giovedì 11 agosto 2011

I moderni mercanti di schiavi in Julia

Una storia importante, che pesa, quella di Julia del numero 155 di agosto, intitolata “Oltre il confine”. Il tema affrontato da Giancarlo Berardi è di grande attualità ma è senza tempo tempo: l'immigrazione clandestina che, in altre epoche, si chiamava mercato di schiavi. La criminologa, aiutata dall'amico detective privato Leo, si scontra con una realtà terribile, fatta di disperazione, povertà, prevaricazione e violenza. Il teatro è il lungo confine che separa il Messico dagli Stati Uniti, solcato da un alto, quanto inutile, muro fisico che ricorda a noi italiani un altro muro, quello d'acqua costituto dal canale di Sicilia che divide l'Africa dalle coste europee.
Berardi porta Julia e Leo direttamente in Messico, nella sorgente del traffico, senza risparmiare i lati crudi e violenti della vicenda. I due sono alla ricerca della madre di Luz, una bambina che ha attraversato il confine perdendo la mamma durante la tragica esperienza. I mercanti di schiavi e i loro complici corrotti della polizia di frontiera americana, sono dipinti con molto realismo. Così come viene ritratta anche la situazione di miseria e rassegnazione di coloro che, partiti per il nord con tante speranze, giungono con fortuna a destinazione, trovando però emarginazione e sfruttamento.
Il mensile di Berardi ha il pregio di saper entrare ogni mese nella realtà quotidiana della nostra società, descrivendo le storie di suoi singoli protagonisti, persone come noi o che, come in questo caso, vorrebbero diventarlo. E lo fa sempre con un realismo e una sensibilità particolari. Una storia è buona quando i suoi personaggi sono credibili e ci parlano come se fossero qui vicino a noi. E Berardi ha la capacità di costruire personaggi del genere, a partire dai comprimari di questa storia, come la rassegnata zia di Luz, immigrata chicana che non crede di poter dare un destino adeguato alla nipotina; o come Don Antonio, il prete cattolico che aiuta a Garden City i messicani, regolari o meno che siano; o come Pedro, l'unico del gruppo di immigrati ad aver attraversato il confine portando con sé la piccola Luz; o come Obregon, un messicano che un tempo, prima che le organizzazioni criminali lo trasformassero con la violenza in un lucroso affare, aiutava i suoi connazionali a passare il confine. C'è anche Clara, la prostituta, schiava dei trafficanti come la mamma di Luz, che, una volta fuggita grazie a Julia nel Texas, fonda lì una casa di appuntamenti sposando poi un ricco cliente. Al di là del tema quindi, sono anche tutti questi personaggi di contorno, curati nella loro caratterizzazione, che rendono importante la storia.
Ho parlato di un fumetto seriale in bianco e nero pubblicato da Sergio Bonelli che si vende mensilmente nelle edicole, non di un cosiddetto graphic-novel dalla carta patinata a colori che si trova solo nelle librerie. Giusto per la precisione....

domenica 7 agosto 2011

Il politicamente corretto ha ucciso il western

John Wayne e James Stewart in "L'uomo che uccise Liberty Valance"
È quanto afferma lo scrittore e intellettuale spagnolo Javier Marias in un articolo apparso sabato 6 agosto sulle pagine della cultura del quotidiano LaRepubblica. L'autore de "Il tuo volto domani" si presenta come un grande appassionato e conoscitore del genere western lamentandone però un suo declino quasi inarrestabile. La causa? Il politicamente corretto, che si è insinuato negli ultimi decenni nella cultura e società occidentali, ha provocato il rifiuto di sentimenti dell'uomo che erano alla base dei film e delle opere western. Odio, vendetta, ambizione, ostinazione infinita nel dare la caccia al nemico per ucciderlo, desiderio di giustizia. Sono questi i sentimenti ad essere, secondo Marias, connaturati all'uomo (e alla donna) e che il genere western metteva in scena nelle sue opere classiche (di cui Marias fa una pregevole antologia). Sentimenti di cui ora la società sembra vergognarsi: è inamissibile che un uomo possa essere meno rispettoso della legge e meno obbediente, ma più complesso e più profondo, ovvero più umano.
Van Heflin e Glenn Ford in "Quel treno per Yuma"
Questo è, in sintesi, il pensiero originale e interessante di Marias, commentato in un articolo a parte, da un'intervista di Luca Raffaelli a Sergio Bonelli, in quanto editore dell'eroe western che, al contrario delle opere cinematografiche, non conosce crisi, ovvero Tex Willer. Il patron del fumetto italiano si trova d'accordo “per buoni due terzi” con l'intellettuale spagnolo, attribuendo però la crisi del genere tanto amato ad un “prosciugamento” del filone, ad un progressivo allontanamento del pubblico dovuto alla stanchezza di vedere riproposti “quei paesaggi e quei costumi”. Ma perché allora il ranger più famoso dei fumetti è ancora in auge, domanda Raffaelli. Perché, risponde Bonelli, “rappresenta la giustizia, la certezza, perché ce l'ha coi potenti e difende i deboli”. E perché “dichiarò vendetta sulla tomba di Lilyth, la sua moglie indiana”. Insomma, pare che Tex, a differenza dei protagonisti dei moderni film western, abbia il coraggio di incarnare ancora sentimenti politicamente scorretti....
A mio parere, il desiderio di giustizia e la certezza che il cattivo di turno subirà la legittima punizione per mano del ranger è il motivo per cui Tex gode ancora di seguito e popolarità, anche se solo presso un pubblico non più giovane (fra cui, ormai 40enne mi iscrivo anch'io). Inconsciamente il lettore vede placata una sua angoscia (ovvero che i più furbi e disonesti la fanno franca nel mondo reale) quando Tex spedisce il prepotente di turno a spalare carbone nelle miniere di Messer Belzebù. Se lo fa poi attraverso una sceneggiatura elegante e ben calibrata come nell'albo di agosto appena uscito (“Il pasto degli avvoltoi”, con i testi di Gianfranco Manfredi e i disegni di Giovanni Ticci, seguito de “Sei divise nella polvere” di cui avevo parlato qui) dà ancora più soddisfazione:



Pardo, bandito sanguinario: “Nessuno può battermi! Io sono il numero uno!
Tex: “Ti sbagli Pardo! Tu sei solo l'ultimo a morire
Pardo: “Questo è da vedersi!
Tex fulmina il desperado che, morente, esclama: “Chi... diavolo...sei... tu?
Tex, con la stella da ranger che brilla sul petto: “Sono la tua cattiva stella!

E chiudi l'albo con l'animo più sereno.

mercoledì 3 agosto 2011

Cento ossa e nove buchi

E' l'espressione giapponese che indica il corpo umano, tratta da un antico testo taoista risalente ad alcuni secoli prima di Cristo. E il “Signore delle cento ossa” è l'obiettivo dell'ultimo investigatore in ordine di tempo di cui mi sono appassionato. Si tratta del tenente della Wehrmacht Martin Bora, in forza all' Abwehr, il servizio di controspionaggio militare del Terzo Reich, protagonista di una fortunata serie di romanzi scritti dall'autrice italo-americana Ben Pastor. L'ultimo libro appena uscito per i tipi della Sellerio, vede l'ufficiale tedesco nell'aprile del 1939 agli inizi della sua carriera militare. Di lui, giovane rampollo di un'antica famiglia aristocratica tedesca ma con ascendenze scozzesi da parte materna, colpiscono il rigore morale kantiano, il suo contegno nobile, gli studi filosofici e una estrema dedizione alla missione che gli è stata assegnata: scoprire la spia che si nasconde all'interno della delegazione giapponese che partecipa ad un vertice trilaterale nipponico-italiano-tedesco avente come argomento lo scambio industriale di tecnologie militari.
Di affascinante nella storia c'è l'incipiente dissidio interiore che incomincia a rodere Martin Bora: da una parte si sente onorato di continuare le tradizioni militari di famiglia, dall'altro prova disgusto nei confronti delle violenze fisiche e morali che i nazisti stanno infliggendo al popolo tedesco. L'ambientazione è quella della spy story a sfondo bellico (la Seconda Guerra Mondiale è dietro l'angolo) caratterizzata da atmosfere noir e storicamente molto precise, e da un intreccio poliziesco avvincente. Destabilizza un po' il lettore fare il tifo per un personaggio che sta dalla parte di quelli che, in mille film e romanzi, sono i cattivi; per un tenente che si vanta di aver partecipato alla Guerra di Spagna come volontario dalla parte dei franchisti e che non vede l'ora che scoppi la guerra in modo da mostrare di nuovo il proprio valore.
La curiosità di scoprire come la legge morale del giovane Bora abbia influenzato le sue azioni nel corso del secondo conflitto mondiale, mi spingerà a cercare gli altri libri in cui Ben Pastor ha già raccontato le vicende future dell'ufficiale tedesco.

lunedì 25 luglio 2011

Marsalis And Clapton Play The Blues


Gli appassionati di Eric Clapton (come il sottoscritto) fremono perché l'estate passi in fretta, in modo che arrivi il 13 di settembre, il giorno in cui verranno pubblicati il cd e il dvd de WYNTON MARSALIS & ERIC CLAPTON PLAY THE BLUES - LIVE FROM JAZZ AT LINCOLN CENTER.
Si tratta della registrazione dello show che i due musicisti hanno tenuto lo scorso aprile al Rose Theater del Jazz at Lincoln Center di New York. Padrone di casa delle due serate andate in sold-out, è stato il trombettista Wynton Marsalis con la sua Jazz at Lincoln Center Orchestra: otto membri che hanno rivisitato insieme al chitarrista britannico il blues e il jazz dell'anteguerra. Unica eccezione al tema portante delle serate è stata Layla, la celebre canzone di Clapton composta all'epoca dei Derek and the Dominos. Secondo questa recensione, a Clapton, dubbioso sulla resa del suo pezzo con un arrangiamento così partcolare, è stato imposto di eseguire Layla insieme all'orchestra. La magnifica interpretazione che ne è venuta fuori ha fatto ricredere il bluesman inglese.
Che dire!?! Ci sarà da restare a bocca aperta.....




 

venerdì 22 luglio 2011

Animals lotta


La rivista mensile ANIMAls, dedicata a fumetti, storie, la vita e nient'altro ha bisogno di aiuto, ha bisogno di essere acquistata per poterla trovare ancora nelle edicole nei prossimi mesi.
Il numero estivo, il 24, è ancora in vendita: secondo me vale la pena di spendere qualche euro per sostenere questo sforzo coraggioso e interessante che la Coniglio Editore e Laura Scarpa ci confezionano con amore e impegno ogni mese.
Forza Animals!

domenica 17 luglio 2011

"Ho freddo": il Gothic, e il rapporto fra Orrore e Terrore

I vampiri. Li conosciamo attraverso tanti libri e film di valore più o meno elevato. Di questi personaggi mitici ci siamo fatti un'idea in alcuni casi stereotipata (con il mantello rosso e i canini aguzzi) o romantica (vedi Intervista col vampiro). Niente di tutto questo si trova nel romanzo gotico Ho freddo di Gianfranco Manfredi, dove il tema del vampirismo è affrontato in un modo del tutto singolare (almeno per la mia esperienza).
Ci troviamo nel Rhode Island degli ultimi anni del '700, dove sbarcano due gemelli medici francesi, Valcour e Aline de Valmont, due rappresentatnti del secolo dei Lumi, due emancipati e dagli usi libertini, che si insediano nella comunità di Cumberland, vicino a Providence. Qui si incontrano e scontrano con leggende e tradizioni che di razionale hanno ben poco. E fanno la conoscenza del terzo protagonista del libro, il pastore olandese Jan Vos, che li accompagnerà lungo le sinistre vicende di tutto il romanzo. Gianfranco Manfredi si è ben documentato, anche in loco, per costruire, come al solito, la solida base storica del romanzo. Questa sua caratteristica, già incontrata nei suoi fumetti come Magico Vento o Volto Nascosto, costituisce le fondamenta del suo lavoro, dove però ad emergere sono sempre i personaggi. Mentre leggevo di pesti vampiriche, di riesumazione e profanazione di cadaveri (tutti fatti realmente successi in quelle terre), di analisi mediche iper-razionali da parte dei gemelli che legavano gli episodi di presunto vampirismo all'epidemia di consunzione (una sorta di tubercolosi unita ad episodi deliranti), mai l'attenzione si è scostata dalla storia personale dei tre protagonisti. Manfredi costruisce un'ottima trama, affascinante per il suo intreccio e i riferimenti storici, ma sono sempre le psicologie dei personaggi a dominare la scena. La loro descrizione è cosi' accurata che fin dalle prime pagine me li sono immaginati all'interno della mia testa nei minimi dettagli e così mi hanno accompagnato e sono vissuti dentro di me fino alla conclusione. Questo, al di là del tema trattato e della trama, è ciò che ti resta dentro alla fine del libro: il desiderio di rivederli ancora (e non a caso uso la parola rivedere, pur trattandosi di un romanzo scritto). Desiderio accontentato da Manfredi, che li ha resi protagnisti del suo ultimo romanzo Tecniche di resurrezione, di prossima lettura.



Dicevo del modo originale di trattare il tema del vampirismo. Intendiamoci: Manfredi non vuole spiegarlo con la ragione, demolendone gli aspetti irrazionali. Valcour, l'illuminista, il ricercatore, vede gli spiriti alla fine della storia e il suo animo finalmente si acquieta. E lo stesso succede al lettore, come infatti spiega lo stesso Manfredi in quest'intervista pubblicata sul sito del romanzo:

"Il gotico è secondo me una contaminazione tra il romanzo d’avventura e il romanzo filosofico. Cioè: succedono una quantità di cose, anche estreme e straordinarie, e persino quando non succede nulla, permane alta la temperatura emotiva, si alimenta una tensione costante nell’attesa dell’evento. Tuttavia quello che accade (o non accade) non si risolve in pura azione, ma suscita nei personaggi e nel lettore, delle riflessioni. Nella narrativa gotica, coabitano due diversi filoni, spesso frequentati entrambi dagli stessi scrittori. C’è un filone razionalista, che è quello del gotico classico delle origini. I fantasmi, le apparizioni, i mostri, sono fenomeni che alla fine trovano una spiegazione razionale. E c’è il filone romantico, che invece insegue le orme del sogno e della leggenda e si lancia in un’esplorazione dei simboli, rivelatrice di una ricerca tanto emotiva quanto spirituale, cioè mistica."
Del tema della paura, del rapporto tra Orrore e Terrore, di ciò che suscita nel lettore o spettatore, Manfredi aveva parlato anche nell'intervista che mi ha rilasciato recentemente, esprimendosi con le seguenti parole:

"Gli autori Gotici hanno sempre distinto tra Terrore e Orrore che, per usare le parole di Ann Radcliffe, “sono uno l’opposto dell’altro: il primo espande l’anima e sveglia le facoltà intellettuali a un alto livello di sensibilità; l’altro le contrae, le congela, fin quasi ad annichilirle”. Io sto dalla parte del Terrore: l’esperienza della paura ha un senso se ti migliora e se ti conduce a superarla. Se invece la rivivi sempre perché sei incapace di superarla, allora vuol dire che ami l’Orrore in sè. E l’Orrore, se ci si pensa bene, fa sempre molto meno paura del Terrore. L’Orrore esagera gli effetti al punto che tutto diventa un gioco e uno pensa: già che ci siamo, diamoci dentro, tanto è tutto finto. Il Terrore è una cosa molto più insidiosa, allude più che mostrare, ti spaventa più con l’attesa dell’ignoto e con la tensione che con l’effetto nudo e crudo. Così uno si dice: stiamoci attenti prima di sprofondare nel panico, se non altro cerchiamo di capire se l’allarme che sentiamo risuonare in noi è giustificato oppure no. Nella vita si prova più paura al pensiero di venire feriti, che quando sprizza il sangue. Contro la paura sensibile, non c’è adrenalina che tenga e c’è molto poco da scherzare, perché anche se è immotivata, la provi lo stesso e devi imparare a conoscerla molto bene e a leggerne i segni, se vuoi superarla. Il Terrore è molto più perturbante dell’Orrore. Dopodiché è evidente che tra i due corre una corrente comune. E in un racconto del Terrore qualcosa di orribile deve succedere perché altrimenti ci si sente dei fessi ad aver avuto paura per nulla. Quindi il Terrore comporta una buona dose di Orrore, mentre non è altrettanto vero il contrario."
Personalmente Gianfranco Manfredi ha avuto un merito nei miei confronti: son sempre stato recalcitrante e poco interessato ad affrontare letture o film d'Orrore, e non ho mai capito perché: il motivo sta forse in quanto espresso qui sopra. Viceversa, il Terrore mi ha sempre attratto, e questo non equivale affatto a sangue che sprizza da tutta le parti o a viscere aperte ed esposte. E' ben altro e Hitchcok lo sapeva benissimo... Ancora Manfredi:

"L’Orrore, con tutta la sua esposizione di viscere, è innocuo. E nella maggior parte dei film è anche consolatorio perché le morti peggiori capitano agli stronzi. Troppo comodo. In Psycho la protagonista non è affatto una stronza, noi siamo tutti con lei, eppure viene uccisa dopo venti minuti. E questo sì che ti spiazza."

giovedì 14 luglio 2011

Porco Rosso avrà un seguito?

Da qui riporto la notizia dei rumors riguardo al possibile sequel di Porco Rosso, il lungometraggio animato, capolavoro di Hayao Miyazaki. Sembra che il settantenne autore di indimenticabili opere d'animazione quali La principessa Mononoke, Conan, Il castello errante di Howl, La città incantata e molti altri stia lavorando ad un progetto che avrebbe già un nome: Porco Roso: The last Sortie.
Personalmente la notizia mi fa molto piacere: spero che sia vera, perché vedere rinnovato in un secondo film lo spirito di libertà che anima Porco Rosso mi fa trepidare per la sua uscita, prevista da IMdb già nel 2012.
E poi come dimenticare la celebre frase che Miyazaki fa pronunciare all'asso dell'aviazione trasformato in un maiale:

Meglio maiale che fascista

 

sabato 9 luglio 2011

Sei divise nella polvere

L'estate di Tex Willer è decisamente all'insegna di Gianfranco Manfredi. Dopo infatti il Texone di giugno (di cui ho parlato qui e qui) lo scrittore marchigiano firma soggetto e sceneggiatura della storia pubblicata sugli albi mensili di luglio e agosto. Mi son veramente divertito a leggere la prima parte di quest'avventura, "Sei divise nella polvere", che vede il ranger più famoso del fumetto dare la caccia, insieme all'inseparabile Carson, ad una banda di rapinatori alquanto insolita. Dopo il killer dalla psiche molto debole, inseguito fino in Oregon dai due pards nel Texone, ecco un'altra raffigurazione del personaggio negativo molto particolare. Se là l'assassino disegnato magistralmente da Carlos Gomez ispirava pietà, qui la banda di soldati capitanata dal tenente Bigelow disegnata da Giovanni Ticci ispira quasi simpatia. E non solo al lettore: ad un certo punto Tex infatti cede alle punzecchiature di Carson, confessandogli che, se non ci fosse scappato il morto nel corso della rapina alla banca che ha visto i militari protagonisti, li avrebbe volentieri lasciati andare. Perché? Lo spiega lo stesso Tex in questo scambio di battute cameratesche tra i due vecchi amici:


Le preoccupazioni del ranger sono infatti rivolte alla ben più pericolosa banda di desperados di Pardo, le cui scorribande sanguinose incrociano la strada dei due pards. Pardo sì che è rappresentato come un classico cattivo: senza scrupoli, feroce e assassino. La differenza con Bigelow salta subito all'occhio.
Manfredi interpreta di nuovo Tex nel solco della tradizione più classica: eroe tutto d'un pezzo, senza debolezze, così come deve essere. Eppure è sempre un grande piacere riconoscere nella sceneggiatura i tratti più salienti di questo personaggio, soprattutto se inseriti nel punto giusto della storia. Come quando risponde alla domanda del maggiore Newman "Da quanti anni servite la legge?" nel modo seguente:


O quando non si fa scrupoli ad sbeffeggiare un'autorità militare, incarnata sempre dal maggiore Newman, vigliacca e schiava dell'alcol (sottolineata in questo dal disegno di Ticci):


Il Tex che dà lezioni su cosa sia la legge ad arroganti suoi rappresentanti è un altro classico:


Ma la battuta più bella e piena di significato viena fatta pronunciare da Manfredi al vecchio Carson:


In un certo senso è molto liberatoria: sembra quasi che Kit si sfoghi, dicendoselo più a se stesso che al meschino cittadino "onesto". E' una grande espressione di libertà.
Con Manfredi quindi, la tradizione texiana c'è tutta, ma qua e là ci sono alcune chicche che la rendono unica fra i vari autori del ranger.
Di classico poi nella storia ci sono anche i disegni, perché ormai Ticci è un classico, e con questa storia un desiderio di Manfredi si è avverato, come dice lui stesso nel seguente estratto da questa intervista:

"Nel caso di Ticci, mi portavo dentro il desiderio di scrivere una storia per lui da moltissimo tempo, perché tra i disegnatori del Ranger ritengo sia quello che ha saputo negli anni mettere meglio in luce gli elementi dinamici del racconto. Dopodiché, il giudizio sarà ovviamente dei lettori."

Ultima annotazione: nella vignetta seguente Carson saluta il meschino uomo "onesto" in un modo che mi ricorda qualcuno....

lunedì 4 luglio 2011

Ho intervistato Ivo Milazzo

Uno dei due padri di Chemako mi ha fatto un grande regalo: Ivo Milazzo mi ha concesso l'intervista che potete trovare qui su Fucine Mute, la testata giornalistica online di approfondimento culturale su FUmetto, CINEma, MUsica e TEatro.
E' uno dei grandi maestri del fumetto internazionale, i suoi disegni hanno incantato lettori di tanti paesi del mondo. Per me, come per tanti altri lettori, resterà sempre il creatore, insieme a Giancarlo Berardi, di quel fumetto rivoluzionario che è stato Ken Parker.
Nell'intervsita Milazzo ripercorre la sua quarantennale carriera, partendo dal pluridecennale sodalizio artistico con l'amico Berardi: una coppia di cuori e cervelli capace di creare personaggi indimenticabili, al di là di Ken. Ma parla anche di tutte le storie scritte da altri autori alle quali i suoi disegni hanno dato la vita. Perché è questa la caratteristica dei personaggi disegnati da Milazzo: recitano sulla pagina, comunicano, trasmettono un'emozione al lettore.
"Per me è fondamentale rendere credibili e vivi i personaggi per trasmettere l'adeguata emozione narrativa al lettore. E in perfetta sintonia complementare con il testo."

venerdì 1 luglio 2011

Postille al Texone

"Dietro un lavoro che sembra semplice, ci sono in realtà  da risolvere problemi complessi, e la semplicità  è un obiettivo non un dato di partenza. Si fa un buon lavoro quando una storia risulta,alla fine, semplice alla lettura. Si fa un pessimo lavoro quando invece si parte da una base fin troppo semplice e poi si incasina il racconto, presumendo di renderlo più appassionante."

A scrivere queste parole in risposta ad una mia domanda (quasi una postilla alla lunga intervista che mi ha rilasciato) è stato Gianfranco Manfredi, l'autore di soggetto e sceneggiatura del Texone "Verso l'Oregon" attualmente in edicola, disegnato magistralmente dall'argentino Carlos Gomez. E la storia, che si legge d'un fiato, è proprio così: semplice alla lettura, ma racchiude dietro di sè, come tutti i prodotti ben confezionati, cura e impegno certosini. E poi in realtà le storie sono due, come avevo già detto qui. Due trame che si snodano lungo le pagine senza mai dar troppo peso all'una piuttosto che all'altra, nelle quali il trait d'union è costituito, naturalmente, da Tex e Carson.
Da una parte abbiamo un gruppo di tenaci donne che vogliono raggiungere i loro futuri, ma ancora sconosciuti, sposi nel lontano Oregon, e che trovano nei due rangers un valido aiuto. Ancora Manfredi:


"Sulle spose postali, il film più famoso è stato senz'altro "Sette spose per sette fratelli". Trattandosi di un musical, là era tutto rose e fiori. La realtà  era molto più cruda e ho letto un libro americano (Chris Enns, Hearts West - True Stories of Mail-Order Brides on the Frontier , TwoDot book 2005) che la svela. Quasi tutte finivano nei bordelli, oppure come schiave, a fare lavori durissimi in posti abbandonati da Dio."


Le donne dirette in Oregon. Disegno di Carlos Gomez


E questo sarebbe stato il destino anche delle coraggiose donne protagoniste del Texone, turlupinate da un'organizzazione capeggiata da un falso reverendo di Oregon City, zio del killer cui Tex e Carson danno la caccia.

Il killer dalla psiche molto debole. Disegno di Carlos Gomez


E qui veniamo all'altra trama del fumetto: la caccia ad un serial killer alquanto anomalo. Dal grilletto molto facile, sfodera la pistola non per sfida o per rapina, ma per paura; molto elegante, fugge gli uomini ed è attaccatissimo al suo maestoso cavallo bianco. E' una figura che desta, nonostante sia un assassino, molta pietà, anche se a qualcuno è parso poco realistico. La documentazione di Manfredi per questo personaggio è, al solito, molto curata, come si evince dalle sue parole.

"Per il personaggio del giovane killer psicopatico mi sono invece molto liberamente ispirato a John Wesley Harding, il noto fuorilegge texano che si dice abbia ucciso almeno 42 persone. Leggendo uno studio su di lui, ho trovato uno spunto interessante: pare che fosse un cacasotto, che estraeva la pistola e sparava per paura di essere sfidato o riconosciuto. "Più ne ammazzi e più sei vigliacco" mi sembrava un bel paradosso, che andava a capovolgere molti stereotipi western. 
Mi colpì un aneddoto che riguarda i suoi rapporti con Wild Bill Hickok quando questi era Sceriffo di Abilene. Sapendo che Harding era in città, ed essendo al corrente dei suoi crimini, Hickok andò da lui e gli disse che non lo avrebbe perseguito per i crimini già commessi, ma che se avesse causato problemi in città lo avrebbe ammazzato come un cane. Harding, spaventatissimo, si ritirò in albergo. Le stanze erano collettive. Durante la notte sentì aprire la porta e sparò a un altro cliente uccidendolo sul colpo, dopodiché scappo' da Abilene in mutande."
Non potevano mancare delle osservazioni sugli splendidi disegni di Carlos Gomez, che fa esprimere ai personaggi, in primis a Tex e Carson, una varietà notevole di espressioni facciali, gestualità e posture. Il risultato è un disegno dinamico e comunicativo delle emozioni dei personaggi stessi. E Manfredi, prendendo spunto dal tratto di Gomez, si concede considerazioni interessanti sulla rappresentazione di Tex in generale.

"Riguardo ai primi piani dei personaggi che tu hai genialmente messo in rilievo, è una caratteristica dei disegnatori sudamericani dare massima evidenza alle espressioni. Molti lettori bonelliani si sono talmente abituati alla staticità espressiva, che le trovano eccessive. Invece io penso che contribuiscano a rendere più vivace e colorito un fumetto e dunque le apprezzo molto, anche perché è raro trovare un disegnatore che faccia "recitare" i personaggi. Il più delle volte, quando si guarda un primo piano, se non si legge il balloon, non si ha la minima idea dello stato d'animo del personaggio. Questo non aiuta a unire testo e disegni e dunque a mio avviso è un difetto. Ma anche qui: sia i lettori che i critici bonelliani sono da sempre abituati a distinguere nettamente tra testo e disegni come se fossero due cose separate e da valutare ciascuna in sè. Invece una storia si può dire riuscita soltanto se tra disegnatore e autore del testo c'è intesa.
 Nel caso, nessuno ha osservato che se Gomez fa Tex più giovane del solito, è anche per corrispondere a una storia in cui Tex è permanentemente in azione. Un Tex troppo anziano e statuario avrebbe tolto dinamica ed efficacia alla storia. Un sessantenne non può avere la stessa agilità  di un trentenne. Ergo: quando si accusava Nizzi di scrivere un Tex troppo sedentario, non si considerava che Nizzi era l'autore quasi esclusivo di Tex da decenni e tendeva per forza di cose a tenerne presente l'età  non freschissima. Se i lettori chiedono a gran voce un Tex più dinamico, devono anche beccarselo più giovane, altrimenti le due cose non stanno insieme."

 E la chiosa finale non può che essere: "Puro vangelo!"

lunedì 27 giugno 2011

L'Alligatore di Igort e Carlotto

Noi, lettori appassionati di Massimo Carlotto, ci siamo sempre immaginati la faccia dell'Alligatore, ognuno a modo suo. Questa volta ce la troviamo disegnata da Igort in un romanzo a fumetti scritto dallo stesso Carlotto.
Di "Alligatore: dimmi che non vuoi morire", riedito in una nuova veste grafica da Coconino Press - Fandango, ne ho scritto la mia qui, su Fucine Mute, la testata giornalistica online di approfondimento culturale su FUmetto, CINEma, MUsica e TEatro.
...il lettore navigato di Carlotto non resterà deluso mentre quello digiuno di storie dell’Alligatore correrà in libreria a procurarsele.

sabato 25 giugno 2011

Il Texone di Manfredi e Gomez


"Ho esattamente la stessa età di Tex, essendo nato del 1948. È una gran bella esperienza scrivere da adulto avventure di un personaggio che si è conosciuto fin da bambino. Gianluigi Bonelli, poi, era a mio avviso uno sceneggiatore immenso: sia per il taglio cinematografico delle storie sia per la sua inarrivabile arte del dialogo. Mi piacevano molto anche le storie di Sergio Bonelli, perché avevano un coté più fantastico, presentando situazioni limite e surreali (piramidi nel west, per dirne una) e raccontando un Tex meno prepotente. Detto questo, Tex preferisco affrontarlo poco e con cautela, perché come eroe corrisponde alla mia psicologia ancor meno di Dylan Dog. Tex non ha mai dubbi, ed è protagonista assoluto in modo persino autoritario: “uccide” (nel senso che oscura) ogni altro personaggio, persino i suoi pard e suo figlio. Io ho un’altra concezione dell’eroe. Un eroe senza debolezze umane alla lunga mi annoia. È anche difficile renderlo davvero realistico, perché uomini così non esistono. Tex puoi anche farlo cadere nel fango, ma quando si rialza ha sempre la camicia pulita e stirata. Persino i personaggi di John Wayne erano più sporchi, ambigui e inafferrabili di Tex, e non parliamo neanche di quelli di Gary Cooper che erano davvero macerati, come lo Sceriffo di High Noon, che alla fine viene addirittura salvato dalla moglie, cosa che all’epoca fece scandalo e segnò una svolta importantissima, nel cinema western. Di Tex si capisce tutto e si sa sempre in anticipo cosa farà, soprattutto si sa che vincerà facilmente perché nessun avversario è alla sua altezza, a parte Mefisto, che però se lo si considera bene è uno stregone da baraccone (per non parlare del figlio di Mefisto che è un povero sfigato. Per inciso non capisco perché i figli debbano per forza essere inferiori ai padri, questo non è nella tradizione salgariana, dove Jolanda fa una splendida figura rispetto a suo padre e il figlio del Corsaro rosso è molto più importante del padre, di cui non sappiamo molto, se non che è morto quasi subito). Tornando ai Cattivi: secondo me nel racconto d’avventura in generale, se il cattivo non è affascinante e potentissimo, l’eroe ne risulta indebolito: è troppo facile combattere contro le scamorze. Inoltre se si sceneggia Tex per troppi numeri alla fine è inevitabile ripetersi e mettere in scena sempre le stesse cose, seguendo gli stessi moduli. Questo per chi scrive tutti i giorni è pericolosissimo, perché ti fa impigrire. Non è colpa di tizio o di caio, è inevitabile, indipendentemente dal livello dello sceneggiatore. Mettere in scena per decine di volte gli stessi meccanismi rafforza un personaggio nel suo impatto con il pubblico più affezionato, ma deprime gli sceneggiatori e i disegnatori che vengono spinti a ripetersi. È come se Tex si sceneggiasse da solo. Ma allora che bisogno c’è di uno sceneggiatore? Diventi una specie di agiografo, cioè uno che fa la propaganda di un personaggio ed è dunque costretto a vederlo sempre in positivo e a mantenerlo intatto nei decenni a dispetto dei cambiamenti sociali e di costume. Funziona, certo, ma sul piano della scrittura è faticosissimo."
Kit Carson in un'inedita veste ottimista


In questi termini Gianfranco Manfredi si esprime su Tex, durante la chiacchierata intrattenuta col sottoscritto e pubblicata qui. In effetti l'autore marchigiano centellina le sue sceneggiature per il personaggio creato da Gianluigi Bonelli e, magari proprio grazie a questa parsimonia, come d'altronde afferma lui stesso, ogni volta il risultato è un successo. L'ultimo in ordine di tempo è il Texone, il venticinquesimo della serie, uscito il 21 giugno e intitolato Verso l'Oregon. L'eccellenza del risultato la si deve anche ai disegni dell'argentino Carlos Gomez, noto in Italia soprattutto per aver disegnato Dago, il personaggio ideato da Robin Wood e Alberto Salinas.
Una buona storia unita a dei validi disegni sono sempre garanzia di un ottimo risultato. Manfredi intreccia sapientemente due trame, senza mai sbilanciare l'una ai danni dell'altra. Ci parla di una caccia ad un assassino dalla psiche molto debole e di un gruppo di tenaci donne, alle quali Tex, nel massimo del suo splendore "irrealistico" (quando si rialza ha sempre la camicia pulita e stirata) e un Carson quanto mai energico fanno da scorta nella loro carovana verso l'Oregon. A Oregon City si tireranno le fila di entrambe le storie.
Per me che non lo conoscevo è stata una sorpresa scoprire i disegni di Carlos Gomez. Ho apprezzato soprattutto la capacità dell'autore di Cordoba di far recitare i suoi personaggi. Riesce infatti a far assumere loro, con molto dinamismo e realismo, delle posture, delle gestualità e soprattutto delle espressioni facciali che non si vedono così spesso sulle pagine di Tex. Di seguito riporto alcuni esempi esplicativi che mi hanno molto divertito (da rimarcare il buon vecchio Carson che Gomez interpreta alla grande).
























LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...