domenica 31 ottobre 2010

Il confine nella mente

Ebbene sì, questa volta il trasloco si può dire concluso. Stanotte ho dormito per la prima volta in casa "nuova" ad Opicina e solo poche cose rimangono da portare da quella "vecchia" giù in città a Trieste. Che fatica ma che soddisfazione aver riempito la nuova libreria del soggiorno, di ben 5 metri di lunghezza per 2,5 di altezza, per buona parte dei miei fumetti. Beh, sì, qualcosa l'ho dovuto concedere ai libri di mia moglie oltre che ai miei. Ma stendermi sul divano per ammirare la collezione di Ken Parker ben ordinata non ha prezzo. Finora questa infatti è l'unica ad essere stata riposta con cura e criterio: per il resto ho solo potuto suddividere le grandi serie fra di loro (Tex da Julia, Magico vento da Martin Mystere, ecc) ma i singoli fumetti o altre raccolte più piccole sono lì, sparse alla rinfusa quasi a chiedermi disperatamente un minimo di attenzione per la loro condizione così precaria. In effetti non vedo l'ora di avere un pò di tempo da dedicare alla sistemazione più accurata dei miei fumetti: mi ci vorrebbe in realtà chissà quanto perché immagino che comincerei a sfogliarli indugiando su disegni e storie che mi ricordano qualcosa o che non ho ancora letto, perdendo così di vista la meta.
Scrivevo di aessermi trasferito a Opicina, una frazione di Trieste che si trova sull'altopiano carsico, pochi chilometri sopra il capoluogo. E' un grande paese, o una piccola cittadina, dove la maggioranza delle persone sono di lingua e cultura slovena. Il confine con la Slovenia è a pochi chilometri, anzi non c'è più per fortuna. Ormai c'è la libera circolazione delle persone fra i due stati e questo fatto, in queste terre, ha significato molto. Per anni infatti, ai tempi della Jugoslavia, la cortina di ferro correva proprio lungo questi boschi, questi campi, queste contrade.
Le guardie di frontiera ti controllavano la propusnica, ovvero il lasciapassare che la gente del luogo possedeva appositamente per andare in Jugoslavia. Una volta là compravi ad un prezzo ridotto alcuni prodotti come la carne, le sigarette o la benzina. Da piccolo e da ragazzo abitavo in provincia di Gorizia e anche lì il confine ti correva accanto.
A Gorizia addirittura l'ospedale civile si trovava a pochi metri dalla frontiera e, ogni volta che ci andavo per degli esami o per delle visite, guardavo dalla finestra con curiosità mista a timore il drappello di guardie col fucile a tracolla che controllava i documenti agli automobilisti di transito nelle due direzioni. Ancora oggi quando attraverso la frontiera che non c'è sento comunque una strana spiacevole sensazione, dura solo pochi istanti ma mi disturba. Il confine è come quelle scheggie di granata che, anche se asportate dalle carni, vengono sentite ancora per anni come se fossero sempre lì presenti. Il confine psicologico non scompare con quello fisico. E allora ti rendi conto di quanto sia stato una violenza quel maledetto confine: quella linea tracciata da politici e militari che ha diviso arbitrariamente delle genti che prima avevano vissuto insieme per secoli. Ti rendi conto di quanto sangue sia stato versato per spostare quella linea di qualche chilometro più ad ovest o più ad est.
La Storia da queste parti ha scritto capitoli tragici ed aperto ferite che ancora stentano a rimarginarsi. Lo stesso quartiere di Opicina in cui adesso vivo fu edificato nel dopoguerra per ospitare i profughi istriani, realizzando una dualità con gli autoctoni sloveni che immagino non sia stata semplice all'inizio. Ora molti anni sono trascorsi e molti contrasti sono stati superati, ma la memoria del passato non va cancellata, anzi va coltivata con lo spirito di ricucire per vivere insieme.
La conoscenza è basilare per la memoria: recentemente uno scrittore triestino di lingua e cultura slovena, Boris Pahor, ha fatto molto parlare di sè, perchè finalmente i suoi romanzi, notissimi all'estero, son stati riconsociuti ed apprezzati per il loro valore anche in Italia. Devo dire la verità ed ammettere la mia ignoranza: pur essendo originario di queste parti, non avevo mai sentito nominare il suo nome, tantomeno letto i suoi libri che raccontano quanto atroce e barbaro sia stato il fascismo nei confronti delle persone di cultura slovena che abitavano a Trieste. Impedire ad una persona di esprimersi nella lingua nella quale pensa è una violenza stupida e svilente. Son rimasto letteralmente a bocca aperta quando, durante un incontro pubblico con Pahor, ho appreso dalla sua voce che lui ha studiato gli scrittori e i poeti della sua lingua madre solo dopo la caduta del fascismo, visto che le scuole di lingua slovena erano state chiuse dal regime. Mi sono immaginato io, ormai adulto, a studiare per la prima volta Dante, Leopardi, Pirandello o Primo Levi. Mi sono vergognato per quello che hanno fatto quelli che parlavano allora la mia lingua e ancor di più per quelli che ancora oggi li difendono.
E' la stessa vergogna che provo quando, ogni 25 aprile, mi reco alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio nazifascista presente sul suolo italiano. Sono ancora visibili le celle in cui venivano rinchiusi i prigionieri prima di essere uccisi direttamente o condotti ad Auschwitz: solo in parte restituiscono l'indicibile orrore che hanno subito i loro sfortunati reclusi, ebrei, sloveni, croati.
E' lo stesso orrore di cui ci parla Vanna Vinci nel suo Aida al confine, mirabile fumetto ambientato a Trieste che esprime tutto il dolore che ha attraversato la città e il Carso durante le due guerre mondiali, viste in un viaggio onirico e mentale di una ragazza di oggi che arriva nella città giuliana come studentessa.








Per tutti questi motivi sono felice di essermi tasferito ad Opicina, anzi ad Opčine, per scacciare dalla mia mente quell'idea spiacevole di confine che mi porto ancora addosso da quand'ero bambino, per arricchire ancora di più la mia identità con una cultura che ho sempre solo sfiorato.

lunedì 25 ottobre 2010

La Stella d'Oro e Clapton

Panino fantasia (senza prosciutto) per me, insalata greca per Lei. Birra rossa grande per me, chiara piccola per Lei, as usual. Il locale è pieno, il vociare degli avventori sale alto, ma noi ci siamo accomodati in un angolino, sopra degli alti sgabelli accanto alla cucina. La posizione è defilata e ci consente una maggiore privacy. Siamo alla Stella d'Oro, una paninoteca di Trieste, anzi di San Giovanni, uno dei rioni della città che ha mantenuto ancora il carattere di piccola comunità. E' divenuto famoso in Italia per aver “ospitato” il manicomio in cui Franco Basaglia portò a compimento la sua rivoluzione. A pochi passi dalla Chiesa, che si affaccia sul piazzale principale del quartiere, si trovano un bar, un'edicola, un negozio di alimentari, un fioraio, un macellaio, una pescheria, un piccolo teatro, una piscina e, appunto, la paninoteca. Tutto quello che serve! La Stella d'Oro ha un carattere molto “popolare”, con tutta l'accezione positiva che questo termine può avere. Non è una di quelle pretenziose paninoteche del centro, che si fanno chiamare pub e che scimmiottano i locali inglesi, inglobando un arredamento e dei soprammobili che sanno di finto. No!, La Stella d'Oro non è così: trasuda da più di 25 anni un sano, sincero e onesto sapore di genuinità, sia nei suoi ottimi panini, sei nei gestori e negli avventori.
Trovi di tutto: dai pensionati e uomini del quartiere che si fanno il calicetto (i primi ad ogni ora del giorno, i secondi a partire dal tardo pomeriggio), famiglie intere, giovani adolescenti, studenti universitari, ex-ragazzi di fuori (ma ancora fanciulli dentro) che si sbafano il loro meritato panino, in un ambiente caldo, familiare, senza fronzoli. Familiare è anche la gestione del locale, ora affidata dai genitori ad Alessandro, un mio omonimo più o meno coetaneo che condivide con me una sanissima passione inglese: non alludo solo alle birre ma a Slowhand: Eric Clapton. Sono più di 15 anni che frequento la paninoteca ed ogni volta Alessandro, ad una certa ora, spegne la radio e infila nello stereo uno dei cd della sua sterminata raccolta. Sempre ottima musica di tutti i generi, dal rock al blues, dal country al jazz fino anche a del buon pop. Ma non so se è una coincidenza, 9 volte su 10, c'è sempre Manolenta ad accompagnare le mie serate. Ormai ce lo siamo confessati a vicenda da tempo, il nostro amore per il chitarrista inglese. E venerdì è successo di nuovo. Avevo appena terminato di addentare l'ultimo morso del mio gustoso panino quando ascolto delle note a me familiari. Mi bastano poche battute, 2 o 3, riconosco la prima traccia dell'ultimo album dell'inglese: Clapton. Mi alzo, mi affaccio alla cucina e vedo il faccione sorridente di Alessandro che mi guarda e dice: “Te lo go messo apposta per ti!”. E giù una grossa risata insieme! Ci scambiamo alcune battute sul disco, siamo felici di esserci di nuovo trovati su un terreno comune, bello come è la musica. Basta poco a volte per instaurare un feeling fra due persone, non è niente di speciale ma allo stesso tempo è qualcosa di grande: in fondo io non so quasi niente di Alessandro e lui di me, abbiamo parlato solo di Clapton e di musica in tutti questi anni, ma il rapporto è bello proprio per questo. Magari qualcuno potrebbe sorridere di ciò, è la cosa giusta da fare infatti, e ci rido sopra anche io.

martedì 19 ottobre 2010

La logica e le passioni

Ho letto Logicomix alcune settimane fa ma l'ho lasciato sul comodino, non l'ho riposto subito in libreria. Questo perché dovevo farlo riposare, dovevo permettere alla mole di stimoli e informazioni che mi aveva dato di sedimentare dentro di me. Ogni tanto la sera, sbirciandone la copertina, ci rimuginavo sopra finché, ieri, l'ho ripreso in mano e ne ho riletto lunghe parti. Devo dire che è il più appassionante fumetto che abbia letto nel corso del 2010. E questo perché offre diverse chiavi di lettura, una più interessante dell'altra. Si può vedere semplicemente come la biografia del celebre matematico, logico e filosofo inglese Bertrand Russel, di cui si scopre la storia fin dall'infanzia con dei lunghi flash-back raccontati dal filosofo stesso durante una conferenza tenuta in un'università americana nel settembre del 1939. Oppure si può leggere come la storia della logica e della matematica e dei suoi protagonisti lungo la fine dell'800 e i primi decenni del 900. Un altro piano di lettura è la storia di una ricerca della verità, quella condotta strenuamente ed appassionatamente da Bertrand Russel stesso: è una delle chiavi che mi ha più colpito. Questo fumetto parla di logica e di logici, ovvero di una disciplina e dei loro adepti che, superficialmente, potrebbero essere considerati come quanto di più cerebrale e astratto possa esistere. In realtà è un fumetto che ha come protagonista la passione, il sentimento più forte che ti infiamma l'animo e che ti può portare tanto alla più spasmodica esaltazione quanto alla più nera frustazione. E' ciò che accade a Russel ed ai matematici che lo circondano. Russel in particolare è mosso da un sacro fuoco, che lo accompagnerà per decenni e che sarà la sua croce e delizia. Il suo scopo è quello di rifondare la matematica su basi solide e logicamente inattaccabili, in modo che tutte le scienze, che a loro volta poggiano i loro fondamenti sulla matematica, sappiano dare risposte certe ed ineludibili ad ogni domanda che viene dal mondo. Se si guarda bene, questo è un fine estremamente nobile: Russel ha una sconfinata fiducia nella capacità della scienza di aiutare l'uomo e di risolvere i suoi problemi. Come? Consentendo il raggiungimento di una conoscenza certa, fornendo sempre risposte corrette a domande ben poste. Ma per fare questo, ogni scienza ha bisogno di un linguaggio di base ineccepibile e preciso, e questo è la logica che, come diceva Aristotele, "... è un
ragionamento nuovo e necessario". Nuovo perché permette la scoperta di qualcosa che prima era ignoto, necessario perché porta a conclusioni inevitabili. Ai suoi tempi la logica era snobbata tanto dai matematici perchè considerata troppo filosofica quanto dai filosofi perché reputata troppo matematica. Russel fu preso da un incantesimo e si immerse totalmente nello studio di come rifondare esattamente la logica: voleva eliminare tutti gli assiomi, tutte le verità assunte come innate e indimostrabili in quanto ovvie, poichè nella nuova logica tutto avrebbe dovuto essere dimostrato "logicamente". Anche questa è un'idea rivoluzionaria: rifiutare le conoscenze date sempre per scontate sottoponendole alla luce della ragione è una delle battaglie di libertà più importanti che un uomo possa fare per se stesso e per tutti i suoi simili. Russel la intraprese di petto e ne rimase scosso nel profondo. I due autori greci del fumetto, un matematico e un informatico, ci mostrano tutti i traumi umani e familiari che Russel visse sulla propria pelle in seguito a questa sua passione, che fu così esaltante ed opprimente nello stesso tempo, da fargli pensare più volte di essere vicino alla foliia. D'altronde il tema della pazzia accompagna Russel lungo tutta la storia: dall'infanzia quando scopre di avere uno zio schizofrenico, fino all'età adulta quando conosce tutti i più celebri filosofi e matematici del tempo alcuni dei quali soffrivano di seri problemi psichici. Dicevo che la logica fu per Russel la sua croce e la sua delizia: uno dei punti di svolta infatti della sua vita fu la scoperta del paradosso che, da allora, fu chiamato appunto il paradosso di Russel. Un paradosso è una proposizione che, mentre afferma una cosa, ne dimostra anche la sua negazione, e viceversa. Se scovato all'interno di una teoria logica o matematica, allora ne mina uno dei presupposti e la teoria perde la sua pretesa di assolutezza. E' quanto fece Russel nei confronti della teoria degli insiemi di Cantor, che aveva preso come base della sua ricerca.
"L'insieme degli insiemi che non contengono se stessi, contiene se stesso? Se sì, allora no. Se no, allora sì."
Ecco le parole che sconvolsero la storia della logica e dei suoi protagonisti nei primi anni del 900 : Russel divenne famoso per aver smontato la più promettente teoria matematica di quegli anni e nulla fu come prima, uno spartiacque venne segnato indelebilmente e molte menti vacillarono sotto questo colpo. Russel stesso ne fu prima esaltato e poi profondamente turbato. La sua scoperta segnò la sua vita per sempre: mai riuscì a raggiungere la completezza di una teoria che fosse autosufficiente logicamente, semplicemente perché non esiste. Due furono gli uomini che abbatterono ogni speranza: un matematico e un filosofo. Il primo, Goedel, che si basò molto sugli studi di Russel, dimostrò incofutabilmente con il suo teorema di incompletezza che non tutte le asserzioni matematiche sono dimostrabili, ovvero che esistono domande senza risposta. Il secondo, Wittgenstein, propose una visione del mondo in cui contano solo i fatti e dove la logica, essendo un linguaggio, può essere solo una rappresentazione, una mappa del mondo reale e, in quanto mappa, non ne costituisce il senso ultimo. La vera vita, secondo il pensatore tedesco, sta proprio in ciò che la logica non coglie e non potrbbe mai cogliere per sua natura: i fatti.
Russel più volte usa la parola fallimento lungo il suo racconto alla platea americana, per descrivere la sua vita di ricerca.  Ma in realtà, ciò che traspare e che costituisce un'ulteriore chiave di lettura del libro, è l'importanza del viaggio e non della sua meta. La vita di Russel è appunto un lungo viaggio, proposto agli studenti americani, per far capire come un uomo cambi e modifichi le proprie convinzioni pur rimanendo fedele sempre ad un ideale, ovvero quello della ricerca. La conclusione cui giunge un uomo che ha voluto cercare un metodo perfetto per risolvere i problemi della logica e della vita umana è che non esiste una via regale per raggiungere la verità: ciascun uomo ha una propria via per raggiungerla. Le orecchie incredule degli uditori della conferenza di Russel ascoltano questi concetti: essi, convinti non interventisti, avevano sfidato il filosofo inglese a convincerli della fondatezza logica dell'eventuale intervento americano della seconda guerra mondiale. Questo è un ulteriore tema del libro: la responsabilità personale e la libertà individuale, il libero arbitrio e il senso di giustizia, il concetto che di fronte al male costituito in europa da due regimi totalitari e demolitori della libertà quali il nazismo e lo stalinismo, anche il pacifista Russel inivta a non assumere irresponsabilmente e a prescindere una posizione come il non interventismo. La realtà è molto più sfaccettata e sfumata di come la vedono i monocordi isolazionisti americani; questo dice Russel e questo invita a fare: a pensare ciascuno con la propia testa e farlo più volte mettendo in dubbio le proprie convinzioni. Ogni risposta sarà valida e ogni individuo avrà la propria, valida e degna di essere considerata alla pari di ogni altra. Russel ammonisce perfino che anche la logica, se fossilizzata in teorie troppo rigide e perfette, può diventare pericolosa. Il viaggio è compiuto.
Gli autori ci hanno condotto fino alla conclusione discutendo animatamente fra di loro e rivolgendosi direttamente al lettore durante degli intermezzi ambientati nello studio di Atene in cui il fumetto viene creato. Sotto questo aspetto siamo di fronte ad un meta-fumetto, un fumetto che si auto-referenzia proprio come gli insiemi degli insiemi del paradosso di Russel. Lo spirito matematico degli autori ci ha messo lo zampino.... Ma è anche molto interessante vedere come attraverso il dialogo socratico tra gli autori e i disegnatori venga sceneggiata la storia di Russel; anche questa è un'altra chiave di lettura: possiamo assistere alla creazione di un fumetto mentre lo stiamo leggendo.
Un'ultima considerazione: il fumetto, come si dice alla fine, è un misto di realtà e invenzione. In ogni caso, durante i miei studi di ingegneria, avrei affrontato con molto più piacere tutta la mole di teoremi di analisi matematica, se avessi saputo che dietro gli  austeri e freddi nomi dei loro ideatori si nascondevano tanto sfrenate passioni.

domenica 10 ottobre 2010

Tanti auguri Tex



I miei genitori mi raccontano che, quand’ero piccolo e avevo sete, comunicavo questo bisogno sbattendo il bicchiere vuoto sul tavolo gridando: “uichiiii!!!”. I miei sorridevano davanti a questa precoce imitazione di un cow boy che chiede whiskey al banco di un saloon. Avevo solo pochi anni ma nel mio immaginario erano ben presenti e assimilate le figure classiche del far west: cow boys e indiani con annessi e connessi. Ciò era sicuramente il risultato dei numerosi film western che vedevo alla TV insieme ai miei: penso di essermeli fatti tutti, e più di una volta, col passare degli anni. Mi riferisco ai classici, alle pellicole di Hollywood degli anni 40, 50 e 60, ai film, per esempio, di John Ford interpretati da John Wayne. Parallelamente al cinema, il mito del West crebbe dentro di me anche grazie alla lettura dei “giornalini” di Tex, prima solo delle figure, poi anche dei testi. E’ per questo che leggendo oggi Tex mi viene sempre in mente il John Wayne di Sentieri selvaggi: le due figure per me sono sovrapposte e sono l’emblema del West classico, quello fatto di cavalcate in praterie sterminate, di lunghe carovane di pionieri, di assalti a Fort Apache, di scontri fra indiani e giacche blu, di duelli a mezzogiorno sulla main street, di scazzottate nei saloon.


Il mito della Frontiera oggi festeggia un anniversario: Tex compie 600 numeri dell’albo mensile, ovvero 50 anni, anche se in realtà sono più di 60 gli anni lungo i quali generazioni di padri e figli rinnovano il mito del west sulle pagine di Tex, prima in formato striscia, poi per l’appunto nell’odierno “formato Bonelli”. Il personaggio creato da Gian Luigi Bonelli e disegnato da Galep ha cambiato nel tempo autori delle storie e disegnatori, ha dato vita a numeri speciali come i Maxi Tex e i Texoni dove artisti internazionali hanno dato la loro personale interpretazione del personaggio bonelliano. Non ha mai perso però le sue caratteristiche originali, quelle che lo definiscono come il più classico degli eroi del western classico: alto senso della Giustizia grazie al quale corre in difesa del più debole prevaricato dal prepotente, modi bruschi e spicci (ma molto abili e coraggiosi) per colpire il cattivo di turno, assicurarlo alla giustizia pubblica o, nei casi in cui ciò non è possibile per ragioni contingenti (molto frequenti), emissione diretta della sentenza e applicazione della pena (spesso mortale...). In altre parole Tex incarna il Bene contro il Male. Molti storcono il naso di fronte a una semplificazione così manichea della realtà: fumetti western più "maturi" come Ken Parker o Magico Vento in effetti hanno saputo affrontare il mito del west in modo più sfaccettato e realistico. Ma purtroppo hanno chiuso i battenti, o si accingono a farlo. Come osserva Marco nel suo blog, il più "inattuale" degli eroi western a fumetti invece sopravvive. Io userei l'aggettivo archetipico, anziché inattuale, perché il suo west corrisponde ad un'immagine ben precisa e stratificata nel nostro immaginario collettivo, ovvero a quella del west classico di John Ford. Senza "Sentieri selvaggi" non ci sarebbero stati né "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" né "Piccolo grande uomo" né "Soldato blu", così come senza Tex non ci sarebbero stati né Ken Parker né Magico Vento.
Quindi, lunga vita a Tex!

martedì 5 ottobre 2010

Le rimozioni della Storia


Ne avevo anticipato l'acquisto e la lettura qui. I Quaderni ucraini  di Igort restituiscono qualcosa che i libri di storia non possono comunicare. I singoli individui, protagonisti in carne ed ossa della Storia, non hanno quasi mai l'onore di comparire sui libri che spiegano i fatti del passato. La scena viene loro rubata da capi di stato, condottieri, generali, rivoluzionari: il popolo raramente assume un ruolo da protagonista e, se lo fa, viene sempre rappresentato come una massa indistinta di uomini e donne, che subiscono le scelte di pochi.
Igort dà loro un volto e un nome: Serafima, Nikolay e Maria sono solo tre persone, ma sono vere e vive. Raccontano del loro triste passato e dell'incerto presente. Lo scenario è l'Ucraina del secolo scorso e di oggi: teatro a partire dagli anni 30 di una politica violenta di assoggettamento da parte del potere centrale sovietico. Colui che tutto fece iniziare è uno di quei capi di stato che più tristemente si incontra nei libri di storia contemporanea: Iosif Stalin. Chi ancora, nonostante tutte le informazioni di cui ormai siamo in possesso, dubitasse se giudicarlo un grande statista o un atroce criminale, può trovare in questo reportage a fumetti alcune testimonianze.... 

Un'immagine del libro
Non vengono espressi dei giudizi, ma raccontate storie di persone vittime di una politica crudele: l'holodomor, ovvero la carestia indotta che sterminò milioni di persone. I disegni di Igort mettono in risalto ancor di più l'orrore di quei periodi: lo vedi dipinto sui volti scavati dei protagonisti con il risultato di farli sembrare vivi sulla pagina.
Le storie arrivano fino ai nostri giorni. Nikolay è nato nel 1939: lui non ha vissuto il periodo della carestia. Ha lavorato sodo nei kolkhoz fin da ragazzo e poi ha studiato ingegneria: descrive una società, quella post-staliniana, in cui, chi lavorava, viveva dignitosamente, una società dove ci si sentiva delle persone e la solidarietà era di casa. Oggi, con il capitalismo, tutti pensano a se stessi, con il magro salario non arrivi a fine mese e regna l'incertezza per il domani.
L'epilogo del libro non è disegnato, è una notizia. Siamo nel 2008: l'Ucraina ha chiesto che la carestia degli anni 30 venga riconosciuta dall'Onu come genocidio. La Russia annuncia il suo diritto di veto; l'Ucraina ritira la mozione. Pochi stati, fra cui anche l'Italia, riconoscono l'holodomor come delitto contro l'umanità. L'ultima pagina raffigura Stalin e la didascalia di Igort annuncia che in aprile di quest'anno Mosca è stata tappezzata di sue gigantografie: la data è il primo del mese e purtroppo non è uno scherzo. La Storia non insegna niente: basta rimuovere quello che non ti piace e anche un criminale diventa un eroe. Igort ha dato il suo piccolo contributo contro questa rimozione.

L'edizione francese del libro

venerdì 1 ottobre 2010

Quant'è difficile fare la mangaka in un mondo di maschi....

Sul quotidiano La Repubblica del 29 settembre compare una bella intervista a Riyoko Ikeda, l'autrice del manga Le Rose di Versailles, da cui è stato tratto il celeberrimo anime noto in Italia come Lady Oscar.
Riyoko si trova nel nostro paese in quanto è ospite d'onore della rassegna internazionale di fumetto Romics che si sta svolgendo a Roma in questi giorni. Nell'intervista ha dichiarato che all'epoca (il manga è del 1972) venne pagata un terzo dei suoi colleghi uomini, in quanto si supponeva che fosse l'uomo a dover mantenere la donna e non viceversa. Riyoko ha tenuto duro e dalla sua testa è uscito un fumetto che ha incantato generazioni di lettori, non ultimo io.
Devo dire la verità: ai tempi della sua uscita sugli schermi italiani la snobbai altamente, considerandola roba da femminucce. Stava parlando la mia parte maschilista....
Mi son ricreduto molto tardi, appena due anni fa quando, su sollecitazione di mia moglie, grande fan di Oscar, ho scaricato la serie e me la son vista tutta d'un fiato. Splendida! Il passo successivo è stato l'acquisto del manga appena riedito in Italia dai tipi della d/visual.
Ci sono tanti aspetti che mi hanno colpito della storia, ma forse il principale lo dice la stessa Ryoko nell'intervista che in parte trovate online qui:
"Io credo che Lady Oscar rappresenti la libertà: quella di essere una donna dall'animo più maschile, oppure un uomo dall'animo più femminile".
C'è molta verità in questa affermazione, soprattutto per noi maschietti: il riconoscimento dell'esistenza della nostra parte psicologica femminile e la sua integrazione sono spesso un tabù. Ma soprattutto sono la fonte del maschilismo più bieco e retrivo che tanta ingiustizia produce nei confronti delle donne.
Ma guarda quante cose ci sono dentro un banale cartone animato....
 
Riyoko Ikeda ospite di una performance cosplay

domenica 26 settembre 2010

L'ultimo atto di Magico Vento

Magico Vento ha raggiunto la fine della pista. E' uscito in edicola da pochi giorni il numero 130, ultimo della serie regolare, in cui si concludono le avventure del nostro. In realtà ci sarà spazio ancora per uno speciale: il sempre promesso da Gianfranco Manfredi vedrà finalmente la luce nel mese di novembre. L'albo, come racconta lo stesso autore in questa intervista, sarà strutturato in tre episodi, l'ultimo dei quali proporrà "un extra-finale, cioè un secondo finale... dopo il finale".
Staremo a vedere....Per il momento devo dire che ho letto con molto dispiacere l'ultima avventura di Magico Vento. Mano a mano che sfogliavo le pagine avvicinandomi alla numero 128, sentivo che si sarebbe conclusa una lettura spesso molto appassionante che mi ha accompagnato per diversi anni della ma vita. Dei motivi per cui Magico Vento ha riscosso il mio plauso ne ho già parlato qui, e li esprime molto bene Sergio Bonelli nel saluto che porge a noi lettori in seconda di copertina: "Una serie, questa, che, nel corso dei suoi tredici anni di presenza in edicola, è riuscita a fondere percorsi letterari e immaginifici apparentemente tra loro inconciliabili come il western - talvolta fantasioso, talaltra puntualmente storico - il mondo arcano e poetico delle leggende indiane e una sapiente alchimia tra l'horror ottocentesco e quello contemporaneo". 
Dei tre elementi che, secondo Bonelli, si son fusi in un'amalgama di alto valore narrativo, i primi due, ovvero il western, soprattutto quello storico, e le leggende indiane costituiscono, secondo me, il cuore per cui questa serie si distnguerà da tutte le altre serie western.


E qui spunta il secondo motivo di tristezza personale, condivisa da Sergio Bonelli nel suo saluto: la scomparsa inarrestabile dei fumetti, oltre che die film e libri, western. Nel mondo delle nuvole parlanti, con l'eccezione di Blueberry, Comanche e Jonah Hex, restano i bonelliani Tex e Zagor a difendere la bandiera di questo genere che sembra non interessare più a nessuno. La considero una grave perdita, perchè penso che la Frontiera americana sia uno scenario in cui ambientare storie di ogni tipo e con qualsiasi stile. Nei comics Ken Parker ha dimostrato come sia possibile parlare di tutto, anche di temi che di primo acchito uno associerebbe a sfondi diversi (come il femminismo, l'omosessualità, i diritti dei lavoratori), e di farlo con grande efficacia, o per meglio dire, con arte. Mi auguro che questa tendenza inverta la sua rotta.
C'è infine un terzo motivo di lamento, e lo esprime Manfredi, nella lunga rubrica della posta dedicata ai saluti dei lettori. Questi manifestano quanto scrtto da me qualche riga più in su, ovvero sottolineano cone Magico Vento sia diventato un compagno di vita, li abbia accompagnati nella loro crescita, sia stato quasi la colonna sonora degli avvenimenti della loro vita. E' lo stesso vale anche per me: negli ultimi tredici anni mi sono laureato, ho fatto l'obiettore di coscienza, ho iniziato a lavorare, mi sono sposato. Posso ricondurre ciascuno di questi periodi a qualche numero di Magico Vento (ma anche di Julia, Tex e via dicendo).



Manfredi scrive: "Queste lettere mi hanno fatto capire, al di là della conclusione di questo specifico percorso, che una serie lunga intrattiene un raporto così intimo coi lettori e così intrecciato alla loro vita, da essere insostituibile. Oggi è difficile produrne e le mini-serie corrispondono di più alle esigenze attuali, però con esse e con le graphic novel da libreria, questo rapporto pluriennale di complicità affettiva non potrà più esistere, il che sarà una perdita per il fumetto in generale".
Sottoscrivo ogni parola. Mi rammarico del fatto che il mercato oggi chieda mini-serie. Non è che non mi piacciano, anzi! Bonelli ne ha sfornate di notevoli, come Caravan, Greystorm, Cassidy e Volto Nascosto (per citare un'altra opera di Manfredi) e ne pubblicherà altre in futuro: lo stesso Manfredi annuncia la sua prossima Shanghai Devil. Il punto è che mi dispiace che i nuovi lettori siano spaventati dalle opere lunghe: sarà forse perché viviamo in un mondo in cui tutto è veloce, l'informazione, l'intrattenimento, l'approfondimento, il divertimento. Si passa di fiore in fiore senza gustare a fondo il nettare.


Non ho neanche 40 anni ma appartengo a quella generazione che leggeva una storia di Tex o Mister No senza paura di attenderne la fine nel prossimo albo dopo un mese di attesa: anzi, la pausa di 30 giorni rendeva più bello il momento dell'acquisto del numero successivo. Gli albi autoconclusivi e le mini-serie sono il segno di come i lettori siano cambiati. Bonelli fa bene ad adeguarsi, pena l'estinzione, o per lo meno, la drastica riduzione delle sue testate. Ma quanto mi piacerebbe che Bonelli iniziasse una nuova serie western.... Chiedo troppo?

giovedì 23 settembre 2010

Il cinese: molto più di un noir

Lo ammetto, ero prevenuto nei confronti dei gialli/noir svedesi. Mi stupiva questo improvviso ed eccessivo successo dei romanzi di genere provenienti dal freddo paese scandinavo. Mi dava quasi fastidio il fatto che ormai ovunque si parlasse della trilogia Millennium di Stieg Larsson e tutti facessero a gara nel leggere quei volumoni. Senza parlare della loro versione cinematografica... Ovviamente il mio era un pregiudizio, perché non avevo letto nemmeno uno dei romanzi noir scritti da un autore svedese e, come mi succede spesso quando mi creo un pregiudizio, non vedevo l'ora che la verità me lo confermasse.. o me lo smentisse. Tuttavia non volevo scendere a patti con me stesso e quindi non mi risolvevo a comprarne uno... anche perché mi trovavo così bene con i miei Izzo, Carlotto e il maestro Chandler...
Poi il destino ha scelto per me nelle vesti di un regalo donatomi da una cara amica in occasione del mio compleanno. Vista la stima che nutro per lei e per i suoi gusti letterari, mi son detto: "Beh, se me l'ha regalato lei, qualcosa di buono ci sarà!". E così mi sono avventurato con molta curiosità nella lettura de "Il cinese" di Henning Mankell. Ho già ringraziato la mia amica per il suo dono azzeccato, visto che il romanzo si è rivelato molto più che un noir. La vera protagonista della storia non è Birgitta Roslin, il giudice svedese che mette il naso in un'inchiesta difficilissima e completamente nuova per l'apparentemente tranquillo paese scandinavo. Si tratta infatti di una strage di dimensioni colossali avvenuta in uno sperduto e minuscolo villaggio del nord: 19 vittime trafitte con precisione maniacale da un'affilatissima arma da taglio in un uragano di sangue. Mentre la polizia punta su una pista sbagliata che però tranquillizza l'incredula e spaurita opinione pubblica, i sospetti della giudice, interessata al caso per una sua parentela con una delle vittime, vanno verso un uomo dalla fisionomia cinese. E questo è lo spunto che consente all'autore di affrontare il tema enorme dello sviluppo di quel lontano paese.
La protagonista vera è la Cina, attraverso le vicende di una famiglia, ritratta in due epoche molto distanti nel tempo. La prima generazione vede tre fratelli fuggire dalla schiavitù delle campagne cinesi della metà 800 per finire in un'altra schiavitù nei cantieri di costruzione delle ferrovie nordamericane. Solo un fratello si salverà e farà ritorno, grazie a missionari europei, nella madrepatria per scoprire però di nuovo il disprezzo dell'uomo bianco. La vendetta dovrà attendere molte generazioni fino ai giorni nostri, quando incontriamo Ya Ru, un rampante imprenditore figlio della nuova Cina aggressiva sui mercati. Pochi peli sullo stomaco e molti ammanicamenti nei posti che contano lo hanno reso uno degli uomini più potenti del paese. Hong, la sorella, è anche lei una donna importante del partito, ma, a differenza del cinico fratello, è legata agli ideali antichi della Rivoluzione di Mao, il Grande Timoniere che ha traghettato la Cina dalla barbarie e dalla dipendenza dallo straniero in un futuro radioso. Per Hong, nonostante gli errori compiuti anche da Mao, contano i valori fondanti della sua Rivoluzione: solidarietà ed emancipazione, completamente traditi però dagli uomini nuovi come Ra Yu. Saranno proprio questi valori a renderla amica di Birgitta, una donna che in gioventù aveva un po' fanaticamente inneggiato a Mao e al suo libretto rosso come a strumenti di liberazione del mondo dall'ingiustizia.
Entrambe sono cresciute e sono diventate donne molto diverse, ma fra di loro si stabilisce un rapporto di fiducia e di rispetto. Questo bel ritratto di precaria ma profonda amicizia femminile si staglia sullo sfondo di una Cina in tumultuosa evoluzione, con un piede ancora nel medio evo delle campagne e l'altro nei mercati finanziari e nel capitalismo di stato più sfrenato delle città. Dal suo destino e dalla sua evoluzione dipenderà il futuro di tutto il pianeta, sembra suggerirci Mankell.

domenica 12 settembre 2010

Il Diario di Anna Frank a fumetti


La notizia è vecchia di un paio di mesi. Ne parlo oggi perché il quotidiano La Repubblica dedica nell'edizione odierna un ampio spazio alla notizia della pubblicazione negli Stati Uniti del Diario di Anna Frank a fumetti. Ben tre pagine del giornale contengono molti disegni tratti dal libro fresco di stampa, foto d’epoca e due articoli rispettivamente di Gabriele Cantucci e Siegmund Ginzberg. Mi fa sempre piacere scovare in un importante quotidiano ad ampia diffusione nazionale una simile attenzione per un’opera a fumetti. In questo caso, poi, ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata autorizzata dalla Fondazione Anna Frank, ovvero da quell’ente ufficiale preposto alla diffusione e valorizzazione della figura di Anna Frank, del suo Diario e di tutti i valori di fratellanza, eguaglianza e rispetto della dignità umana che rappresenta.


Gli autori, Sid Jacobson per i testi, e Ernie Colon per i disegni, si distinguono perché hanno fatto ben di più che una semplice trasposizione in fumetto del Diario, bensì hanno ricostruito la storia della famiglia Frank a partire dalla gioventù del padre Otto, che sarà poi l’unico superstite allo sterminio. Da quanto capisco l’opera è rivolta esplicitamente ai ragazzi delle scuole: la fondazione ha scelto di usare il medium fumetto, per di più a colori, per avvicinare un pubblico più avvezzo al linguaggio che lo caratterizza. L’intento è sicuramente lodevole, perché non saranno mai sufficienti tutti gli sforzi per diffondere presso le nuove generazioni quanto scritto da Anna Frank e, in generale, la tragica esperienza dell’Olocausto. Un autore dei due articoli, Siegmund Ginzberg, si domanda, e io con lui, come mai il volume sia destinato ad un pubblico maggiore di 14 anni. Forse che i ragazzi delle medie o della quinta elementare non sarebbero in grado di capire? Io credo di sì…


Ci sono altre parti dell’articolo da sottolineare, in cui Ginzberg, di origini ebraiche, si sofferma sul presunto valore del fumetto.
“Vedo già qualcuno che arriccia il naso. Anche se il libro ha l’imprimatur dell’Anna Frank House. Come, Anna Frank banalizzata in un fumetto!” L’autore previene eventuali critiche da parte di chi considera il fumetto non degno di trattare un argomento così delicato e “alto”, citando simili contestazioni avanzate in passato nei confronti della versione teatrale e cinematografica del Diario.

Poi prosegue: “Cinema e fumetto sono due forme di letteratura tutt’altro che figlie di un dio minore. Superman, Barman, Captain America e gli altri supereroi del fumetto combattevano i nazisti ben prima dell’Olocausto con la stessa efficacia di Chaplin Grande dittatore e Humphrey Bogart sullo schermo”. A parte che cinema e fumetto non sono forme di letteratura ma sono forme d’arte, così come lo è la letteratura stessa, ciascuna con il proprio linguaggio, non è che la patente di dignità artistica spetta ad una forma espressiva se tratta di temi importanti dal punto di vista etico e civile, come può essere la lotta al nazismo. Non è il tema che rende arte il fumetto o il cinema, ma il modo in cui lo si rappresenta.
Ad ulteriore giustificazione della nobiltà dei comics, Ginzberg cita due grandi autori di origine ebraica, come Art Spiegelman e Will Eisner, che hanno affrontato nelle loro storie a fumetti il tema dell’Olocausto (Maus) o quantomeno della discriminazione antisemita (Verso la tempesta e Fagin l’ebreo, solo per citarne due). Anche qui, gli autori sono due “fondamentali” nell’universo fumettistico, ma non è il soggetto (o comunque non solo quello) ad averli resi immortali, bensì la loro poetica ed estetica.

sabato 11 settembre 2010

Il metronomo della E Street Band


Secondo me la E Street Band è la più grande rock band del mondo. Unita a Bruce Sringsteen costituisce una macchina musicale perfetta. Un front-men eccezionale supportato da una serie di musicisti meravigliosi creano insieme qualcosa di molto di più che una band affiatata: generano un flusso di energia inesauribile che ti contagia e non ti lascia più.


Assistere ad un loro concerto rappresenta un'emozione indescrivibile ed indimenticabile, che si rinnova, in piccolo, ogni volta che vedi un loro video su youtube o su dvd. E ti chiedi come facciano a essere così, come riescano a rinnovare ad ogni concerto quella voglia di divertirsi e di divertire, ovvero di vivere, con una tale energia inesauribile. Sicuramente contano molto l'amicizia e i rapporti che si sono instaurati in quasi 40 anni di musica, tour e vita insieme.


Amo tutti i componenti della band ma ce n'è uno che, secondo me, ne costituisce il cuore pulsante, l'anima, la base per tutti gli altri. Non alludo nè a Little Steven, nè a Clarence "Big Man" Clemons, nè tantomeno al Boss (perché lui è fuori concorso), ma a quello che io chiamo il metronomo: Max Weinberg, il batterista.


Lui se ne sta lassù, a dominare tutta la band, con quegli occhiali e quel volto da intellettuale, sempre vestito di scuro con il gilet e la camicia e i capelli ordinati. E' sempre concentrato e, di solito, non si lascia andare a strane facce come gli altri. E' misurato, ma solo apparentemente. Più che altro, lui è la misura del ritmo della E Street Band. E' una sicurezza, il riferimento per tutti gli altri e per il Boss. Si osservi con quale sguardo Max segue costantemente Bruce lungo le canzoni: è il suo angelo custode, quello che lo accompagna sempre al traguardo vncente. La sua stecca alzata in modo imperioso richiama tutti all'ordine, a seguire il suo ritmo.



Fra il Boss e Max c'è un continuo dialogo, un rapporto di interdipendenza reciproca. Per questo è il cuore della band. Spesso si sottovaluta l'importanza della batteria in un gruppo: di solito si ricordano i vocalist o le chitarre soliste. E' chiaro, sono lì davanti al pubblico e svolgono la parte più bella, più acclamata e affascinante. Ma senza l'apporto di colui che ti dà il tempo, il risultato finale sarebbe zoppo.
Non ci ricorderemmo i versi e la voce del Boss, o gli assoli di Big Man se dietro a loro non ci fossero le percussioni solide e calde di Max Weinberg.


Guardare per credere...

martedì 7 settembre 2010

Cosa direbbe Ken Parker?


Sono allibito dalla copertina con cui il settimanale Panorama si presenta in edicola questa settimana. Uno sciopero, diritto sancito dall'articolo 40 della Costituzione, e di recente posto sotto attacco (vedi caso dell'accordo Fiat a Pomigliano), viene definito sabotaggio. Il giornale berlusconiano se ne infischia della sentenza della magistratura (che novità!!) che ha decretato il reintegro (negato poi nella pratica dalla Fiat) sul luogo di lavoro dei tre operai della Fiat di Melfi, licenziati con la supposta motivazione, appunto, di sabotaggio.
E' veramente triste constatare come un giornale abbia un'idea preconcetta della verità e a questa subordini tutto. Anche la dignità di tre persone sbattute in copertina e definite bugiarde. Non è un linciaggio mediatico questo? E l'onestà intellettuale dove abita?
Consiglio al direttore di Panorama la lettura dell'albo Sciopero di Ken Parker: forse imparerà qualcosa, soprattutto a confrontarsi con la propria coscienza....

lunedì 6 settembre 2010

Trasloco concluso!


Beh, non proprio concluso, oggi ho portato a termine, diciamo... la prima fase! Ovvero, in una stanza dell'appartamento in cui andrò a vivere fra un paio di mesi ci sono alcuni metri cubi di carta disegnata con le nuvole... i miei fumetti! E' stato faticoso riempire le scatole e le borse, e portare in casa nuova un po' alla volta tutti i fumetti: ci ho messo un mese e mezzo circa, scaricando all'andata o al ritorno dal lavoro, ma ora ce l'ho fatta! L'appartamento è vuoto se non fosse appunto per i “giornalini” e per le due gattine che ho adottato di recente da due gattili diversi, e che stazionano là in attesa di guarire da lievi malattie che rischierebbero di contagiare le altre due gatte che vivono con me e mia moglie.


Una bella accoppiata, non c'è che dire: fumetti e gatti, due fra le più grandi passioni della mia vita. Il nuovo appartamento è ben abitato per il momento: i fumetti attendono la grande libreria che ho ordinato e che (spero) li accoglierà tutti quanti. Le gattine aspettano le due “sorellone”, per il momento ignare delle novità in arrivo. In realtà sono in pensiero per entrambi gli “incontri”. Guardando giorno dopo giorno la carta che cresceva sempre più, ho cominciato ad essere preoccupato della capienza. I fumetti infatti dovranno convivere coi libri miei e di mia moglie, la quale, giustamente dal canto suo, ha già preteso i suoi spazi... Temo di non farcela... temo di trovarmi costretto ad operare delle scelte difficili.... qualche fumetto non troverà spazio nella libreria 5 metri x 2,5 metri che in negozio mi sembrava gigantesca. Non ho fatto bene i conti, accidenti! Coglierò comunque l'occasione per cominciare a fare una lista dei fumetti che possiedo: un lodevole intento che mi ripropongo ad ogni capodanno, ma che va regolarmente disatteso....Ma questa occasione non posso lasciarmela sfuggire: quasi tutti i miei fumetti (dico quasi perché una parte non trascurabile si trova ancora a casa dei miei) giace in uno spazio esiguo di pochi metri quadri, basta che mi organizzi con il portatile e un semplice foglio in excel, per quando comincerò la scelta degli albi e la loro allocazione in libreria.


L'altro incontro che mi preoccupa un po', quello felino, ha già avuto in realtà un prologo. Un giorno io e mia moglie abbiamo fatto vedere alle gatte “grandi” le due cucciole: l'intento era quello di fare una prima conoscenza e, temendo reazioni inconsulte delle più forti sulle più deboli, avevamo chiuso le piccole nei trasportini. Beh, ci siamo molto stupiti quando abbiamo sentito una delle cucciole emettere un verso di sfida che aveva le tonalità gravi dei gemiti dell'oltretomba e vedere le grandi scappare letteralmente con la coda fra le gambe. Staremo a vedere le sorprese che ci riserveranno i nostri amici felini.


Da domani inizia la fase due: trasporto libri, anche questo un capitolo lungo e faticoso... ma in realtà anche molto piacevole. Così come è successo per alcuni fumetti, credo che mi stupirò nel trovare dei libri ormai dimenticati. E' questo forse l'aspetto più bello dei traslochi: trovi degli oggetti di cui ti sei completamente scordato e a cui, spesso, sono legati momenti del tuo passato, della tua vita, ora felice, ora dolorosa, ma pur sempre la tua vita.

sabato 28 agosto 2010

Igort racconta le tragedie del comunismo in URSS

"IGORT: Urss, una tragedia comunista a fumetti" è il titolo di un articolo uscito sul quotidiano La Repubblica il 26 agosto e che potete trovare online qui. Si tratta di un'interessante intervista a Igort, uno degli autori italiani di fumetti più noti all'estero.... tanto è vero che vive a Parigi.


E proprio in Francia a maggio è uscito il suo ultimo libro "Les Cahiers Ukrainiens", che è l'oggetto dell'intervista di Antonio Gnoli, visto che sarà pubblicato anche in Italia per Mondadori con il titolo "Quaderni ucraini "e presentato il prossimo 11 settembre in occasione del festival della letteratura di Mantova.
Memorie dai tempi dell'URSS è il sottotitolo di questo reportage a fumetti, frutto dell'anno e mezzo trascorso da Igort in Ucraina a parlare con la gente del luogo. L'intervista mi ha colpito per diversi aspetti. Innanzitutto perchè si tratta di un libro di testimonianze, un genere che mi piace leggere attraverso i fumetti, anche se è poco diffuso. I reportage di Joe Sacco che leggo su Internazionale (di cui ho parlato recentemente qui) hanno uno spessore e un realismo straordinari: sono ansioso di vedere quale sarà lo stile di Igort.
Ciò che tuttavia più mi attira di quest'opera è il tema. Le memorie riguardano i tragici fatti che ebbero luogo in Ucraina negli anni 30, quando Stalin condusse un vero e proprio genocidio nei confronti della popolazione locale, arrivando perfino a indurre di proposito una carestia. Milioni di persone perirono. Nonostante ciò Stalin è ancora adorato da molti nostalgici, non solo nella lontana Italia che non ha vissuto le sue terribili pazzie, ma anche laddove lasciò la sua scia di morte, in Ucraina, in Russia e nelle repubbliche dell'ex Unione Sovietica.


Per uno che ha scelto come immagine di sfondo al titolo del proprio blog un esplicito riferimento al Quarto stato di Pellizza da Volpedo, è sempre triste constatare che quello che si era presentato come il più importante movimento di trasformazione radicale della società secondo giustizia e libertà, si sia poi rivelato l'esatto contrario in quasi tutte le sue realizzazioni.
Seguirà un secondo post sul tema dopo che avrò letto il libro di Igort.

Aggiornamento del primo settembre: dal blog di Igort apprendo che Quaderni ucraini è uscito nelle librerie italiane. Mi procurerò presto una copia!

domenica 22 agosto 2010

Il rock

Cos'è il rock? Questo:



In parole? Emozioni, gioia, grida, salti, amore, fratellanza, coinvolgimento, passione, commozione, dono e tante altre cose... ovvero, la parte più bella della vita.

venerdì 20 agosto 2010

Letture nere... balneari

Anche quest’estate le vacanze sono finite e, come la scorsa, le mie letture balneari si son divise fra fumetti di vario genere e romanzi noir. Questi ultimi mi son stati consigliati dal libraio della località di villeggiatura in cui passo qualche settimana di relax. E’ un ragazzo che legge quello che vende, qualità ormai non tanto comune fra i professionisti del libro, uno di quei librai vecchio stile con cui parleresti per ore su scrittori, romanzi e generi preferiti. A partire dall’estate scorsa mi son completamente affidato ai suoi consigli in materia di romanzi noir di nuova pubblicazione e, visto il successo, ho bissato anche quest’anno. Si tratta complessivamente di cinque opere, (quasi) tutte di autori americani, (quasi) tutti viventi.



La prima che lessi l’anno scorso fu folgorante: il genere classico del thriller di mafia reinventato completamente e ambientato in un ospedale. Il protagonista di Vedi di non morire è infatti un medico (come anche lo scrittore Josh Bazell, specializzando in psichiatria) ex killer mafioso dalla nuova identità protetta dal governo, a cui capita di dover assistere, nel reparto di chirurgia d’urgenza dell’ospedale in cui lavora, una sua vecchia conoscenza della malavita, che lo ricatapulterà, suo malgrado, nel mondo del crimine che pensava di essersi lasciato alle spalle. Il ritmo è sostenuto ed esuberante, si alterna comicità e tragedia, il tutto condito con particolari precisissimi di medicina e chirurgia, molto azzeccati nel contesto dello sviluppo narrativo.



Il secondo romanzo è di tenore completamente diverso: una storia dal ritmo superficiale sommesso e tranquillo, ma carico di una tensione profonda che fa nascere nel lettore una angoscia crescente. La protagonista di Abbiamo sempre vissuto nel castello della scomparsa Shirley Jackson è una diciottenne che ci descrive la vita serena che conduce insieme alla sorella ed allo zio invalido in una grande villa di campagna. E’ un’esistenza fatta di piccoli gesti quotidiani: il the, la cucina, la cura del giardino che hanno luogo in ambiente solare, immerso nel verde. Ma il lettore avverte che c’è qualcosa che non va: l’ostilità manifesta degli abitanti del vicino villaggio, il fatto che tutti gli altri componenti della famiglia sono morti avvelenati durante un pasto tenuto nella villa, cui sopravvissero solo gli attuali dimoranti. Si intuisce che c’è un terribile ed inconfessabile segreto, che il Male alberga anche in questo quadretto delizioso di provincia.

Shirley Jackson, che scrisse questo romanzo nel 1962, è considerata una delle capostipiti del genere americano del terrore, grazie anche ai racconti La lotteria e soprattutto a L’incubo di Hill House, che ho letto successivamente lo scorso inverno. La seconda opera, in particolare, è diventata il riferimento di ogni narratore o sceneggiatore che abbia voluto cimentarsi con il tema della casa infestata.


L’ultimo romanzo che lessi la scorsa estate fu il più travolgente, per il tema affrontato, per lo scavo psicologico dei protagonisti, per la coralità dei personaggi, per l’epica della storia: Il potere del cane di Don Winslow. Lo scenario è il Messico patria del narcotraffico e gli Stati Uniti destinatari e nemici dello stesso. C’è il poliziotto che sacrifica la propria vita nella lotta al traffico internazionale di droga, c’è la famiglia messicana di narcos, così potente da controllare economicamente e politicamente un’intera nazione, c’è una prostituta americana d’alto bordo che viene coinvolta pericolosamente nelle vicende criminali, c’è un giovane killer irlandese della Grande Mela assoldato dalla mafia, c’è infine un sacerdote messicano potente ma dedito all’aiuto dei più deboli. Tutti questi personaggi sono i protagonisti di una storia avvincente piena di intrecci, di trame che coinvolgono anche la politica americana e che ti fanno capire molto della storia attuale e recente del nord e centro america in quanto a lotta al narcotraffico, rapporti tra stati, poteri politici invischiati con quelli criminali, servizi segreti collusi con la mafia. Un pessimismo di fondo aleggia lungo tutte le 714 pagine del romanzo: non c’è perdono o possibilità di fuga, il Male assoluto riesce sempre a fare breccia nel cuore degli uomini, quell’antica crudeltà umana chiamata il potere del cane. Don Winslow ci fa un regalo potente e doloroso: un affresco politico, sociale, economico e umano di una faccia ben precisa, quella del narcotraffico, ma universale del crimine. Sull’onda di questo romanzo, lo scorso inverno lessi dello stesso autore L’inverno di Frankie Machine mentre, sempre di Winslow, ho appena acquistato La pattuglia all’alba.


Veniamo a quest’estate. Il libraio mi ha invitato a cimentarmi con quella che lui ha definito una chicca del brivido: Fredda è la notte di Carlene Thompson. Si tratta di un thriller ad alta suspense, tanto che, giunto all’ultimo capitolo durante una serata piovosa e un po’ fredda, in cui mi misi a letto rimuginando su chi poteva essere il colpevole dei delitti, balzai in piedi spaventato credendo di aver sentito dei colpi battuti alla porta d’ingresso, tale era la tensione provocata dai miei pensieri. L’ambientazione è un freddo novembre di incipiente inverno in un piccolo centro della West Virginia, dove viva una giovane e ricca vedova, già sospettata del suicidio / omicidio del marito imprenditore. Altre due morti, due amiche adolescenti della figliastra con cui non ha un buon rapporto, turbano il sonno della protagonista, visto che ogni volta lei si trova nei pressi del luogo del delitto. Il terrore si diffonde nel paese e tutti i sospetti ricadono sulla vedova, nonostante lo sceriffo, suo ex durante l’adolescenza, cerchi di trattare il caso seguendo la razionalità e non le emozioni. La narrazione è condotta con perizia: al lettore vengono presentati i vari personaggi, protagonisti e di contorno, delineandone con precisione la psicologia, lasciando all’immaginazione possibili interpretazioni e soluzioni del caso. Non so se qualcuno quella notte abbia effettivamente battuto alla mia porta, ma so che poco dopo ho intuito chi fosse il colpevole, confermato dalla lettura nella mattina successiva dell’ultimo capitolo. Che una forte emozione aiuti il cervello a lavorare meglio?

L’ultimo romanzo divorato, Una tempesta qualunque dell’inglese d’adozione William Boyd, mi ha colpito per avermi presentato una città che avevo visitato da poco, Londra, in una luce del tutto diversa. Il protagonista è un giovane ingegnere climatologo americano, venuto a Londra per sostenere un colloquio di lavoro. La sua vita brillante di giovane rampante scienziato viene cancellata improvvisamente per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato: da testimone di un omicidio ne diventa l’indiziato numero uno, ricercato dalla polizia e dal vero killer, è costretto a nascondersi. Qui comincia, dopo un prologo fra i più classici del genere giallo/thriller, la parte più interessante della storia. Adam, questo il nome dello sfortunato, diventa un barbone per far sparire le proprie tracce, entrando in contatto con un mondo parallelo e invisibile fatto di emarginati, di non cittadini. Perde la propria identità, frequenta mense di poveri gestite da pastori di anime a dir poco rivoluzionari ma anche molto realistici, conosce suo malgrado la malavita dei bassifondi della metropoli rimediando un sacco di botte, diventa amico e amante di una prostituta dei quartieri popolari e poi si innamora di una stravagante poliziotta. Ha perso tutta la sua sovrastruttura ma ha ritrovato la parte più intima e vera, cui deve far ricorso per sopravvivere e dimostrare la propria innocenza. E’ un romanzo di formazione, se vogliamo, condotta attraverso la perdita di se stessi e la successiva rinascita. Alla fine non tutto è risolto, ma Adam è contento lo stesso.

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