cerca di sopperire alla mancanza di contenuti.

Locandina di Laputa - Castello nel cielo
Qualche giorno dopo ho guardato Laputa - Castello nel cielo, il lungometraggio del 1986, prima opera dell'allora neonato Studio Ghibli, costituito da Miyazaki dopo il successo di Nausicaa nella Valle del Vento. Non è un film facile da trovare: come Porco rosso ha avuto una vita editoriale molto difficile, non ancora risolta. In ogni caso è stato un vero piacere farsi trasportare dai due giovani protagonisti Sheeta e Pazu in questa storia fantastica con un forte messaggio ecologista e antimilitarista alla base. Penso che diversi passaggi di questo film valgano molto più di tante parole, perché sanno comunicare con la nostra parte più intima, tanto se lo spettatore è un ragazzino, quanto se si tratta di un adulto. Anche se, in questo secondo caso, i filtri razionali e caratteriali che la vita ha costruito attorno come una corazza possono renderlo impenetrabile ai messaggi di Miyazaki. Sono tali filtri che spingono i distributori cinematografici a relegare questi film in orari pomeridiani, considerandoli non appetibili da un pubblico adulto. Ed è proprio per questo motivo se lo scorso autunno mi son perso Arrietty, l'ultima produzione dello Studio Ghibli che è stata distribuita in Europa.
Ma lasciamoci trasportare nel mondo di Miyazaki, con queste immagini tratte da Laputa.









mercoledì 28 dicembre 2011

Layla - la versione definitiva

"In my humble opinion, it's the finest version"



Eric Clapton non dice final in realtà, ma finest e concordo sulla scelta di questo aggettivo: ma secondo me è così finest da essere anche final....
Mi riferisco alla versione della canzone Layla, introdotta dalle parole sopraccitate, che Slowhand ha eseguito l'aprile scorso insieme a Wynton Marsalis presso il Lincoln Center di New York, accompagnati dalla Jazz at Lincoln Center Orchestra (ne avevo parlato già qui).
Il risultato di questo incontro è stato un pezzo unico, mai ascoltato prima: un orchestrazione con tromba, trombone a tiro, clarinetto e percussioni in cui la chitarra elettrica del bluesman inglese si inserisce perfettamente. L'intro è già spiazzante: un caleidoscopio di suoni provenienti da tutti gli strumenti che lascia poi spazio al tema musicale eseguito ad un ritmo più lento del solito, quasi trascinato, che ti comunica tutta la sofferenza del brano. Le pene d'amore vissute per Layla emergono dalla voce struggente di Clapton, dall'arrangiamento bluesato, dal sorprendente assolo di chitarra seguito dalla tromba, dal trombone e dal clarinetto in un finale strepitoso.
Non bisogna mai porre limiti alle capacità del bluesman inglese, ma credo che sarà difficile ascoltare una versione di Layla più emozionante.
"See if you can spot this one"


E sì che già vent'anni fa Clapton aveva stupito tutti con un diverso arrangiamento di Layla. Toccare uno dei suoi cavalli di battaglia, trasformandolo nella versione unplugged, sarebbe potuto diventare un fiasco completo, invece fu un successo. Slowhand si diverte a stuzzicare il pubblico dello show acustico di MTV, invitandolo a riconoscere il pezzo che si accinge ad eseguire. Un orecchio appassionato della musica di Clapton non impiega nemmeno un secondo a capire di quale pezzo si tratta, ma rimane incredulo della misurata e intima strumentazione che trasforma Layla in un'altra canzone, facendola però restare allo stesso tempo sempre la stessa.
Personalmente son molto legato a Layla unplugged. E' stato un disco, o meglio una musicassetta, che ho fatto suonare fino alla consunzione dal momento in cui me la son regalata come premio per aver superato nell'ottobre del 1992 l'esame di Fisica 2 che, per noi studenti del secondo anno di ingegneria elettronica, rappresentava un vero scoglio e giro di boa insieme, in quanto bloccava tutti gli esami successivi e poiché era "gestita" da un terribile professore che aveva mandato a militare un sacco di ragazzi. Fiero del mio 23 ottenuto al primo tentativo, mi catapultai nel negozio di dischi più vicino, alla scoperta di Unplugged e di quel Clapton che avevo appena conosciuto l'estate precedente grazie ad una romantica Wonderful tonight eseguita da un musicista di un piano bar.
Questo pezzo pop mi aveva spalancato le porte del repertorio blues e rock del musicista inglese. Fra i tanti brani spiccava uno: si distingueva per la ruggente intro con assolo di chitarra (che solo in seguito scoprii essere eseguito nella registrazione originale dal compianto Duane Allman), per il travolgente svolgimento rock e per un secondo movimento, chiamato la pano coda (scritto da Jim Gordon). Si trattava appunto di Layla. Il titolo chiamava in causa una principessa dell'India e un amore ostacolato: il riferimento era personale e legava Clapton ad una coppia: il suo amico George Harrison e la moglie Pattie Boyd.
Il fascino della versione originale del 1970 è comunque sempre intatto ed imperituro, come si può apprezzare in questa interpretazione del 2009.

lunedì 26 dicembre 2011

Mia faza, mia raza

...Per cominciare c'è il "partito dei profittatori". Ne fanno parte tutte le imprese che negli ultimi trent sessant'anni hanno approfittato del sistema clientelare. Innanzitutto le imprese edilizie, che hanno fatto fortuna grazie ai Campionati del Mondo di Calcio del 1990 alle Olimpiadi del 2004, aggiudicandosi appalti pubblici a cifre astronomiche. Al partito dei profittatori appartengono anche le imprese che riforniscono gli enti pubblici: per esempio le ditte che vendono farmaci e apparecchiature mediche agli ospedali...
....Senza le nuove misure d'austerità tutto sarebbe rimasto com'era. Il partito dei profittatori - imprese edilizie e fornitori di ospedali -  aveva stretti legami con il partito al governo e i suoi ministri. Negli apparati dello stato tutti erano a conoscenza di questi accordi e del loro costo per la collettività, ma nessuno ne parlava. E non solo perché i partiti intascavano contributi colossali, ma anche perché le imprese corrotte finanziavano le campagne elettorali dei deputati e assicuravano ai loro familiari posti di lavoro ben retribuiti. Il partito dei profittatori è anche quello degli evasori fiscali, soprattutto professionisti con redditi alti come medici e avvocati. "La visita costa 80 euro. Se vuole la fattura sono 110.", è la frase che si sente ripetere ogni greco italiano  quando entra in uno studio medico. Alla fine la maggior parte dei pazienti rinuncia alla fattura pur di risparmiare 30 euro. Le autorità tollerano e si voltano dall'altra parte per non vedere. E' la conseguenza dell'alleanza che hanno stretto con i professionisti e le imprese...


...La seconda fazione si potrebbe chiamare "partito degli onesti", ma preferisco "partito dei martiri". Ne fanno parte i proprietari delle piccole e medie imprese, i loro dipendenti e i lavoratori autonomi, come i tassisti o gli artigiani. Questi cittadini, che lavorano sodo e pagano regolarmente le tasse, dimostrano che la tesi diffusa in Europa secondo cui i greci gli italiani sono pigri e scansafatiche è completamente falsa. Il partito dei martiri è il più numeroso. Eppure non è abbastanza forte da stringere alleanze vantaggiose, e alla fine viene sfruttato da tutti. I martiri sono gli italiani i greci più colpiti dalla crisi.... Al partito dei martiri appartengono anche i lavoratori e i disoccupati del settore privato.....


..C'è poi il terzo gruppo, che chiamerò il "partito del Moloch". Questo partito recluta i suoi militanti nell'apparato dello stato e nelle imprese pubbliche, ed è diviso in due correnti: da una parte ci sono gli impiegati e i funzionari pubblici, dall'altra i sindacalisti. Il partito del Moloch è la componente esterna al parlamento su cui fa affidamento il partito che si trova di volta in volta al governo. Ed è anche il garante del sistema clientelare, perché è composto in gran parte da quadri e funzionari di partito..... I dipendenti pubblici che fanno parte del partito del Moloch, tuttavia, non sono tutti uguali. Una parte dei suoi militanti starebbe meglio nel partito dei martiri: per esempio quei funzionari che si sono guadagnati il posto di lavoro con un concorso e non grazie a raccomandazioni politiche. Sono gli unici dipendenti pubblici che lavorano (a volte per due o per tre, perché devono fare anche il lavoro degli altri) e sono quindi loro stessi vittime del sistema. Gli altri, invece, hanno stretto un'alleanza non solo con i partiti al governo, ma anche con il partito dei profittatori. Questa grande coalizione domina il partito del Moloch da trent sessant'anni...


..La quarta e ultima fazione della società greca italiana è quella che mi preoccupa di più. E' il "partito dei senza futuro", tutti quei ragazzi greci italiani che passano la giornata seduti davanti al computer cercando disperatamente su internet un lavoro in qualsiasi parte del mondo.... Questi ragazzi hanno una laurea e a volte perfino un dottorato. Ma dopo gli studi li aspetta la disoccupazione....


Brani tratti da un articolo dello scrittore greco Petros Markaris, firmato per Die Zeit e pubblicato in Italia da Internazionale 928 del 16 dicembre 2011.
Le parti in corsivo sono state aggiunte da me al posto di quelle barrate nel testo originale.

sabato 24 dicembre 2011

Ken Parker, i bambini e il Natale

Come potevo non postare questa cartolina natalizia di Ivo Milazzo che afnews oggi riporta?
Che poi l'avevo già vista tempo fa sul sito dell'Associazione Amici di Ken Parker del compianto Paolo Molinaroli, dove scopro che era nata nel Natale 1998 come cartolina/brochure per un'iniziativa di solidarietà intitolata "I bambini hanno diritto all'infanzia".

lunedì 19 dicembre 2011

KP 8: Colpo grosso a San Francisco

Titolo: Colpo grosso a San Francisco
Data: Gennaio 1978

Soggetto/Sceneggiatura:
Giancarlo Berardi
Disegni/Copertina:
Ivo Milazzo



In seconda di copertina un canto funebre, con il consueto disegno di Ivo Milazzo per la rubrica "Tracce nel vento".


Si conclude in questo albo la lunga caccia di Ken nei confronti di Donald Welsh, il sicario che ha ucciso il Commissario agli Affari Indiani Ely Donehogawa e ha causato la guerra fra i Dakota e l'esercito descritta nel numero 4 Omicidio a Washington. E' un episodio che si distingue per la presenza di molta azione da una parte e per il notevole spazio lasciato ai personaggi comprimari dall'altra.
L'azione è subito protagonista nelle prime pagine, quando Welsh, caduto in mare con un pugnale conficcato in una spalla di fronte alla baia di San Francisco, deve vedersela nientemeno che con gli squali. La tavola seguente mostra le fasi della lotta in cui si apprezzano le doti (un po' troppo) atletiche dell'assassino. Da notare le belle vignette scontornate di Milazzo che allargano il campo: la prima completamente dentro l'acqua e l'ultima priva del contorno superiore corrispondente allo parte fuori dell'acqua.


Arrivato a Frisco, Welsh incontra gli altri protagonisti della vicenda. Dapprima la simpatica borseggiatrice Donna Ashford, che cade presto vittima del fascino del sicario.


E poi lo sbalestrato dentista Jack Boots, amico "interessato" di Donna.


La prima parte della storia è tutta incentrata su questi tre personaggi. Welsh dimostra qui il suo lato falso di simpatico e belloccio, al quale Donna non sa resistere, tanto da farsi coinvolgerere nel pericoloso progetto di assaltare la locale Zecca dello Stato.



Il sicario è molto abile nel convincere la ragazza a far entrare nella squadra anche il dentista: dimostra tutto il suo opportunismo riguardo ai modi che Donna dovrà usare.



Ken entra in gioco appena a pagina 39, sottolinenado così il peso dato da Berardi nella sceneggiatura al coro dei personaggi.


Insieme a Dash si mette subito alla ricerca di Welsh. La vignetta seguente ritrae una fase dell'indagine dei due: mi piace molto per come Milazzo usa i chiaroscuri per darle profondità.



La riuscita del colpo alla Zecca si deve all'astuzia e all'ingegno di Welsh che usa le bombole di gas esilarante del dentista per addormentare la guarnigione di soldati di guardia all'oro.


L'altro colpo di genio del sicario consiste nel particolare mezzo di fuga che permette a lui, Donna e Boots di scappare dal fortino in cui si trova la Zecca: una mongolfiera.


La differenza fra un criminale e un ladro è la totale mancanza di scrupoli nel rispetto della vita umana: lo dimostra Welsh quando, nonostante l'opposizione del dentista, "bombarda" con dei candelotti di dinamite i soldati che si sono nel frattempo risvegliati.

Ken è riuscito a capire il piano di Welsh grazie a vari indizi lasciati dal trio a Frisco e accorre alla zecca provocando lo stupore del sicario, rappresentato mirabilmente da Milazzo nelle due vignette seguenti.

Welsh si è liberato del dentista uccidendolo e gettandone il corpo nel vuoto. Nelle ultime pagine dell'albo troviamo un condensato di tante emozioni: la rabbia di Welsh e la tenacia di Ken nel perseguire la sua vendetta ritratte in queste due vignette.


In un' indimenticabile tavola leggiamo sul volto di Donna il susseguirsi prima di paura, poi di sollievo e infine di orribile incredulità di fronte al tradimento di Welsh.


L'epilogo non poteva essere diverso e non poteva non chiudersi laddove era iniziata la storia: nel mare. Questa volta però Welsh deve vedersela con un rivale ben più pericoloso di uno squalo: un uomo in cerca di vendetta.
Nelle due tavole finali (mute a meno dell'ultima vignetta) avvertiamo tutto l'odio reciproco fra i due nemici. Berradi e Milazzo non risparmiano al lettore un primo piano del volto di Welsh colpito a morte: la smorfia di dolore, il sangue che esce dalla bocca, le palle degli occhi che si rivolgono all'indietro. E poi il corpo esanime che assume una postura sgraziata mentre Ken se lo lascia alle spalle.
Nelle due vignette conclusive, infine, si sente il peso, ma anche la necessità, del gesto compiuto da Ken sulle sue spalle ricurve.



Welsh è finalmente morto segnando così la fine del breve ciclo di avventure di Ken legate alla sua caccia.
Si è trattato di un bell'albo, pieno di ritmo, con molto spazio concesso al trio di ladri e ad altri piccoli personaggi di secondo piano, sempre ben caratterizzati (vedi i due "navigati" ragazzini che trovano Welsh svenuto sulla spiaggia dopo la lotta con lo squalo, la "generosa" Ma' Flegel che aveva ospitato Ken e il fratello a Frisco nel passato, il portiere omosessuale dell'albergo in cui Welsh e Donna hanno soggiornato).
E poi c'è il registro di Berardi che alterna magistralmente pathos a siparietti ironici, azione a forti passioni. Siamo solo all'ottavo albo della serie ma la storia di Ken si caratterizza già per il suo stile di sceneggiatura, contenuti e disegni.

sabato 17 dicembre 2011

Come si legittima la violenza?


È giovedì pomeriggio, sono da poco passate le 3. Guido per le vie di Trieste in direzione casa. Sono sollevato. Lo sono sempre (e chi non lo sarebbe) quando esco da una visita specialistica nella quale il medico ti ha appena rassicurato che il tuo fastidioso sintomo non è la spia di nulla di grave.
Accendo così la radio e mi sintonizzo su Radio Tre: a quest'ora c'è Fahrenheit e sentir parlare di idee e libri non può che migliorarmi ancor di più l'umore. Riconosco subito la voce calda di Loredana Lipperini che presenta il tema su cui si dibatte: Come si legittima la violenza? Lo spunto viene dai tragici fatti di cronaca di Torino e di Firenze, nei quali il razzismo riveste un ruolo chiave. Gli interlocutori della Lipperini sono autorevoli: Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale all'Università di Milano Bicocca, autrice di "Deumanizzazione. Come si legittima la violenza", e Marco Revelli, docente di Scienza della Politica all'Università del Piemonte Orientale. Il nocciolo della riflessione verte sul clima di tensione e di intolleranza che la crisi economica sempre più profonda sembra aver acuito in Italia e sulle responsabilità della politica e della comunicazione.

Alla domanda riguardante le origini del razzismo in Italia, la Volpato risponde in un modo che mi trova d'accordo: il nostro razzismo nasce dal fascismo, ovvero da un regime che aveva sposato una durissima politica razziale, inaugurandola fra l'altro proprio a Trieste con il famoso discorso tenuto da Mussolini in Piazza Unità sulle leggi razziali. Gli italiani, continua la Volpato, non hanno mai fatto i conti con questo aspetto della loro storia, ma l'hanno rimosso. Ancor oggi molti ragazzi, ma non solo, pensano che fascismo e discriminazione e persecuzione degli gli ebrei non abbiano nessuna relazione o, quantomeno, che il rapporto sia trascurabile.
Spostandosi sul piano della politica, Marco Revelli sottolinea come nelle istituzioni italiane di tutti i livelli, nazionali e locali, sieda una forza politica, la Lega Nord, che da vent'anni fa del razzismo una sua bandiera. E questo non può non avere conseguenze sulla società.
Il mio buon umore a questo punto se n'è già andato: tutto dannatamente vero quanto affermato dagli ospiti ma è ciò che dice la Lipperini a gettarmi nella tristezza più nera. Si sta discutendo del ruolo dei media e la conduttrice cita l'incipit di ciò che il sito di satira Nonciclopedia recita riguardo alla voce Primo Levi:
1° Levi è morto. Chiunque fosse, qualunque cosa facesse, era ebreo, perciò ci tengo a tranquillizzare la popolazione. È morto.
Agghiacciante! Rimango senza parole. Penso che in nome della libertà di espressione si tollerano queste pagine sulla rete che vorrebbero essere di satira, ma che sono soltanto antisemite. C'è un limite alla libertà di espressione: l'offesa della dignità dell'uomo.
Spengo la radio, sono depresso. Ma il mio masochismo mi spinge, una volta giunto a casa, ad accendere il pc, andare in rete sul sito di cui sopra e leggere per intero la voce riguardante lo scrittore torinese. Non mi fermo, cerco Anna Frank sul sito: stessa porcheria. Mi incazzo come un treno e mi viene in mente un pensiero molto triste e che mi fa anche paura.
Penso che chi scrive queste parole è ignorante, non ha empatia e vuole mettersi in mostra. In altre parole: è pericoloso.

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