domenica 26 settembre 2010

L'ultimo atto di Magico Vento

Magico Vento ha raggiunto la fine della pista. E' uscito in edicola da pochi giorni il numero 130, ultimo della serie regolare, in cui si concludono le avventure del nostro. In realtà ci sarà spazio ancora per uno speciale: il sempre promesso da Gianfranco Manfredi vedrà finalmente la luce nel mese di novembre. L'albo, come racconta lo stesso autore in questa intervista, sarà strutturato in tre episodi, l'ultimo dei quali proporrà "un extra-finale, cioè un secondo finale... dopo il finale".
Staremo a vedere....Per il momento devo dire che ho letto con molto dispiacere l'ultima avventura di Magico Vento. Mano a mano che sfogliavo le pagine avvicinandomi alla numero 128, sentivo che si sarebbe conclusa una lettura spesso molto appassionante che mi ha accompagnato per diversi anni della ma vita. Dei motivi per cui Magico Vento ha riscosso il mio plauso ne ho già parlato qui, e li esprime molto bene Sergio Bonelli nel saluto che porge a noi lettori in seconda di copertina: "Una serie, questa, che, nel corso dei suoi tredici anni di presenza in edicola, è riuscita a fondere percorsi letterari e immaginifici apparentemente tra loro inconciliabili come il western - talvolta fantasioso, talaltra puntualmente storico - il mondo arcano e poetico delle leggende indiane e una sapiente alchimia tra l'horror ottocentesco e quello contemporaneo". 
Dei tre elementi che, secondo Bonelli, si son fusi in un'amalgama di alto valore narrativo, i primi due, ovvero il western, soprattutto quello storico, e le leggende indiane costituiscono, secondo me, il cuore per cui questa serie si distnguerà da tutte le altre serie western.


E qui spunta il secondo motivo di tristezza personale, condivisa da Sergio Bonelli nel suo saluto: la scomparsa inarrestabile dei fumetti, oltre che die film e libri, western. Nel mondo delle nuvole parlanti, con l'eccezione di Blueberry, Comanche e Jonah Hex, restano i bonelliani Tex e Zagor a difendere la bandiera di questo genere che sembra non interessare più a nessuno. La considero una grave perdita, perchè penso che la Frontiera americana sia uno scenario in cui ambientare storie di ogni tipo e con qualsiasi stile. Nei comics Ken Parker ha dimostrato come sia possibile parlare di tutto, anche di temi che di primo acchito uno associerebbe a sfondi diversi (come il femminismo, l'omosessualità, i diritti dei lavoratori), e di farlo con grande efficacia, o per meglio dire, con arte. Mi auguro che questa tendenza inverta la sua rotta.
C'è infine un terzo motivo di lamento, e lo esprime Manfredi, nella lunga rubrica della posta dedicata ai saluti dei lettori. Questi manifestano quanto scrtto da me qualche riga più in su, ovvero sottolineano cone Magico Vento sia diventato un compagno di vita, li abbia accompagnati nella loro crescita, sia stato quasi la colonna sonora degli avvenimenti della loro vita. E' lo stesso vale anche per me: negli ultimi tredici anni mi sono laureato, ho fatto l'obiettore di coscienza, ho iniziato a lavorare, mi sono sposato. Posso ricondurre ciascuno di questi periodi a qualche numero di Magico Vento (ma anche di Julia, Tex e via dicendo).



Manfredi scrive: "Queste lettere mi hanno fatto capire, al di là della conclusione di questo specifico percorso, che una serie lunga intrattiene un raporto così intimo coi lettori e così intrecciato alla loro vita, da essere insostituibile. Oggi è difficile produrne e le mini-serie corrispondono di più alle esigenze attuali, però con esse e con le graphic novel da libreria, questo rapporto pluriennale di complicità affettiva non potrà più esistere, il che sarà una perdita per il fumetto in generale".
Sottoscrivo ogni parola. Mi rammarico del fatto che il mercato oggi chieda mini-serie. Non è che non mi piacciano, anzi! Bonelli ne ha sfornate di notevoli, come Caravan, Greystorm, Cassidy e Volto Nascosto (per citare un'altra opera di Manfredi) e ne pubblicherà altre in futuro: lo stesso Manfredi annuncia la sua prossima Shanghai Devil. Il punto è che mi dispiace che i nuovi lettori siano spaventati dalle opere lunghe: sarà forse perché viviamo in un mondo in cui tutto è veloce, l'informazione, l'intrattenimento, l'approfondimento, il divertimento. Si passa di fiore in fiore senza gustare a fondo il nettare.


Non ho neanche 40 anni ma appartengo a quella generazione che leggeva una storia di Tex o Mister No senza paura di attenderne la fine nel prossimo albo dopo un mese di attesa: anzi, la pausa di 30 giorni rendeva più bello il momento dell'acquisto del numero successivo. Gli albi autoconclusivi e le mini-serie sono il segno di come i lettori siano cambiati. Bonelli fa bene ad adeguarsi, pena l'estinzione, o per lo meno, la drastica riduzione delle sue testate. Ma quanto mi piacerebbe che Bonelli iniziasse una nuova serie western.... Chiedo troppo?

giovedì 23 settembre 2010

Il cinese: molto più di un noir

Lo ammetto, ero prevenuto nei confronti dei gialli/noir svedesi. Mi stupiva questo improvviso ed eccessivo successo dei romanzi di genere provenienti dal freddo paese scandinavo. Mi dava quasi fastidio il fatto che ormai ovunque si parlasse della trilogia Millennium di Stieg Larsson e tutti facessero a gara nel leggere quei volumoni. Senza parlare della loro versione cinematografica... Ovviamente il mio era un pregiudizio, perché non avevo letto nemmeno uno dei romanzi noir scritti da un autore svedese e, come mi succede spesso quando mi creo un pregiudizio, non vedevo l'ora che la verità me lo confermasse.. o me lo smentisse. Tuttavia non volevo scendere a patti con me stesso e quindi non mi risolvevo a comprarne uno... anche perché mi trovavo così bene con i miei Izzo, Carlotto e il maestro Chandler...
Poi il destino ha scelto per me nelle vesti di un regalo donatomi da una cara amica in occasione del mio compleanno. Vista la stima che nutro per lei e per i suoi gusti letterari, mi son detto: "Beh, se me l'ha regalato lei, qualcosa di buono ci sarà!". E così mi sono avventurato con molta curiosità nella lettura de "Il cinese" di Henning Mankell. Ho già ringraziato la mia amica per il suo dono azzeccato, visto che il romanzo si è rivelato molto più che un noir. La vera protagonista della storia non è Birgitta Roslin, il giudice svedese che mette il naso in un'inchiesta difficilissima e completamente nuova per l'apparentemente tranquillo paese scandinavo. Si tratta infatti di una strage di dimensioni colossali avvenuta in uno sperduto e minuscolo villaggio del nord: 19 vittime trafitte con precisione maniacale da un'affilatissima arma da taglio in un uragano di sangue. Mentre la polizia punta su una pista sbagliata che però tranquillizza l'incredula e spaurita opinione pubblica, i sospetti della giudice, interessata al caso per una sua parentela con una delle vittime, vanno verso un uomo dalla fisionomia cinese. E questo è lo spunto che consente all'autore di affrontare il tema enorme dello sviluppo di quel lontano paese.
La protagonista vera è la Cina, attraverso le vicende di una famiglia, ritratta in due epoche molto distanti nel tempo. La prima generazione vede tre fratelli fuggire dalla schiavitù delle campagne cinesi della metà 800 per finire in un'altra schiavitù nei cantieri di costruzione delle ferrovie nordamericane. Solo un fratello si salverà e farà ritorno, grazie a missionari europei, nella madrepatria per scoprire però di nuovo il disprezzo dell'uomo bianco. La vendetta dovrà attendere molte generazioni fino ai giorni nostri, quando incontriamo Ya Ru, un rampante imprenditore figlio della nuova Cina aggressiva sui mercati. Pochi peli sullo stomaco e molti ammanicamenti nei posti che contano lo hanno reso uno degli uomini più potenti del paese. Hong, la sorella, è anche lei una donna importante del partito, ma, a differenza del cinico fratello, è legata agli ideali antichi della Rivoluzione di Mao, il Grande Timoniere che ha traghettato la Cina dalla barbarie e dalla dipendenza dallo straniero in un futuro radioso. Per Hong, nonostante gli errori compiuti anche da Mao, contano i valori fondanti della sua Rivoluzione: solidarietà ed emancipazione, completamente traditi però dagli uomini nuovi come Ra Yu. Saranno proprio questi valori a renderla amica di Birgitta, una donna che in gioventù aveva un po' fanaticamente inneggiato a Mao e al suo libretto rosso come a strumenti di liberazione del mondo dall'ingiustizia.
Entrambe sono cresciute e sono diventate donne molto diverse, ma fra di loro si stabilisce un rapporto di fiducia e di rispetto. Questo bel ritratto di precaria ma profonda amicizia femminile si staglia sullo sfondo di una Cina in tumultuosa evoluzione, con un piede ancora nel medio evo delle campagne e l'altro nei mercati finanziari e nel capitalismo di stato più sfrenato delle città. Dal suo destino e dalla sua evoluzione dipenderà il futuro di tutto il pianeta, sembra suggerirci Mankell.

domenica 12 settembre 2010

Il Diario di Anna Frank a fumetti


La notizia è vecchia di un paio di mesi. Ne parlo oggi perché il quotidiano La Repubblica dedica nell'edizione odierna un ampio spazio alla notizia della pubblicazione negli Stati Uniti del Diario di Anna Frank a fumetti. Ben tre pagine del giornale contengono molti disegni tratti dal libro fresco di stampa, foto d’epoca e due articoli rispettivamente di Gabriele Cantucci e Siegmund Ginzberg. Mi fa sempre piacere scovare in un importante quotidiano ad ampia diffusione nazionale una simile attenzione per un’opera a fumetti. In questo caso, poi, ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata autorizzata dalla Fondazione Anna Frank, ovvero da quell’ente ufficiale preposto alla diffusione e valorizzazione della figura di Anna Frank, del suo Diario e di tutti i valori di fratellanza, eguaglianza e rispetto della dignità umana che rappresenta.


Gli autori, Sid Jacobson per i testi, e Ernie Colon per i disegni, si distinguono perché hanno fatto ben di più che una semplice trasposizione in fumetto del Diario, bensì hanno ricostruito la storia della famiglia Frank a partire dalla gioventù del padre Otto, che sarà poi l’unico superstite allo sterminio. Da quanto capisco l’opera è rivolta esplicitamente ai ragazzi delle scuole: la fondazione ha scelto di usare il medium fumetto, per di più a colori, per avvicinare un pubblico più avvezzo al linguaggio che lo caratterizza. L’intento è sicuramente lodevole, perché non saranno mai sufficienti tutti gli sforzi per diffondere presso le nuove generazioni quanto scritto da Anna Frank e, in generale, la tragica esperienza dell’Olocausto. Un autore dei due articoli, Siegmund Ginzberg, si domanda, e io con lui, come mai il volume sia destinato ad un pubblico maggiore di 14 anni. Forse che i ragazzi delle medie o della quinta elementare non sarebbero in grado di capire? Io credo di sì…


Ci sono altre parti dell’articolo da sottolineare, in cui Ginzberg, di origini ebraiche, si sofferma sul presunto valore del fumetto.
“Vedo già qualcuno che arriccia il naso. Anche se il libro ha l’imprimatur dell’Anna Frank House. Come, Anna Frank banalizzata in un fumetto!” L’autore previene eventuali critiche da parte di chi considera il fumetto non degno di trattare un argomento così delicato e “alto”, citando simili contestazioni avanzate in passato nei confronti della versione teatrale e cinematografica del Diario.

Poi prosegue: “Cinema e fumetto sono due forme di letteratura tutt’altro che figlie di un dio minore. Superman, Barman, Captain America e gli altri supereroi del fumetto combattevano i nazisti ben prima dell’Olocausto con la stessa efficacia di Chaplin Grande dittatore e Humphrey Bogart sullo schermo”. A parte che cinema e fumetto non sono forme di letteratura ma sono forme d’arte, così come lo è la letteratura stessa, ciascuna con il proprio linguaggio, non è che la patente di dignità artistica spetta ad una forma espressiva se tratta di temi importanti dal punto di vista etico e civile, come può essere la lotta al nazismo. Non è il tema che rende arte il fumetto o il cinema, ma il modo in cui lo si rappresenta.
Ad ulteriore giustificazione della nobiltà dei comics, Ginzberg cita due grandi autori di origine ebraica, come Art Spiegelman e Will Eisner, che hanno affrontato nelle loro storie a fumetti il tema dell’Olocausto (Maus) o quantomeno della discriminazione antisemita (Verso la tempesta e Fagin l’ebreo, solo per citarne due). Anche qui, gli autori sono due “fondamentali” nell’universo fumettistico, ma non è il soggetto (o comunque non solo quello) ad averli resi immortali, bensì la loro poetica ed estetica.

sabato 11 settembre 2010

Il metronomo della E Street Band


Secondo me la E Street Band è la più grande rock band del mondo. Unita a Bruce Sringsteen costituisce una macchina musicale perfetta. Un front-men eccezionale supportato da una serie di musicisti meravigliosi creano insieme qualcosa di molto di più che una band affiatata: generano un flusso di energia inesauribile che ti contagia e non ti lascia più.


Assistere ad un loro concerto rappresenta un'emozione indescrivibile ed indimenticabile, che si rinnova, in piccolo, ogni volta che vedi un loro video su youtube o su dvd. E ti chiedi come facciano a essere così, come riescano a rinnovare ad ogni concerto quella voglia di divertirsi e di divertire, ovvero di vivere, con una tale energia inesauribile. Sicuramente contano molto l'amicizia e i rapporti che si sono instaurati in quasi 40 anni di musica, tour e vita insieme.


Amo tutti i componenti della band ma ce n'è uno che, secondo me, ne costituisce il cuore pulsante, l'anima, la base per tutti gli altri. Non alludo nè a Little Steven, nè a Clarence "Big Man" Clemons, nè tantomeno al Boss (perché lui è fuori concorso), ma a quello che io chiamo il metronomo: Max Weinberg, il batterista.


Lui se ne sta lassù, a dominare tutta la band, con quegli occhiali e quel volto da intellettuale, sempre vestito di scuro con il gilet e la camicia e i capelli ordinati. E' sempre concentrato e, di solito, non si lascia andare a strane facce come gli altri. E' misurato, ma solo apparentemente. Più che altro, lui è la misura del ritmo della E Street Band. E' una sicurezza, il riferimento per tutti gli altri e per il Boss. Si osservi con quale sguardo Max segue costantemente Bruce lungo le canzoni: è il suo angelo custode, quello che lo accompagna sempre al traguardo vncente. La sua stecca alzata in modo imperioso richiama tutti all'ordine, a seguire il suo ritmo.



Fra il Boss e Max c'è un continuo dialogo, un rapporto di interdipendenza reciproca. Per questo è il cuore della band. Spesso si sottovaluta l'importanza della batteria in un gruppo: di solito si ricordano i vocalist o le chitarre soliste. E' chiaro, sono lì davanti al pubblico e svolgono la parte più bella, più acclamata e affascinante. Ma senza l'apporto di colui che ti dà il tempo, il risultato finale sarebbe zoppo.
Non ci ricorderemmo i versi e la voce del Boss, o gli assoli di Big Man se dietro a loro non ci fossero le percussioni solide e calde di Max Weinberg.


Guardare per credere...

martedì 7 settembre 2010

Cosa direbbe Ken Parker?


Sono allibito dalla copertina con cui il settimanale Panorama si presenta in edicola questa settimana. Uno sciopero, diritto sancito dall'articolo 40 della Costituzione, e di recente posto sotto attacco (vedi caso dell'accordo Fiat a Pomigliano), viene definito sabotaggio. Il giornale berlusconiano se ne infischia della sentenza della magistratura (che novità!!) che ha decretato il reintegro (negato poi nella pratica dalla Fiat) sul luogo di lavoro dei tre operai della Fiat di Melfi, licenziati con la supposta motivazione, appunto, di sabotaggio.
E' veramente triste constatare come un giornale abbia un'idea preconcetta della verità e a questa subordini tutto. Anche la dignità di tre persone sbattute in copertina e definite bugiarde. Non è un linciaggio mediatico questo? E l'onestà intellettuale dove abita?
Consiglio al direttore di Panorama la lettura dell'albo Sciopero di Ken Parker: forse imparerà qualcosa, soprattutto a confrontarsi con la propria coscienza....

lunedì 6 settembre 2010

Trasloco concluso!


Beh, non proprio concluso, oggi ho portato a termine, diciamo... la prima fase! Ovvero, in una stanza dell'appartamento in cui andrò a vivere fra un paio di mesi ci sono alcuni metri cubi di carta disegnata con le nuvole... i miei fumetti! E' stato faticoso riempire le scatole e le borse, e portare in casa nuova un po' alla volta tutti i fumetti: ci ho messo un mese e mezzo circa, scaricando all'andata o al ritorno dal lavoro, ma ora ce l'ho fatta! L'appartamento è vuoto se non fosse appunto per i “giornalini” e per le due gattine che ho adottato di recente da due gattili diversi, e che stazionano là in attesa di guarire da lievi malattie che rischierebbero di contagiare le altre due gatte che vivono con me e mia moglie.


Una bella accoppiata, non c'è che dire: fumetti e gatti, due fra le più grandi passioni della mia vita. Il nuovo appartamento è ben abitato per il momento: i fumetti attendono la grande libreria che ho ordinato e che (spero) li accoglierà tutti quanti. Le gattine aspettano le due “sorellone”, per il momento ignare delle novità in arrivo. In realtà sono in pensiero per entrambi gli “incontri”. Guardando giorno dopo giorno la carta che cresceva sempre più, ho cominciato ad essere preoccupato della capienza. I fumetti infatti dovranno convivere coi libri miei e di mia moglie, la quale, giustamente dal canto suo, ha già preteso i suoi spazi... Temo di non farcela... temo di trovarmi costretto ad operare delle scelte difficili.... qualche fumetto non troverà spazio nella libreria 5 metri x 2,5 metri che in negozio mi sembrava gigantesca. Non ho fatto bene i conti, accidenti! Coglierò comunque l'occasione per cominciare a fare una lista dei fumetti che possiedo: un lodevole intento che mi ripropongo ad ogni capodanno, ma che va regolarmente disatteso....Ma questa occasione non posso lasciarmela sfuggire: quasi tutti i miei fumetti (dico quasi perché una parte non trascurabile si trova ancora a casa dei miei) giace in uno spazio esiguo di pochi metri quadri, basta che mi organizzi con il portatile e un semplice foglio in excel, per quando comincerò la scelta degli albi e la loro allocazione in libreria.


L'altro incontro che mi preoccupa un po', quello felino, ha già avuto in realtà un prologo. Un giorno io e mia moglie abbiamo fatto vedere alle gatte “grandi” le due cucciole: l'intento era quello di fare una prima conoscenza e, temendo reazioni inconsulte delle più forti sulle più deboli, avevamo chiuso le piccole nei trasportini. Beh, ci siamo molto stupiti quando abbiamo sentito una delle cucciole emettere un verso di sfida che aveva le tonalità gravi dei gemiti dell'oltretomba e vedere le grandi scappare letteralmente con la coda fra le gambe. Staremo a vedere le sorprese che ci riserveranno i nostri amici felini.


Da domani inizia la fase due: trasporto libri, anche questo un capitolo lungo e faticoso... ma in realtà anche molto piacevole. Così come è successo per alcuni fumetti, credo che mi stupirò nel trovare dei libri ormai dimenticati. E' questo forse l'aspetto più bello dei traslochi: trovi degli oggetti di cui ti sei completamente scordato e a cui, spesso, sono legati momenti del tuo passato, della tua vita, ora felice, ora dolorosa, ma pur sempre la tua vita.

sabato 28 agosto 2010

Igort racconta le tragedie del comunismo in URSS

"IGORT: Urss, una tragedia comunista a fumetti" è il titolo di un articolo uscito sul quotidiano La Repubblica il 26 agosto e che potete trovare online qui. Si tratta di un'interessante intervista a Igort, uno degli autori italiani di fumetti più noti all'estero.... tanto è vero che vive a Parigi.


E proprio in Francia a maggio è uscito il suo ultimo libro "Les Cahiers Ukrainiens", che è l'oggetto dell'intervista di Antonio Gnoli, visto che sarà pubblicato anche in Italia per Mondadori con il titolo "Quaderni ucraini "e presentato il prossimo 11 settembre in occasione del festival della letteratura di Mantova.
Memorie dai tempi dell'URSS è il sottotitolo di questo reportage a fumetti, frutto dell'anno e mezzo trascorso da Igort in Ucraina a parlare con la gente del luogo. L'intervista mi ha colpito per diversi aspetti. Innanzitutto perchè si tratta di un libro di testimonianze, un genere che mi piace leggere attraverso i fumetti, anche se è poco diffuso. I reportage di Joe Sacco che leggo su Internazionale (di cui ho parlato recentemente qui) hanno uno spessore e un realismo straordinari: sono ansioso di vedere quale sarà lo stile di Igort.
Ciò che tuttavia più mi attira di quest'opera è il tema. Le memorie riguardano i tragici fatti che ebbero luogo in Ucraina negli anni 30, quando Stalin condusse un vero e proprio genocidio nei confronti della popolazione locale, arrivando perfino a indurre di proposito una carestia. Milioni di persone perirono. Nonostante ciò Stalin è ancora adorato da molti nostalgici, non solo nella lontana Italia che non ha vissuto le sue terribili pazzie, ma anche laddove lasciò la sua scia di morte, in Ucraina, in Russia e nelle repubbliche dell'ex Unione Sovietica.


Per uno che ha scelto come immagine di sfondo al titolo del proprio blog un esplicito riferimento al Quarto stato di Pellizza da Volpedo, è sempre triste constatare che quello che si era presentato come il più importante movimento di trasformazione radicale della società secondo giustizia e libertà, si sia poi rivelato l'esatto contrario in quasi tutte le sue realizzazioni.
Seguirà un secondo post sul tema dopo che avrò letto il libro di Igort.

Aggiornamento del primo settembre: dal blog di Igort apprendo che Quaderni ucraini è uscito nelle librerie italiane. Mi procurerò presto una copia!

domenica 22 agosto 2010

Il rock

Cos'è il rock? Questo:



In parole? Emozioni, gioia, grida, salti, amore, fratellanza, coinvolgimento, passione, commozione, dono e tante altre cose... ovvero, la parte più bella della vita.

venerdì 20 agosto 2010

Letture nere... balneari

Anche quest’estate le vacanze sono finite e, come la scorsa, le mie letture balneari si son divise fra fumetti di vario genere e romanzi noir. Questi ultimi mi son stati consigliati dal libraio della località di villeggiatura in cui passo qualche settimana di relax. E’ un ragazzo che legge quello che vende, qualità ormai non tanto comune fra i professionisti del libro, uno di quei librai vecchio stile con cui parleresti per ore su scrittori, romanzi e generi preferiti. A partire dall’estate scorsa mi son completamente affidato ai suoi consigli in materia di romanzi noir di nuova pubblicazione e, visto il successo, ho bissato anche quest’anno. Si tratta complessivamente di cinque opere, (quasi) tutte di autori americani, (quasi) tutti viventi.



La prima che lessi l’anno scorso fu folgorante: il genere classico del thriller di mafia reinventato completamente e ambientato in un ospedale. Il protagonista di Vedi di non morire è infatti un medico (come anche lo scrittore Josh Bazell, specializzando in psichiatria) ex killer mafioso dalla nuova identità protetta dal governo, a cui capita di dover assistere, nel reparto di chirurgia d’urgenza dell’ospedale in cui lavora, una sua vecchia conoscenza della malavita, che lo ricatapulterà, suo malgrado, nel mondo del crimine che pensava di essersi lasciato alle spalle. Il ritmo è sostenuto ed esuberante, si alterna comicità e tragedia, il tutto condito con particolari precisissimi di medicina e chirurgia, molto azzeccati nel contesto dello sviluppo narrativo.



Il secondo romanzo è di tenore completamente diverso: una storia dal ritmo superficiale sommesso e tranquillo, ma carico di una tensione profonda che fa nascere nel lettore una angoscia crescente. La protagonista di Abbiamo sempre vissuto nel castello della scomparsa Shirley Jackson è una diciottenne che ci descrive la vita serena che conduce insieme alla sorella ed allo zio invalido in una grande villa di campagna. E’ un’esistenza fatta di piccoli gesti quotidiani: il the, la cucina, la cura del giardino che hanno luogo in ambiente solare, immerso nel verde. Ma il lettore avverte che c’è qualcosa che non va: l’ostilità manifesta degli abitanti del vicino villaggio, il fatto che tutti gli altri componenti della famiglia sono morti avvelenati durante un pasto tenuto nella villa, cui sopravvissero solo gli attuali dimoranti. Si intuisce che c’è un terribile ed inconfessabile segreto, che il Male alberga anche in questo quadretto delizioso di provincia.

Shirley Jackson, che scrisse questo romanzo nel 1962, è considerata una delle capostipiti del genere americano del terrore, grazie anche ai racconti La lotteria e soprattutto a L’incubo di Hill House, che ho letto successivamente lo scorso inverno. La seconda opera, in particolare, è diventata il riferimento di ogni narratore o sceneggiatore che abbia voluto cimentarsi con il tema della casa infestata.


L’ultimo romanzo che lessi la scorsa estate fu il più travolgente, per il tema affrontato, per lo scavo psicologico dei protagonisti, per la coralità dei personaggi, per l’epica della storia: Il potere del cane di Don Winslow. Lo scenario è il Messico patria del narcotraffico e gli Stati Uniti destinatari e nemici dello stesso. C’è il poliziotto che sacrifica la propria vita nella lotta al traffico internazionale di droga, c’è la famiglia messicana di narcos, così potente da controllare economicamente e politicamente un’intera nazione, c’è una prostituta americana d’alto bordo che viene coinvolta pericolosamente nelle vicende criminali, c’è un giovane killer irlandese della Grande Mela assoldato dalla mafia, c’è infine un sacerdote messicano potente ma dedito all’aiuto dei più deboli. Tutti questi personaggi sono i protagonisti di una storia avvincente piena di intrecci, di trame che coinvolgono anche la politica americana e che ti fanno capire molto della storia attuale e recente del nord e centro america in quanto a lotta al narcotraffico, rapporti tra stati, poteri politici invischiati con quelli criminali, servizi segreti collusi con la mafia. Un pessimismo di fondo aleggia lungo tutte le 714 pagine del romanzo: non c’è perdono o possibilità di fuga, il Male assoluto riesce sempre a fare breccia nel cuore degli uomini, quell’antica crudeltà umana chiamata il potere del cane. Don Winslow ci fa un regalo potente e doloroso: un affresco politico, sociale, economico e umano di una faccia ben precisa, quella del narcotraffico, ma universale del crimine. Sull’onda di questo romanzo, lo scorso inverno lessi dello stesso autore L’inverno di Frankie Machine mentre, sempre di Winslow, ho appena acquistato La pattuglia all’alba.


Veniamo a quest’estate. Il libraio mi ha invitato a cimentarmi con quella che lui ha definito una chicca del brivido: Fredda è la notte di Carlene Thompson. Si tratta di un thriller ad alta suspense, tanto che, giunto all’ultimo capitolo durante una serata piovosa e un po’ fredda, in cui mi misi a letto rimuginando su chi poteva essere il colpevole dei delitti, balzai in piedi spaventato credendo di aver sentito dei colpi battuti alla porta d’ingresso, tale era la tensione provocata dai miei pensieri. L’ambientazione è un freddo novembre di incipiente inverno in un piccolo centro della West Virginia, dove viva una giovane e ricca vedova, già sospettata del suicidio / omicidio del marito imprenditore. Altre due morti, due amiche adolescenti della figliastra con cui non ha un buon rapporto, turbano il sonno della protagonista, visto che ogni volta lei si trova nei pressi del luogo del delitto. Il terrore si diffonde nel paese e tutti i sospetti ricadono sulla vedova, nonostante lo sceriffo, suo ex durante l’adolescenza, cerchi di trattare il caso seguendo la razionalità e non le emozioni. La narrazione è condotta con perizia: al lettore vengono presentati i vari personaggi, protagonisti e di contorno, delineandone con precisione la psicologia, lasciando all’immaginazione possibili interpretazioni e soluzioni del caso. Non so se qualcuno quella notte abbia effettivamente battuto alla mia porta, ma so che poco dopo ho intuito chi fosse il colpevole, confermato dalla lettura nella mattina successiva dell’ultimo capitolo. Che una forte emozione aiuti il cervello a lavorare meglio?

L’ultimo romanzo divorato, Una tempesta qualunque dell’inglese d’adozione William Boyd, mi ha colpito per avermi presentato una città che avevo visitato da poco, Londra, in una luce del tutto diversa. Il protagonista è un giovane ingegnere climatologo americano, venuto a Londra per sostenere un colloquio di lavoro. La sua vita brillante di giovane rampante scienziato viene cancellata improvvisamente per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato: da testimone di un omicidio ne diventa l’indiziato numero uno, ricercato dalla polizia e dal vero killer, è costretto a nascondersi. Qui comincia, dopo un prologo fra i più classici del genere giallo/thriller, la parte più interessante della storia. Adam, questo il nome dello sfortunato, diventa un barbone per far sparire le proprie tracce, entrando in contatto con un mondo parallelo e invisibile fatto di emarginati, di non cittadini. Perde la propria identità, frequenta mense di poveri gestite da pastori di anime a dir poco rivoluzionari ma anche molto realistici, conosce suo malgrado la malavita dei bassifondi della metropoli rimediando un sacco di botte, diventa amico e amante di una prostituta dei quartieri popolari e poi si innamora di una stravagante poliziotta. Ha perso tutta la sua sovrastruttura ma ha ritrovato la parte più intima e vera, cui deve far ricorso per sopravvivere e dimostrare la propria innocenza. E’ un romanzo di formazione, se vogliamo, condotta attraverso la perdita di se stessi e la successiva rinascita. Alla fine non tutto è risolto, ma Adam è contento lo stesso.

venerdì 13 agosto 2010

Gli ospiti indesiderati


Fra i vari articoli del numero estivo di Internazionale, uno speciale dedicato come di consueto ai viaggi, spicca un reportage a fumetti di Joe Sacco dal titolo The unwanted. Sono 24 pagine di ottimo esempio di quello che la rivista chiama "Graphic journalism" di cui ho già parlato qui e qui. Il tema è quanto mai attuale, ha una portata mondiale, e in Italia accende il dibattito quasi quotidiano tra singoli cittadini, parti politiche e organizzazioni di volontariato: l'immigrazione.
Il teatro del reportage è l'isola di Malta, meta, spesso indesiderata se paragonata alla vicina Sicilia, dei traffici illegali di uomini e donne disperati che dal sud del mondo cercano una speranza di vita migliore nel nostro ricco nord.


Sacco ha come sempre un occhio realista ed obiettivo: non esprime giudizi ma fa parlare la gente che intervista, riportando i loro interventi e le loro risposte come se si trattasse di un reportage giornalistico realizzato con la telecamera.
Protagonisti del reportage sono gli immigrati e i maltesi. Si mostra il punto di vista di entrambi i gruppi: i primi son visti dalla maggior parte dei locali intervistati, come degli "invasori" che altereranno per sempre la cultura e la struttura sociale dell'isola se il ritmo degli sbarchi sarà così sostenuto come lo è stato finora. Sacco ha l'obiettività di far parlare anche un ideologo estremista che esprime tutto il suo odio violento nei confronti degli immigrati: ci fa capire come un personaggio che in altre circostanze verrebbe messo ai margini e ridicolizzato subito, ora invece è considerato e seguito pericolosamente da una rilevante minoranza di maltesi.


Poi Sacco fa parlare anche gli immigrati, che denunciano spesso intolleranza nei loro confronti, espressa attraverso sguardi, atteggiamenti e parole ostili: manifestazioni che possono diventare tuttavia i prodromi di un processo più pericoloso e strutturato di odio razziale. In questo doppia esposizione dei due punti di vista sta un primo pregio del reportage: con poche tavole capiamo come dei tranquilli cittadini di un paese occidentale quale il nostro, possono diventare dei razzisti convinti. Basta accumulare molte persone di una cultura molto diversa da quella locale, in condizioni di vita inumane per gli standard del posto, accanto alle case per lo più popolari dei cittadini del paese ospitante, per generare incomprensioni, conflitti, sfruttamento, odio. Non è forse quello che sta succedendo un po' ovunque anche nelle nostre città italiane?
L'ultima parte del reportage è interamente dedicata alla testimonianza di un immigrato eritreo: un giovane studente perseguitato in patria per essersi espresso a parole contro il regime, e costretto quindi a fuggire per non essere imprigionato e ucciso. Il racconto è angosciante e si snoda attraverso i pericoli, i raggiri e gli sfruttamenti subiti per raggiungere Malta attraverso il Sudan, il deserto, la Libia e il Mediterraneo, sempre con il terrore di essere tradito dalle varie bande che prendevano in consegna di tappa in tappa la merce costituita dal gruppo di persone di cui il giovane faceva parte.

Solo una merce come un'altra: persone, armi, droga. La fine del viaggio è una spiaggia maltese, frequentata da vacanzieri ignari e stupiti di vedersi arrivare fra ombrelloni e sdraio, un barcone carico di persone sfinite e ai limiti della capacità di sopravvivenza.
Un eritreo avrebbe il diritto di chiedere asilo politico in uno qualsiasi degli stati dell'Unione Europea, Malta inclusa. Ma per esercitare questo diritto deve sottoporsi a tutto ciò che le tavole di Sacco mostrano in questo straordinario fumetto.

mercoledì 11 agosto 2010

Nuovo Clapton!


Dal sito ufficiale whereseric.com di Eric Clapton, scopro che alla fine di settembre uscirà un nuovo album del bluesman inglese, dal titolo.... "Clapton"!
14 brani tra inediti e cover registrati in studio. Comincio già a leccarmi i baffi...
Ecco la track list completa:

01. Travelin' Alone
02. Rocking Chair
03. River Runs Deep
04. Judgment Day
05. How Deep Is The Ocean
06. My Very Good Friend The Milkman
07. Can't Hold Out Much Longer
08. That’s No Way To Get Along
09. Everything Will Be Alright
10. Diamonds Made From Rain
11. When Somebody Thinks You’re Wonderful
12. Hard Times Blues
13. Run Back To Your Side
14. Autumn Leaves

lunedì 9 agosto 2010

Zagor e Alexis de Tocqueville


Attraverso il suo divertente ed interessante blog, Moreno Burattini mi ha consigliato di leggere il Maxi Zagor attualmente in vendita nelle edicole, dal titolo "L'uomo nel mirino".
Erano passati più di 20 anni da quando avevo acquistato il mio ultimo albo di Zagor: la scelta di non proseguire dipese allora da motivi economici. In quel periodo infatti ero uno squattrinato studente universitario e, fra tutti i fumetti che leggevo, dovetti fare delle scelte, ahimè dolorose, escludendo alcuni albi bonelliani, tra cui lo Spirito con la scure. E' da un po' che non sono più studente ( ahimè aggiungo...) e avrei potuto quindi ripermettermi Zagor, ma si sa... ci vuole un'occasione. E questa è arrivata, come dicevo, per mezzo del blog del curatore e sceneggiatore di Zagor stesso.
Devo dire che dopo 20 anni ho ritrovato il signore di Darkwood come l'avevo lasciato: un eroe senza macchia e senza paura, che non si abbassa a compromessi, che non si tira indietro di fronte alle angherie (come afferma lui stesso nella storia). Direi che ho trovato anche qualcosa in più, che non mi aspettavo e che mi ha fatto piacere, ovvero la citazione di un incontro avvenuto in una storia precedente fra lo spirito con la scure e niente popodimeno che Alexis de Tocqueville.


Gli attuali avversari infatti sono gli stessi seguaci della Loggia della Corona, con cui Zagor ebbe a che fare in passato. Il loro obiettivo era restaurare in Europa, a partire dalla Francia, la monarchia assoluta venuta meno dopo la Rivoluzione Francese. Nel precedente scontro il signore di Darkwood eliminò il capo della Loggia, Alphonse D'Artois, duca di Berry e il tesoro, donato ad un suo avo dal re Luigi XVI. Fu aiutato in quest'avventura proprio da Tocqueville che, salutando l'America, disse a Zagor che avrebbe raccontato come nel nuovo continente i cittadini si governano senza nobili o re, attraverso un sistema statale chiamato democrazia. Si allude qui all'opera più importante del filosofo francese: La democrazia in America, primo studio approfondito del nuovo sistema di governo, ancora oggi analizzato e oggetto di ricerche.
Certo un sistema imperfetto, e Zagor lo sa bene. Per difenderlo, tuttavia, fa di tutto per sconfiggere il figlio del duca di Berry, che vuole uccidere il presidente degli Stati Uniti d'America Andrew Jackson e destabilizzare così la giovane democrazia.


Mi piace quando un protagonista di fantasia di un fumetto si incontra con personaggi storici, perché viene data una certa veridicità al protagonista stesso e alle sue avventure: l'incontro contribuisce a renderlo reale, quasi vivo. Se poi il presidente (ex generale) non ci fa una bella figura, gongolo ancora di più. Infatti lo stesso uomo politico ricorda un fatto precedente quando Zagor, invitato alla Casa Bianca, aggredì il padrone di casa perché si era reso responsabile della deportazione dei Cherokee (storia raccontata in un altro Maxi “La lunga marcia”). Il presidente continua poi nella sua parte “andreottiana” quando, pur di imbrigliare lo spirito con la scure gli offre un posto al dipartimento degli affari indiani, sdegnosamente rifiutato dal nostro eroe che impartisce al politico di Washington una lezione su che cosa significa essere leale ai propri principi, senza scendere a vili compromessi.


Un po' troppo didascalico forse? Beh, Zagor è un eroe alla vecchia maniera, senza se e senza ma, si direbbe oggi, e ci piace così. Osservo che sentir parlare di democrazia, lealtà ai principi e lotta all'ingiustizia in un “semplice” fumetto da edicola è un fatto rilevante: vederlo poi sceneggiato in una storia ben strutturata e intrigante è anche piacevole. Non serve mica un graphic novel da libreria per ottenere un simile risultato!

venerdì 6 agosto 2010

Torino si allontana...


Bloccato a casa dal cagotto... :-(

PS: aggiornamento del day after: ecco cosa mi sono perso, una fra tutte: Glastonbury, la nuova canzone

mercoledì 4 agosto 2010

Torino si avvicina...

Così l'anno scorso a Milano, tre fra i momenti più emozionanti del concerto...







domenica 1 agosto 2010

Non mi piacciono i "graphic novels"


Beh, no! Non è che non mi piacciono, non mi piace il termine "graphic novel". Prendo lo spunto da un articolo di Benedetta Tobagi apparso ieri, 31 luglio, sulle pagine del quotidiano La Repubblica. La parte del giornale R2, dedicata a cultura e spettacoli, riservava l'apertura, nel complesso ben 3 pagine, al tema Scrivere disegnando. Oltre all'articolo citato, anche un bel pezzo di Gipi che racconta come nacque in lui, ancora ragazzino, l'impulso di disegnare per raccontare delle storie.
Mi fa sempre molto piacere quando un grande mezzo di comunicazione dedica uno spazio importante al fumetto, anche se qui il taglio dato non è, secondo me, corretto. Infatti viene creata una contrapposizione tra fumetto e graphic novel, come se si trattasse di due cose diverse. La definizione che si dà al graphic novel, mutuandola da Goffredo Fofi, non è assoluta, ma è sempre posta in relazione al fumetto. Si comincia a dire che il graphic novel è “pensato per un pubblico adulto ed esigente” e si continua affermando che “si distingue dal fumetto perché non è seriale, non ha limiti di lunghezza né vincoli di forma, esibisce una complessità narrativa e una profondità psicologica sconosciute ai comics e trova posto in libreria anziché in edicola. Nel graphic novel parola e immagine si fondono in un corpo unico che ha una cifra letteraria”. Dopo la lettura di queste poche frasi, il sangue mi si era ghiacciato nelle vene.... Ma continuo, perché voglio vedere dove si va a parare. Il pezzo prosegue citando delle opere e degli autori che servono a corroborare la tesi di fondo, ovvero l'alta nobiltà dei graphic novels contrapposta al basso lignaggio dei volgari fumetti...


Si nominano dei veri e propri capolavori indiscussi, V for Vendetta e Sin City, Fuochi e Il ritorno del cavaliere oscuro, Al tempo di Bocchan e Maus, Le starordinarie avventure di Pentothal e Persepolis, per dimostrare come i generi e gli stili più disparati vengano affrontati: dal filone fantastico di Moebius al realismo di Munoz e Sampayo, dalla biografia del Che di Oesterheld e Breccia al memoir storico di Spiegelman, dal giornalismo di Sacco alla denuncia politico-sociale di Elfo. Questa è la parte migliore dell'articolo perché l'autrice dà una sintetica ma valida panoramica (tralasciando però di citare almeno un'opera di Will Eisner) dei temi affrontati, facendo sorgere ad un lettore profano l'idea che i fumetti possono parlare di tutto, e farlo con alta qualità di disegni e parole. Alla fine dell'articolo si argomenta sulle difficoltà di penetrazione nel mercato di un medium come il fumetto che patisce la concorrenza di altri media basati sull'immagine. Il colpo però arriva nell'ultimo capoverso, dove si confessa in realtà che “l'introduzione stessa della dicitura graphic novel negli ultimi anni obbedisce a logiche commerciali, nella speranza di replicare i successi all'estero..”.


Ma allora è tutto una farsa? Tutta la base artistica e la citazione delle opere per validare la tesi che il graphic novel è un genere a se stante, cade alla fine con un'ammissione di carattere puramente commerciale? Ma come? E la complessità narrativa e l'approfondimento psicologico? E la cifra letteraria? E l'aristocratica libreria anziché la plebea edicola? Il re è nudo... Forse all'autrice è venuto in mente qualche fumetto seriale d'edicola che un po' di qualità l'aveva... Che ne so, un certo Ken Parker per esempio? Vogliamo parlare della modernità che questa serie segnò negli anni 70 all'interno della casa editrice Bonelli e nell'intero mondo del fumetto italiano: temi quali i diritti dei lavoratori, l'omosessualità, ma senza toccare niente di particolare per forza, semplicemente con la profondità del personaggio e della sua avventura di vita raccontata in modo poetico e fine da Giancarlo Berardi e disegnata da uno dei maestri italiani, Ivo Milazzo.


Cito solo Ken Parker, ma sono diversi gli esempi di alto valore artistico raggiunto da fumetti seriali. Non mi piacciono le distinzioni intellettualistiche tra comics e graphic novel: si tratta sempre di fumetto, ovvero di un linguaggio espressivo che si presta ad un'infinità di stili e temi, proprio come il cinema e la letteratura. Poi esiste il fumetto di qualità e quello scarso, ma non coincidono affatto rispettivamente con graphic novel e comics seriali. Anzi, ho letto delle graphic novel oscene e dei giornalini seriali stupendi. Parliamo di fumetto e basta, di questo alla fine si tratta.

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