venerdì 26 giugno 2015

Narrazione e fumetto - Intervista a Bepi Vigna


I più conoscono Bepi Vigna come uno dei tre padri di Nathan Never. In realtà l'autore sardo è padre di molte altre cose, fra cui un libro molto interessante intitolato La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione (Arkadia Editore). Prendendo spunto dai temi affrontati in questo saggio, è nata la discussione che trovate qui su Fucine Mute.

giovedì 25 giugno 2015

Ken Parker raddoppia, anzi triplica


Non si è ancora spenta l'eco destata dal discusso episodio inedito con cui Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo hanno concluso la saga di Ken Parker nel volume numero 50 della collana omonima edita da Mondadori, che viene diffusa la notizia di un ritorno nelle edicole del nostro amato Chemako a partire dal mese di luglio. Si tratta della collana Ken Parker Classic, una ristampa in bianco e nero delle avventure di Lungo Fucile in un formato poco più grande del Bonelli e ad un prezzo di 3,5 euro.



Devo dire che son rimasto sorpreso. Non ne sapevo nulla e mi domando quale sia il senso: perché ristampare le avventure di Ken a poco meno di tre mesi dalla conclusione della collana precedente? La differenza fra le due collane è che nella Ken Parker Classic c'è una corrispondenza uno a uno tra un suo albo e uno della prima storica serie Bonelli targata Cepim. Ma può bastare come motivazione? E le avventure successive (che hanno una lunghezza diversa, maggiore o minore, rispetto alle 96 tavole) come verranno raggruppate e stampate? Staremo a vedere. In ogni caso mi fa piacere che a Ken venga data una nuova possibilità di diffusione presso i lettori di fumetti. Ken va letto e conosciuto! E amato di conseguenza!
La Mondadori calerà poi il tris kenparkeriano in autunno, quando verrà stampata in grande formato a colori una selezione delle avventure di Ken. Ma questa era una notizia già nota da tempo.

domenica 7 giugno 2015

Vuoi capire la crisi greca? Leggi Markaris

L'avevo già scritto qui. I gialli di Petros Markaris hanno la grande capacità di raccontare e spiegare gli effetti della crisi greca più e meglio di qualsiasi articolo o inchiesta giornalistica. Gli ultimi casi affrontati da Kostas Cahritos, commissario della sezione omicidi della polizia di Atene, hanno per oggetto e sfondo la crisi economica e sociale in cui la Grecia è precipitata. Il tema è così grave e profondo che la trilogia si è trasformata in una quadrilogia. Dopo Resa dei conti è ora la volta di Titoli di coda, romanzo pubblicato da poco in Italia dai tipi della Bompiani. Il primo ritraeva uno scenario di fantapolitica (ma con una buona dose di probabilità) nel quale Grecia, Spagna e Italia uscivano dall'euro e ritornavano alle rispettive precedenti valute. Il risultato era caos sociale con manifestazioni e scontri nelle strade di Atene, conti bloccati dalle banche, stipendi sospesi, disoccupazione e povertà in aumento. L'assassino poi se la prendeva con alcuni esponenti della generazione che aveva sconfitto la dittatura dei colonnelli ma che avevano abusato di quella vittoria, ottenendo in modo illegale cariche e rendite di posizione.
Anche in Titoli di coda l'assassino colpisce coloro che si sono arricchiti rubando denaro pubblico. Risulta così inevitabile nutrire un po' di simpatia per questi individui che non sono i classici mafiosi o criminali da prima pagina, ma sono comuni cittadini che se la prendono con alcuni dei responsabili della crisi. Nell'ultimo romanzo colpisce ancor di più lo scenario su cui si muove il commissario. Le strade di Atene, così trafficate fino a qualche romanzo fa, sono deserte: la benzina costa troppo e gli automobilisti non se la possono permettere. I negozi sono chiusi, i senzatetto, greci e immigrati, sono sempre più numerosi. Il razzismo e l'ostilità nei confronti degli immigrati aumentano: Alba Dorata, che ha pericolosi agganci e appoggi anche dentro la polizia, manda all'ospedale Caterina, la figlia del commissario perché difende, in qualità di avvocato, degli africani. Mentre leggi, un brivido ti corre lungo la schiena perché sai che tutto questo sta accadendo veramente in Grecia e potrebbe accadere anche qui.

venerdì 5 giugno 2015

I quarant'anni di Mister No


Quarant'anni e non sentirli. Tanti ne sono passati da quando il personaggio creato da Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) esordì nelle edicole italiane nel giugno del 1975. Fu una piccola rivoluzione per la casa editrice milanese, perché per la prima volta lo scenario su cui si muoveva il protagonista non era il West dell'Ottocento bensì la giungla amazzonica e, in generale, il Sud america degli anni Cinquanta del Novecento. In realtà anche la fitta selva brasiliana era una Frontiera, così come lo era stato il selvaggio West degli Stati Uniti, con tanto di nativi che arretravano e soccombevano di fronte all'avanzata dell'uomo bianco. Scenario e tempi diversi, ma stessi gravi problemi. La differenza stava però nel personaggio protagonista. Jerry Drake era completamente diverso dai suoi predecessori Tex e Zagor, a partire proprio dal suo soprannome. Da una parte scanzonato e amante del divertimento, dall'altro incapace di sopportare ogni tipo di ipocrisia e ingiustizia. Un bastian contrario di professione che non si tirava indietro di fronte ad un sopruso così come non si faceva scappare una bella ragazza. Molti lo hanno definito il primo anti-eroe di casa Bonelli, predecessore, in questo, di quel Ken Parker, così tanto amato dal sottoscritto, che arrivò due anni dopo. I due hanno in comune la pratica del dubbio, ovvero l'abilità (perché di questo si tratta, in fondo) di mettere in discussione le proprie idee di fronte ad un punto di vista diverso.


Forse è questa la vera novità per un personaggio Bonelli, privo, fino ad allora, di ogni incertezza o esitazione, sempre pronto e sicuro di sé nel sapere cosa fare di fronte ai casi della vita. Mister No non è così. Certo, non tentenna quando deve intervenire in difesa del più debole: si butta a capofitto senza preoccuparsi delle conseguenze negative verso se stesso. Ma gli manca la capacità (quasi soprannaturale, direi) di sapere sempre quello che è giusto fare. Ogni tanto anche lui, come noi, si prende delle belle cantonate, e poi ne paga le conseguenze. Un personaggio più umano, quindi, più vicino a noi, con il quale possiamo immedesimarci più facilmente. A questo aspetto, credo sia dovuto il suo successo. E al fatto che dietro alle sue avventure troviamo sempre la presenza di Sergio Bonelli e della sua sconfinata passione per i luoghi visitati lungo i suoi viaggi. Mister No è genuino perché è creatura diretta e spontanea dell'uomo Sergio Bonelli e di quello che ha vissuto in Sud America e in Africa (affascinanti le storie di Mister No ambientate nel Continente Nero).
Mister No è quindi un personaggio ancora moderno, che non stonerebbe affatto vicino agli altri presenti oggi nelle edicole, anzi, alcuni li sotterrerebbe. Si è parlato di un suo ritorno con un albo speciale a colori il prossimo settembre: me lo auguro con tutto il cuore.

PS: Per me, il volto di Mister No è quello del suo creatore grafico Gallieno Ferri. Poi vengono Franco Bignotti e Bruno Marraffa, mentre non ho mai amato il Jerry Drake disegnato da Roberto Diso.

domenica 31 maggio 2015

La retorica della guerra

"Le motivazioni per cui gli uomini muovono guerra sono sempre le stesse: territorio e supremazia. Il resto è solo retorica…
Non cercare nobili ideali in questa strage. Qui non ci sono buoni e cattivi"

Di questi tempi sono queste le parole che mi vengono in mente. Le pronuncia lo Scuro nell'albo Il fronte di pietra, il terzo della collana semestrale a fumetti Lilith di Luca Enoch, pubblicato a novembre del 2009 per la Sergio Bonelli Editore. La storia è ambientata durante la Prima Guerra Mondiale prima sul fronte carnico e poi carsico e ne fa rivivere tutto l'orrore. Ma sembra che opere come questa non servano a nulla. Una settimana fa, il 24 maggio, si è celebrato l'ingresso in guerra dell'Italia. A Trieste grande schieramento di forze da parte dell'Esercito Italiano in Piazza Unità, a due passi dalla via intitolata a Luigi Cadorna, il macellaio che diresse quello stesso esercito un secolo fa. A Gorizia, il giorno prima, un corteo di Casapound sfilava per le vie cittadine per rivendicare l'italianità di quelle terre. I fascisti del terzo millennio leggono la Storia a loro piacimento, come fecero d'altronde quelli del secondo, accompagnando e accentuando con la violenza il processo di italianizzazione di Trieste e Gorizia imposto dal Regno d'Italia a partire dal 1918.
Quanta ignoranza nasconde tutta questa retorica! I miei bisnonni cominciarono la Prima Guerra Mondiale un anno prima, nel 1914. L'Impero Austroungarico, nel quale erano nati, li aveva arruolati nelle fila del suo esercito e li aveva inviati a combattere in Galizia, contro i Russi. Tornarono tutti, per loro fortuna, qualcuno parecchi anni dopo quando ormai lo si dava per morto, e ritrovarono un nuovo padrone: i talians! Mia nonna, nata anch'essa austroungarica, ha sempre chiamato sua cognata Maria con l'appellativo di "la taliane", perché veniva da Palmanova, cittadina anch'essa friulana, ma appartenente al Regno d'Italia già dal 1866, dopo che l'Italia sconfisse l'Austria nella Terza Guerra d'Indipendenza. Ancora oggi alcuni chiamano la Prima Guerra Mondiale con l'espressione Quarta Guerra d'Indipendenza, perché, secondo loro, si completò il processo di liberazione degli ultimi territori italiani rimasti sotto l'Austria: Trento, Trieste e Gorizia. Ma molti non sanno che da queste parti, Trieste e Gorizia, le genti si son mescolate per secoli. Minoranza e maggioranza linguistica son stati concetti fluidi e anche poco significativi. Ma utilizzati ad arte dai politici per giustificare le guerre. Gorizia, nel 1915, aveva circa 30.000 abitanti, di cui meno di metà italiani (comprendendo in questo gruppo anche i cittadini di madrelingua friulana), 11.000 sloveni, 3.000 di lingua tedesca e 2.000 di altre nazionalità. La sua provincia si estendeva dalla bassa pianura friulano-isontina (italiana) a ovest fino ai colli e ai monti a est, nord-est (sloveni). Ed era così da secoli. Che cosa c'era quindi da liberare? E soprattutto da chi? Chiedetelo agli sloveni finiti sotto il Regno d'Italia dopo la Grande Guerra. Chiedete loro come si videro restringere i propri diritti, la libertà di esprimersi nella propria lingua. Chiedete cosa fecero i fascisti in quelle terre. Le risposte non saranno consolatorie.



In contemporanea al corteo di Casapound del 23 maggio, un corteo multiculturale di antifascisti sfilava attraverso le vie di Gorizia. Spiccava l'assenza di tanti partiti, sindacati e associazioni che si mostrano antifascisti solo durante le manifestazioni delle ricorrenze ufficiali. Lo sdoganamento di Casapound è ormai nei fatti. E la retorica della vittoria e dell'italianità che ha sfruttato in questi giorni gli ha giovato. E tutto questo mi provoca molta tristezza, perché per me essere antifascisti è una cosa naturale, semplice, data. Non c'è niente da spiegare, così come non ti domandi perché respiri: lo fai e basta. Tranquillamente. Mi domando cosa direbbero mio nonno Arturo, Primo Levi, Italo Calvino, Cesare Pavese, Elio Vittorini o Beppe Fenoglio. se, per assurdo, si affacciassero in questo mondo. Niente di buono, credo. Ma forse si potrebbe cogliere l'occasione per invitarli a raccontare ancora le loro storie. Ne abbiamo tanto bisogno.

domenica 17 maggio 2015

There Must Be a Better World Somewhere




Il suo album che preferisco è Deuces Wild, un cd di duetti del 1997. In ogni canzone B.B. King è affiancato da un artista d'eccezione: Van Morrison, Dr. John, Eric Clapton, Tracy Chapman, The Rolling Stones, solo per citarne alcuni. Lo ascolto quando sono triste, perché ogni pezzo mi comunica gioia, la gioia che B.B. King sapeva trasmettere con la sua musica. Si tratta di un dono raro, che solo pochi possiedono. Quando sono giù, la musica di B.B. King mi suggerisce che c'è un mondo migliore da qualche parte. E allora io mi alzo e vado a cercarlo. Grazie B.B.

venerdì 1 maggio 2015

NovaLudica: la creatività e il divertimento conquistano Palmanova


Sabato 2 e domenica 3 maggio 2015 si tiene a Palmanova, la suggestiva città in provincia di Udine, la prima edizione di un festival dedicato alla creatività e al divertimento. Il titolo prende il nome dall'associazione NovaLudica che lo organizza: "NovaLudica Atto I. Palmanova: la Fortezza del divertimento".
La manifestazione si divide in diverse sezioni dedicate al fumetto, ai giochi, al cinema e all'immagine, alla musica, ai bambini e ai cosplayer. L'evento si svolge nell'affascinante centro storico della città stellata.
Nell'area fumetto, curata da Roberto Franco, saranno presenti in qualità di ospiti Giorgio Cavazzano, Casty, Matteo Alemanno, Bepi Vigna e Romeo Toffanetti, che incontreranno il pubblico nel Palazzo Municipale nell'ambito di una serie di incontri (qui il programma completo).
Fra questi segnalo "La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione", domenica 3 maggio alle 15, con Romeo Toffanetti e Bepi Vigna, durante il quale il sottoscritto vestirà i panni di moderatore.

sabato 25 aprile 2015

70 anni dopo: la Resistenza di Arturo


Son passati 70 anni da quel 1945. Questa è una storia di Resistenza e di dignità, una fra le tante alle quali saremo sempre debitori.

domenica 12 aprile 2015

Ken Parker, alla fine

Questo è un post emotivo e riguarda Fin dove arriva il mattino, il volume finale della collana Ken Parker, edita da Mondadori. Chi non vuole conoscere nessuna anticipazione sui suoi contenuti, abbandoni qui e ora la lettura.


Questo è un post emotivo. Non si prefigge alcun commento tecnico sulla storia: d'altronde non sono un critico di fumetti e questo blog non ha mai avuto l'ambizione di esserlo. Questo blog è nato come omaggio a Ken Parker, il mio fumetto preferito, ma è stato anche un posto dove mettere nero su bianco le mie impressioni di lettore appassionato di fumetti. E anche questa che sto scrivendo è un'impressione, ma ricca di emozioni, molto più del solito. Il perché è ovvio: l'umana avventura di Ken ha avuto un termine. L'ho atteso per tanti anni, questo epilogo. Ho intervistato anche i due autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, sperando vanamente e ingenuamente di estorcere qualcosa. E poi finalmente è accaduto. Venerdì sera, 10 aprile, ho atteso che ogni rumore della casa scemasse e ho girato la copertina di Fin dove arriva il mattino. Ogni tavola è stata una sassata emotiva. Rivedere libero Ken mi ha suscitato un grande sollievo. Riconoscere il suo profilo, seppur stanco, sul cavallo e poi il primo piano del suo viso mi ha commosso. E' stato come riabbracciare un vecchio amico, che si sapeva lontano e si dubitava perfino di poter ritrovare. E invece Ken era di nuovo in sella e io a fianco a lui.
E poi si è sviluppata l'ultima avventura di Ken. Una storia durissima, violenta, un pugno nello stomaco. Una storia in cui Ken si mostra in tutta la sua fragilità. Vent'anni di prigione cambiano irrimediabilmente una persona. E nemmeno Ken sfugge a questa regola. Come potrebbe? Ken non è mai stato un invincibile eroe, ma è stato sempre e soltanto un uomo, con tutti i difetti e tutti gli ideali, con tutti gli errori e tutti gli slanci di cui un essere umano è capace. Questo è Ken: non un personaggio di carta, ma una persona vera, viva, reale. Solo una persona reale con i suoi sessant'anni, e non un eroe di carta con la sua eternità, avrebbe potuto sopportare le violenze che i suoi ex compagni di galera, più giovani e numerosi di lui, perpetravano sistematicamente sulle due donne che avevano rapito. Un lettore che non conosce Ken avrebbe perfino potuto pensare ad una sua complicità, si sarebbe domandato "Ma che razza di personaggio è questo Ken? Perché non reagisce subito, salva le donne e uccide tutti i cattivi?". Perché non può, perché non ce la fa, perché deve aspettare il momento propizio per provarci. E quando questo si presenta, non esita a giocarsi il tutto per tutto per tentare di salvarle. E ci riesce: le donne, Olivia la madre e Frances la figlia, sono vive e gli ex galeotti tutti morti. Non li ha uccisi tutti Ken, non avrebbe potuto nelle sue condizioni, una mano gliel'ha data lo sceriffo e la posse che stavano dando loro la caccia.


Ma alla fine capita l'imponderabile. L'imprevedibilità della vita, quell'elemento della nostra esistenza che sa regalare grandi gioie ma anche profondi dolori, ciò che, secondo Sartre, rende possibile la nostra libertà di uomini, ci porta via Ken. Non è immaginabile il dolore prodotto dalle ultime tavole di Fin dove arriva il mattino. E' lo stesso che si prova quando muore un amico, quando rimani solo, quando sai che non lo rivedrai mai più. Perché è così: non rivedremo Ken mai più, in nessuna altra storia, perché Ken è morto. Ma abbiamo avuto il privilegio di essergli a fianco mentre ci lasciava. Dopo tanto dolore nelle tavole precedenti, e nonostante la fine stia ormai per arrivare, Ken ci lascia con grande dignità. Forse è proprio questo aspetto che mi ha commosso di più. La luce dopo tante tenebre, è data ancora una volta dall'ennesimo gesto di umana solidarietà con cui Ken ci saluta. Seduto con la schiena appoggiata alla ruota di un carro, la casacca bianca ormai intrisa del suo sangue, Ken chiede a Olivia di poterle tenere la mano. Avevamo capito, lungo la storia, che fra i due era nato un sentimento e, un po', avevamo sperato in un lieto fine. Ma Ken non ha mai avuto dei finali consolatori, Ken non è nato per confortarci, ma per raccontare la vita, le persone, con tutto il bene e il male che ci sta dentro. L'ultimo Ken che ci si para davanti agli occhi è lì, con una donna al suo fianco, a cui tiene stretta la mano, e di fronte a loro l'alba, le prime luci del mattino. Ken sta per morire ma è sereno. Sa di aver vissuto con pienezza la sua vita, di aver dato tutto quello che poteva dare, di aver cercato, con tutti i propri limiti, di rendere il proprio mondo un po' migliore, di essersi speso per gli altri, di aver gioito con loro e di aver pianto per loro. E quindi può morire in pace, privilegio di pochi.


Non c'era altra fine possibile per Ken Parker. Alcuni lettori in rete si stanno già lamentando che non è giusto che Ken dopo vent'anni di prigione muoia così, che era suo diritto, dopo tante sofferenze, poter continuare a vivere, magari vicino al figlio Teddy o all'indimenticabile Pat. Altri accusano Berardi e Milazzo di essere stati irriconoscenti nei loro confronti e nella loro quasi ventennale pazienza, tradita da una fine così tragica del loro eroe. Altri ancora pensano che fino a quando non si vedrà un certificato di morte di Ken, allora si può ancora sperare in una ricomparsa di Lungo Fucile. Cazzate! Grandi, enormi cazzate! Cazzate scritte da chi considera Ken come un classico personaggio d'avventura del fumetto popolare, dimostrando di non averlo per niente capito. Ken non c'entra niente con gli eroi dei fumetti che conosciamo. Ken è andato oltre, anzi, non ci è mai arrivato ad essere un eroe perché lui è, semplicemente, una persona. Che vive, e che poi muore. E Fin dove arriva il mattino è la storia della sua morte. E non rompete le palle con i disegni di Milazzo che son troppo espressionistici e che le mani son troppo grosse e che questo e che quell'altro. I disegni di Milazzo rendono tutta l'intensità e la tragicità della storia. E le due tavole finali sono le più belle che abbia mai disegnato.
Questo è un post emotivo, un post di uno che ha amato tanto Ken Parker, che l'ha considerato come un amico, un compagno di viaggio, una persona con cui confrontarsi. E che adesso lo saluta, per l'ultima volta.
So long, Ken!

martedì 7 aprile 2015

Il Canto di Natale di Ken Parker, prima della fine


Canto di Natale ha rappresentato una speranza, anzi di più, una certezza per noi lettori. Dopo oltre quindici anni Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo davano alle stampe un episodio inedito di Ken Parker. I due creatori del personaggio presero a prestito un titolo dickensiano per regalarci una storia contenuta all'interno di un lussuoso (e costoso) portfolio di dodici tavole a colori e di grande formato, pubblicato da Spazio Corto Maltese Edizioni. Lucca Comics & Games del 2013 fu la cornice ideale per presentare questa piccola perla, e per annunciare che l'umana avventura di Lungo Fucile avrebbe finalmente avuto un termine. Nella primavera successiva, infatti, Mondadori varò la collana settimanale Ken Parker, con l'intento di riproporre l'intera saga del biondo trapper, riveduta e corretta dagli autori stessi. Quarantanove volumi si sono succeduti fino ad oggi, permettendo ai vecchi lettori come me di cavalcare ancora insieme a Ken lungo le piste che conoscevamo bene. È stato un viaggio affascinante che ci ha portati a pochi giorni dalla pubblicazione di Fin dove arriva il mattino, l'episodio finale, la storia inedita, il cinquantesimo volume conclusivo della collana. Venerdì 10 aprile 2015 le edicole, le fumetterie e le librerie distribuiranno l'ultima storia di Ken. Sappiamo già che è ambientata in Montana nel 1908, sappiamo che Ken è libero e che il suo viso mostra i segni degli oltre sessant'anni trascorsi.



È un sollievo saperlo fuori da quel mondo carcerario in cui, invece, Canto di Natale lo vede sempre recluso. Ancora una storia senza speranza, quella raccontata da Berardi e Milazzo nelle dodici tavole del 2013, oggi ripubblicate da Mondadori nel volume numero 49 della collana, intitolato La grande avventura - parte seconda. Le mura delle prigioni di stato del Montana nascondono una storia di violenta e crudele sopraffazione da parte di Finney, una guardia carceraria, ai danni di Lyle, un detenuto compagno di Ken. Successivamente alla morte di Lyle, Ken e gli altri reclusi decidono di reagire. Le voci del coro dei galeotti, costretti dal direttore del penitenziario ad intonare il canto natalizio Silent night, coprono le urla di Finney, vittima della vendetta dei detenuti. Ken si rende corresponsabile di un omicidio premeditato, contraddicendo quindi i propri ideali. Ma Ken è un uomo, e sta vivendo all'interno di un universo dove non esistono regole civili, dove vige solo il sopruso e l'arbitrio del più forte nei confronti del più debole. E Ken, in quanto debole, deve quindi difendersi, deve tutelare se stesso e quelli come lui. L'omicidio di Finney è dettato certamente dalla rabbia violenta e dal desiderio di vendetta. Ma è nello stesso tempo un atto di difesa, di protezione della propria vita, di dimostrazione della propria capacità di reazione, del proprio istinto di sopravvivenza. E' un atto sì calcolato e progettato con la ragione, ma è figlio dell'istinto.
Il tratto espressionistico di Milazzo, qui ancora più sporco, è tutt'uno con la narrazione. La fusione del disegno con il mood nero della storia è massimo. La luce si apre solo nella tavola finale, quando Ken e compagni raccontano una pietosa menzogna alla vedova di Lyle circa le cause della sua morte. Nell'ultima vignetta, nelle lacrime di Ken che stringe fra le braccia la figlia neonata di Lyle, nelle parole che pronuncia "È tanto tempo... tanto tempo...", ritroviamo tutta la sua umanità. Dopo tanto tempo e tanti episodi di violenza e disumanità, Ken tiene in mano qualcosa di pulito, di innocente, un germe di speranza e di fiducia verso l'uomo. E le lacrime non possono che sgorgare, tanto in lui, quanto in noi.

sabato 4 aprile 2015

Coney Island: la prima mini-miniserie targata Bonelli


Inizia sotto i migliori auspici la nuova iniziativa editoriale della Bonelli che sostituisce la collana semestrale dei Romanzi a fumetti. Mi riferisco alle cosiddette mini-miniserie, ovvero a cicli di storie che si svilupperanno su tre o quattro albi mensili. Ogni mini-collana avrà una propria numerazione e si distinguerà da quella successiva per ambientazione, personaggi e periodo storico. Un po' quello che accade con la serie Le Storie, che però si differenzia perché costituisce nel suo insieme un'unica collana e per il fatto che la singola storia copre lo spazio di un solo albo. Nelle mini-miniserie il respiro sarà invece più ampio: si assaporerà il gusto dell'attesa della prossima uscita mensile per scoprire come prosegue la vicenda, sapendo che comunque questa avrà una fine molto vicina nel tempo. Si viene incontro, cioè, ancora una volta a quella categoria di lettori che si scoraggiano di fronte ad una serie di durata indefinita, o perfino davanti ad una miniserie annuale. Per me il format non è un problema: mi basta che una storia funzioni, che la trama sia accattivante, che i personaggi siano solidi e convincenti e che, possibilmente, mi dia anche qualche spunto di riflessione (sì, lo so, non è poco...).
Assolve perfettamente il compito La pupa e lo sbirro, primo episodio su tre di Coney Island, storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, un trio di artisti con i quali si va sul sicuro, già rodato a lungo sulle pagine dell'indimenticabile Magico Vento. La serie western godette dell'apporto decisivo di validissimi disegnatori, come Ivo Milazzo, Jose OrtizGoran Parlov o Pasquale Frisenda, ma le matite di Barbati e le chine di Ramella costituirono per me il marchio di fabbrica grafico di Magico Vento: quando tuttora penso allo sciamano bianco dei Sioux, lo vedo nell'interpretazione che ne diedero i due.


Rende molto tristi sapere di avere fra le mani l'ultima fatica di Barbati, prematuramente scomparso pochi mesi fa. Ci lascia un'opera nella quale ancora una volta, grazie anche al lavoro di Ramella, la resa grafica dei personaggi e delle scene di insieme, soprattutto quelle più corali, si fondono perfettamente con la storia, ne danno spessore e sostanza. Merito certamente anche del soggetto e della sceneggiatura, ovvero di Gianfranco Manfredi. L'ambientazione, personalmente, non è fra le mie preferite: la New York dei primi Anni Venti e le gangster stories non mi hanno mai particolarmente attratto. Ma qui sono stato colpito fin dalla prima tavola dalla presentazione di uno dei protagonisti, lo sbirro Jack Sloane che, per far cantare i delinquenti, non esita ad usare le maniere forti. La psicologia del detective è tratteggiata con rapidi tocchi e dopo poche tavole abbiamo già capito di che tipo si tratta: brusco, duro ed onesto. Uno che la confusione dello sfolgorante luna park di Coney Island non l'avrebbe nemmeno sfiorata, se a chiederglielo non fosse stata la pupa Brenda Young, una ragazza di provincia, una farfalla attratta dalle luci della Grande Mela, ma finita in un giro più grande di lei.
I destini dei due protagonisti si sono lambiti a lungo nel bar dove lo sbirro si rilassa alla fine del turno e la pupa lavora come cameriera, fino a quando un insperato invito di Brenda porta i due ad immergersi nel caos di Coney Island. Spettacolari le tavole nelle quali  Barbati e Ramella rappresentano la folla che riempie il luna park e le sue attrazioni. Il tema dei gangster e della mafia c'è ed è certo fondamentale, ma Manfredi inserisce altri spunti che rendono la storia molto accattivante. Innanzitutto documenta, attraverso la figura di Brenda, un fenomeno sociale che si stava sviluppando in quegli anni, ovvero la figura di donna emancipata, libera ed indipendente, fatto del tutto nuovo e inimmaginabile fino a pochi anni prima. E poi arricchisce la trama con dei personaggi interessanti, come il mago illusionista Mister Frolic e il motociclista acrobatico Speedy, che introducono nella storia degli elementi legati al paranormale e al mistero, tali che l'attesa del secondo albo, Al Capone ringrazia, è già altissima.
Ciliegina sulla torta: l'evocativo disegno di copertina di Corrado Mastantuono.

martedì 31 marzo 2015

Ken Parker: la lunga attesa dopo "Faccia di rame"


Ken in raccoglimento davanti alla tomba di Ishi: è stata questa la tavola decisamente triste con cui Ken si è congedato dai suoi lettori. Un "so long!" amaro, pronunciato anche dai suoi autori, Berardi e Milazzo, in calce all'ultima vignetta. Per più di quindici anni ci siamo portati dentro questa mesta immagine, sapendo che in realtà (o meglio nella finzione, anche se si fa fatica a parlare di fantasia con un personaggio così realistico) Ken ci sta raccontando una storia del suo passato. Lui si trova in carcere, in una condizione apparentemente senza speranza, e la vicenda di Ishi, l'ultimo rappresentante della tribù degli Yana, è collocata al di fuori della continuity.
Rileggendo l'episodio Faccia di Rame, ripubblicato dalla Mondadori come volume numero 47 della collana Ken Parker, ho trovato che Berardi ci regala una storia ricca dei temi che ci hanno fatto amare questa serie. Innanzitutto l'amicizia. Il rapporto che Ken instaura con Duke Shaw, sceriffo della cittadina californiana di Oroville e suo ex commilitone nell'esercito, è di quelli improntati sulla sincerità, rispetto e reciproco sostegno. La stessa cosa succede con la figlia Joan e l'antropologo Hoerner. Poi la sua attitudine connaturata nel contrastare i pregiudizi, mettendoci la faccia ed esponendosi in prima persona. Le scorciatoie mentali con cui si cortocircuita la ragione e si isola l'empatia, hanno portato solo tragici disastri nel corso della Storia. Ad Oroville sta per accadere di nuovo: i civilissimi cittadini vogliono linciare uno scheletrico indiano perché ritenuto capace di vivere solo con il furto, e quindi parassita pericoloso per la società dei bianchi. Qui si innesta un terzo grande tema, uno dei leitmotiv dell'intera serie: lo sterminio dei Nativi americani.



La storia narrata in questo episodio si ispira ad un fatto realmente avvenuto. Il vero Ishi visse fra i bianchi alcune decine di anni più tardi, fra il 1911 e il 1916. Si trattava realmente dell'ultimo rappresentante della sua tribù, spazzata via senza pietà dall'avanzata civilizzatrice dei bianchi. Berardi non ci risparmia le scene decisamente forti in cui si racconta di come, prima la tribù e poi la famiglia di Ishi, sono sterminate dalla cieca violenza dei pionieri, un genocidio mascherato da legittima conquista. Nonostante tutto, Ishi si ambienta nella piccola cittadina, senza portare rancore verso quel mondo che ha distrutto la sua storia. Dimostra un atteggiamento di fiducia e di curiosità verso il prossimo, subendo prima l'ostilità dei paesani (correndo anche il rischio di un secondo linciaggio) e diventando poi un eroe, grazie al salvataggio dei bambini della scuola e della loro maestra durante il tremendo alluvione che devasta la cittadina. Ishi quindi si trasferisce a San Francisco insieme a Joan che convola a nozze con l'antropologo. Qui diventa un'attrazione del locale museo, senza comunque mai perdere la propria dignità ed essendo trattato sempre con rispetto. Ken lo perde di vista e riceve per lettera da Joan le tristi novità riguardanti la sua morte avvenuta dopo alcuni anni a causa della tubercolosi:
"Così, caro Ken, stoico e senza paura, il nostro Ishi ci ha lasciati. Per lui eravamo dei bambini viziati, intelligenti ma poco saggi. Sapevamo molte cose, sì, ma non tutte vere. Lui invece conosceva la natura che è sempre vera. Era buono, coraggioso ed equilibrato; e nonostante gli fosse stato portato via tutto, non c'era rancore nel suo cuore. Aveva l'animo di un bambino e la mente di un filosofo. Dacci presto tue notizie, ti prego. Ti lascio con il saluto preferito di Ishi: "Restate, io vado"."
E qui ritorna la tavola finale, nella quale Ken rende omaggio alla memoria di Ishi.
Come detto sopra, da gennaio 1998 a ottobre 2013 è stata questa l'immagine di Lungo Fucile che ci siamo portati dentro. L'abbiamo sostituita un anno e mezzo fa con le dodici tavole di Canto di Natale, il racconto inedito pubblicato dalla Spazio Corto Maltese, che vede Ken ancora galeotto, ancora in una situazione senza speranza. Non vediamo l'ora di vedere cosa succederà fra poco più di una settimana, quando la Mondadori pubblicherà Fin dove arriva il mattino, l'episodio inedito che porrà la parola fine all'umana avventura di Ken. La copertina e le tavole diffuse in anteprima ce lo mostrano libero, a cavallo, in mezzo alla natura. Finalmente. 

sabato 28 marzo 2015

La piccola grande storia di Saguaro


Saguaro è giunto alla fine della pista. Col numero 35, intitolato Oltre l'orizzonte, da pochi giorni in edicola, si conclude la serie a fumetti della Sergio Bonelli Editore scritta da Bruno Enna. Per quasi tre anni l'autore sardo ci ha introdotto in un mondo e un personaggio affascinanti. Per chi ama la Storia dei Nativi americani, Saguaro è stato un fumetto importante. Ambientato nei primi anni Settanta del secolo scorso, ci ha mostrato, in chiave avventurosa da buona tradizione bonelliana, come vivono i discendenti di quel popolo che è stato sconfitto sul campo, ma non nell'onore, da un invasore troppo numeroso e tecnologicamente avanzato da potergli resistere. Abbiamo capito che le rivendicazioni dei Nativi rimangono le stesse di quelle che avanzavano i loro progenitori di un secolo prima. Abbiamo visto come l'integrazione forzata e la ribellione siano due facce della stessa tragica medaglia. Bruno Enna ha avuto il merito di accostarsi a questa Storia così complessa con grande umiltà e rispetto. Lo ha fatto attraverso una storia personale, quella del navajo Thorn Kitcheyan detto Saguaro, un uomo alla ricerca della propria identità. Con l'ultimo episodio, disegnato magistralmente da Luigi Siniscalchi, Enna scrive una splendida conclusione del conflitto che Thorn ha vissuto dentro di sé. Non poteva che essere Nastas Begay, l'amico di sempre, il fratello di una vita, il ribelle ricercato dall'FBI, ad accompagnare Saguaro alla presa di coscienza finale. Nell'ultima tavola, oltre l'orizzonte si stagliano le figure dei compagni di strada, di coloro con cui Thorn ha condiviso il proprio percorso. La storia editoriale di Saguaro è finita, ma la sua strada continua, se non altro nel cuore dei lettori che l'hanno seguito con tanta passione. Non è questo il post in cui commentare come mai una serie così bella termini dopo soli 35 numeri. Questo post deve terminare con una sola parola rivolta a Bruno Enna, ai disegnatori e a tutti i collaboratori della serie: grazie.

domenica 8 marzo 2015

Ken Parker senza speranza



Ancora il carcere. È questo il contesto in cui la continuty dell'umana avventura di Ken Parker si interrompe nel primo dei quattro albi speciali semestrali (pubblicato per la prima volta dalla Sergio Bonelli Editore nel luglio del 1996 e ristampato una settimana fa da Mondadori) con i quali il Nostro si congeda dai suoi lettori. Due dei tre albi successivi, infatti, narrano di avventure che si collocano temporalmente prima de I condannati e uno vede il figlio Teddy come protagonista. Il ritorno al formato bonelliano classico trova Chemako testimone di una delle peggiori situazioni umane in cui sia mai capitato. Dopo la rivolta del carcere di Jackson, di cui è stato uno dei protagonisti, Ken viene trasferito in un penitenziario di massima sicurezza, a Fort Lauderdale, in mezzo alle everglades della Florida. Un ambiente inospitale, in cui la natura è il primo elemento punitivo nei confronti dei prigionieri, ma non il peggiore. Se a Jackson il tentativo (vano) del direttore era stato quello di impostare la detenzione dei carcerati su delle basi rieducative, qui a Fort Lauderdale non c'è nessuna speranza. Il fine è solo la punizione, dura, spietata, violenta, senza redenzione. Un lager, dove i condannati sono sottoposti ad un lavoro massacrante in mezzo alla palude, in balia di secondini che giocano con la loro vita mentre il direttore dedica attenzioni “particolari” ad alcuni detenuti. Un incubo nel quale Ken riesce a mantenere viva, nonostante tutto, la propria umanità, che si manifesta innanzitutto nell'aiuto ad Hamilton, un condannato anziano. Intorno a questo compagno di sventure e alla sua storia si dipana la trama di questo albo che si conclude tragicamente con un inutile tentativo di fuga, in cui lo stesso Ken viene coinvolto contro la propria volontà.



Come al solito, nei soggetti di Giancarlo Berardi, la storia con i suoi sviluppi ben congegnati è funzionale a far emergere lo spessore dei personaggi, con il loro corredo di sentimenti e di idee. Giri l'ultima pagina e ti accorgi che quello che rimane non è la soluzione ingegnosa con cui Ken ha individuato l'assassino di Hamilton, ma sono le emozioni e i volti dei protagonisti, da Hamilton al direttore, dal medico al secondino, dal detenuto in fin di vita a quello suicida. Tanti personaggi, tante facce (splendidamente disegnate da Pasquale Frisenda e Laura Zuccheri), tante storie di tragica umanità, tutte accomunate da uno sguardo che non lascia spazio a nessuna speranza. È un'amarezza indicibile che ti consegna questa storia, una visione dell'uomo e del suo mondo senza possibilità di salvezza. Manca solo un mese all'epilogo inedito delle avventure di Ken, che lo vedranno, già lo sai, finalmente fuori dal carcere: e questo ti rincuora. Ma ti sei portato dentro per quasi vent'anni quest'amarezza. E, da lettore appassionato di un personaggio che, per il suo realismo, buca la carta su cui è disegnato per entrare nella vita, non puoi altro che constatare che è stato un vero peso.

domenica 22 febbraio 2015

Il cuore di tenebra di Adam Wild

Il colonialismo occidentale ha avuto lungo i secoli diverse facce, quasi sempre impresentabili, ma è difficile trovarne una così ipocrita come quella offerta da Leopoldo II, sovrano del Belgio, a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo. Il teatro delle sue scellerate imprese fu quella vasta regione africana che oggi chiamiamo Repubblica Democratica del Congo e che allora, con spudorata falsità, venne battezzata Stato libero del Congo. Di libero, quello Stato, non ebbe nulla: le risorse naturali furono depredate e si praticò il commercio degli schiavi. Il sangue dei nativi fu versato a fiumi: mai, lungo la loro storia, le tribù della regione conobbero un periodo così violento.
E' in questo spietato scenario storico che Gianfranco Manfredi ci immerge attraverso il quinto albo della sua fortunata serie a fumetti intitolata con il nome del suo protagonista, lo strafottente e temerario esploratore scozzese Adam Wild. Vitalità e freschezza avevano caratterizzato la prima uscita di questa collana Bonelli, salutata da tutti come il grande ritorno dell'Avventura d'altri tempi fra le serie a fumetti della casa editrice milanese. E' così è stato, anche se Manfredi riesce sempre a connotare con il suo stile narrativo molto personale le storie che racconta, rendendole moderne anche quando si riferiscono a fatti storici lontani nel tempo e, almeno apparentemente, così diversi dal nostro modo di vivere attuale.


La terza luna, titolo dell'ultimo albo, è un viaggio dentro l'inferno. Un inferno popolato da cannibali, torture, soprusi, terrore. Ma in questo scenario da cuore di tenebra si erge la luce di un personaggio che combatte la sua lotta personale contro lo schiavismo. E lo fa a viso aperto, con un sorriso beffardo e guascone sulle labbra. Non si crede un salvatore illuminato che ha una nobile missione da compiere. No, lui si butta nella mischia seguendo quello che il cuore gli dice. E questo accade anche nella storia presente, quando vediamo Adam, stanco e con la barba lunga dopo una estenuante marcia attraverso la foresta, raggiungere una stazione commerciale gestita dagli Anderson, due americani, padre e figlio. Qui apprende della guerra portata nella regione dalla tribù cannibale degli Zappo Zap, capitanata dal crudele capo Malumba. Scopre che i belgi sono in affari con gli Zappo Zap, che forniscono schiavi (della tribù dei Kuba che vivono in pace commerciando avorio con gli Anderson) in cambio di fucili. Adam non ci pensa su un istante e si butta a capofitto nell'impresa apparentemente disperata di sgominare il traffico di esseri umani. Se la decisione è presa d'impulso, non vuol dire che l'azione sia portata avanti con incoscienza, tutt'altro: Adam si rivela un fine stratega, sfruttando a vantaggio proprio e dei Kuba la fragile alleanza fra i belgi del cinico capitano Dufour e i guerrieri di Malumba.


Indiscutibilmente, gran parte del fascino esercitato da questa avventura, viene dai disegni di Antonio Lucchi, new entry in casa Bonelli. Se nel primo numero della serie, i disegni chiari di Alessandro Nespolino avevano ritratto con precisione la città di Zanzibar, ne La terza luna Lucchi ci presenta con grande vividezza una foresta a tinte forti. Lo stile espressionistico del disegnatore sassarese è perfetto nell'evidenziare la crudeltà nei volti di Malumba e dei suoi: lo sguardo spietato e i denti aguzzi degli Zappo Zap conferiscono loro un'espressione demoniaca esaltata dallo stile di Lucchi. Di grande effetto le scene di sacrificio umano ambientate all'interno del campo dei cannibali, così come quelle della battaglia finale. La luna rischiara di un sinistro bagliore la notte in cui avviene lo scontro fra le tre forze in campo: i Kuba con gli Anderson e Adam, gli Zappo Zap di Malumba e i soldati belgi di Dufour. Il tratto (digitale perché realizzato al computer) di Lucchi è abile nel conferire alle scene di scontro un forte dinamismo, senza mai cadere nella confusione. Di notevole impatto anche i primi piani dei protagonisti, i cui volti sono ritratti in numerose espressioni senza mai perdere la caratterizzazione del personaggio, o le inquadrature molto cinematografiche.


La Storia va rispettata e, se Malumba e gli Zappo Zap vengono sconfitti e i Kuba liberati, i belgi perdono soltanto questa battaglia, ritirandosi dietro a un Dufour che, umiliato da Adam, si augura, vendicativo, un futuro incontro. L'albo termina qualche tempo dopo e in un altro luogo. Dopo una lunga e trepidante attesa, il conte Molfetta può riabbracciare calorosamente Adam, ritornato da un'esperienza che lo ha duramente provato. Manfredi sembra suggerire che l'abbraccio di un amico, ritratto splendidamente da Lucchi alla luce del sole al tramonto, è uno dei pochi gesti di umanità che fa ritornare la fiducia nel genere umano.

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