martedì 7 maggio 2013

Il figlio del softwarista


Infermiere e dottori entravano e uscivano continuamente dalla porta sul reparto maternità alla sua destra. Andrea, sprofondato su una scomoda sedia di plastica, guardava fisso davanti a sé gli ascensori che si aprivano e chiudevano, annunciati da una fastidiosa voce elettronica. Una mosca volò incrociando il suo sguardo perso. Per un momento si distrasse e ne seguì la traiettoria, fino a che l'insetto si posò sulla sedia vuota accanto a lui. Il giornale strappato che teneva in mano atterrò con un tonfo secco sull'indifesa bestiolina. Le persone attorno a lui fecero silenzio e lo guardarono severe. Indifferente, si alzò, raccolse da terra il giornale e l' immobile mosca e li gettò con noncuranza nel cestino colmo di rifiuti. Pazienti, visitatori e personale ospedaliero ripresero a parlare e a muoversi. Andrea fece scivolare le mani sulle guance tergendosi il sudore. Si risedette e, a testa china con le braccia appoggiate alle ginocchia, prese a fissare un punto dello sporco pavimento sotto di sé.
“Oh, eccoti qua! Ciao! Allora, come va?” una voce familiare e una pacca sulla spalla distolsero Andrea dai suoi pensieri. Alzò lo sguardo fino ad intercettare la faccia rubiconda di suo fratello. Il sorriso di Michele gli diede un po' di calore. Si alzò e lo abbracciò.
“Ma sei tutto sudato! Con il freddo che fa fuori? Da quando sei qua? Come sta Antonella?” disse Michele allontanando da sé Andrea per guardarlo bene negli occhi. Nei secondi che precedettero la risposta, il sorriso del fratello si tramutò in un'espressione preoccupata. Andrea si strinse le guance fra le mani, lisciandosi la barba, vecchia di un paio di giorni.
“Non so come sta. Sono arrivato mezz'ora fa dall'ufficio, ma nessuno qui mi dice niente” furono le parole che Andrea pronunciò meccanicamente. Abbassò lo sguardo a terra mentre Michele ribatté:
“Come non sai niente? E Antonella come ci è arrivata in ospedale?” Michele non si rese conto di aver alzato il tono della voce.
Andrea si strinse ancora la testa fra le mani mentre, con un filo di voce, rispose al fratello.
“Non lo so come ci sia arrivata. Mi ha telefonato uno dell'ospedale dicendo che era qui, al reparto maternità. E che stava per partorire...”.
Michele corrugò la fronte e soffermò lo sguardo sulle spalle cadenti di Andrea, sui pochi capelli spettinati e sul lembo sinistro della camicia fuori dai pantaloni. Lo invecchiavano di almeno dieci anni.
“Ma che cazzo fai? Son tre giorni che Antonella è ferma a letto e tu te ne stai in ufficio fino a mezzanotte?” gridò prendendo il fratello per le spalle.
Andrea si giustificò:
“Avevo un lavoro da finire. Dovevo consegnare una versione software entro stasera. Era importante. E poi domani è il primo novembre, l'ufficio è chiuso. Non potevo..” Michele non lo fece finire. Colpì Andrea con uno schiaffo. Il fratello cadde a terra e, di nuovo, tutta la gente attorno ammutolì. Andrea si rialzò, si strinse le guance fra le mani e tornò a sedere a capo chino. Lo stupore dei presenti durò solo alcuni secondi. Ritornò il consueto vociare e l'andirivieni costante di tutte le sale d'attesa. Michele raggiunse a lunghe falcate la porta del reparto e sparì nel buio corridoio che la seguiva.
Andrea non se ne accorse nemmeno. Quando sollevò la testa in cerca del fratello, vide due dottori che bevevano un caffè. Un'irresistibile voglia lo fece alzare fino alla macchina automatica posta alla sinistra della grande sala. La raggiunse e frugò nelle tasche in cerca di qualche moneta. Un fazzoletto sporco gli cadde a terra insieme al suo tesserino magnetico aziendale. Raccolse gli oggetti e si soffermò a guardare la foto sul badge, ormai logoro. Lo ritraeva giovane, sorridente e con una folta chioma bionda. Ributtò tutto in tasca, spinse la moneta nella fessura e attese il suo caffè. Cerando di ricordare se fosse il nono o il decimo della giornata, si strinse le guance fra le mani che continuavano a sudare. Il caffè era uno schifo, ma Andrea ormai non ci faceva più caso. Da un paio d'anni la caffeina aveva sostituito la nicotina come eccitante nelle lunghe serate passate in ufficio davanti al pc. I panini di plastica erogati dai distributori automatici lenivano i morsi della fame che Andrea pativa fra una compilazione e l'altra del software. L'alito non ne aveva tratto giovamento e, tanto meno, il girovita.
Schiacciò il bicchiere per buttarlo nel cestino e alcune gocce di caffè, intrise di fondi, schizzarono sulla manica della camicia. Andrea non ci badò e si diresse alla sua sedia. Lungo il percorso si accorse che la porta del reparto davanti a sé si spalancò sul volto di Michele. Gli occhi del fratello non tradirono nessuna emozione quando dalla sua bocca uscirono quattro parole.
“È nato il bambino.” Poi, infilò la porta dell'ascensore alla sua destra e sparì.
Andrea si strinse le guance fra le mani. Gli sembrò di avere dei pesi legati alle caviglie quando spostò un piede davanti all'altro in direzione del reparto. Varcò la soglia e chiese ad un'infermiera notizie di sua moglie.
Un braccio teso indicò una direzione in fondo al corridoio. Andrea raggiunse il punto indicato trascinando i piedi. Si girò a destra e vide una stanza separata da un vetro. Al di là un'infermiera di spalle sembrava tenere fra le braccia qualcosa. Andrea si chiuse il volto fra le mani. Si avvicinò e bussò sul vetro.
L'infermiera si girò e il suo sorriso si spense in un attimo. Andrea la guardò, si premette le guance fra le mani sudate e abbassò lo sguardo sul piccolo panno bianco che la donna teneva tra le mani. Da uno spiraglio spuntava una piccola testa con una folta chioma corvina. Il bimbo era nero.
Andrea si portò le mani sulla faccia, questa volta a coprire gli occhi. Si voltò e se ne andò.

domenica 5 maggio 2013

Kiki o del diventare adulti


Della serie: meno siamo, meglio stiamo. Nella piccola sala del cinema eravamo solo in undici, ma peggio per quelli che non son entrati ad assistere ad uno spettacolo delizioso: Kiki - Consegne a domicilio, il lungometraggio che il maestro Hayao Miyazaki realizzò nel 1989, ma che esce nelle sale italiane solo ora, distribuito dalla Lucky Red.
La streghetta Kiki si reca in una città (che ricorda molto quelle del Nord Europa affacciate sul mare) per compiere il suo anno di apprendistato. Deve trovare una casa in cui vivere e metter alla prova il proprio talento. E' una tappa prevista nella sua crescita, come strega e come donna. Sperimenterà le prime difficoltà e le prime vere amicizie. E capirà che il sangue del mago conta come quello del pittore e come quello del fornaio. Una storia deliziosa su cosa significa diventare grandi, sulla valorizzazione dei propri talenti, sull'acquisizione della maturità e dell'autonomia. Un film consigliato a tutti gli adulti che pensano di avere ormai la vita impostata lungo una strada già segnata, priva di sogni e di legittime ambizioni.
Quando si sono accese le luci, i volti degli altri dieci spettatori erano sereni e in pace. Chissà cosa avranno pensato del mio?

venerdì 26 aprile 2013

L'astronauta



“Domani Baumgartner ci riprova” disse distrattamente Cassidy, mentre sfogliava un giornale.
“E chi cazzo è Baumgartner?” fu la stizzita risposta di Brendon.
“È quell'austriaco che si butterà da 39 mila metri, qui vicino, sopra Roswell” precisò Cassidy.
“Ma chi cazzo se ne frega. Che cazzo mi rompi con questa storia, adesso?”. Brendon aveva le palle girate, come sempre in quei momenti.
“Rilassati un po'”. L'invito di Cassidy fu inutile.
“Mi spieghi come cazzo faccio a rilassarmi? Siamo qui, in questa merda di macchina, con questo fottuto caldo, ad aspettare quello stronzo di gioielliere, e dovrei stare calmo?” Brendon spense la sigaretta, la decima in venti minuti, e gettò la cicca fuori dalla portiera.
“Comunque l'austriaco lo fa per il progresso della scienza” continuò incurante Cassidy “dice che così saranno più sicure le missioni spaziali”.
“Ah, ah” bofonchiò Brendon, e gettò l'ennesima occhiata alla vetrina della gioielleria dall'altro lato della strada.
“Sai? Quand'ero bambino dicevo a tutti che da grande avrei fatto l'astronauta. Facevo un sacco di disegni con la Luna, Marte, i marziani, e le astronavi. E la maestra mi incoraggiava sempre”. Cassidy si accigliò e Brendon approfittò per punzecchiarlo.
“Certo, ti ha incoraggiato fino a quando non hanno sbattuto il tuo vecchio in prigione. Poi tutti ti hanno voltato le spalle. E adesso sei qui con me, a fare questa di vita di merda”.
Cassidy rimase in silenzio. Sprofondò ancor di più dentro il sedile dell'auto. Ormai la temperatura aveva raggiunto livelli infernali dentro la vecchia Ford, ma Cassidy sembrava non accorgersene. La sua testa si trovava a 39 mila metri, nella stratosfera. Si immaginò come sarebbe apparsa la Terra a quell'altezza. Si chiese se lo sputo di cittadina in cui era cresciuto appariva più bello da lassù.
Una gomitata di Brendon riportò Cassidy sulla Terra.
“Eccolo! È Towers. È uscito come previsto”. Brendon indicò un uomo che si affrettava sul marciapiede opposto. Teneva stretta una valigetta alla mano destra.
“Era ora. Facciamola finita, e che sia l'ultima”. Cassidy prese dal portaoggetti del cruscotto la pistola e la infilò dietro la schiena. Stretta dalla cintura che gli cingeva i pantaloni, la canna fredda dell'arma gli trasmise un brivido. Ma fu solo un momento. Un secondo dopo, le sue scarpe calpestavano già la strada bollente. Salì sul marciapiede opposto e si trovò ad una ventina di metri dietro al tipo con la valigetta. Brendon avviò il motore della Ford e fece un'inversione a U fino a trovarsi a fianco di Cassidy. Lo superò a velocità ridotta. C'era poca gente in giro a quell'ora e circolavano poche automobili. Dovevano fare in fretta. Cassidy accelerò il passo e, quando si trovò a quattro metri dal gioielliere, indossò il passamontagna ed estrasse la pistola. Nel frattempo Brendon accostò l'auto a fianco di Towers e, allungandosi all'indietro con il braccio sinistro, spalancò la portiera posteriore. Il tipo si voltò verso la Ford e si impietrì quando vide al volante un uomo a volto coperto. In quel momento Cassidy fece per avvicinarsi alle spalle di Towers.
Accadde tutto in un paio di secondi.
“Signor Towers!”. Cassidy sentì dietro di sé una voce femminile mentre stava per puntare la canna della pistola verso l'uomo. Il gioielliere, riconosciuta la voce della sua impiegata, si voltò e, d'istinto, alzò il braccio destro. La valigetta prese Cassidy in piena faccia. Il rapinatore ruzzolò a terra e la pistola scivolò oltre il marciapiede, sotto la Ford. La donna gridò. Towers corse via in direzione opposta. Brendon scese dall'auto e si piegò per cercare l'arma. La trovò, la impugnò e la rivolse verso il tipo che correva. Cassidy, ancora mezzo inebetito, vide Brendon sopra di lui con il braccio teso. Incredulo, sentì il colpo. Si alzò nonostante i capogiri feroci.
“Che cazzo fai?” gridò. Le sue mani cercarono il corpo di Brendon ma mancarono il bersaglio. Cadde ancora a terra. Sentì il sapore del sangue mescolarsi dentro la bocca con quello della polvere. La vista si annebbiò. Dentro le orecchie grida di donna. Poi si sentì sollevare. Fu spinto sopra qualcosa di morbido. Le gambe accartocciate in una posa innaturale. L'auto partì con un interminabile stridio di freni e il corpo di Cassidy fu sballottato avanti e indietro. Cadde con la faccia rivolta all'ingiù nello spazio fra il sedile posteriore e quello anteriore. Aprì gli occhi e vide la foto di Baumgartner sul giornale a pochi centimetri da lui. L'austriaco sorrideva e lo guardava negli occhi. Teneva una mano alzata a mo' di saluto. Indossava una tuta d'astronauta. Era come quelle, si disse Cassidy, che aveva disegnato mille volte da piccolo. Poi si spense la luce.

giovedì 25 aprile 2013

La scelta della resistenza

"Ma venne in novembre lo sbarco alleato in Nord Africa, venne in dicembre la resistenza e poi la vittoria a Stalingrado, e capimmo che la guerra si era fatta vicina e la storia aveva ripreso il suo cammino. Nel giro di poche settimane ognuno di noi maturò, più che in tutti i vent'anni precedenti. Uscirono dall'ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna. Il fascismo li aveva ridotti al silenzio per vent'anni, e ci spiegarono che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta e infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. Ci dissero che la nostra insofferenza beffarda non bastava; doveva volgersi in collera, e la collera essere incanalata in una rivolta organica e tempestiva: ma non ci insegnarono come si fabbrica una bomba, né come si spara un fucile.
Ci parlavano di sconosciuti: Gramsci, Salvemini, Gobetti, i Rosselli; chi erano? Esisteva dunque una seconda storia, una storia parallela a quella che il liceo ci aveva somministrata dall'alto? In quei pochi mesi convulsi cercammo invano di ricostruire, di ripopolare il vuoto storico dell'ultimo ventennio, ma quei nuovi personaggi rimanevano "eroi", come Garibaldi e Nazario Sauro, non avevano spessore né sostanza umana. Il tempo per consolidare la nostra preparazione non ci fu concesso: vennero in marzo gli scioperi di Torino, ad indicare che la crisi era prossima; vennero col 25 luglio il collasso del fascismo dall'interno, le piazze gremite di folla affratellata, la gioia estemporanea e precaria di un paese a cui la libertà era stata donata da un intrigo di palazzo; e venne l'8 settembre, il serpente verdegrigio delle divisioni naziste per le vie di Milano e di Torino, il brutale risveglio: la commedia era finita, l?italia era un paese occupato, come la Polonia, come la Jugoslavia, come la Norvegia.
In questo modo, dopo la lunga ubriacatura di parole, certi della giustezza della nostra scelta, estremamente insicuri dei nostri mezzi, con in cuore assai più disperazione che speranza, e sullo sfondo di un paese disfatto e diviso, siamo scesi in campo per misurarci. Ci separammo per seguire il nostro destino, ognuno in una valle diversa."
Primo Levi,
Il sistema periodico

sabato 20 aprile 2013

Un fisico bestiale


Pubblico con piacere questo breve fumetto tratto dal numero di primavera 2013 de Gli altri animali, il notiziario di OIPA Italia, una onlus in primo piano nella lotta per la difesa dei diritti degli animali.
Le modalità attraverso le quali l'OIPA svolge il suo operato sono molteplici, ma voglio sottolinearne uno: le guardie eco-zoofile, un corpo di volontari con precisi poteri garantiti dalla legge italiana (che li definisce quali pubblici ufficiali) che vigilano, prevengono e intervengono per far rispettare i diritti degli animali.
Tornando al fumetto di Isabella Dalla Vecchia, nella sua estrema semplicità e immediatezza, veicola un messaggio che condivido pienamente: l'amore e il legame con la natura non può prescindere dall'attenzione ai nostri gesti quotidiani e alle nostre scelte di esseri umani, in quanto abitanti del pianeta con pari diritti di tutte le altre specie che lo popolano.

venerdì 19 aprile 2013

Il Gatto e l'Imperatore di Giada


Il Gatto arrivò a passi lenti: sinuoso, si pavoneggiava. Mostrava i suoi denti aguzzi in un sorriso soddisfatto: il pelo lungo e fulvo danzava al ritmo del vento leggero che lo accarezzava. Si trovava ormai a poca distanza dall'albergo: solo un ponte su una gola profonda lo divideva dal luogo in cui l'Imperatore di Giada sarebbe venuto a prenderlo. Guardava di sottecchi le due ali di folla che gli si aprivano ai lati mano a mano che avanzava. Erano animali del bosco e della steppa, delle valli e dei campi, delle paludi e delle montagne. Tutti erano venuti a tributare gli onori al Gatto, ad applaudirlo, a rendergli omaggio. E lui se la prendeva tutta quella gloria. Le notizia si era diffusa in un baleno in tutte le lande della Cina. Tutti gli animali sapevano che l'appuntamento avrebbe avuto luogo in un albergo, fino ad allora sconosciuto, situato nella valle più alta della Cina. Era estate, la temperatura era ottima e un piacevole tepore scaldava la valle mentre il sole splendeva alto fra le montagne. Il Gatto ormai aveva superato il ponte ed era giunto trionfante davanti all'ingresso, dove una grassa iena si spendeva in continui inchini e salamelecchi.
“Benvenuto nel mio umile albergo” ripeteva a capo chino digrignando i denti in una risata isterica “Per me è un grande onore ospitare l'incontro fra lei e l'Imperatore di Giada”.
Il Gatto intuiva che l'albergo era tutto tranne che umile. Il Topo gli aveva anticipato che si trattava di uno dei più lussuosi edifici della Cina: lastricato d'oro, con fontane da cui sgorgava il latte e con vasche colme di miele, l'albergo nella valle ad un passo dal Cielo era il posto ideale per un simile appuntamento. Il Gatto ignorò la iena e non si degnò di salutarla: non capiva come un posto così idilliaco potesse essere diretto da una bestia talmente laida. Senza ulteriore indugio entrò a testa alta e chiese:
“Dove si trova la mia dimora?”
Una schiera di altre iene servili si mosse all'unisono in direzione di una maestosa scala. Abbassando lo sguardo invitarono con dei gesti il Gatto a seguirle. Dopo alcune rampe il Gatto si trovò davanti ad una grande porta che, una volta spalancata, si aprì su una stanza lussuosa e amplissima. Il Gatto intravide un terrazzo sul lato opposto alla soglia. Gli venne spontaneo correre verso il balcone fino ad affacciarsi per godere di quello spettacolo naturale meraviglioso. Boschi lussureggianti vestivano i lati della montagna che si alzavano sulla valle colma di animali festanti. Il Gatto si dispiacque un po' di lasciare questo mondo, ma fu solo un fugace pensiero. Subito l'orgoglio di essere stato scelto dall'Imperatore di Giada si impossessò della sua mente e del suo corpo, tanto che il suo pelo si ingrossò rendendolo ancora più maestoso.
Ora si trattava solo di attendere. Mancavano poche ore e poi sarebbe potuto ascendere al Cielo insieme agli altri undici animali, scelti dall'Imperatore di Giada per mostrare alle altre divinità del Cielo le stupende creature che abitavano la Terra. E il Gatto era uno di quei dodici. A lui, il più bello fra gli animali, il Sovrano di tutti gli dei avrebbe dedicato un anno del calendario. Certo, ce ne sarebbe stato uno per ciascuno dei dodici eletti, ma lui sarebbe stato il primo, il più importante. Come si poteva solo pensare di paragonarlo alla sciocca Gallina o al timido Coniglio! Alla stupida Capra o al viscido Serpente! Alla petulante Scimmia o al servile Cane. Il Topo, poi, non se lo giustificava. Quale bestia ispirava maggiore ripugnanza del Topo?!? Ogni volta che il Gatto ci pensava, provava ribrezzo e non poteva smettere di chiedersi come mai l'Imperatore di Giada avesse deciso di portare in Paradiso anche quell'essere immondo. Comprendeva la scelta della nobile Tigre o del forte Toro, del temibile Drago o dell'elegante Cavallo. Ma il Topo proprio no! E il fastidio era acuito anche dal fatto che il Sovrano degli dei avesse usato proprio quell'orribile bestia come messaggero della lieta notizia. Fu il Topo, infatti, a rivelare al Gatto la decisione dell'Imperatore di Giada aggiungendo che, essendo il felino la creatura più bella, sarebbe stata chiamata per ultima. In tal modo poteva così ricevere l'applauso degli altri undici animali già raccolti e di tutti gli altri che erano accorsi davanti al magnifico albergo. Sarebbe stato un trionfo! E il Gatto se lo prefigurava leccandosi i lunghi baffi!
C'era però una nota stonata in questa armonia: le iene. Come potevano gestire una simile meraviglia delle creature così lerce e impure?!? Non se lo spiegava. Scacciò il pensiero avvicinandosi alla fontana che troneggiava al centro della sua elegante stanza. Era trascorsa ormai un'ora e cominciava ad avere sete. Il latte che sgorgava dalle cannelle era invitante. Accostò le sue labbra per bere quando avvertì improvvisamente un insopportabile odore. Il latte era rancido. Il Gatto si ritirò con un balzo da quel liquido che stava assumendo un colore giallastro. Spostò istintivamente lo sguardo verso la grande vasca che si apriva nel lato destro della sua stanza. Il miele appetitoso che la colmava si stava trasformando sotto i suoi occhi in melma grigiastra. Il Gatto rizzò tutti i sui peli e corse fuori abbattendo la porta che lo separava dalle scale. Gli scalini lussuosi di marmo che aveva calpestato solo un'ora fa, erano diventati delle tavole sgangherate legate le une alle altre attraverso corde sfilacciate. Le pareti che prima luccicavano d'oro erano state sostituite da muri scrostati e sporchi.
In preda al panico, il Gatto si precipitò lungo le scale che cedevano sotto il suo peso. Riuscì ad arrivare nell'atrio per un soffio: l'albergo si stava accartocciando su se stesso come un castello di carta pesta travolto dalle raffiche di vento. Il Gatto balzò fuori un attimo prima che l'edificio si schiantasse in una grande nuvola di polvere. Quando questa si diradò vide davanti a se le iene che si rotolavano a terra sbellicandosi dalle risate. Gli altri animali, dietro di esse, stavano svanendo: le loro immagini sbiadivano come se si fosse trattato di un incantesimo. Il Gatto fu preda di una terribile furia che lo fece balzare sulla iena più vicina. Nonostante la differenza di stazza sfavorevole al felino, la iena si trovava in una posizione supina, appiattita dalle zampe del Gatto puntate sul petto dell'immonda bestia. Le fauci del furibondo animale stavano per chiudersi sul collo della iena, quando un accecante bagliore squarciò il cielo. Il Gatto arretrò coprendosi gli occhi fino a quando, abituatosi a fatica alla bianchissima luce, riuscì a scorgere fra le nuvole delle figure. Col passare dei secondi quelle immagini divennero sempre più nitide fino a che fu in grado di distinguerle chiaramente.


Una processione di animali stava solcando il cielo, preceduta da una fonte di luce che non si poteva sopportare. Dietro a questa sorta di guida celeste, correvano una Tigre, un Toro, un Coniglio, un Drago, un Serpente, un Cavallo, una Capra, una Scimmia, una Gallina, un Cane e, infine, un Topo seguito da un Maiale. Il Topo volgeva il muso in direzione del Gatto e a questi parve di scorgere dei riflessi di luce uscire dalla bocca del roditore. Il Topo stava ridendo e i suoi denti riverberavano il bagliore prodotto dalla sua guida, che altri non poteva essere che l'Imperatore di Giada. Una collera ferina si impossessò del Gatto che emise un ruggito più forte di quello della Tigre. Furente attraversò il ponte a grandi balzi, ma nulla poté avvicinarlo a quel corteo che si stava allontanando sempre di più, fino a diventare un invisibile punto nel cielo.
Il Gatto si buttò a terra disperato. Si sentì più sciocco della Gallina e più stupido della Capra. Ma ebbe ancora la forza di sollevare il muso verso il Cielo. Fremendo dalla rabbia gridò con tutto il fiato che aveva in gola:
“Topo maledetto! Ti giuro vendetta eterna!”

Mio rimaneggiamento di un'antica leggenda cinese, alla base della nascita dello zodiaco e dell'ostilità fra gatto e topo.

domenica 14 aprile 2013

Il buco nero


Il primo weekend di primavera non può far altro che spingerti fuori. A respirare a pieni polmoni. A farti accarezzare dal tepore del sole. Ti guardi intorno, ammiri la natura che si sta svegliando. Inizi il fine settimana con une bel film il venerdì sera al cinema, quando ancora fuori la pioggia sta battendo, ma con una intensità via via sempre più debole. L'orizzonte infatti è nitido e sai che il giorno dopo sarà luminoso. Programmi anche una gita al mare per la domenica. Insomma, ti senti rinascere.
Ma non puoi prevedere tutto. La notizia ti fulmina all'improvviso. Un sms di un vecchio amico che non vedi da molti anni ti avvisa che un comune compagno di studi non c'è più. La luce scompare, si fa di nuovo buio. Ma il buio diventa un buco nero quando scopri che lui si è tolto la vita.
C'è tanto sole quando lo salutiamo per l'ultima volta, ma la luce non riesce ad illuminare l'abisso tetro in cui siamo precipitati. Nessuna parola ha senso. C'è solo tanto nero.

domenica 7 aprile 2013

Il ritorno di Magico Vento


Una locomotiva e i suoi vagoni dilaniati. Fiamme e fumo che li avvolgono. Corpi umani straziati. E un vecchio indiano a cavallo che si muove in questa devastazione. Cavallo Zoppo, l'uomo della medicina dei Lakota, è il primo personaggio che incontriamo nella saga di Magico Vento. Non è né Ned Ellis (il nome da bianco del protagonista della serie), tanto meno il fido compagno Poe, a essere presentato per primo. Bensì un vecchio sciamano in cerca del suo successore, di un uomo che, al di là del colore della pelle, sia in grado di imparare tutto quello che il vecchio Sioux può insegnargli. Una visione di Wakan Tanka ha condotto Cavallo Zoppo presso il luogo del disastro ferroviario e lì, fra i ferri divelti e i crateri provocati dall'esplosione, un uomo ferito, coperto di sangue, si alza a fatica, barcolla e ricade privo di coscienza davanti allo sbalordito sciamano. Ecco gli ultimi passi incerti di Ned , prima di diventare Magico Vento.
Sono di forte impatto le prime tavole di Fort Ghost, la storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Jose Ortiz, con cui la serie di Magico Vento ha inizio. E penso che non sia un caso che il primo personaggio che l'autore ci presenta sia uno sciamano. È questa, infatti, una delle caratteristiche principali dell'affascinante avventura che Manfredi ha creato: un'originale miscela di westernfantastico horror, radicata nella religione e nella mitologia degli indiani d'America, popolata da mostri e creature sovrannaturali. Questo Lato Oscuro del West, e non solo i classici pistoleri, è al centro del racconto: un'innovazione per il mondo dei fumetti. Ma il punto di vista di Manfredi sul mondo delle leggende, delle tradizioni e della cultura dei nativi americani è molto rispettoso: il protagonista è sì uno sciamano, ma pur sempre bianco. Da parte dell'autore sarebbe stato presuntuoso mettersi nei panni di un protagonista nativo a tutti gli effetti: Magico Vento non dimentica di essere stato Ned Ellis, i pantaloni da soldato che indossa glielo ricordano continuamente e lui, d'altronde, non vuole nascondere le sue origini a nessuno.
Ma l'unicità di Magico Vento nel panorama fumettistico è data anche da altri fattori. Da una parte l'attenzione di Manfredi alla Storia è massima: l'Avventura si intreccia sapientemente con la Storia del West. Da incorniciare sono gli albi che costituiscono il ciclo delle Black Hills, nel quale si racconta uno dei luoghi ed eventi mitici del West: la battaglia di Little Big Horn. Il pregio è averla inserita in un contesto più ampio: storico, politico, economico e militare. Il lettore arriva al momento della battaglia con un quadro ben preciso  di tutte le forze in campo e di tutta la dinamica che le ha condotte fino a lì. E poi c'è il racconto dei protagonisti, noti e non, di primo piano e di contorno, tutti tratteggiati con umanità e dignità.


D'altra parte il western di Magico Vento è contrappuntato anche dalle avventure vissute nelle città della costa dell'Est: storie ricche di sotterfugi, di spie, di intrighi politici in cui meglio spicca l'azione di Poe, il giornalista che condivide le sorti dell'inseparabile amico. Poe è un uomo che cerca di tenere i piedi per terra quando si imbarca con Ned in avventure più grandi di lui: è l'alter ego razionale di Magico Vento che è più vicino, invece, alla natura misteriosa dell'essere umano.
Per tutto quello che ho scritto, ma anche per molto altro, Magico Vento è una serie che un lettore di fumetti non può lasciarsi sfuggire. Un'occasione per leggerla (o rileggerla) cade propizia in questi giorni. La Panini Comics propone mensilmente la ristampa integrale a colori di tutta la serie. Magico Vento Deluxe è il nome della collana che ha esordito il 21 marzo con il primo albo, Fort Ghost, ritornato nelle edicole dopo quasi sedici anni, tanto è il tempo che separa questa edizione dall'originale della Sergio Bonelli Editore, pubblicata a partire dal mese di luglio del 1997.


La nuova edizione Panini conserva il formato originale Bonelli e anche il tipo di carta è lo stesso. Il colore però è un po' troppo cupo e la tavola, considerando anche i disegni di Ortiz con il suo nero già ben marcato, risulta molto scura. Penso e spero che si prenderanno dei provvedimenti a partire dal secondo numero. Nonostante questo difetto, il risultato è comunque migliore delle ristampe delle avventure di Zagor e Dylan Dog, proposte settimanalmente in edicola dal gruppo editoriale L'Espresso-La Repubblica. In questo caso il formato è sì più grande, ma i colori usati uniti alla carta patinata creano un effetto che, personalmente, trovo artificiale.
Il ritorno di Magico vento era auspicato da parte di molto lettori, che chiedevano a Gianfranco Manfredi di far tornare il suo personaggio con nuove storie. Penso invece che Magico Vento abbia dato il meglio di sé nei suoi 130 albi (più lo speciale) e che sia stato saggio chiudere la serie quando il livello delle storie era ancora alto, senza rischiare di trascinarsi in una stanca riproposizione di avventure già lette. D'altronde Manfredi si è dedicato con successo alla creazione di nuovi personaggi e nuove (mini)serie, e Volto Nascosto e Shanghai Devil sono lì a testimoniarlo.
Pertanto lasciamo lavorare Manfredi sul nuovo Adam Wild, ché il modo migliore per (ri)vivere le avventure di Magico Vento è ora quello di leggere le sue avventure a colori.

domenica 24 marzo 2013

Quando la Storia è noir - "Kaputt Mundi" di Ben Pastor


L'uomo e la divisa: un rapporto complesso. Da un lato sentimenti, idee, valori da difendere. Dall'altro compiti, mansioni, ordini da rispettare. Conflitti inevitabili, a volte laceranti. Come quelli vissuti da Martin Bora, l'ufficiale della Wehrmacht protagonista di un ciclo di romanzi noir a sfondo storico, scritti dall'italo-americana Ben Pastor.
Il periodo è quello tragico della Seconda Guerra Mondiale e degli anni che la precedono. A ben vedere, al di là del caso giallo sul quale di volta in volta il militare tedesco indaga, è proprio la Storia il vero protagonista di ogni romanzo: gli atroci eventi della Storia e il dramma interiore che questi provocano nell'animo di Martin; il dissidio fra rispettare la propria e l'altrui umanità e sopportare gli atti terribili compiuti dai camerati, giustificati da costoro in nome della divisa che indossano e degli ordini cui si piegano. Bora si muove lungo un sentiero stretto: disprezza i nazisti che, attraverso le SS, si macchiano di eccidi crudeli mentre soldati come lui combattono la guerra secondo un codice d'onore di altri tempi. Si oppone loro, dimostrando apertamente  il proprio sdegno e aiutando di nascosto le loro vittime.


È quello che accade in Kaputt Mundi, romanzo edito 10 anni fa, ambientato a Roma fra gennaio e giugno del 1944 durante l'occupazione tedesca. Accanto alla descrizione del caso di omicidio su cui indagano Bora e l'ispettore italiano Guidi, Ben Pastor restituisce il clima tetro e pesante che si respira nella capitale in quei lunghi mesi, culminato con l'eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, 69 anni fa esatti. E questo vile e crudele atto viene fatto rivivere attraverso la disperazione di Martin, attraverso la sua angosciosa ricerca in automobile del luogo della periferia romana in cui la rappresaglia si sta compiendo. Sentiamo tutta la tensione, l'alternarsi di speranza e di delusione, l'affanno crescente e la paura di non giungere in tempo per salvare l'ispettore italiano che è stato inserito nella lista della morte perché scomodo alle autorità fasciste. Anche se Bora alla fine riesce nel suo intento strappando Guidi dalle mani degli aguzzini, il suo successo è oscurato dalle grida feroci delle SS e dagli spari che continuano ad echeggiare ad intervalli regolari. Bora si allontana stravolto trascinandosi dietro il poliziotto italiano, sordo agli insulti e alle minacce degli ufficiali con la testa di morto sulla divisa.
La divisa e l'uomo che si identifica in essa, che si perde, che si annulla.

venerdì 22 marzo 2013

Intervista a Giancarlo Berardi


Bene! Ora che, dopo Ivo Milazzo, ho intervistato anche Giancarlo Berardi, posso chiudere questo blog!!
No, scherzo! Ma, chiaramente, il curatore del blog Chemako non può che essere molto felice per questa intervista, pubblicata come al solito su Fucine Mute.

martedì 19 marzo 2013

Bonelli (ancora) in biblioteca


Dopo la serata alla Biblioteca di Monfalcone dedicata al fumetto popolare Bonelli, ritorno sul tema in un prossimo incontro. Questa volta gioco in casa, visto che affronterò la storia della casa editrice a fumetti più importante d'Italia presso la Sala Consiliare del Comune di Mariano del Friuli, il piccolo centro della provincia di Gorizia in cui sono cresciuto e dove la mia passione per il fumetto è nata e si è sviluppata.
Sarà quindi un piacere del tutto particolare quello che proverò parlando dei protagonisti di carta e in carne ossa di casa Bonelli.
Di seguito la presentazione ufficiale.


La Sergio Bonelli Editore è la più importante casa editrice di fumetti in Italia. Ha attraversato la storia culturale e di costume del nostro Paese a partire dalla seconda guerra mondiale, quando il patriarca Gian Luigi Bonelli ha rilevato i diritti della rivista a fumetti Audace.
Sotto la guida, prima della moglie Tea e poi del figlio Sergio, la casa editrice ha raccolto l'eredità italiana di un genere, l'Avventura, il cui ultimo rappresentante era stato Emilio Salgari. Tex, Zagor, Dylan Dog sono solo alcuni dei personaggi di carta creati da questa grande fucina culturale: Sergio Bonelli, infatti, ha  offerto al suo pubblico una rosa sempre più articolata e originale di pubblicazioni di qualità.
Il rispetto per il gusto del lettore è stata la stella polare che ha guidato il suo lavoro di editore, traghettando una bottega artigianale di fumetto in una grande fabbrica di sogni, senza però mai trasformarsi in un'industria, perché ha saputo mantenere quella passione, impegno e cura che sono stati il fondamento della qualità delle sue testate.


martedì 12 marzo 2013

Ugo Pastore ha trovato la pace


Un sospiro di sollievo ha accompagnato la lettura dell'ultima tavola de La sorgente dei fiori di pesco, il diciottesimo e ultimo albo di Shanghai Devil, la miniserie a fumetti scritta da Gianfranco Manfredi e pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore. Era ora che Ugo Pastore, il protagonista di questa e della precedente miniserie  Volto Nascosto, trovasse finalmente la pace. Se l'è ampiamente guadagnata sul campo.
Se da una parte mi dispiace che l'affascinante viaggio nella Cina dei Boxer si sia concluso, dall'altra non si può non riconoscere che la fine scritta da Manfredi sia la più giusta per Ugo. Quale altro personaggio Bonelli è stato caratterizzato da un'irrequietezza d'animo quanto il nostro giovane romano? Chi, come lui, avrebbe mai abbandonato una tranquilla e agiata vita borghese per cacciarsi nelle rogne peggiori, prima di una guerra coloniale africana e poi di un'altra ancor più intricata e altrettanto pericolosa in estremo oriente? Chi avrebbe affrontato un sacco di guai con tale coraggio, ma anche con tanta incoscienza, solo per non essere capace di pensare alle conseguenze prima di agire? Non si può non riconoscere ad Ugo che la sua impulsività, la sua indignazione (un sentimento così nobile ma oggi così poco provato) di fronte alle ingiustizie che provoca una reazione così spontanea sia sinonimo di grande empatia verso chi soffre. Ugo non ci pensa mai su due volte: prende e parte in quarta. E per questo gli vogliamo un sacco di bene! Non importa chi abbia davanti a sé: può trattarsi di un imperatore o di un soldato, di un mercante o di un sicario. Il titolo, la carica o il pericolo che costituisce non contano se la persona che ha di fronte si macchia di un'azione che Ugo giudica ingiusta.


E anche in Cina non sono mancati i pericoli. Prima rischia di affogare per portare a casa la bella Meifong. Poi combatte contro tutto e tutti per salvare il padre rapito e, quando scopre il suo barbaro omicidio, attraversa imprudentemente la Cina scossa dalla guerra per cercare di capire il mandante. Poi si butta in una missione apparentemente suicida per difendere una cattedrale e i suoi rifugiati dall'assalto delle truppe imperiali. E infine, stremato, quasi consunto, parte alla ricerca della sorgente dei fiori di pesco per ricongiungersi all'amata Meifong. Sulla sua strada ha incontrato veri amici come Ha Ojie e Risto (avendo trasformato quest'ultimo da nemico meschino in compagno di avventure fedele e leale), ai quali ha insegnato tanto. Si è emancipato dalla maschera. Ha combattuto nemici al di là della bandiera e della divisa che portavano, ma solo per le azioni che compivano. E finalmente si gode il meritato riposo e la necessaria serenità.
Anche a me piacerebbe molto rivedere questo eroe contemporaneo in un altro contesto, su altri teatri storici poco praticati dal fumetto. Ma ha già fatto tanto. Meifong, il suo maestro Ziwen e gli altri ospiti dell'armoniosa sorgente saranno ora i compagni dei suoi giorni futuri. E poi Manfredi sta già lavorando ad un altro personaggio, Adam Wild, un eroe anarchico, dal sorriso sfrontato tipico degli avventurieri che non si vedono al cinema dai tempi di Erroll Flynn (quindi molto diverso dal tormentato Ugo), le cui storie a fumetti saranno ambientate nell'Africa Nera di fine Ottocento. L'unico problema è che dovremo aspettare il 2014. Vorrà dire che nel frattempo mi consolerò rileggendomi tutto d'un fiato Shanghai Devil, dal primo all'ultimo numero....

giovedì 7 marzo 2013

Il Chemako dell'Afghanistan


Questa è la storia di Sheikh Abdulla, un guaritore afghano, che vive da semi-nomade nella provincia di Herat. Si sposta di villaggio in villaggio per curare chi soffre con le medicine che ricava dalle erbe. Dimostra più di anni di quelli che effettivamente ha. Vive solo, ma chi lo conosce sa che un tempo aveva una moglie. La sua mano trema. Ma non è stato sempre così: tanti anni fa era salda e imbracciava un fucile, un fucile sovietico. Sì, perché il vero nome di Sheikh Abdulla è Bakhretdin Khakimov e nel 1980 arrivò in Afghanistan con l'Armata Rossa.
Aveva vent'anni, veniva da Samarcanda, quando ancora l'antica città faceva parte dell'Impero Sovietico. Venne ferito durante un combattimento, fu considerato disperso dai suoi commilitoni. In realtà fu soccorso, curato e nutrito da un uomo afghano più anziano di lui, che ora non c'è più. Questi gli insegnò le arti della guarigione tradizionale. Bakhretdin decise di non tornare più indietro: cambiò nome in Sheikh e, soprattutto, cambiò vita.
Non perse la memoria come Chemako, ma, come lui, rifiutò la guerra e accolse la nuova vita che il destino gli donò. Scelse di guarire gli altri e non di ucciderli: in altre parole, scelse di essere uomo. 





sabato 2 marzo 2013

Gli Audaci incontri con gli autori Bonelli: eccletismo e serialità - due autori dentro/fuori la gabbia bonelliana

Giacomo Pueroni, Paolo Bacilieri e Dario Fontana
Gli attesissimi Paolo Bacilieri e Giacomo Pueroni sono stati i due autori protagonisti dell'incontro tenuto il primo marzo presso il Salone degli Incanti di Trieste nell'ambito della mostra L'Audace Bonelli - L'Avventura del fumetto italiano. Dario Fontana modera l'ultimo confronto previsto a cornice della grande esposizione sul mondo Bonelli curata da Napoli Comicon e La Cappella Underground. Domenica infatti calerà il sipario su mostra e incontri con un evento molto atteso: la proiezione del documentario Come Tex nessuno mai di Giancarlo Soldi presso l'Auditorium del Museo Revoltella alle 17.00, con la presenza dello stesso regista.
In attesa di assistere alla visione del documentario che racconta la storia editoriale della casa editrice milanese attraverso il ritratto di colui che ne è stato per decenni il timoniere, Sergio Bonelli, il pubblico si gode l'incontro del venerdì, nel quale i due ospiti iniziano a raccontarci i loro primi passi nel mondo dei fumetti, e in particolare di come arrivarono alla Sergio Bonelli Editore. Zona X e Napoleone sono state le testate nel cui staff rispettivamente Giacomo Pueroni e Paolo Bacilieri furono arruolati. Il disegnatore veronese si ritiene fortunato di essere approdato in Bonelli su una collana non di primo piano come Tex o Zagor, perché così ha avuto la possibilità di potersi esprimere più liberamente, anche grazie al positivo rapporto instaurato subito con l'autore del personaggio, Carlo Ambrosini, al punto che questi affiderà poi il compito di scrivere alcune avventure dell'insolito ex poliziotto, ora portiere di notte in un albergo ginevrino, allo stesso Bacilieri. Questi ha rivelato come la sua maniacalità nel rappresentare luoghi e scenari cittadini in cui si muovono i protagonisti dei fumetti che disegna, lo abbia portato più volte a Ginevra per vedere dal vivo, e non solo in foto, gli spazi, le strade, le piazze in cui le avventure di Napoleone si svolgevano.

Paolo Bacilieri
Pueroni, con il suo linguaggio avvolgente (lo stesso che caratterizza la prosa degli interessanti post del suo blog) ci ha spiegato di come a lui piaccia disegnare, fra gli altri, veicoli e belle donne e di come Jonathan Steele gli abbia permesso di farlo. Il sodalizio con Federico Memola, autore del personaggio, è continuato tanto nella prima serie pubblicata dalla Bonelli, quanto nella seconda edita da Star Comics. Ed è proseguito, sempre all'insegna della fantascienza, vero pallino del disegnatore torinese di nascita ma goriziano di adozione, con Harry Moon. Anjce l'interessante progetto autoprodotto con Luca Vergerio e Miriam Blasich, in cui il nostro si è misurato anche come scrittore delle storie, si è purtroppo concluso.
Strisce umoristiche, sempre a carattere fantascientifico, furono in realtà gli inizi pre-bonelliani nel mondo dei comics per Pueroni, mentre a Bacilieri toccò da sedicenne una bella fortuna: il nonno paterno abitava a poche decine di metri da Milo Manara, così fu facile per il giovane Paolo presentare i suoi disegni al maestro. Questi ne riconobbe il talento e si sviluppò una collaborazione che portò il disegnatore veronese a divenire assistente di Manara: alcune parti dei disegni del volume scritto da Enzo Biagi sulla storia del popolo russo sono opera di Bacilieri.

Giacomo Pueroni
Lo stile unico, divenuto ormai modello per altri disegnatori, i personaggi storici come Zeno Porno (la cui lettura, suggerisce l'autore, è lenta e meditata ma anche a più livelli di interpretazione, come propone Fontana), le opere più recenti, come il celebratissimo Sweet Salgari e il romanzo Bonelli, spensierato come solo la fanciulezza sa essere, Sul pianeta perduto, scritto da Antonio Serra, sono solo alcuni dei temi affrontati da Bacilieri. Uno speciale di Dampyr, scritto da Mauro Boselli, ambientato nei ghiacci dell'Islanda e un volume, intitolato Fun (se ho ben capito...) che unisce delle storie brevi uscite negli ultimi anni (e comparse ad esempio sulle riviste come Animals) ad un racconto di una trentina di pagine dedicato al mondo dei cruciverba, sono i lavori su cui si sta concentrando in questo periodo il disegnatore veronese.
Pueroni, da parte sua, dopo il successo del recente albo di Nathan Never Cielo di fuoco, in cui ha inchiostrato con molta bravura e divertimento le matite di Guido Masala, si sta cimentando con un albo di Dragonero e, ancora insieme al disegnatore sardo nel medesimo ruolo di inchiostratore, in un'avventura dell'Agente Alfa di futura pubblicazione.
Uno dei migliori incontri della rassegna triestina dedicata agli autori Bonelli si conclude con l'immancabile sessione di disegni, oggi particolarmente affollata e quindi dilatatasi ben oltre l'abituale orario (per la disperazione degli addetti alla mostra....). Ecco alcuni splendidi risultati.




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