"Ella" è un corto animato. E' toccante, dolce, malinconico... L'ho appena visto a Maremetraggio. Una piccola perla di Juan Montes de Oca, prodotto dalla spagnola Ladat.
venerdì 5 luglio 2013
domenica 30 giugno 2013
Il diverso respiro delle storie di Tex
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| Tex - vignetta di Corrado Mastantuono |
La prima (L'inseguimento - 629 e Lotta senza respiro - 630) è un godibilissimo intreccio in cui Tex e Tiger Jack inseguono il rapinatore di banche Vince Stanton per arrivare al capo della banda Mitch Fraser. In realtà i soggetti in gioco sono molti di più e gli inseguitori si alternano e si scambiano continuamente. I colpi di scena non mancano e la lettura fila veloce fino all'ironica conclusione. Molto si deve ai magistrali disegni di Mastantuono: i volti espressivi e tirati dei fuorilegge, le scene d'azione rese con un dinamismo e un realismo eccellenti (l'unico difetto: il volto di Tex, a volte troppo duro, quasi cattivo). Giri la quarta di copertina del secondo albo con la coscienza di esserti divertito. Ma cosa ti resta? Ben poco. Quali personaggi ti rimangono dentro? Nessuno. Non c'è spessore, né nei fuorilegge, né negli apache (la cui presenza è troppo fugace), né nel gruppo di cowboys inseguitori. Ti rendo conto che la storia è stata solo uno sfoggio di virtuosismo western. Piccolo cabotaggio, insomma.
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| Mitch Fraser - vignetta di Corrado Mastantuono |
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| Gli Utes nella neve - vignetta di Lucio Filippucci |
"So cosa vogliono i miei lettori: il trionfo del bene. La carogna presa a cazzotti. La gente odia il militare arrogante, il pezzo grosso, il banchiere. Odia il potere. E anche io odio il potere o, come si dice oggi, il palazzo."
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| Il ring finisce in prigione - tavola di Lucio Filuppucci |
Questo è Tex. Non solo, ovviamente, ma non è certamente quello di Faraci che spende due albi interi per eliminare una banda di fuorilegge priva del minimo spessore.
sabato 22 giugno 2013
Italia - Brasile
Leggo un articolo di Pagina 12, quotidiano argentino di sinistra, pubblicato dal numero 1005 di Internazionale, in edicola da ieri:
"Ehi!" mi dico "parlano dell 'Italia!" e continuo la lettura.
"No, mi son decisamente sbagliato! Noi italiani non scenderemmo in piazza nemmeno se ci tassassero l'aria che respiriamo..." penso sconsolato, e continuo a leggere:
"Ah, ecco! Si riferisce al Brasile..." borbotto fra me e me.
E meno male che lo stereotipo vuole il brasiliano zitto e felice con una palla fra i piedi.... O è l'italiano?
E intanto stasera si gioca Italia - Brasile, alla faccia di tutte le proteste...
"Queste sono le grandi domande a cui i politici, al governo e all'opposizione, non sanno rispondere. Ora è chiaro a tutti: la pessima qualità dell'istruzione pubblica, la situazione caotica della sanità, il sacrificio dei lavoratori dei grandi centri urbani, costretti ogni giorno a subire la tortura dei trasporti pubblici, sono romai insostenibili. Ed è altrettanto chiaro che il sistema politico così com'è non rappresenta più grandi settori della poplazione. Le alleanze politiche progettate con l'unico obiettivo di assicurare un apresunta governabilità servono esclusivamente a tutelare interessi meschini di dirigenti di partito. La situazione è preoccupante e i politici non sanno davvero più che pesci pigliare."
"Ehi!" mi dico "parlano dell 'Italia!" e continuo la lettura.
"Le decine di migliaia di manifestanti che dal 7 giugno occupano le strade delle principali città del paese protestano per tantissimi motivi: dalla sanità all'istruzione, dai trasporti pubblici alla corruzione.."
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| Vignetta di Na! |
"..dall'inflazione alle spese misurate per l'organizzazione degli eventi sportivi, come i Mondiali di calcio del 2014 o le Olimpiadi di Rio de janeiro del 2016. C'è un grande divario tra il paradiso dei numeri e l'inferno quotidiano di milioni di brasiliani."
"Ah, ecco! Si riferisce al Brasile..." borbotto fra me e me.
E meno male che lo stereotipo vuole il brasiliano zitto e felice con una palla fra i piedi.... O è l'italiano?
E intanto stasera si gioca Italia - Brasile, alla faccia di tutte le proteste...
giovedì 20 giugno 2013
Cartoline da Tunisi
Lo sapevate che il Forum Sociale Mondiale del 2013 si è già svolto? Sì? Beh, io no! Ammetto la mia ignoranza ma non mi pare di aver notato un grande risalto della notizia sui mezzi di informazione di casa nostra. Probabilmente sarò stato distratto, ma immagino che le recenti beghe politiche italiane siano state il tema principale dei giornali nostrani e, nello stesso tempo, il motivo del mio allontanamento dalla loro lettura, causa forte nausea.
Meno male che c'è Internazionale che me lo ricorda in uno dei modi che prediligo: il fumetto.
Infatti, il numero 1005, in edicola fino ad oggi, propone nella consueta rubrica di Graphic Journalism un chiaro e interessante reportage di Othman Selmi, giovane cartoonist e illustratore tunisino, alla sua terza (se non mi son perso qualcosa) apparizione sul settimanale italiano (vedi qui e qui).
L'importanza di tenere sempre alto il dibattito su temi quali la libertà, la giustizia sociale, il rispetto per l'ambiente e l'equa distribuzione delle risorse fra i popoli mi sembra evidente. Il fatto che di questi temi si sia parlato, non senza contraddizioni come dice lo stesso Othman, in un paese che da poco ha scacciato un dittatore per instaurare una democrazia ancora troppo debole è così importante, che il silenzio, o comunque la poca enfasi, dedicata dalla stampa italiana all'evento è imperdonabile.
Quindi lasciamo parlare Othman.
Meno male che c'è Internazionale che me lo ricorda in uno dei modi che prediligo: il fumetto.
Infatti, il numero 1005, in edicola fino ad oggi, propone nella consueta rubrica di Graphic Journalism un chiaro e interessante reportage di Othman Selmi, giovane cartoonist e illustratore tunisino, alla sua terza (se non mi son perso qualcosa) apparizione sul settimanale italiano (vedi qui e qui).
L'importanza di tenere sempre alto il dibattito su temi quali la libertà, la giustizia sociale, il rispetto per l'ambiente e l'equa distribuzione delle risorse fra i popoli mi sembra evidente. Il fatto che di questi temi si sia parlato, non senza contraddizioni come dice lo stesso Othman, in un paese che da poco ha scacciato un dittatore per instaurare una democrazia ancora troppo debole è così importante, che il silenzio, o comunque la poca enfasi, dedicata dalla stampa italiana all'evento è imperdonabile.
Quindi lasciamo parlare Othman.
domenica 9 giugno 2013
Fantasy e Bonelli: una lacuna finalmente colmata grazie a Dragonero
Gli amanti del genere fantasy possono trovare in questi giorni nelle edicole italiane il primo numero di una nuova serie a fumetti: si tratta di Dragonero, il frutto di un lungo lavoro che i due autori, Luca Enoch e Stefano Vietti, hanno finalmente la soddisfazione di vedere concretizzato. Il progetto, la cui gestazione risale perfino al 1995, si è fatto realtà grazie alla caparbietà degli autori nel proporlo a Sergio Bonelli. Così Enoch si è espresso a proposito in quest'intervista:
"Quando Sergio Bonelli arrivò con la proposta per Gea, Stefano Vietti ed io stavamo proprio lavorando alla presentazione di una serie fantasy da proporre in casa editrice e si trattava appunto di Dragonero. Il progetto venne riposto nel cassetto in attesa di tempi migliori e quando, anni dopo, sempre Vietti ed io proponemmo il format dei Romanzi a fumetti, volemmo che la prima uscita fosse il nostro Dragonero. Nel frattempo, però, avevamo creato un mondo e ci dispiaceva che il tutto si esaurisse in una singola uscita, per quanto corposa. Quando l’editore, dopo l’esperienza con le varie miniserie, tornò a rivolgersi verso le serie canoniche, noi cogliemmo l’attimo e rinnovammo gli assalti alla redazione. Alla fine, forse preso per sfinimento, Sergio ci concesse di realizzare la serie. Serie che mi vedrà solo come sceneggiatore e non come disegnatore, almeno fino a quando dovrò realizzare Lilith; quindi ancora per qualche anno."Si sa che Sergio Bonelli non è mai stato un amante del genere fantasy ma, si sa pure che i suoi gusti o preferenze non sono mai stato un limite per la sua casa editrice nell'esplorazione di nuovi territori dell'Avventura. Il figlio Davide, che ha ereditato la direzione della casa editrice dopo la morte del padre, lo riconosce nella presentazione in seconda di copertina del nuovo albo. Nonostante il periodo di crisi (fumettistica e non) che stiamo attraversando, la proposta di una nuova serie mensile "a tempo indeterminato" testimonia della creatività e del coraggio che la Sergio Bonelli Editore dimostra anno dopo anno. Dopo Saguaro e Le Storie nel 2012, Dragonero è infatti la terza nuova serie che l'editore milanese propone nelle edicole e, in autunno, sarà la volta della miniserie a colori Orfani del duo Recchioni - Mammucari.
Credo che Dragonero sarà un successo. Gli ingredienti affinché lo sia ci sono tutti.
Il fantasy, come dice lo stesso Davide Bonelli nella presentazione, è un genere non più di nicchia, ma ormai di grande diffusione e di notevoli successi editoriali e cinematografici. La casa editrice lo ha riconosciuto e, schierando Dragonero a fianco degli eroi di casa Bonelli, spalanca le porte a uno dei pochi ambiti dell'Avventura che ancora non annoverava.
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| Luca Enoch e Stefano Vietti |
"Uscire dai confini nazionali e buttare l’occhio oltre lo steccato fa bene a ogni realtà professionale. Fu un momento galvanizzante; per la prima volta ci si accostava alla grande tavola francese, tutta colorata e con il suo gran numero di vignette, che permetteva anche di creare composizioni grafiche sulla doppia pagina, cosa impossibile nel formato bonelliano. È stato, quindi, un momento di crescita e di grande stimolo creativo. Vedere, inoltre, autori e disegnatori di fumetti trattati al pari degli autori della “letteratura alta” è stato immensamente gratificante."Accanto all'avvincente storia proposta dalla coppia di autori, furono proprio gli scenari affascinanti e l'eccellente colorazione che mi colpirono di quell'avventura editoriale terminata prematuramente.
Enoch è inoltre lo sceneggiatore e il disegnatore di Lilith, la viaggiatrice nel tempo che distorce la Storia con le sue ucronie: una delle proposte più originali e interessanti della Sergio Bonelli Editore.
Non sono un amante del genere fantasy, ma mi sforzo di non chiudermi mai di fronte a nuove proposte quando so che il lavoro che le ha prodotte è serio, e questa è l'ulteriore garanzia che offre la casa editrice milanese. Potrà non piacerti un genere, ma quando acquisti un fumetto uscito dalla redazione di via Buonarroti sai che la sua qualità è assicurata dall'impegno e dalla cura di tutti coloro che hanno lavorato per la sua realizzazione.
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| Vignetta di Giuseppe Matteoni, tratta dal numero 1 di Dragonero "Il sangue del drago" |
Questo primo numero riesce quindi in un'impresa non scontata: attrae l'attenzione di chi è già un appassionato del genere e, magari, conosce Dragonero avendone letto il romanzo a fumetti nel 2007. Convince, d'altra parte, chi, come me, non ama particolarmente il fantasy e non ha letto l'antefatto della storia, spiegando il retroterra con alcuni necessari flash back che non appesantiscono la trama dell'attuale avventura, anzi la valorizzano.
Infine, a contorno dell'avventura editoriale, c'è un blog, online già da tempo, che funge da diario di viaggio e una pagina facebook con cui entrare in contatto con gli autori.
Buon viaggio quindi a Dragonero.
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Volto Nascosto
domenica 2 giugno 2013
La mia settimana springsteeniana
Vai a vedere Bruce Springsteen? Due volte? Ma non l'hai già visto l'anno scorso?Questa è la domanda che mi son sentito ripetere più volte nelle ultime settimane da conoscenti, colleghi e varie persone con cui ho intrapreso il discorso Bruce Springsteen. Gli amici, no. Chi mi è amico sa che la domanda non ha senso, tanto in termini oggettivi, quanto in quelli soggettivi. E lo sa o perché ha partecipato anche lui ad uno show del cantautore americano, o perché gli ho fatto una testa tanta. E uso il termine partecipare non a caso. Tornando all'insinuazione implicita nella domanda iniziale che, visto un concerto, allora li hai visti tutti, la replica più banale è che i concerti del Boss e della E Street Band sono tutti diversi gli uni dagli altri, perché le canzoni suonate e cantate non sono mai le stesse, anche all'interno dello stesso tour. Ma questa è solo una spiegazione superficiale, la prima che appare scorrendo la sequenza dei brani degli show.
Il vero motivo per cui la domanda non ha senso è che un concerto di Bruce Springsteen e della E Street Band è un'esperienza unica e irripetibile che ha il dono di rinnovarsi ad ogni esibizione. Ma cosa succede di così speciale e diverso rispetto ad altri cantanti o gruppi musicali? Difficile spiegarlo a parole: l'unico vero modo è esserci e viverlo. Tuttavia posso dire che quando domenica scorsa a Monaco, dopo aver imprecato tutto il giorno per il freddo invernale, la pioggia, il vento e la bardatura da guerriero che mi proteggeva dai detti elementi, il Boss è apparso in scena e ha condotto uno show di tre ore con cui ha letteralmente scaldato tutti gli oltre 40.000 dell'Olympiastadion, beh, lì capisci ancora una volta che il miracolo si ripropone. Alludo allo scambio di energia che avviene tra lui (e la band) e il pubblico. Un flusso bidirezionale: noi ci nutriamo di quello che lui ci regala e lui si alimenta a sua volta del nostro entusiasmo. E' una reazione a catena che ha bisogno di entrambi gli attori. E che è sollecitata dalle note del rock. La musica è l'elemento che scatena la reazione. Ma non solo questa in quanto tale: è determinante la modalità attraverso cui la musica viene eseguita dalla band e fruita dal pubblico.
Come ha scritto Andrea Silenzi su XL, Bruce Springsteen:
fa quello che tutti dovrebbero fare: il musicista. Alla faccia dei concerti sceneggiati, dei mega palchi con astronavi e falli giganti, delle scenografie eccessive e forzate che servono anche a nascondere la pigrizia di spettacoli che servono solo a promuovere, a far parlare, a mettere in moto la macchina mediatica. Springsteen si sforza ancora di portare sulla scena l’epica del rock’n'roll, che in fondo altro non è se non un esagitato esorcismo contro il buio, contro la morte.Un musicista che trasmette la gioia di suonare, la voglia di divertirsi, di instaurare una relazione empatica con il suo pubblico, senza la quale lo show non prenderebbe il volo né, tanto meno, avrebbe senso. Per questo accoglie le richieste dei suoi fan di eseguire questa o quella canzone, per questo li fa cantare o ballare insieme a lui. Per accendere e mantenere viva la relazione. E il pubblico risponde sempre, non molla mai. Partecipa con tutta l'anima e il cuore a questo "esagitato esorcismo contro la morte", che altro non è se non l'essenza del rock and roll.
Ancora Silenzi:
Può cambiare anche tre quarti dei pezzi in scaletta senza modificare il senso della sua esibizione. ... Se lui decide di risuonare un intero disco (è successo in Svezia nelle prime date del tour europeo) non lo annuncia prima: lo fa e basta. Non punta sulla nostalgia. Se la stragrande maggioranza dei suoi colleghi avessero lo stesso coraggio, se si rimettessero in gioco ogni sera suonando davvero anziché limitarsi al compitino-jukebox , forse oggi il rock (vecchio e nuovo) avrebbe ancora una scintilla creativa, anziché navigare in quel mare di autocelebrazione che lo sta portando in rovina. Lui non vuole entrare al museo, perché sa che questa musica deve bruciare. E lui e la sua band continuano a cacciare i pompieri.
Ai concerti di domenica 26 e di venerdì 31 maggio, Bruce Springsteen ha deciso di risuonare per intero un disco: Born in the USA a Monaco e Born to run a Padova. Lo ha annunciato al momento e lo ha fatto. Provocando la comprensibile gioia di noi fans.
Questi sono Bruce Springsteen e la E Street Band: musicisti rock nel senso più vero e popolare del termine.
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venerdì 24 maggio 2013
Waiting for the Boss (VII) - Nebraska
L'importanza di Nebraska è senza dubbio più letteraria che musicale: segna infatti quella maturazione nella scrittura dei testi che aveva avuto timida origine in The river, abbandonando temi e situazioni tra l'epico e il romantico, per andarsi a scontrare con i drammi privi di lieto fine che troppo spesso la vita riserva. In termini strettamente musicali, è già stato osservato che in realtà i brani del disco non siano veri e propri pezzi folk, ma canzoni rock ridotte all'osso. Se si vuole, e Springsteen lo voleva fortemente, che l'ascoltatore si concentri sulla tragedia di Starkweather o partecipi al tormento di Joe Roberts non si possono arricchire queste storie con riffs da hit parade e grandi assoli di sax o chitarra: il loro dramma va percepito con attenzione e, nel caso, con angoscia. Nebraska rimane in ogni caso il più grande atto di sincerità e di rispetto del pubblico che un artista popolare abbia mai avuto il coraggio di fare.
Luca Raimondo, Soundcheck: Nebraska, in "Follow That Dream", giugno 1991
giovedì 23 maggio 2013
Waiting for the Boss (VI) - The river
The river, come musica e come parole, fu il risultato sia di una reazione alle idee esplorate in Darkness on the edge of town sia di un loro approfondimento. La musica country era per me sempre più importante. Una notte, nella mia camera d'albergo a New York, cominciai a cantare My bucket's got a hole in it di Hank Williams. Quella notte rientrai in macchina nel New Jersey e rimasi alzato nella mia camera a scrivere The river. Usai una voce narrativa folk - quella di un tale in un bar che racconta la propria storia a un estraneo seduto nello sgabello accanto. Quella canzone cristallizzò i miei interessi e inaugurò lo stile di scrittura che avrei sviluppato con maggiore profondità e dettagli in Nebraska e The ghost of Tom Joad.
Bruce Springsteen
mercoledì 22 maggio 2013
La pipa
Ferro affrettò il passo. Un piede dietro l'altro, sguardo basso sul marciapiede, viso nascosto dal bavero rialzato del cappotto. Entrò nel parco da un ingresso secondario, sfiorando una mamma che teneva per mano la sua bambina. Il rumore della ghiaia smossa dai suoi passi gli dette fastidio, si sentì gli occhi di tutti puntati su di lui. Ma si rese subito conto che tutti se ne infischiavano beatamente del suo ingresso. Quel sole inatteso di novembre aveva portato molta gente nel parco e, per qualche ora, tutti si dimenticarono della guerra, della fame e dei tedeschi. Ma Ferro no.
Si diresse al posto stabilito, una
piccola radura circondata da siepi e alberi, adocchiò la panchina
sul lato ma la vide occupata. Sputò a terra contrariato. Una giovane
coppia di adolescenti si scambiava effusioni.
“Che cazzo hanno da baciarsi” si
disse “Lui avrebbe già l'età per essere dei nostri. E lei farebbe
meglio a starsene a casa, con tutti quei porci fascisti che girano”
Si domandava come farli andar via
quando notò l'Attrice avvicinarsi ai due piccioncini. La vide
chinarsi verso di loro e scambiare qualche parola. Poco dopo i due
ragazzi si alzarono con uno sguardo atterrito e corsero via. Ferro si
avvicinò e si sedette sulla panchina ormai liberata a fianco
dell'Attrice.
“Attrice, che cazzo hai detto ai due
mocciosi per farli andar via così?”
Le labbra della donna, truccate di
rosso come sempre, si mossero in quel modo che turbava Ferro.
“Ho detto di essere una della milizia
e che, se non sloggiavano, li avrei portati in commissariato”
L'espressione divertita dell'Attrice
calmò Ferro. Ma l'improvvisa serenità durò solo qualche istante.
“Perché cazzo Spartaco ha fissato
l'appuntamento qui? È pericoloso”
“Tutt'altro” ribatté la donna
accavallando le gambe sotto il cappotto verde “spesso i luoghi più
frequentati sono quelli più sicuri. Nessuno farà caso a noi”
“E dove cazzo è?” disse ancora
Ferro “è in ritardo”
Si alzò, si accese una sigaretta e
cominciò a camminare dalla panchina verso il monumento a pochi metri
da lui. Il busto in bronzo di un insignificante poeta locale lo stava
guardando con aria di sfida. Ferro sostenne lo sguardo, sputò a
terra e si voltò.
“Stai tranquillo che arriverà a
momenti” rispose l'Attrice mentre si aggiustava una ciocca di
capelli rossi sulla fronte. A Ferro piaceva stare con l'Attrice.
Certo, avrebbe preferito una stanza di un appartamento, con nessun
altro fra i piedi. Ma non erano quelli i tempi per pensare a certe
cose. Ferro era concentrato sul prossimo obiettivo. Un obiettivo alla
volta, un passo dopo l'altro, senza pensare troppo al futuro. Questa
era la politica di sopravvivenza del gappista Ferro. E per
sopravvivere non c'era spazio né per il sesso, né tanto meno per
l'amore. Quindi riguadagnò la panchina guardando l'Attrice solo come
un compagno di battaglia, né uomo né donna. Quelle labbra rosse,
però, e il gesto con cui si sistemava i capelli vanificavano ogni
sforzo.
“Eccolo” la voce dell'Attrice
distrasse Ferro da quei pensieri. Un uomo stretto in una giacca di
una misura più grande avanzava verso di loro zoppicando. Spartaco si
sedette fra i due compagni portando con sé il suo consueto odore di
tabacco di pipa.
Ferro si domandò per l'ennesima volta
come diavolo facesse a trovare sempre quel prezioso tabacco. Forse al
mercato nero? Un regalo di qualche vecchio parente? Ma si fidava
ancora dei parenti? No, impossibile. Doveva averne una riserva
nascosta da qualche parte, che non voleva condividere coi compagni.
Ma non c'era nessuno che fumava la pipa fra loro. Quindi nessun
problema.
“Come mai zoppichi? Cosa ti è
successo?” Ferro constatò che la domanda dell'Attrice era molto
più pertinente e importante di tutti quegli stupidi pensieri che
affollavano la sua mente.
“Sono appena scivolato su un
marciapiede qua vicino” rispose indolente Spartaco.
“Cazzo, Spartaco. Hai fatto centinaia
di capriole e salti in tutte le nostre azioni e non ti è mai
successo nulla. E ora mi scivoli sul marciapiede?” Ferro si alzò
stizzito e gettò la sigaretta verso il monumento del poeta.
“Stai calmo. Non è niente. Fra un
po' mi passa” disse Spartaco prendendo la pipa dalla tasca della
giacca.
Quel gesto lento e le parole tranquille
di Spartaco innervosirono ancor di più il compagno.
“Calmo un cazzo! Già trovarsi qui è
pericoloso. In più tu mi arrivi zoppo. E se ci beccano? Come fai a
scappare? Ti portiamo noi sulle spalle? Dovevi tornartene al tuo
rifugio. E avremmo fissato un altro appuntamento.” Ferro
gesticolava e camminava a larghi passi fra la panchina e il busto del
poeta. Si fermò per cercare un'altra sigaretta nella tasca, ma non
la trovò. Diede un calcio alla ghiaia sotto i suoi piedi e sputò
per terra.
“Se continui ad agitarti così,
attirerai l'attenzione” disse placido Spartaco “Quindi calmati, e
torna a sederti”
Ferro infilò le mani nelle tasche del
cappotto e si lasciò cadere, imbronciato, sulla panchina. Dalla sua
visuale non poteva notare il piccolo livido che Spartaco aveva sulla
guancia destra. L'Attrice, seduta dall'altra parte, vide un raggio di
sole illuminare quel segno scuro sul volto, ma non disse nulla.
“Chi dobbiamo ammazzare questa
volta?” fu la domanda della donna.
Spartaco diede ancora qualche boccata
alla pipa prima di rispondere. E la risposta non piacque a nessuno.
“Sei pazzo? Ma è sempre circondato
da decine di soldati.” gridò Ferro voltandosi verso il compagno
che ignorò tutte le successive parole che vomitarono dalla bocca di
Ferro. Anche l'Attrice si era stupita della risposta di Spartaco ma
aveva mantenuto il suo sguardo concentrato su quel livido. C'era
qualcosa che non la convinceva. Non era proprio un livido. Era una
ferita, un taglio. Un piccolo taglio provocato da una lama qualche
giorno prima. Si stava già cicatrizzando, infatti, ma la piccola
tumefazione circostante rivelava che non era passato tanto tempo.
Fece un paio di conti. Non vedevano Spartaco da una settimana. E
sette giorni fa Spartaco non zoppicava e il suo volto era liscio e
privo di lacerazioni.
Il fumo usciva dalla pipa ad intervalli
regolari. L'Attrice spostò l'attenzione sulla mano che stringeva la
pipa. L'unghia del pollice mancava. Una crosta scura di sangue
rappreso misto a carne indurita la sostituiva. Spartaco si voltò
verso l'Attrice. Gli sguardi si incrociarono. Ferro sproloquiava
camminando avanti e indietro fra il busto e la panchina. Spartaco
chiuse gli occhi e rigirò la testa a guardare un punto indistinto
davanti a sé. La pipa dentro e fuori dalla sua bocca. Con
regolarità.
Poi si fermò. Abbassò il busto in
avanti e diede piccoli colpi sul terreno per far uscire quel poco di
tabacco che era rimasto nella pipa. Due spari risuonarono a spezzare
ogni altro rumore. Spartaco vide cadere davanti a sé il corpo di
Ferro. Il volto del compagno ad un metro dal proprio. Gli occhi
spalancati e increduli a cercare una risposta in quelli di Spartaco.
Questi ruotò la testa a destra e vide l'Attrice alzarsi e correre
verso un cespuglio a fianco della panchina. Solo due passi e altri
due spari. Guardò l'Attrice cadere faccia a terra, un rivolo di
sangue uscì dall'orecchio a bagnare la ghiaia.
Spartaco raddrizzò il busto, si alzò
dalla panchina e fece un passo in direzione del monumento al poeta.
Un ufficiale tedesco stava in piedi davanti a lui, chiuso in un
pastrano lucido. I raggi del sole si riflettevano sulle lenti dei
piccoli occhiali. Nella mano destra una pistola, nell'altra una pipa.
Entrambe fumanti.
martedì 21 maggio 2013
Waiting for the Boss (V) - Darkness on the edge of town
I protagonisti dei film di John Ford e Sergio Leone sono ancora delle figure di statura e dimensioni eroiche, anche se si tratta di eroi tragici e divisi, come il protagonista di The Searchers (Sentieri selvaggi), o di eroi "manieristi", ovvero che hanno conservato solo la maniera, le forme, non il sistema di valori ideologici e morali, degli eroi western classici, come i protagonisti dei film di Sergio Leone. Ora, il passaggio progressivo e graduale da una visione mitica a una visione storica, realistica e critica della realtà americana, attuato nel genere western, caratterizza in maniera particolare anche l'insieme dell'opera springsteeniana e l'album Darkness on the edge of town costituisce senza dubbio una tappa fondamentale di questo processo. In esso, Springsteen prende coscienza del fatto che i miti dell'American Dream, della Strada e del Viaggio verso la Terra Promessa, celebrati in Born to run (ma anche in molti film di John Ford) non corrispondono alla realtà americana, che invece sembra negarli continuamente. Se, pertanto, l'immagine centrale di Born to run è quella di un'energia vitale inesauribile, che si esprime in una corsa che pare non conoscere ostacoli, l'immagine centrale di Darkness on the edge of town è quella della lotta quotidiana contro una realtà dominata da forze che sembrano opporsi costantemente alla volontà degli individui di realizzare i propri sogni e i propri ideali. Ma in questa lotta i personaggi delle canzoni di quest'album assumono quelle stesse dimensioni eroiche del protagonista del film di John Ford e di quelli di Sergio Leone. A ciò si deve lo stile particolarmente solenne di molte di queste canzoni e la visione contemporaneamente realistica ed eroica della realtà americana da cui Darkness on the edge of town appare caratterizzato, visione che nasce da una presa di coscienza della non corrispondenza tra mito e realtà.
Antonella D'Amore, Mia città di rovine, Manifestolibri, 2002
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domenica 19 maggio 2013
Waiting for the Boss (IV) - Born to run
Un disco che parla della ricerca di due ragazzi, non sempre insieme e non sempre innamorati, ma comunque vicini. Che non sanno bene cosa cerchino, ma si dannano l'anima per trovarlo. Nelle fughe romantiche verso la Terra Promessa (Thunder Road, Born to run), nella staticità ora disperata ora visionaria delle giungle urbane (Jungleland, Tenth Avenue freeze-out, Night, Meeting across the river), nella disillusione dell promesse spezzate nelle strade secondarie (Backstreets) o che sai che presto si spezzeranno (She's the one). Attraverso gli occhi di Terry, Magic Rat, Mary, Bad Scooter, Wendy, Eddie, Cherry, è già possibile vedere cosa accadrà dopo. Come in quei film dove, nel momento stesso in cui ridi, ti innamori e ti commuovi, senti un brivido lungo la spina dorsale. Come una premonizione. Born to run è l'album che ti fa credere con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente nel rock 'n' roll.
Massimo Cotto, Born to run, in "Velvet Gallery", giugno 1990
sabato 18 maggio 2013
Mille volte Internazionale
L'ultima rubrica dell'ultima pagina di Internazionale si chiama Le Regole. Questa settimana è dedicata al Numero mille e la prima regola recita:
"Ricordi ancora quando hai comprato il primo numero di Internazionale? Sei vecchio"Sono vecchio. Ricordo perfettamente che la mattina di sabato 6 novembre 1993 acquistai nell'edicola della stazione di Trieste il primo numero di questa nuova rivista settimanale. Ne avevo visto la pubblicità non ricordo più bene dove e mi aveva incuriosito la novità che ne costituiva la natura. Internazionale si proponeva di presentare i migliori articoli della stampa mondiale, tradotti in modo fedele da ottimi traduttori.
Perché? Lo dichiarava esplicitamente il primo editoriale, che oggi si può rileggere acquistando il numero 1000 della rivista a cui è allegata la ristampa del numero 1:
"..quel bisogno di provare a capire la complessità del mondo, quella voglia di accedere all'informazione senza filtri e di formarsi opinioni proprie senza mediazioni... Un articolo letto su Internazionale non farà capire il mondo, ma aiuterà a capire come il mondo è complicato, vario e ricco. E come i destini di tutti noi siano incrociati e legati."Oggi ho potuto rileggere quegli articoli che lessi quel sabato di quasi venti anni fa in treno e che mi convinsero, poche settimane dopo, ad abbonarmi alla rivista. Lo considero un regalo che, da allora, faccio annualmente a me stesso, alla mia curiosità, al mio desiderio di capire e conoscere.
In venti anni Internazionale si è arricchito di rubriche (anche di fumetti), ha allargato il numero di collaboratori, organizza ogni anno a Ferrara un Festival sul giornalismo (ma non solo), è diventato a colori e la carta è migliorata. Ma è sempre rimasto fedele alla sua dichiarazione di intenti. Realizzandoli. Almeno per quanto mi riguarda.
giovedì 16 maggio 2013
Waiting for the Boss (III) - The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle
"The Wild è l'album soul di Bruce Springsteen, una novella West Side Story popolata di neri e chicani. Se in Greetings Springsteen era il provinciale giunto in visita nella metropoli e al colmo di una spaesata meraviglia, qui si divide fra i luoghi d'origine e la città che lo ha adottato e che in Born to Run prenderà il centro della ribalta."
Eddy Cilìa, Nebraska, in "Velvet Gallery", giugno 1990
martedì 14 maggio 2013
Waiting for the Boss (II) - Greetings from Asbury Park, NJ
"Nel mio primo album ho fatto venir fuori un numero incredibile di cose tutta in una volta. Un milione di cose n ogni canzone. Le avevo scritte in mezz'ora, quindici minuti. Non so da dove venissero. Scrivevo come in preda ad una febbre. Non avevo soldi, nessun posto dove andare, niente da fare. Era inverno, faceva freddo e scrivevo. Mi sentivo in colpa se non lo facevo. Non creai più nulla in quello stile. Una volta che uscì il disco, mi sentii definire il nuovo Dylan e così evitai di ripetermi."
Bruce Springsteen
"Utilizzando un linguaggio enfatico e visionario, una sterminata teoria di versi chilometrici e un logoro dizionario di sinonimi. Springsteen è riuscito a fare suoi tutti i miti della cultura giovanile del suo tempo, il rock 'n' roll e il cinema: ed ecco che i ragazzi del boarwalk di Asbury Park, gli spacciatori e le puttane di Manhattan, vengono innalzati al rango di giovani ribelli, ecco che il desolante panorama della periferia urbana del New Jersey diventa un nuovo fronte del porto, un luogo non più squallido ma estenuantemente romantico."Leonardo Colombati, Come un killer sotto il sole, Sironi Editore, 2007
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domenica 12 maggio 2013
Waiting for the Boss (I)
"Springsteen non è un qualsiasi bravo cantautore rock. È una specie di bandiera, un monumento indomabile, un inno a tutto quello che il rock può essere. Per capirlo bisogna avere visto almeno una volta un suo concerto. Ha inciso dischi straordinari, ma di sicuro il vero Springsteen è nelle esibizioni dal vivo. Si usava dire che i Rolling Stones siano stati per antonomasia la più grande rock 'n' roll band di tutti i tempi. Vero, forse, ma solo nel fervore degli anni Sessanta e in qualche scampolo dei Settanta. Dopo, la più grande, classica rock 'n' roll band della storia è stata Bruce Springsteen & The E Street Band. Chi lo ama ha la certezza di andare a celebrare insieme a lui l'unico, meraviglioso e liberatorio rito profano che la nostra cultura ci abbia lasciato."
Gino Castaldo, Provaci ancora Bruce, in "La Repubblica", 1 aprile 1999
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