Il colonialismo occidentale ha avuto lungo i secoli diverse facce, quasi sempre impresentabili, ma è difficile trovarne una così ipocrita come quella offerta da Leopoldo II, sovrano del Belgio, a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo. Il teatro delle sue scellerate imprese fu quella vasta regione africana che oggi chiamiamo Repubblica Democratica del Congo e che allora, con spudorata falsità, venne battezzata Stato libero del Congo. Di libero, quello Stato, non ebbe nulla: le risorse naturali furono depredate e si praticò il commercio degli schiavi. Il sangue dei nativi fu versato a fiumi: mai, lungo la loro storia, le tribù della regione conobbero un periodo così violento.
E' in questo spietato scenario storico che Gianfranco Manfredi ci immerge attraverso il quinto albo della sua fortunata serie a fumetti intitolata con il nome del suo protagonista, lo strafottente e temerario esploratore scozzese Adam Wild. Vitalità e freschezza avevano caratterizzato la prima uscita di questa collana Bonelli, salutata da tutti come il grande ritorno dell'Avventura d'altri tempi fra le serie a fumetti della casa editrice milanese. E' così è stato, anche se Manfredi riesce sempre a connotare con il suo stile narrativo molto personale le storie che racconta, rendendole moderne anche quando si riferiscono a fatti storici lontani nel tempo e, almeno apparentemente, così diversi dal nostro modo di vivere attuale.

La terza luna, titolo dell'ultimo albo, è un viaggio dentro l'inferno. Un inferno popolato da cannibali, torture, soprusi, terrore. Ma in questo scenario da cuore di tenebra si erge la luce di un personaggio che combatte la sua lotta personale contro lo schiavismo. E lo fa a viso aperto, con un sorriso beffardo e guascone sulle labbra. Non si crede un salvatore illuminato che ha una nobile missione da compiere. No, lui si butta nella mischia seguendo quello che il cuore gli dice. E questo accade anche nella storia presente, quando vediamo Adam, stanco e con la barba lunga dopo una estenuante marcia attraverso la foresta, raggiungere una stazione commerciale gestita dagli Anderson, due americani, padre e figlio. Qui apprende della guerra portata nella regione dalla tribù cannibale degli Zappo Zap, capitanata dal crudele capo Malumba. Scopre che i belgi sono in affari con gli Zappo Zap, che forniscono schiavi (della tribù dei Kuba che vivono in pace commerciando avorio con gli Anderson) in cambio di fucili. Adam non ci pensa su un istante e si butta a capofitto nell'impresa apparentemente disperata di sgominare il traffico di esseri umani. Se la decisione è presa d'impulso, non vuol dire che l'azione sia portata avanti con incoscienza, tutt'altro: Adam si rivela un fine stratega, sfruttando a vantaggio proprio e dei Kuba la fragile alleanza fra i belgi del cinico capitano Dufour e i guerrieri di Malumba.

Indiscutibilmente, gran parte del fascino esercitato da questa avventura, viene dai disegni di Antonio Lucchi, new entry in casa Bonelli. Se nel primo numero della serie, i disegni chiari di Alessandro Nespolino avevano ritratto con precisione la città di Zanzibar, ne La terza luna Lucchi ci presenta con grande vividezza una foresta a tinte forti. Lo stile espressionistico del disegnatore sassarese è perfetto nell'evidenziare la crudeltà nei volti di Malumba e dei suoi: lo sguardo spietato e i denti aguzzi degli Zappo Zap conferiscono loro un'espressione demoniaca esaltata dallo stile di Lucchi. Di grande effetto le scene di sacrificio umano ambientate all'interno del campo dei cannibali, così come quelle della battaglia finale. La luna rischiara di un sinistro bagliore la notte in cui avviene lo scontro fra le tre forze in campo: i Kuba con gli Anderson e Adam, gli Zappo Zap di Malumba e i soldati belgi di Dufour. Il tratto (digitale perché realizzato al computer) di Lucchi è abile nel conferire alle scene di scontro un forte dinamismo, senza mai cadere nella confusione. Di notevole impatto anche i primi piani dei protagonisti, i cui volti sono ritratti in numerose espressioni senza mai perdere la caratterizzazione del personaggio, o le inquadrature molto cinematografiche.

La Storia va rispettata e, se Malumba e gli Zappo Zap vengono sconfitti e i Kuba liberati, i belgi perdono soltanto questa battaglia, ritirandosi dietro a un Dufour che, umiliato da Adam, si augura, vendicativo, un futuro incontro. L'albo termina qualche tempo dopo e in un altro luogo. Dopo una lunga e trepidante attesa, il conte Molfetta può riabbracciare calorosamente Adam, ritornato da un'esperienza che lo ha duramente provato. Manfredi sembra suggerire che l'abbraccio di un amico, ritratto splendidamente da Lucchi alla luce del sole al tramonto, è uno dei pochi gesti di umanità che fa ritornare la fiducia nel genere umano.
Le profonde rughe di Carson. E' l'elemento che mi ha subito colpito in L'eroe e la leggenda, primo volume di una collana annuale edita dalla Sergio Bonelli Editore, intitolata Tex d'autore. E che autore! Stiamo parlando di Paolo Eleuteri Serpieri e del suo grande ritorno al genere western dopo tanti anni. Un ritorno che non poteva accadere se non in via Buonarroti a Milano, sede di quella casa editrice, la Bonelli, con la quale l'autore veneziano si è rincorso a lungo negli anni. Finalmente vede la luce il risultato di questa rincorsa, con un unico grande cruccio: uno degli artefici dell'incontro, Sergio Bonelli, l'uomo a cui è dedicato lo stesso volume, non c'è più. Ne sarebbe stato sicuramente orgoglioso perché, a mio parere, questo albo speciale entrerà nella storia della casa editrice milanese. Per più di un motivo. Il primo l'ho già citato: Paolo Eleuteri Serpieri, un nome che si presenta da solo, autore di soggetto, sceneggiatura, disegni e colori di questo volume cartonato.

E poi i disegni, valorizzati dal grande formato alla francese e dai colori: ogni vignetta è una piccola opera d'arte cui va dedicato il giusto tempo per poterla gustare, soffermandosi sui dettagli, tanto questa ritragga il viso di Carson segnato dalle rughe, quanto rappresenti una concitata scena di lotta all'arma bianca o di scontro in campo aperto. E ancora: lo sguardo inedito sul passato di Tex, offerto nel 1913 da un Carson incanutito, ospite di una casa psichiatrica di New York, che funge anche da ricovero per anziani. Il Tex raccontato da Carson è giovane, porta i capelli lunghi, è armato fino ai denti, dimostra un coraggio fuori dal comune ed una espressione costantemente seria e risoluta. Il lettore del Tex mensile potrebbe trovarsi spiazzato, notando l'assoluta mancanza dell'ironia con la quale il Ranger condisce ogni tanto le sue parole. Nessun sorriso, nessuna battuta salace, ma solo estrema determinazione nel portare a termine la propria vendetta. Non c'è spazio per altro.
E certamente il lettore del Tex mensile sarà rimasto a bocca aperta quando avrà visto la mano dell'eroe compiere un atto che non avrebbe mai pensato di trovare su una tavola di Tex. Ma l'atto era necessario e dovuto, e Carson, che ha assistito alla scena centrale del duello fra Tex e il comanche Luna Nera, lo spiega e lo motiva in lungo e in largo. Tuttavia resta e colpisce. Inevitabilmente.
Ma la parte migliore della storia di Eleuteri Serpieri è racchiusa nella tavola finale, quando il direttore della clinica, ritratto in modo molto somigliante a Mark Twain, riferisce al giornalista delle sue forti perplessità circa la vera identità del vecchio ospite del ricovero. Ci rimane il dubbio se si tratti di Carson o meno e, ancor di più, se il personaggio di Tex protagonista del racconto sia reale o fantastico. Secondo il direttore è solo un mito e una leggenda. Ma è la sua opinione, irrilevante per il giornalista. E qui, nell'ultima vignetta, accade quello che mai mi sarei aspettato e che mi ha profondamente emozionato. Non lo svelo per non rovinare la lettura a coloro che non hanno ancora avuto fra le mani questo volume. Ma il tocco finale è davvero un incanto, perché riesce a dare una luce del tutto nuova, ma estremamente coerente con tutta la sua storia quasi settantennale, alla nascita di Tex come personaggio. Reale o leggendario? Ognuno risponderà come preferisce, ma di certo questo albo è la prova che il monumento di Tex Willer è tutt'altro che immutabile e scolpito.
Il vento come motivo conduttore dell'opera di Hayao Miyazaki. E' questa la tesi proposta da Valeria Arnaldi nel suo ottimo libro Hayao Miyazaki - Un mondo incantato, pubblicato da Ultra nel 2014. Da Nausicaa nella Valle del Vento a Kiki, la streghetta che deve imparare a padroneggiarne le correnti per diventare adulta, da Porco Rosso che lo sfrutta volando con il suo aereo a Sheeta che, in Laputa, ne viene sorretta dolcemente fino a posarsi a terra, da Howl e Sophie che ne fanno il luogo della prima romantica passeggiata fino a Si alza il vento, l'ultimo film del maestro nipponico. E il suo celebre studio di animazione non porta forse il nome del Ghibli, il caldo vento africano così ricco di suggestioni? Scorrendo titoli e situazioni all'interno dei suoi film, risulta quindi evidente che il vento rivesta un ruolo centrale nella poetica di Miyazaki. Le parole della Arnaldi sono chiare e colgono il segno:
"E' il vento l'elemento simbolico dell'intera carriera di Hayao Miyazaki. Vento come soffio vitale, vento come trait d'union tra fisico e metafisico, vento come premio che, nel mito, regala all'uomo l'immortalità, vento che è elemento da cui si proviene e cui si torna, ma anche emozione e abbandono. Quell'abbandono che nei giochi dell'infanzia ci fa tendere le braccia aperte per cercare di prenderlo, ci fa inventare o rintracciare delle forme nei riccioli di infinito che ci sovrasta. ... Il vento è il cuore delle anime, nel duplice significato della parola, quella proiezione del Sé al di fuori del limite di carne e carnalità, ma soprattutto è metafora del possesso del cielo, scalata all'Olimpo, che gradino dopo gradino, corrente su corrente, fa percepire l'ascesa della vetta."
L'autrice ci conduce nell'universo di Miyazaki senza tralasciare nessun aspetto. Dal racconto della sua vita al lavoro nei manga, spesso ispiratori di successivi opere d'animazione, dalle serie televisive ai film dello Studio Ghibli, analizzati con estrema cura e in stretto ordine cronologico. Non può mancare un capitolo dedicato a coloro che hanno raccolto la sua eredità all'interno dello Studio e, chicca finale, un capitolo in cui si dà spazio agli artisti che hanno omaggiato il Maestro con delle opere del tutto originali. Il libro è impreziosito inoltre da un ricchissimo contributo iconografico, costituito soprattutto da fotogrammi tratti dai film.
Il saggio della Arnaldi è un atto d'amore nei confronti di un uomo che, a partire dalla propria sensibilità e fantasia, ha saputo costruire delle storie e dei personaggi intimi ma nello stesso tempo universali. Ha saputo sempre inseguire nel mondo reale quel senso del meraviglioso che incanta un bambino e, cosa più importante, è riuscito a trasferirlo nella poesia delle sue immagini.
"Nel mio cinema si sogna molto, ma la realtà ha sempre l'ultima parola."
Hayao Miyazaki

La riproposizione settimanale dell'umana avventura di Ken Parker nella collana omonima edita da Mondadori corre più veloce di quanto io riesca a scriverne su questo blog. Col numero 41 attualmente in edicola, fumetteria e libreria, intitolato Un soffio di libertà, stiamo per approssimarci alle ultime storie del nostro biondo trapper che, in origine, furono proposte sul Ken Parker Magazine. L'esperimento editoriale, condotto prima da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo anche in qualità di editori (attraverso la Parker Editore) e poi di nuovo sotto le ali più economicamente rassicuranti della Sergio Bonelli Editore, terminò con La carovana Donaver, storia suddivisa nei quattro numeri successivi. Il magazine, come formula editoriale attraverso cui proporre i fumetti, era ormai in profonda crisi e, nonostante l'alta qualità delle sceneggiature e dei disegni che arricchivano la pubblicazione e l'interessante apparato redazionale, non sfuggì alla chiusura. Il rilancio della testata da parte di Sergio Bonelli non aveva potuto nulla contro il calo costante di lettori. Si passò quindi al formato classico bonelliano con cui vennero pubblicati quattro albi speciali di Ken Parker. E queste furono le ultime storie di Lungo Fucile fino a Canto di Natale, il portfolio edito da Spazio Corto Maltese presentato a Lucca 2013, che segnò il ritorno di Chemako con una storia inedita. Il 10 aprile Mondadori pubblicherà Fin dove arriva il mattino, il volume numero 50 della sua collana Ken Parker: qui ci sarà l'epilogo dell'avventura di Ken. Lo vedremo finalmente uscire da quel mondo carcerario che vede il suo esordio lungo proprio nell'episodio Un soffio di libertà.

Ken è stanco di scappare da una giustizia ingiusta che lo ha inseguito per migliaia di chilometri lungo le fredde terre del Canada. Sono stati questi gli splendidi scenari naturali delle avventure di Lungo Fucile narrate nel Ken Parker Magazine. La natura è stata una coprotagonista, ancor di più che nella prima serie. Ma la costante psicologica del Nostro e del suo lettore è la tristezza. Ho trovato, in questa rilettura del Magazine, un Ken diverso da quello targato Cepim. In fondo son passati quasi vent'anni dalla sua creazione e Berardi, di cui Ken è l'alter ego, lo specchio attraverso cui guardarsi dentro, è cambiato. Gli entusiasmi giovanili si sono attenutati, lasciando spazio ad una maggiore consapevolezza di come va il mondo. Le esperienze vissute da Ken sono state sempre caratterizzate da una profonda empatia nei confronti dell'altro. Ma hanno lasciato molte cicatrici. La disillusione si è fatta strada nell'animo di Ken, senza comunque mai intaccare la sua propensione a porsi nei panni degli altri e a correre in loro aiuto. Lo fa continuamente anche a discapito dei propri interessi. Ma il prezzo psicologico è alto. Alla fine dell'episodio Il marchio dei McCormack Ken si consegna fra le braccia dello sceriffo Lusky, nonostante questi non si regga in piedi, e dopo averne usato l'identità per risolvere un assassinio che aveva sconvolto la famiglia McCormack. Ancora una volta Ken viene scambiato per un altro ma non ne approfitta. Potrebbe fuggire visto che Lusky è incosciente ma la sua etica lo spinge a restare per aiutare la famiglia che lo ha soccorso. Contro i propri interessi. Ma forse il suo interesse è proprio quello di essere a posto con la propria coscienza. Così Ken, stanco di fuggire, accetta il suo destino che lo porta fino al penitenziario di Jackson County.

Ogni volta che leggo un fumetto o romanzo di ambientazione carceraria o guardo un film su questo tema (come Brubaker interpretato da Robert Redford) sono assalito da un profondo disagio. Vedo me stesso come detenuto e mi trovo a pensare a come, e se, sopravviverei in un inferno nel quale si viene privati del valore che dà dignità alla nostra vita: la libertà. Ken prova a sopravvivere ed è anche, inizialmente, abbastanza fortunato (si fa per dire) perché il direttore del penitenziario è un illuminato. Ha introdotto delle riforme tese a rendere il carcere un posto più umano: i prigionieri non sono incatenati, possono ricevere la posta dall'esterno, i neri e i bianchi convivono insieme. In altre parole cerca di mettere in pratica le idee di Cesare Beccaria, trasformando il carcere da luogo di punizione a luogo di recupero. Sfortunatamente le cose non vanno come il direttore vorrebbe, perché il capo dei suoi secondini è un violento che si accanisce sui detenuti con sadismo.

La storia disegnata da Ivo Milazzo si apre con un vano tentativo di fuga sotto la pioggia. L'assassinio del fuggiasco, torturato in carcere dai secondini, costituirà il motivo della rivolta in cui verrà coinvolto Ken. Ancora una volta le qualità umane del Nostro si pongono al servizio di quello che è considerato dalla maggior parte dei detenuti come l'unica possibilità di salvezza: la trattativa. Con l'incombere dell'esercito schierato e pronto ad intervenire, Ken e i capi della rivolta cercano di parlamentare per ottenere l'arresto del capo delle guardie, ostaggio degli stessi carcerati. La sete di vendetta di alcuni detenuti fa però precipitare la situazione e il tragico epilogo vede l'intervento sanguinario dell'esercito, la fine drammatica della rivolta e, con essa, l'addio ai sogni di riforma del direttore. La trama segue un filo se volete scontato, ma il valore della storia sta, come sempre capita con Berardi, nei personaggi. Shute, il fuggiasco, Moore, il capo delle guardie, Blacksie, il cane poliziotto, "Nail" Osborne, il capo dei detenuti, Luke, il suo braccio destro, Pitch, il prigioniero che causa l'intervento dell'esercito, Compton-Scott, il direttore del penitenziario, Agnes, la moglie, e Lucy, la figlia, entrambe ostaggi dei detenuti, Artie, il vecchio ergastolano che accompagna Lucy ogni giorno in calesse fuori dal carcere, McCoy, il giornalista del Washington Journal che intervista il direttore, il Colonnello Brannigan, comandante del battaglione che pone fine alla rivolta. Di ognuno Berardi delinea la psicologia attraverso poche parole e pochi gesti, resi con il solito realismo da Milazzo. La loro veridicità rende la storia credibile, vera, unica. Ken è testimone, ancora una volta, delle relazioni umane che intercorrono in un universo per lui nuovo: il carcere. Il primo assaggio è stato terribile. Dovrà imparare a conviverci, e in condizioni anche peggiori.
Il triangolo rosa distingueva i deportati omosessuali all'interno dei campi di concentramento nazisti. 19 illustratori hanno lavorato su quel simbolo e su quel colore per raccontare a loro modo un aspetto dell'Olocausto spesso lasciato in secondo piano. Il risultato è visibile presso il bar Knulp di Trieste nell'ambito di "Rosa cenere", una mostra organizzata da Daydreaming Project in collaborazione con Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia ONLUS, Bar Libreria Knulp e Fumetetria Neopolis.
La mostra è stata inaugurata il 26 gennaio e sarà visitabile fino al 7 febbraio.
Di seguito il comunicato ufficiale.
“Rosa cenere nasce dall’urgenza del gruppo di volontari del Cassero LGBT Center, Peopall, di raccontare la memoria che, durante gli anni, ha rischiato di perdersi nelle pieghe di un silenzio imposto dalla vergogna nel mostrare le cicatrici che l’orrore nazi fascista aveva impresso sui corpi dei deportati omosessuali. Raccontarla mediante l’arte ci è sembrato il modo migliore per fornire un punto d’accesso diverso e non banale,
con l’intento di stimolare la riflessione e la curiosità. Istintivamenteabbiamo cercato
la collaborazione del Centro di Documentazione del Cassero, luogo fondamentale di alimentazione della memoria della “nostra” comunità, da cui abbiamo ricevuto sostegno ed entusiasmo. Lo stesso entusiasmo con il quale hanno accettato di collaborare
i diciannove artisti, coordinati da Jacopo Camagni, che generosamente hanno
messo a disposizione il loro tempo e i loro talenti.
L’obiettivo della mostra, fin dall’inizio, è stato quello di non distaccarsi dalla veridicità delle esperienze vissute dalle vittime, e le testimonianze, dirette e indirette, sono state il punto di partenza dell’intero progetto. Tra le undici storie vere illustrate alcune sono già note, come quelle di Heinz Heger e Pierre Seel che con le loro pubblicazioni hanno aperto la strada alle prime ricerche sugli omosessuali deportati, altre invece sono state recuperate negli archivi online, come quella di Henny Schermann, una delle poche donne deportate anche perché lesbica.
Graficamente il progetto ruota intorno al triangolo rosa, il marchio distintivo degli internati omosessuali, e abbiamo chiesto ai disegnatori di lavorare su questo simbolo per elaborare la loro personale lettura dell’omocausto, virando il tutto sui toni del bianco
e del nero. La scelta degli artisti è caduta, da un lato, su nomi già affermati, e dall’altro su nomi che stanno iniziando a farsi conoscere, con l’intento di fornire visibilità alle diverse realtà creative della comunità LGBT. Ognuno di loro ha scelto una biografia e da essa ha preso spunto.
Diciannove illustratori, diciassette tavole, undici storie. Questi sono solo alcuni dei numeri di un progetto che ha visto la luce nel giro di due mesi, nato perché la memoria non si perda, perché la ricerca è ancora agli inizi e i testimoni di quegli stanno scomparendo L’unico modo per rendere loro giustizia e ricordarli. E renderemo giustizia anche a chi lotta quotidianamente per i diritti delle persone gay, lesbiche e trans*.”
Giuseppe Seminario
Gli Illustratori/i protagonisti
Massimo Basili
Albrecht Becher
Flavia Biondi
Rudolf Brazda
Marco B. Bucci
Jacopo Camagni
Damiano Clemente
Sebastian Dell’Aria
Heinz Dörmer
Annette Eick
Giopota
Karl Gorath
Heinz Heger Francesco
Legramandi
Giulio Macaione
Andrea Madalena
Davide Mantovani
Mabel Morri
Vinnie Palombino
Isabel Pilo
Wally Rainbow
Roberto Ruager
Pierre Seel
Henny Schermann Michele Soma
Mattia Surroz
Luca Vanzella
Paul Gerhard Vogel Friederich-
Paul von Groszheim
Kurt von Ruffin
«Io sono la prova vivente che Hitler non ha vinto. Ne sono consapevole ogni giorno. Se non avessi raccontato la mia storia, chi conoscerebbe la verità?»
Friedrich-Paul von Groszheim
Grazie a
Cassero LGBT Center
Venerdì 30 gennaio alle 18, presso la libreria Lovat di Trieste, il fumettista Reinhard Kleist presenterà il suo ultimo libro intitolato Il pugile. Si tratta di una delle tappe del tour che toccherà anche Roma, Genova e Milano, attraverso il quale l'autore berlinese farà conoscere al pubblico italiano la storia vera di Hertzko Haft, un ebreo polacco diventato pugile ad Auschwitz. Il volume, pubblicato dai tipi della Bao Publishing, si basa sul libro scritto dal figlio Alan Scott Haft che, appena nel 2003, scoprì la straordinaria e terribile vicenda vissuta dal padre.
Deportato nel campo della morte, Hertzko fu obbligato a salire sul ring per intrattenere gli ufficiali delle SS e, grazie alla box, riuscì a salvare la propria vita. Kleist ci racconta una terribile storia di sopravvivenza: il pugile sa che ad ogni combattimento che lo vede vincitore corrisponderà la morte per il perdente, detenuto come lui. Una crudele lotta per la vita. Ma è anche una storia di speranza e d'amore. E' infatti la speranza di rivedere Leah Pablanski, la ragazza della sua città natale di cui si è innamorato prima della deportazione, che dà la forza ad Hertzko di fare tutto il possibile per rimanere vivo.
"Dopo quello che ho passato cosa vuoi che possa farmi un uomo coi guantoni?"
La determinazione di Hertzko, e il suo sapere fare a pugni, lo tengono in vita fino all'arrivo dell'Armata Rossa, quando riesce a scappare dai suoi aguzzini durante una marcia della morte, travestendosi da guardia tedesca. Emigrato negli Stati Uniti, diventerà pugile professionista fino ad incontrare sul ring il leggendario Rocky Marciano, futuro campione del mondo dei massimi. La sconfitta con il pugile italo-americano spingerà Hertzko a ritirarsi dalla box e ad aprire una bottega di fruttivendolo.
Dopo il libro su Johnny Cash del 2006, che lo fece conoscere a livello internazionale, e quello su Fidel Castro del 2010, con Il pugile l'artista tedesco si conferma essere uno dei migliori autori a livello internazionale di biografie a fumetti. Kleist riesce infatti ad emozionare il lettore condensando in una storia coerente ed omogenea gli aspetti e i momenti più importanti delle vite dei protagonisti dei suoi libri. Ma oltre alle sue indubbie capacità di storyteller, punto essenziale dello stile di Kleist è il tratto espressionista che, con i suoi chiari scuri, fa rivivere sulla pagina sia le lacerazioni interiori di Man in Black, che la passione politica del Leader Maximo ed ora l'orrore dei campi di sterminio.
Non ci voleva un mago per prevederlo. Quando ho visto morire Cobra Ray, il nemico numero uno di Saguaro nell'albo di gennaio intitolato Colpo di coda, sul momento non ci ho creduto o, meglio, non ci volevo credere. Ho riletto due volte per essere sicuro che non mi fosse sfuggito qualcosa: in fondo tante volte Cobra Ray era stato dato per morto, ma era sempre ricomparso più pericoloso di prima. Ma questa volta no. Ridotto in sedia a rotelle, si è dato fuoco di fronte a Saguaro. Ed è morto. Se Bruno Enna, creatore e principale sceneggiatore del personaggio, fa morire già al numero 32 della serie il nemico principale del protagonista, allora il lettore non può che considerarlo come un terribile indizio. Unito all'altro grave indizio riguardante i bassi numeri di vendita di cui Saguaro soffre da molto tempo, mi son detto che ormai la fine della serie è certa. Puntuale è giunta pochi giorni fa la notizia ufficiale della Sergio Bonelli Editore, che ha confermato le voci che circolavano da mesi: in soli tre ultimi e definitivi albi Saguaro verrà a capo di tutto. Tutte le interessanti trame che hanno segnato con forza la continuity della serie (dall'infido Clive Waters, creatore dell'unità speciale dell'FBI in cui lavora Thorn Kitcheyan, passando per il ribelle navajo Nastas Begay, ex amico fraterno di Saguaro, fino al vecchio uomo della medicina Howi e i segreti riguardo ai genitori di Thorn) troveranno una conclusione in soli tre albi.
E' un vero peccato. La Bonelli chiude una delle sue serie migliori. Più volte ho avuto modo di elogiare Enna per la sua scrittura dinamica, veloce, agile ma capace di approfondire con cura temi di carattere sociale e psicologie dei personaggi. Perdiamo un ottimo poliziesco ambientato nel Sud Ovest americano negli anni Settanta del secolo scorso, con in primo piano le problematiche legate alla vita e ai diritti dei nativi. Thorn è un navajo, ma è anche un reduce del Vietnam, e da proprio questo passato emerge il suo arci-nemico Cobra Ray. Ma c'è anche un altro passato, familiare e tribale, che incombe su Saguaro e di cui, albo dopo albo, Enna ha saputo dosare gli elementi, in modo da creare la dovuta suspense.
Non mi spiegherò mai perché prima Orfani e ora Ringo (miniserie scritte da Roberto Recchioni) funzionano mentre Saguaro no. Intendo dal punto di vista commerciale, non della qualità di soggetti e sceneggiature. Qualcuno ha detto che Saguaro è nato già vecchio: un eroe Bonelli classico, troppo classico, legato ad uno sfondo, il western, che ha perso molto del suo appeal, almeno presso il pubblico più giovane. Non sono d'accordo. Saguaro è parso essere al suo esordio il classico duro, tutto d'un pezzo, alla Tex Willer. Ma poi, con lo scorrere delle storie, la sua psicologia e il suo mondo si sono dispiegati, lasciando intravedere molte sfumature, e molti dubbi. Tex, al di là dei metodi drastici che li accomunano, è molto lontano da Thorn.

E poi, Adam Wild, la nuova miniserie di Gianfranco Manfredi, non si è proposta proprio all'insegna della Avventura classica, che più classica non si può? Certo, l'ambientazione e i personaggi son del tutto diversi, ma l'alveo di genere in cui si inserisce è molto più vicino a Saguaro piuttosto che ad Orfani. E mi pare che le vendite del nuovo eroe di Manfredi stiano andando bene.
L'unico difetto, non di poco conto, che riconosco alla serie di Enna è la qualità dei disegni, mediamente bassa, con rare eccezioni. Potrebbe essere che molti lettori l'abbiano abbandonata proprio per questo motivo. Se fosse vero, le responsabilità ricadrebbe sulla Bonelli stessa, che non ha saputo garantire ad Enna un parco disegnatori all'altezza (cosa che invece non sta succedendo per Adam Wild e Lukas di Michele Medda, caratterizzati da ottimi disegni, oltre che da valide storie).
Ancora Kobane. Dopo una settimana la rivista Internazionale ripropone all'attenzione dei suoi lettori la città curda della regione siriana del Rojava. Lo fa usando lo stesso linguaggio di sette giorni fa, il fumetto. Ma se nel numero precedente Isik ci aveva spedito una cartolina da Kobane composta da due tavole, ora Zerocalcare ci regala un reportage di quarantadue pagine, frutto della sua esperienza vissuta nel Rojava insieme alla Staffetta Romana per Kobane, ovvero gente dei centri sociali che si reca sul posto per fornire un supporto umanitario e per portare a casa un'informazione corretta.
Il graphic journalism che ci offre Zerocalcare è unico, perché il resoconto dei fatti è intriso delle forti emozioni vissute. A Mehser, un villaggio turco a pochi chilometri dal confine su cui si affaccia Kobane, Zerocalcare entra in contatto con una realtà che i grandi media non raccontano. Uomini e donne organizzati in una struttura sociale partecipata, democratica e governata dal basso, dalla gente che si autogestisce in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Vita che di ordinario e normale ha ormai ben poco, visto che la guerra contro l'Isis è ormai la quotidianità. Zerocalcare mi piace perché si mostra sempre come è, senza filtri, con tutte le sue paure, con il suo senso di inadeguatezza di fronte alla forza e determinazione dimostrata dai curdi, soprattutto dalle donne. Ma c'è anche tutta la sua curiosità di capire, la sua volontà di aiutare, la sua partecipazione offerta attraverso gli strumenti che ha a disposizione, c'è tutto il suo cuore lì a Kobane. Zerocalcare ti fa sorridere, ti fa capire, ti fa commuovere. Fa parlare le persone che incontra e le parole sono come pietre. Mi hanno colpito in particolare quelle pronunciate da Newroz Kobane, una delle ragazze responsabili del campo profughi:
"Noi siamo musulmane. A noi nessuno può venirci a dare lezioni di Islam. Sono quelli dell'Isis a non essere musulmani. Noi rispettiamo tutti. Noi seppelliamo i morti. Anche i loro. Loro tagliano teste, mani, piedi. Uccidono bambini. Sono bestie senza coscienza. Che religione ha gente così?"

Basterebbero queste parole per far tacere tutti gli attuali sciacalli che soffiano sul fuoco di quello che è successo a Parigi, cercando di demonizzare una religione e tutti i suoi fedeli. Bisognerebbe portarli nel Rojava a verificare sul posto come invece dei musulmani (e non solo) stanno realizzando una rivoluzione in cui tutti sono eguali, le ricchezze sono distribuite, la natura è rispettata e diverse religioni ed etnie convivono pacificamente. O almeno cercano di farlo. Perché dall'altra parte c'è l'Isis che distrugge ogni cosa con la violenza. Di qua i resistenti curdi mal tollerati da tutti, la Turchia in primis, e di là i combattenti dell'Isis, bombardati con sospetta imprecisione dagli americani. Ma gli sciacalli, e i benpensanti che li seguono, si tengono ben lontani da posti come questo. E temo che non leggano nemmeno questo reportage di Zerocalcare. Perché basterebbe la lettura di un breve racconto a fumetti, proposto da un giornale, per cominciare a porsi delle domande. In fondo ha ragione il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro che scrive nell'editoriale:
"I giornali servono a informarsi e a farsi un'opinione, ma contribuiscono anche a definire l'identità di chi li legge."
Leggere, informarsi e cercare di capire è un esercizio di libertà: aiuta a rendersi autonomi dagli altri, dalle opinioni altrui che, a volte, sono superficiali o interessate. O entrambe le cose insieme.
Il numero 1084 del settimanale Internazionale, in edicola in questi giorni, propone nella rubrica Graphic journalism un servizio grafico realizzato da Isik, illustratrice francese che vive a Istanbul. Nelle sue Cartoline da Kobane, città del Rojava, il Kurdistan siriano, Isik ci ricorda che degli uomini e delle donne stanno realizzando un'utopia: costruire uno stato governato dal basso, nel quale donna e uomo hanno gli stessi diritti, l'ambiente è rispettato e il modello economico è anticapitalista. La loro rivoluzione sta fieramente resistendo da mesi all'offensiva dell'Isis.
Charb, il direttore del settimanale satirico Charlie Hebdo, assassinato insieme ad altre undici persone nell'attentato terroristico avvenuto mercoledì 7 gennaio a Parigi contro la sede del suo giornale, aveva scritto le seguenti parole a proposito della lotta condotta dai curdi contro i fondamentalisti islamici:
"Io non sono curdo, non conosco una parola di curdo, non sono in grado di citare nessun autore curdo. La cultura curda mi è del tutto estranea (...) Ma oggi, io sono un curdo, penso in curdo, parlo in curdo, canto in curdo e piango in curdo. I curdi assediati in Siria non sono curdi, loro rappresentano l'umanità stessa che resiste alle tenebre. Loro difendono le loro vite, le loro famiglie e la loro patria. Che lo vogliate o meno, rappresentano l'anima della resistenza contro l'Isis. Ci stanno proteggendo, non solo dall'Isis ma anche dalla barbarie (...) Oggi, sono i curdi ad esistere contro la morte e il cinismo."
Dopo la prima prova di un anno fa, ritornano le storie brevi a colori di Tex Willer nell'albo numero 6 della collana Color Tex, intitolato Stelle di latta e altre storie. Si tratta di un albo che vede diversi autori al loro esordio sulle pagine del Ranger, tanto fra i disegnatori quanto fra gli sceneggiatori. Fra i primi balza subito all'occhio la bella copertina del pordenonese Giulio De Vita, che vorremmo vedere più spesso pubblicato in Italia e non solo Oltralpe, dove il suo talento è stato ampiamente riconosciuto da tempo.
Come ho già scritto in un precedente post, a me piacciono le short stories che sono caratterizzate da uno spazio di azione ben preciso, da una durata di tempo limitata, da personaggi appena abbozzati, da una forte tensione e da un non detto che lascia spazio all'intuito del lettore. E le quattro storie del nuovo Color Tex non mi hanno convinto del tutto.

La prima, Stelle di latta, è proposta dalla coppia di autori di Lukas: Michele Medda ai testi e Michele Benevento alle matite, qui con l'aiuto di Oscar Celestini alla colorazione. Mi è parsa una storia molto ricca di avvenimenti e di personaggi con un interessante passato, più adatta a dispiegarsi su un racconto lungo piuttosto che su uno breve. Mi sarebbe piaciuto conoscere di più sul passato comune di Carson e dei suoi due vecchi amici ritrovati. Invece tutto è spiegato un po' sbrigativamente: serviva qui un maggiore approfondimento della storia personale e comune dei tre. Inoltre i fatti della trama si svolgono con un'eccessiva fretta. Un bel soggetto che meritava di essere sviluppato su duecento tavole della serie regolare è stato compresso in trentadue. Peccato. Ottima l'esordio texiano di Benevento che caratterizza i due pards alla perfezione, molto classici nella loro naturalezza, così come gli altri personaggi e le varie scene d'azione. Nonostante la buona colorazione, mi è venuta la curiosità di immaginare come sarebbe stato il mood della storia se fosse stata disegnata in bianco e nero, considerando che i neri di Benevento conferiscono alle storie di Lukas un tono cupamente suggestivo.

Maggiore unità di tempo e
di luogo ha il secondo racconto, Incontro a Tularosa,
firmato da Moreno Burattini per i testi e da Giuseppe
Camuncoli per i disegni. Un discreto esordio nel mondo di Tex per
il curatore e sceneggiatore di Zagor, altro eroe storico della
Bonelli. La tensione è subito molto alta. L'azione è concentrata a
Tularosa, un misero pueblo del New Mexico, prima all'interno di una
modesta cantina (dal nome sinistro El gato negro) poi nella
polverosa main street. Qui, al tramonto, i protagonisti trovano il
loro appuntamento con la vendetta e con la morte sfidandosi a duello:
temi classici del Far West. Se non fosse per il flash back troppo
lungo che provoca un calo della tensione dopo poche tavole e per
l'inutile scambio di battute nel finale che spiega come è avvenuta
la sostituzione fra Tex e uno dei personaggi, il racconto avrebbe
mantenuto un ritmo più sostenuto, e sarebbe risultato più godibile.
Camuncoli, qui alla sua prima prova con Aquila della Notte, è un bravo disegnatore noto all'estero grazie ai suoi lavori per la Marvel e la DC, ma la sua tendenza in questa storia a rappresentare
le teste dei personaggi piuttosto tozze, soprattutto in Tex, non mi
piace. Inoltre ho trovato i colori di Beniamino Del Vecchio
troppo sparati.

Il curatore di Tex, Mauro
Boselli, ci regala una short story in cui dominano temi come il
pregiudizio e l'intolleranza verso il diverso. Nel buio è
il titolo del racconto disegnato da un ottimo Luca Rossi e nel
buio di un bosco si svolge la maggior parte dell'azione. L'atroce
assassinio di due coniugi e la scomparsa della loro figlioletta
spinge i prevenuti cittadini di Alder's Gulch, un piccolo centro del
Colorado, ad accusare il “mostro” del villaggio. Una classica
caccia all'uomo con tanto di torce nella notte e urla inneggianti
alla forca. Ma Tex, Carson e Tiger riescono ad evitare il linciaggio,
ristabilendo la verità dei fatti e facendo giustizia. Bello
l'incipit iniziale con il passaggio brusco dalla scena felice in cui
i ragazzini giocano a quella drammatica e violenta dell'assassinio.
Da lì in avanti la tensione narrativa rimane sempre alta fino al
colpo di scena finale. Da sottolineare anche il dettaglio della
bambolina di legno trovata nel bosco dalla bambina che tornerà poi
anche alla fine. Se proprio volessi trovare una pecca a questa storia
direi che il finale ha una caduta nelle vignette conclusive. L'ultima
tavola, infatti, prima ti colpisce allo stomaco con la trovata
azzeccata del padre che inaspettatamente uccide il figlio assassino,
per evitare un'ulteriore delitto. Poi però ti delude quando scopri
che il “mostro”, che hai dato per morto tre tavole prima in
seguito ad una fucilata ricevuta alla tempia, è vivo e parla con la
bambina. Il che permette a Tex di fare una ramanzina, che suona un
po' moralista, agli onesti cittadini di Alder's Gulch. Determinanti
per la felice creazione dell'atmosfera cupa della storia sono i
disegni del dampyriano Rossi all'esordio su Tex (molto riuscite le espressioni con cui ritrae nei
volti dei cittadini l'odio, la rabbia, la paura) e i colori di Romina
Denti.

Ma la short story più
convincente è, non l'avrei mai detto, Randy il fortunato,
scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Andrea Accardi.
La coppia di autori (all'esordio sulle pagine di Aquila della Notte) è già nota ai lettori della serie bonelliana Le
Storie per un paio di albi sul mondo dei samurai che,
incomprensibilmente
per il sottoscritto, avrà l'onore di una miniserie ad hoc.
Non riponevo la minima fiducia nella capacità di Recchioni di
imbastire una storia di Tex: non credevo che il suo stile narrativo,
che punta spesso all'eccesso, ad alzare i toni, ad abusare
dell'azione, potesse adattarsi a raccontare un episodio di Tex
Willer. In sostanza, non avrei mai pensato che un autore che ogni tanto fa un po'
lo sbruffone potesse scrivere un racconto avente come protagonista un
personaggio, come Tex, a cui gli sbruffoni vanno di traverso. E
invece mi sbagliavo. Recchioni ha saputo rappresentare in modo
originale una delle caratteristiche salienti di Tex: la sua capacità
di non mollare mai la preda e di seguirla fino in capo al mondo. Il
fuorilegge Randy, la preda in questione, è così ossessionato dal
Ranger al punto da sognarlo la notte. Tex è un incubo, è un angelo
vendicatore a cui Randy sa, in fondo, di non potersi sottrarre. Il
racconto scorre con il giusto ritmo, a partire dall'incubo iniziale,
attraverso il breve flash back (che, rappresentato in forma di
racconto, non abbassa affatto la tensione), fino alla rapina e alla sanguinaria e
ineluttabile resa dei conti. Tex appare direttamente in poche
vignette ma la sua presenza è costante, in tutte le tavole,
attraverso l'ossessione di Randy. Accardi dà il meglio di sé nelle
espressioni con cui ritrae il volto dei personaggi, da quella
impenetrabile di Tex, a quella ora terrorizzata, ora da spaccone e
infine, in punto di morte, liberatoria di Randy. I colori, ancora di
Oscar Celestini, non appesantiscono i disegni, anzi li valorizzano.
Nel post precedente riferivo di un'interessante mostra dedicata ad Alan Ford, inaugurata pochi giorni fa a Sarajevo e organizzata dall'Ambasciata d'Italia nell'ambito delle iniziative previste nel Mese della cultura italiana in Bosnia Erzegovina. La fonte era un'intervista al curatore, il professore Daniele Onori, pubblicata sul web dal think tank Osservatorio Balcani e Caucaso, nella quale si spiegano i motivi dell'enorme diffusione che ebbe il fumetto di Max Bunker e di Magnus nella vecchia Repubblica di Jugoslavia.
Un passo dell'intervista, fra gli altri, mi ha suscitato una particolare curiosità. Alla domanda se la versione jugoslava di Alan Ford avesse mai subito una censura, Onori risponde:
"Sì,
ma in forme e dimensioni del tutto marginali. Nella nostra mostra
tuttavia abbiamo scelto di dedicare attenzione anche a questo
aspetto, perché rivela elementi interessanti sotto il profilo
culturale, della comparazione tra la situazione italiana e quella
jugoslava del tempo. Più che di censura dovremmo parlare di
adattamento culturale, e di scelte operate dal traduttore."
Mi è subito sembrata una risposta diplomatica. Così, con l'aiuto del mio collega Dalibor (colui che mi passò i fumetti Bonelli in serbocroato), ho indagato un po' scoprendo che il termine "adattamenti culturali" è un bell'eufemismo.
Per esempio, i censori jugoslavi non gradivano affatto le vignette nelle quali erano presenti dei riferimenti al nazismo, così li eliminavano del tutto. Quindi un'immagine di Hitler e uno slogan fascista venivano trasformati rispettivamente in un bel razzo e in una parola più innocua, come si può vedere di seguito nelle due versioni, quella originale italiana e quella serbocroata:
Idem, ad un ufficiale nazista venivano tolti tutti gli elementi della divisa che lo denotavano quale appartenente al Terzo Reich, per farlo apparire come un soldato di un'armata qualsiasi.

La stupida rigidità dei censori socialisti non permetteva loro di capire la satira che Bunker e Magnus stavano realizzando in questo caso verso l'ideologia nazista. D'altronde stupidità e rigidità sono due concetti che ben si adattano alla parola censura e, soprattutto, a coloro che la praticano. Da questo sito web in lingua croata dedicato ad Alan Ford si possono ricavare altri esempi di tagli o arrangiamenti operati nei confronti del fumetto.
Ma il caso più eclatante di censura fu quello relativo all'albo 39 intitolato "Belle Epoque", uscito in Italia nel settembre del 1972. Qui Alan Ford e Bob Rock indossano la divisa della Legione Straniera e vengono proiettati in un'avventura ambientata nel deserto. Uno dei personaggi è uno sceicco a cui Bunker fa recitare la parte di un cattivo piuttosto ingenuo (per usare un eufemismo), disposto a scambiare il proprio oro in banconote, perché ritenute di maggior valore. Alla fine della storia lo sceicco ci lascia pure le penne. "Dobra stara vremena", questo il titolo in serbocroato, dovrà attendere l'aprile del 1987 prima di venire pubblicato nella repubblica balcanica. Il motivo non è del tutto chiaro. Forse al regime di Tito non piaceva mettere alla berlina uno sceicco, ovvero un rappresentante di quel mondo arabo non allineato con cui negli Anni Settanta la Jugoslavia intratteneva buoni rapporti economici e politici.
Fino a qui abbiamo parlato di censura, più o meno marcata, ma reale. Ora ci spingiamo invece sul territorio della censura presunta, o meglio della censura spacciata per vera ma frutto invece di uno scherzo, cui molti ancora credono.
Mi riferisco a questo albo speciale di Alan Ford che raffigura in copertina nientemeno che Josip Broz, il Maresciallo Tito, il Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
L'origine di questo albo non è chiara. Certo è che Bunker e Magnus non l'hanno mai scritto e disegnato, non fa parte della pubblicazione ufficiale, ma nasce da una stamperia clandestina o, più semplicemente, dall'ironia di un appassionato lettore di Alan Ford che ha voluto inserire il capo di stato jugoslavo all'interno di un'avventura del biondo agente segreto.
A questo link su youtube è disponibile l'intera storia attraverso lo slide show di tutte le tavole. Pare che sia un albo molto ricercato e abbia una quotazione sul mercato dei collezionisti fra le più alte della serie di Alan Ford, pur non facendone parte. Complimenti all'autore.