domenica 12 aprile 2015

Ken Parker, alla fine

Questo è un post emotivo e riguarda Fin dove arriva il mattino, il volume finale della collana Ken Parker, edita da Mondadori. Chi non vuole conoscere nessuna anticipazione sui suoi contenuti, abbandoni qui e ora la lettura.


Questo è un post emotivo. Non si prefigge alcun commento tecnico sulla storia: d'altronde non sono un critico di fumetti e questo blog non ha mai avuto l'ambizione di esserlo. Questo blog è nato come omaggio a Ken Parker, il mio fumetto preferito, ma è stato anche un posto dove mettere nero su bianco le mie impressioni di lettore appassionato di fumetti. E anche questa che sto scrivendo è un'impressione, ma ricca di emozioni, molto più del solito. Il perché è ovvio: l'umana avventura di Ken ha avuto un termine. L'ho atteso per tanti anni, questo epilogo. Ho intervistato anche i due autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, sperando vanamente e ingenuamente di estorcere qualcosa. E poi finalmente è accaduto. Venerdì sera, 10 aprile, ho atteso che ogni rumore della casa scemasse e ho girato la copertina di Fin dove arriva il mattino. Ogni tavola è stata una sassata emotiva. Rivedere libero Ken mi ha suscitato un grande sollievo. Riconoscere il suo profilo, seppur stanco, sul cavallo e poi il primo piano del suo viso mi ha commosso. E' stato come riabbracciare un vecchio amico, che si sapeva lontano e si dubitava perfino di poter ritrovare. E invece Ken era di nuovo in sella e io a fianco a lui.
E poi si è sviluppata l'ultima avventura di Ken. Una storia durissima, violenta, un pugno nello stomaco. Una storia in cui Ken si mostra in tutta la sua fragilità. Vent'anni di prigione cambiano irrimediabilmente una persona. E nemmeno Ken sfugge a questa regola. Come potrebbe? Ken non è mai stato un invincibile eroe, ma è stato sempre e soltanto un uomo, con tutti i difetti e tutti gli ideali, con tutti gli errori e tutti gli slanci di cui un essere umano è capace. Questo è Ken: non un personaggio di carta, ma una persona vera, viva, reale. Solo una persona reale con i suoi sessant'anni, e non un eroe di carta con la sua eternità, avrebbe potuto sopportare le violenze che i suoi ex compagni di galera, più giovani e numerosi di lui, perpetravano sistematicamente sulle due donne che avevano rapito. Un lettore che non conosce Ken avrebbe perfino potuto pensare ad una sua complicità, si sarebbe domandato "Ma che razza di personaggio è questo Ken? Perché non reagisce subito, salva le donne e uccide tutti i cattivi?". Perché non può, perché non ce la fa, perché deve aspettare il momento propizio per provarci. E quando questo si presenta, non esita a giocarsi il tutto per tutto per tentare di salvarle. E ci riesce: le donne, Olivia la madre e Frances la figlia, sono vive e gli ex galeotti tutti morti. Non li ha uccisi tutti Ken, non avrebbe potuto nelle sue condizioni, una mano gliel'ha data lo sceriffo e la posse che stavano dando loro la caccia.


Ma alla fine capita l'imponderabile. L'imprevedibilità della vita, quell'elemento della nostra esistenza che sa regalare grandi gioie ma anche profondi dolori, ciò che, secondo Sartre, rende possibile la nostra libertà di uomini, ci porta via Ken. Non è immaginabile il dolore prodotto dalle ultime tavole di Fin dove arriva il mattino. E' lo stesso che si prova quando muore un amico, quando rimani solo, quando sai che non lo rivedrai mai più. Perché è così: non rivedremo Ken mai più, in nessuna altra storia, perché Ken è morto. Ma abbiamo avuto il privilegio di essergli a fianco mentre ci lasciava. Dopo tanto dolore nelle tavole precedenti, e nonostante la fine stia ormai per arrivare, Ken ci lascia con grande dignità. Forse è proprio questo aspetto che mi ha commosso di più. La luce dopo tante tenebre, è data ancora una volta dall'ennesimo gesto di umana solidarietà con cui Ken ci saluta. Seduto con la schiena appoggiata alla ruota di un carro, la casacca bianca ormai intrisa del suo sangue, Ken chiede a Olivia di poterle tenere la mano. Avevamo capito, lungo la storia, che fra i due era nato un sentimento e, un po', avevamo sperato in un lieto fine. Ma Ken non ha mai avuto dei finali consolatori, Ken non è nato per confortarci, ma per raccontare la vita, le persone, con tutto il bene e il male che ci sta dentro. L'ultimo Ken che ci si para davanti agli occhi è lì, con una donna al suo fianco, a cui tiene stretta la mano, e di fronte a loro l'alba, le prime luci del mattino. Ken sta per morire ma è sereno. Sa di aver vissuto con pienezza la sua vita, di aver dato tutto quello che poteva dare, di aver cercato, con tutti i propri limiti, di rendere il proprio mondo un po' migliore, di essersi speso per gli altri, di aver gioito con loro e di aver pianto per loro. E quindi può morire in pace, privilegio di pochi.


Non c'era altra fine possibile per Ken Parker. Alcuni lettori in rete si stanno già lamentando che non è giusto che Ken dopo vent'anni di prigione muoia così, che era suo diritto, dopo tante sofferenze, poter continuare a vivere, magari vicino al figlio Teddy o all'indimenticabile Pat. Altri accusano Berardi e Milazzo di essere stati irriconoscenti nei loro confronti e nella loro quasi ventennale pazienza, tradita da una fine così tragica del loro eroe. Altri ancora pensano che fino a quando non si vedrà un certificato di morte di Ken, allora si può ancora sperare in una ricomparsa di Lungo Fucile. Cazzate! Grandi, enormi cazzate! Cazzate scritte da chi considera Ken come un classico personaggio d'avventura del fumetto popolare, dimostrando di non averlo per niente capito. Ken non c'entra niente con gli eroi dei fumetti che conosciamo. Ken è andato oltre, anzi, non ci è mai arrivato ad essere un eroe perché lui è, semplicemente, una persona. Che vive, e che poi muore. E Fin dove arriva il mattino è la storia della sua morte. E non rompete le palle con i disegni di Milazzo che son troppo espressionistici e che le mani son troppo grosse e che questo e che quell'altro. I disegni di Milazzo rendono tutta l'intensità e la tragicità della storia. E le due tavole finali sono le più belle che abbia mai disegnato.
Questo è un post emotivo, un post di uno che ha amato tanto Ken Parker, che l'ha considerato come un amico, un compagno di viaggio, una persona con cui confrontarsi. E che adesso lo saluta, per l'ultima volta.
So long, Ken!

martedì 7 aprile 2015

Il Canto di Natale di Ken Parker, prima della fine


Canto di Natale ha rappresentato una speranza, anzi di più, una certezza per noi lettori. Dopo oltre quindici anni Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo davano alle stampe un episodio inedito di Ken Parker. I due creatori del personaggio presero a prestito un titolo dickensiano per regalarci una storia contenuta all'interno di un lussuoso (e costoso) portfolio di dodici tavole a colori e di grande formato, pubblicato da Spazio Corto Maltese Edizioni. Lucca Comics & Games del 2013 fu la cornice ideale per presentare questa piccola perla, e per annunciare che l'umana avventura di Lungo Fucile avrebbe finalmente avuto un termine. Nella primavera successiva, infatti, Mondadori varò la collana settimanale Ken Parker, con l'intento di riproporre l'intera saga del biondo trapper, riveduta e corretta dagli autori stessi. Quarantanove volumi si sono succeduti fino ad oggi, permettendo ai vecchi lettori come me di cavalcare ancora insieme a Ken lungo le piste che conoscevamo bene. È stato un viaggio affascinante che ci ha portati a pochi giorni dalla pubblicazione di Fin dove arriva il mattino, l'episodio finale, la storia inedita, il cinquantesimo volume conclusivo della collana. Venerdì 10 aprile 2015 le edicole, le fumetterie e le librerie distribuiranno l'ultima storia di Ken. Sappiamo già che è ambientata in Montana nel 1908, sappiamo che Ken è libero e che il suo viso mostra i segni degli oltre sessant'anni trascorsi.



È un sollievo saperlo fuori da quel mondo carcerario in cui, invece, Canto di Natale lo vede sempre recluso. Ancora una storia senza speranza, quella raccontata da Berardi e Milazzo nelle dodici tavole del 2013, oggi ripubblicate da Mondadori nel volume numero 49 della collana, intitolato La grande avventura - parte seconda. Le mura delle prigioni di stato del Montana nascondono una storia di violenta e crudele sopraffazione da parte di Finney, una guardia carceraria, ai danni di Lyle, un detenuto compagno di Ken. Successivamente alla morte di Lyle, Ken e gli altri reclusi decidono di reagire. Le voci del coro dei galeotti, costretti dal direttore del penitenziario ad intonare il canto natalizio Silent night, coprono le urla di Finney, vittima della vendetta dei detenuti. Ken si rende corresponsabile di un omicidio premeditato, contraddicendo quindi i propri ideali. Ma Ken è un uomo, e sta vivendo all'interno di un universo dove non esistono regole civili, dove vige solo il sopruso e l'arbitrio del più forte nei confronti del più debole. E Ken, in quanto debole, deve quindi difendersi, deve tutelare se stesso e quelli come lui. L'omicidio di Finney è dettato certamente dalla rabbia violenta e dal desiderio di vendetta. Ma è nello stesso tempo un atto di difesa, di protezione della propria vita, di dimostrazione della propria capacità di reazione, del proprio istinto di sopravvivenza. E' un atto sì calcolato e progettato con la ragione, ma è figlio dell'istinto.
Il tratto espressionistico di Milazzo, qui ancora più sporco, è tutt'uno con la narrazione. La fusione del disegno con il mood nero della storia è massimo. La luce si apre solo nella tavola finale, quando Ken e compagni raccontano una pietosa menzogna alla vedova di Lyle circa le cause della sua morte. Nell'ultima vignetta, nelle lacrime di Ken che stringe fra le braccia la figlia neonata di Lyle, nelle parole che pronuncia "È tanto tempo... tanto tempo...", ritroviamo tutta la sua umanità. Dopo tanto tempo e tanti episodi di violenza e disumanità, Ken tiene in mano qualcosa di pulito, di innocente, un germe di speranza e di fiducia verso l'uomo. E le lacrime non possono che sgorgare, tanto in lui, quanto in noi.

sabato 4 aprile 2015

Coney Island: la prima mini-miniserie targata Bonelli


Inizia sotto i migliori auspici la nuova iniziativa editoriale della Bonelli che sostituisce la collana semestrale dei Romanzi a fumetti. Mi riferisco alle cosiddette mini-miniserie, ovvero a cicli di storie che si svilupperanno su tre o quattro albi mensili. Ogni mini-collana avrà una propria numerazione e si distinguerà da quella successiva per ambientazione, personaggi e periodo storico. Un po' quello che accade con la serie Le Storie, che però si differenzia perché costituisce nel suo insieme un'unica collana e per il fatto che la singola storia copre lo spazio di un solo albo. Nelle mini-miniserie il respiro sarà invece più ampio: si assaporerà il gusto dell'attesa della prossima uscita mensile per scoprire come prosegue la vicenda, sapendo che comunque questa avrà una fine molto vicina nel tempo. Si viene incontro, cioè, ancora una volta a quella categoria di lettori che si scoraggiano di fronte ad una serie di durata indefinita, o perfino davanti ad una miniserie annuale. Per me il format non è un problema: mi basta che una storia funzioni, che la trama sia accattivante, che i personaggi siano solidi e convincenti e che, possibilmente, mi dia anche qualche spunto di riflessione (sì, lo so, non è poco...).
Assolve perfettamente il compito La pupa e lo sbirro, primo episodio su tre di Coney Island, storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, un trio di artisti con i quali si va sul sicuro, già rodato a lungo sulle pagine dell'indimenticabile Magico Vento. La serie western godette dell'apporto decisivo di validissimi disegnatori, come Ivo Milazzo, Jose OrtizGoran Parlov o Pasquale Frisenda, ma le matite di Barbati e le chine di Ramella costituirono per me il marchio di fabbrica grafico di Magico Vento: quando tuttora penso allo sciamano bianco dei Sioux, lo vedo nell'interpretazione che ne diedero i due.


Rende molto tristi sapere di avere fra le mani l'ultima fatica di Barbati, prematuramente scomparso pochi mesi fa. Ci lascia un'opera nella quale ancora una volta, grazie anche al lavoro di Ramella, la resa grafica dei personaggi e delle scene di insieme, soprattutto quelle più corali, si fondono perfettamente con la storia, ne danno spessore e sostanza. Merito certamente anche del soggetto e della sceneggiatura, ovvero di Gianfranco Manfredi. L'ambientazione, personalmente, non è fra le mie preferite: la New York dei primi Anni Venti e le gangster stories non mi hanno mai particolarmente attratto. Ma qui sono stato colpito fin dalla prima tavola dalla presentazione di uno dei protagonisti, lo sbirro Jack Sloane che, per far cantare i delinquenti, non esita ad usare le maniere forti. La psicologia del detective è tratteggiata con rapidi tocchi e dopo poche tavole abbiamo già capito di che tipo si tratta: brusco, duro ed onesto. Uno che la confusione dello sfolgorante luna park di Coney Island non l'avrebbe nemmeno sfiorata, se a chiederglielo non fosse stata la pupa Brenda Young, una ragazza di provincia, una farfalla attratta dalle luci della Grande Mela, ma finita in un giro più grande di lei.
I destini dei due protagonisti si sono lambiti a lungo nel bar dove lo sbirro si rilassa alla fine del turno e la pupa lavora come cameriera, fino a quando un insperato invito di Brenda porta i due ad immergersi nel caos di Coney Island. Spettacolari le tavole nelle quali  Barbati e Ramella rappresentano la folla che riempie il luna park e le sue attrazioni. Il tema dei gangster e della mafia c'è ed è certo fondamentale, ma Manfredi inserisce altri spunti che rendono la storia molto accattivante. Innanzitutto documenta, attraverso la figura di Brenda, un fenomeno sociale che si stava sviluppando in quegli anni, ovvero la figura di donna emancipata, libera ed indipendente, fatto del tutto nuovo e inimmaginabile fino a pochi anni prima. E poi arricchisce la trama con dei personaggi interessanti, come il mago illusionista Mister Frolic e il motociclista acrobatico Speedy, che introducono nella storia degli elementi legati al paranormale e al mistero, tali che l'attesa del secondo albo, Al Capone ringrazia, è già altissima.
Ciliegina sulla torta: l'evocativo disegno di copertina di Corrado Mastantuono.

martedì 31 marzo 2015

Ken Parker: la lunga attesa dopo "Faccia di rame"


Ken in raccoglimento davanti alla tomba di Ishi: è stata questa la tavola decisamente triste con cui Ken si è congedato dai suoi lettori. Un "so long!" amaro, pronunciato anche dai suoi autori, Berardi e Milazzo, in calce all'ultima vignetta. Per più di quindici anni ci siamo portati dentro questa mesta immagine, sapendo che in realtà (o meglio nella finzione, anche se si fa fatica a parlare di fantasia con un personaggio così realistico) Ken ci sta raccontando una storia del suo passato. Lui si trova in carcere, in una condizione apparentemente senza speranza, e la vicenda di Ishi, l'ultimo rappresentante della tribù degli Yana, è collocata al di fuori della continuity.
Rileggendo l'episodio Faccia di Rame, ripubblicato dalla Mondadori come volume numero 47 della collana Ken Parker, ho trovato che Berardi ci regala una storia ricca dei temi che ci hanno fatto amare questa serie. Innanzitutto l'amicizia. Il rapporto che Ken instaura con Duke Shaw, sceriffo della cittadina californiana di Oroville e suo ex commilitone nell'esercito, è di quelli improntati sulla sincerità, rispetto e reciproco sostegno. La stessa cosa succede con la figlia Joan e l'antropologo Hoerner. Poi la sua attitudine connaturata nel contrastare i pregiudizi, mettendoci la faccia ed esponendosi in prima persona. Le scorciatoie mentali con cui si cortocircuita la ragione e si isola l'empatia, hanno portato solo tragici disastri nel corso della Storia. Ad Oroville sta per accadere di nuovo: i civilissimi cittadini vogliono linciare uno scheletrico indiano perché ritenuto capace di vivere solo con il furto, e quindi parassita pericoloso per la società dei bianchi. Qui si innesta un terzo grande tema, uno dei leitmotiv dell'intera serie: lo sterminio dei Nativi americani.



La storia narrata in questo episodio si ispira ad un fatto realmente avvenuto. Il vero Ishi visse fra i bianchi alcune decine di anni più tardi, fra il 1911 e il 1916. Si trattava realmente dell'ultimo rappresentante della sua tribù, spazzata via senza pietà dall'avanzata civilizzatrice dei bianchi. Berardi non ci risparmia le scene decisamente forti in cui si racconta di come, prima la tribù e poi la famiglia di Ishi, sono sterminate dalla cieca violenza dei pionieri, un genocidio mascherato da legittima conquista. Nonostante tutto, Ishi si ambienta nella piccola cittadina, senza portare rancore verso quel mondo che ha distrutto la sua storia. Dimostra un atteggiamento di fiducia e di curiosità verso il prossimo, subendo prima l'ostilità dei paesani (correndo anche il rischio di un secondo linciaggio) e diventando poi un eroe, grazie al salvataggio dei bambini della scuola e della loro maestra durante il tremendo alluvione che devasta la cittadina. Ishi quindi si trasferisce a San Francisco insieme a Joan che convola a nozze con l'antropologo. Qui diventa un'attrazione del locale museo, senza comunque mai perdere la propria dignità ed essendo trattato sempre con rispetto. Ken lo perde di vista e riceve per lettera da Joan le tristi novità riguardanti la sua morte avvenuta dopo alcuni anni a causa della tubercolosi:
"Così, caro Ken, stoico e senza paura, il nostro Ishi ci ha lasciati. Per lui eravamo dei bambini viziati, intelligenti ma poco saggi. Sapevamo molte cose, sì, ma non tutte vere. Lui invece conosceva la natura che è sempre vera. Era buono, coraggioso ed equilibrato; e nonostante gli fosse stato portato via tutto, non c'era rancore nel suo cuore. Aveva l'animo di un bambino e la mente di un filosofo. Dacci presto tue notizie, ti prego. Ti lascio con il saluto preferito di Ishi: "Restate, io vado"."
E qui ritorna la tavola finale, nella quale Ken rende omaggio alla memoria di Ishi.
Come detto sopra, da gennaio 1998 a ottobre 2013 è stata questa l'immagine di Lungo Fucile che ci siamo portati dentro. L'abbiamo sostituita un anno e mezzo fa con le dodici tavole di Canto di Natale, il racconto inedito pubblicato dalla Spazio Corto Maltese, che vede Ken ancora galeotto, ancora in una situazione senza speranza. Non vediamo l'ora di vedere cosa succederà fra poco più di una settimana, quando la Mondadori pubblicherà Fin dove arriva il mattino, l'episodio inedito che porrà la parola fine all'umana avventura di Ken. La copertina e le tavole diffuse in anteprima ce lo mostrano libero, a cavallo, in mezzo alla natura. Finalmente. 

sabato 28 marzo 2015

La piccola grande storia di Saguaro


Saguaro è giunto alla fine della pista. Col numero 35, intitolato Oltre l'orizzonte, da pochi giorni in edicola, si conclude la serie a fumetti della Sergio Bonelli Editore scritta da Bruno Enna. Per quasi tre anni l'autore sardo ci ha introdotto in un mondo e un personaggio affascinanti. Per chi ama la Storia dei Nativi americani, Saguaro è stato un fumetto importante. Ambientato nei primi anni Settanta del secolo scorso, ci ha mostrato, in chiave avventurosa da buona tradizione bonelliana, come vivono i discendenti di quel popolo che è stato sconfitto sul campo, ma non nell'onore, da un invasore troppo numeroso e tecnologicamente avanzato da potergli resistere. Abbiamo capito che le rivendicazioni dei Nativi rimangono le stesse di quelle che avanzavano i loro progenitori di un secolo prima. Abbiamo visto come l'integrazione forzata e la ribellione siano due facce della stessa tragica medaglia. Bruno Enna ha avuto il merito di accostarsi a questa Storia così complessa con grande umiltà e rispetto. Lo ha fatto attraverso una storia personale, quella del navajo Thorn Kitcheyan detto Saguaro, un uomo alla ricerca della propria identità. Con l'ultimo episodio, disegnato magistralmente da Luigi Siniscalchi, Enna scrive una splendida conclusione del conflitto che Thorn ha vissuto dentro di sé. Non poteva che essere Nastas Begay, l'amico di sempre, il fratello di una vita, il ribelle ricercato dall'FBI, ad accompagnare Saguaro alla presa di coscienza finale. Nell'ultima tavola, oltre l'orizzonte si stagliano le figure dei compagni di strada, di coloro con cui Thorn ha condiviso il proprio percorso. La storia editoriale di Saguaro è finita, ma la sua strada continua, se non altro nel cuore dei lettori che l'hanno seguito con tanta passione. Non è questo il post in cui commentare come mai una serie così bella termini dopo soli 35 numeri. Questo post deve terminare con una sola parola rivolta a Bruno Enna, ai disegnatori e a tutti i collaboratori della serie: grazie.

domenica 8 marzo 2015

Ken Parker senza speranza



Ancora il carcere. È questo il contesto in cui la continuty dell'umana avventura di Ken Parker si interrompe nel primo dei quattro albi speciali semestrali (pubblicato per la prima volta dalla Sergio Bonelli Editore nel luglio del 1996 e ristampato una settimana fa da Mondadori) con i quali il Nostro si congeda dai suoi lettori. Due dei tre albi successivi, infatti, narrano di avventure che si collocano temporalmente prima de I condannati e uno vede il figlio Teddy come protagonista. Il ritorno al formato bonelliano classico trova Chemako testimone di una delle peggiori situazioni umane in cui sia mai capitato. Dopo la rivolta del carcere di Jackson, di cui è stato uno dei protagonisti, Ken viene trasferito in un penitenziario di massima sicurezza, a Fort Lauderdale, in mezzo alle everglades della Florida. Un ambiente inospitale, in cui la natura è il primo elemento punitivo nei confronti dei prigionieri, ma non il peggiore. Se a Jackson il tentativo (vano) del direttore era stato quello di impostare la detenzione dei carcerati su delle basi rieducative, qui a Fort Lauderdale non c'è nessuna speranza. Il fine è solo la punizione, dura, spietata, violenta, senza redenzione. Un lager, dove i condannati sono sottoposti ad un lavoro massacrante in mezzo alla palude, in balia di secondini che giocano con la loro vita mentre il direttore dedica attenzioni “particolari” ad alcuni detenuti. Un incubo nel quale Ken riesce a mantenere viva, nonostante tutto, la propria umanità, che si manifesta innanzitutto nell'aiuto ad Hamilton, un condannato anziano. Intorno a questo compagno di sventure e alla sua storia si dipana la trama di questo albo che si conclude tragicamente con un inutile tentativo di fuga, in cui lo stesso Ken viene coinvolto contro la propria volontà.



Come al solito, nei soggetti di Giancarlo Berardi, la storia con i suoi sviluppi ben congegnati è funzionale a far emergere lo spessore dei personaggi, con il loro corredo di sentimenti e di idee. Giri l'ultima pagina e ti accorgi che quello che rimane non è la soluzione ingegnosa con cui Ken ha individuato l'assassino di Hamilton, ma sono le emozioni e i volti dei protagonisti, da Hamilton al direttore, dal medico al secondino, dal detenuto in fin di vita a quello suicida. Tanti personaggi, tante facce (splendidamente disegnate da Pasquale Frisenda e Laura Zuccheri), tante storie di tragica umanità, tutte accomunate da uno sguardo che non lascia spazio a nessuna speranza. È un'amarezza indicibile che ti consegna questa storia, una visione dell'uomo e del suo mondo senza possibilità di salvezza. Manca solo un mese all'epilogo inedito delle avventure di Ken, che lo vedranno, già lo sai, finalmente fuori dal carcere: e questo ti rincuora. Ma ti sei portato dentro per quasi vent'anni quest'amarezza. E, da lettore appassionato di un personaggio che, per il suo realismo, buca la carta su cui è disegnato per entrare nella vita, non puoi altro che constatare che è stato un vero peso.

domenica 22 febbraio 2015

Il cuore di tenebra di Adam Wild

Il colonialismo occidentale ha avuto lungo i secoli diverse facce, quasi sempre impresentabili, ma è difficile trovarne una così ipocrita come quella offerta da Leopoldo II, sovrano del Belgio, a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo. Il teatro delle sue scellerate imprese fu quella vasta regione africana che oggi chiamiamo Repubblica Democratica del Congo e che allora, con spudorata falsità, venne battezzata Stato libero del Congo. Di libero, quello Stato, non ebbe nulla: le risorse naturali furono depredate e si praticò il commercio degli schiavi. Il sangue dei nativi fu versato a fiumi: mai, lungo la loro storia, le tribù della regione conobbero un periodo così violento.
E' in questo spietato scenario storico che Gianfranco Manfredi ci immerge attraverso il quinto albo della sua fortunata serie a fumetti intitolata con il nome del suo protagonista, lo strafottente e temerario esploratore scozzese Adam Wild. Vitalità e freschezza avevano caratterizzato la prima uscita di questa collana Bonelli, salutata da tutti come il grande ritorno dell'Avventura d'altri tempi fra le serie a fumetti della casa editrice milanese. E' così è stato, anche se Manfredi riesce sempre a connotare con il suo stile narrativo molto personale le storie che racconta, rendendole moderne anche quando si riferiscono a fatti storici lontani nel tempo e, almeno apparentemente, così diversi dal nostro modo di vivere attuale.


La terza luna, titolo dell'ultimo albo, è un viaggio dentro l'inferno. Un inferno popolato da cannibali, torture, soprusi, terrore. Ma in questo scenario da cuore di tenebra si erge la luce di un personaggio che combatte la sua lotta personale contro lo schiavismo. E lo fa a viso aperto, con un sorriso beffardo e guascone sulle labbra. Non si crede un salvatore illuminato che ha una nobile missione da compiere. No, lui si butta nella mischia seguendo quello che il cuore gli dice. E questo accade anche nella storia presente, quando vediamo Adam, stanco e con la barba lunga dopo una estenuante marcia attraverso la foresta, raggiungere una stazione commerciale gestita dagli Anderson, due americani, padre e figlio. Qui apprende della guerra portata nella regione dalla tribù cannibale degli Zappo Zap, capitanata dal crudele capo Malumba. Scopre che i belgi sono in affari con gli Zappo Zap, che forniscono schiavi (della tribù dei Kuba che vivono in pace commerciando avorio con gli Anderson) in cambio di fucili. Adam non ci pensa su un istante e si butta a capofitto nell'impresa apparentemente disperata di sgominare il traffico di esseri umani. Se la decisione è presa d'impulso, non vuol dire che l'azione sia portata avanti con incoscienza, tutt'altro: Adam si rivela un fine stratega, sfruttando a vantaggio proprio e dei Kuba la fragile alleanza fra i belgi del cinico capitano Dufour e i guerrieri di Malumba.


Indiscutibilmente, gran parte del fascino esercitato da questa avventura, viene dai disegni di Antonio Lucchi, new entry in casa Bonelli. Se nel primo numero della serie, i disegni chiari di Alessandro Nespolino avevano ritratto con precisione la città di Zanzibar, ne La terza luna Lucchi ci presenta con grande vividezza una foresta a tinte forti. Lo stile espressionistico del disegnatore sassarese è perfetto nell'evidenziare la crudeltà nei volti di Malumba e dei suoi: lo sguardo spietato e i denti aguzzi degli Zappo Zap conferiscono loro un'espressione demoniaca esaltata dallo stile di Lucchi. Di grande effetto le scene di sacrificio umano ambientate all'interno del campo dei cannibali, così come quelle della battaglia finale. La luna rischiara di un sinistro bagliore la notte in cui avviene lo scontro fra le tre forze in campo: i Kuba con gli Anderson e Adam, gli Zappo Zap di Malumba e i soldati belgi di Dufour. Il tratto (digitale perché realizzato al computer) di Lucchi è abile nel conferire alle scene di scontro un forte dinamismo, senza mai cadere nella confusione. Di notevole impatto anche i primi piani dei protagonisti, i cui volti sono ritratti in numerose espressioni senza mai perdere la caratterizzazione del personaggio, o le inquadrature molto cinematografiche.


La Storia va rispettata e, se Malumba e gli Zappo Zap vengono sconfitti e i Kuba liberati, i belgi perdono soltanto questa battaglia, ritirandosi dietro a un Dufour che, umiliato da Adam, si augura, vendicativo, un futuro incontro. L'albo termina qualche tempo dopo e in un altro luogo. Dopo una lunga e trepidante attesa, il conte Molfetta può riabbracciare calorosamente Adam, ritornato da un'esperienza che lo ha duramente provato. Manfredi sembra suggerire che l'abbraccio di un amico, ritratto splendidamente da Lucchi alla luce del sole al tramonto, è uno dei pochi gesti di umanità che fa ritornare la fiducia nel genere umano.

venerdì 20 febbraio 2015

La leggenda di Tex Willer


Le profonde rughe di Carson. E' l'elemento che mi ha subito colpito in L'eroe e la leggenda, primo volume di una collana annuale edita dalla Sergio Bonelli Editore, intitolata Tex d'autore. E che autore! Stiamo parlando di Paolo Eleuteri Serpieri e del suo grande ritorno al genere western dopo tanti anni. Un ritorno che non poteva accadere se non in via Buonarroti a Milano, sede di quella casa editrice, la Bonelli, con la quale l'autore veneziano si è rincorso a lungo negli anni. Finalmente vede la luce il risultato di questa rincorsa, con un unico grande cruccio: uno degli artefici dell'incontro, Sergio Bonelli, l'uomo a cui è dedicato lo stesso volume, non c'è più. Ne sarebbe stato sicuramente orgoglioso perché, a mio parere, questo albo speciale entrerà nella storia della casa editrice milanese. Per più di un motivo. Il primo l'ho già citato: Paolo Eleuteri Serpieri, un nome che si presenta da solo, autore di soggetto, sceneggiatura, disegni e colori di questo volume cartonato.

E poi i disegni, valorizzati dal grande formato alla francese e dai colori: ogni vignetta è una piccola opera d'arte cui va dedicato il giusto tempo per poterla gustare, soffermandosi sui dettagli, tanto questa ritragga il viso di Carson segnato dalle rughe, quanto rappresenti una concitata scena di lotta all'arma bianca o di scontro in campo aperto. E ancora: lo sguardo inedito sul passato di Tex, offerto nel 1913 da un Carson incanutito, ospite di una casa psichiatrica di New York, che funge anche da ricovero per anziani. Il Tex raccontato da Carson è giovane, porta i capelli lunghi, è armato fino ai denti, dimostra un coraggio fuori dal comune ed una espressione costantemente seria e risoluta. Il lettore del Tex mensile potrebbe trovarsi spiazzato, notando l'assoluta mancanza dell'ironia con la quale il Ranger condisce ogni tanto le sue parole. Nessun sorriso, nessuna battuta salace, ma solo estrema determinazione nel portare a termine la propria vendetta. Non c'è spazio per altro.


E certamente il lettore del Tex mensile sarà rimasto a bocca aperta quando avrà visto la mano dell'eroe compiere un atto che non avrebbe mai pensato di trovare su una tavola di Tex. Ma l'atto era necessario e dovuto, e Carson, che ha assistito alla scena centrale del duello fra Tex e il comanche Luna Nera, lo spiega e lo motiva in lungo e in largo. Tuttavia resta e colpisce. Inevitabilmente.
Ma la parte migliore della storia di Eleuteri Serpieri è racchiusa nella tavola finale, quando il direttore della clinica, ritratto in modo molto somigliante a Mark Twain, riferisce al giornalista delle sue forti perplessità circa la vera identità del vecchio ospite del ricovero. Ci rimane il dubbio se si tratti di Carson o meno e, ancor di più, se il personaggio di Tex protagonista del racconto sia reale o fantastico. Secondo il direttore è solo un mito e una leggenda. Ma è la sua opinione, irrilevante per il giornalista. E qui, nell'ultima vignetta, accade quello che mai mi sarei aspettato e che mi ha profondamente emozionato. Non lo svelo per non rovinare la lettura a coloro che non hanno ancora avuto fra le mani questo volume. Ma il tocco finale è davvero un incanto, perché riesce a dare una luce del tutto nuova, ma estremamente coerente con tutta la sua storia quasi settantennale, alla nascita di Tex come personaggio. Reale o leggendario? Ognuno risponderà come preferisce, ma di certo questo albo è la prova che il monumento di Tex Willer è tutt'altro che immutabile e scolpito.

domenica 15 febbraio 2015

Il mondo incantato di Hayao Miyazaki


Il vento come motivo conduttore dell'opera di Hayao Miyazaki. E' questa la tesi proposta da Valeria Arnaldi nel suo ottimo libro Hayao Miyazaki - Un mondo incantato, pubblicato da Ultra nel 2014. Da Nausicaa nella Valle del Vento a Kiki, la streghetta che deve imparare a padroneggiarne le correnti per diventare adulta, da Porco Rosso che lo sfrutta volando con il suo aereo a Sheeta che, in Laputa, ne viene sorretta dolcemente fino a posarsi a terra, da Howl e Sophie che ne fanno il luogo della prima romantica passeggiata fino a Si alza il vento, l'ultimo film del maestro nipponico. E il suo celebre studio di animazione non porta forse il nome del Ghibli, il caldo vento africano così ricco di suggestioni? Scorrendo titoli e situazioni all'interno dei suoi film, risulta quindi evidente che il vento rivesta un ruolo centrale nella poetica di Miyazaki. Le parole della Arnaldi sono chiare e colgono il segno:
"E' il vento l'elemento simbolico dell'intera carriera di Hayao Miyazaki. Vento come soffio vitale, vento come trait d'union tra fisico e metafisico, vento come premio che, nel mito, regala all'uomo l'immortalità, vento che è elemento da cui si proviene e cui si torna, ma anche emozione e abbandono. Quell'abbandono che nei giochi dell'infanzia ci fa tendere le braccia aperte per cercare di prenderlo, ci fa inventare o rintracciare delle forme nei riccioli di infinito che ci sovrasta. ... Il vento è il cuore delle anime, nel duplice significato della parola, quella proiezione del Sé al di fuori del limite di carne e carnalità, ma soprattutto è metafora del possesso del cielo, scalata all'Olimpo, che gradino dopo gradino, corrente su corrente, fa percepire l'ascesa della vetta."
L'autrice ci conduce nell'universo di Miyazaki senza tralasciare nessun aspetto. Dal racconto della sua vita al lavoro nei manga, spesso ispiratori di successivi opere d'animazione, dalle serie televisive ai film dello Studio Ghibli, analizzati con estrema cura e in stretto ordine cronologico. Non può mancare un capitolo dedicato a coloro che hanno raccolto la sua eredità all'interno dello Studio e, chicca finale, un capitolo in cui si dà spazio agli artisti che hanno omaggiato il Maestro con delle opere del tutto originali. Il libro è impreziosito inoltre da un ricchissimo contributo iconografico, costituito soprattutto da fotogrammi tratti dai film.
Il saggio della Arnaldi è un atto d'amore nei confronti di un uomo che, a partire dalla propria sensibilità e fantasia, ha saputo costruire delle storie e dei personaggi intimi ma nello stesso tempo universali. Ha saputo sempre inseguire nel mondo reale quel senso del meraviglioso che incanta un bambino e, cosa più importante, è riuscito a trasferirlo nella poesia delle sue immagini.
"Nel mio cinema si sogna molto, ma la realtà ha sempre l'ultima parola."
Hayao Miyazaki

domenica 8 febbraio 2015

Il soffio di libertà di Ken Parker


La riproposizione settimanale dell'umana avventura di Ken Parker nella collana omonima edita da Mondadori corre più veloce di quanto io riesca a scriverne su questo blog. Col numero 41 attualmente in edicola, fumetteria e libreria, intitolato Un soffio di libertà, stiamo per approssimarci alle ultime storie del nostro biondo trapper che, in origine, furono proposte sul Ken Parker Magazine. L'esperimento editoriale, condotto prima da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo anche in qualità di editori (attraverso la Parker Editore) e poi di nuovo sotto le ali più economicamente rassicuranti della Sergio Bonelli Editore, terminò con La carovana Donaver, storia suddivisa nei quattro numeri successivi. Il magazine, come formula editoriale attraverso cui proporre i fumetti, era ormai in profonda crisi e, nonostante l'alta qualità delle sceneggiature e dei disegni che arricchivano la pubblicazione e l'interessante apparato redazionale, non sfuggì alla chiusura. Il rilancio della testata da parte di Sergio Bonelli non aveva potuto nulla contro il calo costante di lettori. Si passò quindi al formato classico bonelliano con cui vennero pubblicati quattro albi speciali di Ken Parker. E queste furono le ultime storie di Lungo Fucile fino a Canto di Natale, il portfolio edito da Spazio Corto Maltese presentato a Lucca 2013, che segnò il ritorno di Chemako con una storia inedita. Il 10 aprile Mondadori pubblicherà Fin dove arriva il mattino, il volume numero 50 della sua collana Ken Parker: qui ci sarà l'epilogo dell'avventura di Ken. Lo vedremo finalmente uscire da quel mondo carcerario che vede il suo esordio lungo proprio nell'episodio Un soffio di libertà.


Ken è stanco di scappare da una giustizia ingiusta che lo ha inseguito per migliaia di chilometri lungo le fredde terre del Canada. Sono stati questi gli splendidi scenari naturali delle avventure di Lungo Fucile narrate nel Ken Parker Magazine. La natura è stata una coprotagonista, ancor di più che nella prima serie. Ma la costante psicologica del Nostro e del suo lettore è la tristezza. Ho trovato, in questa rilettura del Magazine, un Ken diverso da quello targato Cepim. In fondo son passati quasi vent'anni dalla sua creazione e Berardi, di cui Ken è l'alter ego, lo specchio attraverso cui guardarsi dentro, è cambiato. Gli entusiasmi giovanili si sono attenutati, lasciando spazio ad una maggiore consapevolezza di come va il mondo. Le esperienze vissute da Ken sono state sempre caratterizzate da una profonda empatia nei confronti dell'altro. Ma hanno lasciato molte cicatrici. La disillusione si è fatta strada nell'animo di Ken, senza comunque mai intaccare la sua propensione a porsi nei panni degli altri e a correre in loro aiuto. Lo fa continuamente anche a discapito dei propri interessi. Ma il prezzo psicologico è alto. Alla fine dell'episodio Il marchio dei McCormack Ken si consegna fra le braccia dello sceriffo Lusky, nonostante questi non si regga in piedi, e dopo averne usato l'identità per risolvere un assassinio che aveva sconvolto la famiglia McCormack. Ancora una volta Ken viene scambiato per un altro ma non ne approfitta. Potrebbe fuggire visto che Lusky è incosciente ma la sua etica lo spinge a restare per aiutare la famiglia che lo ha soccorso. Contro i propri interessi. Ma forse il suo interesse è proprio quello di essere a posto con la propria coscienza. Così Ken, stanco di fuggire, accetta il suo destino che lo porta fino al penitenziario di Jackson County.


Ogni volta che leggo un fumetto o romanzo di ambientazione carceraria o guardo un film su questo tema (come Brubaker interpretato da Robert Redford) sono assalito da un profondo disagio. Vedo me stesso come detenuto e mi trovo a pensare a come, e se, sopravviverei in un inferno nel quale si viene privati del valore che dà dignità alla nostra vita: la libertà. Ken prova a sopravvivere ed è anche, inizialmente, abbastanza fortunato (si fa per dire) perché il direttore del penitenziario è un illuminato. Ha introdotto delle riforme tese a rendere il carcere un posto più umano: i prigionieri non sono incatenati, possono ricevere la posta dall'esterno, i neri e i bianchi convivono insieme. In altre parole cerca di mettere in pratica le idee di Cesare Beccaria, trasformando il carcere da luogo di punizione a luogo di recupero. Sfortunatamente le cose non vanno come il direttore vorrebbe, perché il capo dei suoi secondini è un violento che si accanisce sui detenuti con sadismo.


La storia disegnata da Ivo Milazzo si apre con un vano tentativo di fuga sotto la pioggia. L'assassinio del fuggiasco, torturato in carcere dai secondini, costituirà il motivo della rivolta in cui verrà coinvolto Ken. Ancora una volta le qualità umane del Nostro si pongono al servizio di quello che è considerato dalla maggior parte dei detenuti come l'unica possibilità di salvezza: la trattativa. Con l'incombere dell'esercito schierato e pronto ad intervenire, Ken e i capi della rivolta cercano di parlamentare per ottenere l'arresto del capo delle guardie, ostaggio degli stessi carcerati. La sete di vendetta di alcuni detenuti fa però precipitare la situazione e il tragico epilogo vede l'intervento sanguinario dell'esercito, la fine drammatica della rivolta e, con essa, l'addio ai sogni di riforma del direttore. La trama segue un filo se volete scontato, ma il valore della storia sta, come sempre capita con Berardi, nei personaggi. Shute, il fuggiasco, Moore, il capo delle guardie, Blacksie, il cane poliziotto, "Nail" Osborne, il capo dei detenuti, Luke, il suo braccio destro, Pitch, il prigioniero che causa l'intervento dell'esercito, Compton-Scott, il direttore del penitenziario, Agnes, la moglie, e Lucy, la figlia, entrambe ostaggi dei detenuti, Artie, il vecchio ergastolano che accompagna Lucy ogni giorno in calesse fuori dal carcere, McCoy, il giornalista del Washington Journal che intervista il direttore, il Colonnello Brannigan, comandante del battaglione che pone fine alla rivolta. Di ognuno Berardi delinea la psicologia attraverso poche parole e pochi gesti, resi con il solito realismo da Milazzo. La loro veridicità rende la storia credibile, vera, unica. Ken è testimone, ancora una volta, delle relazioni umane che intercorrono in un universo per lui nuovo: il carcere. Il primo assaggio è stato terribile. Dovrà imparare a conviverci, e in condizioni anche peggiori.

martedì 27 gennaio 2015

L'Olocausto dei triangoli rosa: a Trieste 19 illustratori in mostra


Il triangolo rosa distingueva i deportati omosessuali all'interno dei campi di concentramento nazisti. 19 illustratori hanno lavorato su quel simbolo e su quel colore per raccontare a loro modo un aspetto dell'Olocausto spesso lasciato in secondo piano. Il risultato è visibile presso il bar Knulp di Trieste nell'ambito di "Rosa cenere", una mostra organizzata da Daydreaming Project in collaborazione con Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia ONLUS, Bar Libreria Knulp e Fumetetria Neopolis.
La mostra è stata inaugurata il 26 gennaio e sarà visitabile fino al 7 febbraio.




Di seguito il comunicato ufficiale.

“Rosa cenere nasce dall’urgenza del gruppo di volontari del Cassero LGBT Center, Peopall, di raccontare la memoria che, durante gli anni, ha rischiato di perdersi nelle pieghe di un silenzio imposto dalla vergogna nel mostrare le cicatrici che l’orrore nazi­ fascista aveva impresso sui corpi dei deportati omosessuali. Raccontarla mediante l’arte ci è sembrato il modo migliore per fornire un punto d’accesso diverso e non banale,
con l’intento di stimolare la riflessione e la curiosità. Istintivamenteabbiamo cercato
la collaborazione del Centro di Documentazione del Cassero, luogo fondamentale di alimentazione della memoria della “nostra” comunità, da cui abbiamo ricevuto sostegno ed entusiasmo. Lo stesso entusiasmo con il quale hanno accettato di collaborare
i diciannove artisti, coordinati da Jacopo Camagni, che generosamente hanno
messo a disposizione il loro tempo e i loro talenti.
L’obiettivo della mostra, fin dall’inizio, è stato quello di non distaccarsi dalla veridicità delle esperienze vissute dalle vittime, e le testimonianze, dirette e indirette, sono state il punto di partenza dell’intero progetto. Tra le undici storie vere illustrate alcune sono già note, come quelle di Heinz Heger e Pierre Seel che con le loro pubblicazioni hanno aperto la strada alle prime ricerche sugli omosessuali deportati, altre invece sono state recuperate negli archivi online, come quella di Henny Schermann, una delle poche donne deportate anche perché lesbica.
Graficamente il progetto ruota intorno al triangolo rosa, il marchio distintivo degli internati omosessuali, e abbiamo chiesto ai disegnatori di lavorare su questo simbolo per elaborare la loro personale lettura dell’omocausto, virando il tutto sui toni del bianco
e del nero. La scelta degli artisti è caduta, da un lato, su nomi già affermati, e dall’altro su nomi che stanno iniziando a farsi conoscere, con l’intento di fornire visibilità alle diverse realtà creative della comunità LGBT. Ognuno di loro ha scelto una biografia e da essa ha preso spunto.
Diciannove illustratori, diciassette tavole, undici storie. Questi sono solo alcuni dei numeri di un progetto che ha visto la luce nel giro di due mesi, nato perché la memoria non si perda, perché la ricerca è ancora agli inizi e i testimoni di quegli stanno scomparendo L’unico modo per rendere loro giustizia e ricordarli. E renderemo giustizia anche a chi lotta quotidianamente per i diritti delle persone gay, lesbiche e trans*.”
Giuseppe Seminario

Gli Illustratori/i protagonisti
Massimo Basili
Albrecht Becher
Flavia Biondi
Rudolf Brazda
Marco B. Bucci
Jacopo Camagni
Damiano Clemente
Sebastian Dell’Aria
Heinz Dörmer
Annette Eick
Giopota
Karl Gorath
Heinz Heger Francesco
Legramandi
Giulio Macaione
Andrea Madalena
Davide Mantovani
Mabel Morri
Vinnie Palombino
Isabel Pilo
Wally Rainbow
Roberto Ruager
Pierre Seel
Henny Schermann Michele Soma
Mattia Surroz
Luca Vanzella
Paul Gerhard Vogel Friederich-
Paul von Groszheim
Kurt von Ruffin

«Io sono la prova vivente che Hitler non ha vinto. Ne sono consapevole ogni giorno. Se non avessi raccontato la mia storia, chi conoscerebbe la verità?»
Friedrich-Paul von Groszheim

Grazie a

Cassero LGBT Center

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