domenica 31 ottobre 2010
Il confine nella mente
Scrivevo di aessermi trasferito a Opicina, una frazione di Trieste che si trova sull'altopiano carsico, pochi chilometri sopra il capoluogo. E' un grande paese, o una piccola cittadina, dove la maggioranza delle persone sono di lingua e cultura slovena. Il confine con la Slovenia è a pochi chilometri, anzi non c'è più per fortuna. Ormai c'è la libera circolazione delle persone fra i due stati e questo fatto, in queste terre, ha significato molto. Per anni infatti, ai tempi della Jugoslavia, la cortina di ferro correva proprio lungo questi boschi, questi campi, queste contrade.
Le guardie di frontiera ti controllavano la propusnica, ovvero il lasciapassare che la gente del luogo possedeva appositamente per andare in Jugoslavia. Una volta là compravi ad un prezzo ridotto alcuni prodotti come la carne, le sigarette o la benzina. Da piccolo e da ragazzo abitavo in provincia di Gorizia e anche lì il confine ti correva accanto.
A Gorizia addirittura l'ospedale civile si trovava a pochi metri dalla frontiera e, ogni volta che ci andavo per degli esami o per delle visite, guardavo dalla finestra con curiosità mista a timore il drappello di guardie col fucile a tracolla che controllava i documenti agli automobilisti di transito nelle due direzioni. Ancora oggi quando attraverso la frontiera che non c'è sento comunque una strana spiacevole sensazione, dura solo pochi istanti ma mi disturba. Il confine è come quelle scheggie di granata che, anche se asportate dalle carni, vengono sentite ancora per anni come se fossero sempre lì presenti. Il confine psicologico non scompare con quello fisico. E allora ti rendi conto di quanto sia stato una violenza quel maledetto confine: quella linea tracciata da politici e militari che ha diviso arbitrariamente delle genti che prima avevano vissuto insieme per secoli. Ti rendi conto di quanto sangue sia stato versato per spostare quella linea di qualche chilometro più ad ovest o più ad est.
La Storia da queste parti ha scritto capitoli tragici ed aperto ferite che ancora stentano a rimarginarsi. Lo stesso quartiere di Opicina in cui adesso vivo fu edificato nel dopoguerra per ospitare i profughi istriani, realizzando una dualità con gli autoctoni sloveni che immagino non sia stata semplice all'inizio. Ora molti anni sono trascorsi e molti contrasti sono stati superati, ma la memoria del passato non va cancellata, anzi va coltivata con lo spirito di ricucire per vivere insieme.
La conoscenza è basilare per la memoria: recentemente uno scrittore triestino di lingua e cultura slovena, Boris Pahor, ha fatto molto parlare di sè, perchè finalmente i suoi romanzi, notissimi all'estero, son stati riconsociuti ed apprezzati per il loro valore anche in Italia. Devo dire la verità ed ammettere la mia ignoranza: pur essendo originario di queste parti, non avevo mai sentito nominare il suo nome, tantomeno letto i suoi libri che raccontano quanto atroce e barbaro sia stato il fascismo nei confronti delle persone di cultura slovena che abitavano a Trieste. Impedire ad una persona di esprimersi nella lingua nella quale pensa è una violenza stupida e svilente. Son rimasto letteralmente a bocca aperta quando, durante un incontro pubblico con Pahor, ho appreso dalla sua voce che lui ha studiato gli scrittori e i poeti della sua lingua madre solo dopo la caduta del fascismo, visto che le scuole di lingua slovena erano state chiuse dal regime. Mi sono immaginato io, ormai adulto, a studiare per la prima volta Dante, Leopardi, Pirandello o Primo Levi. Mi sono vergognato per quello che hanno fatto quelli che parlavano allora la mia lingua e ancor di più per quelli che ancora oggi li difendono.
E' la stessa vergogna che provo quando, ogni 25 aprile, mi reco alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio nazifascista presente sul suolo italiano. Sono ancora visibili le celle in cui venivano rinchiusi i prigionieri prima di essere uccisi direttamente o condotti ad Auschwitz: solo in parte restituiscono l'indicibile orrore che hanno subito i loro sfortunati reclusi, ebrei, sloveni, croati.
E' lo stesso orrore di cui ci parla Vanna Vinci nel suo Aida al confine, mirabile fumetto ambientato a Trieste che esprime tutto il dolore che ha attraversato la città e il Carso durante le due guerre mondiali, viste in un viaggio onirico e mentale di una ragazza di oggi che arriva nella città giuliana come studentessa.
Per tutti questi motivi sono felice di essermi tasferito ad Opicina, anzi ad Opčine, per scacciare dalla mia mente quell'idea spiacevole di confine che mi porto ancora addosso da quand'ero bambino, per arricchire ancora di più la mia identità con una cultura che ho sempre solo sfiorato.
lunedì 25 ottobre 2010
La Stella d'Oro e Clapton
Trovi di tutto: dai pensionati e uomini del quartiere che si fanno il calicetto (i primi ad ogni ora del giorno, i secondi a partire dal tardo pomeriggio), famiglie intere, giovani adolescenti, studenti universitari, ex-ragazzi di fuori (ma ancora fanciulli dentro) che si sbafano il loro meritato panino, in un ambiente caldo, familiare, senza fronzoli. Familiare è anche la gestione del locale, ora affidata dai genitori ad Alessandro, un mio omonimo più o meno coetaneo che condivide con me una sanissima passione inglese: non alludo solo alle birre ma a Slowhand: Eric Clapton. Sono più di 15 anni che frequento la paninoteca ed ogni volta Alessandro, ad una certa ora, spegne la radio e infila nello stereo uno dei cd della sua sterminata raccolta. Sempre ottima musica di tutti i generi, dal rock al blues, dal country al jazz fino anche a del buon pop. Ma non so se è una coincidenza, 9 volte su 10, c'è sempre Manolenta ad accompagnare le mie serate. Ormai ce lo siamo confessati a vicenda da tempo, il nostro amore per il chitarrista inglese. E venerdì è successo di nuovo. Avevo appena terminato di addentare l'ultimo morso del mio gustoso panino quando ascolto delle note a me familiari. Mi bastano poche battute, 2 o 3, riconosco la prima traccia dell'ultimo album dell'inglese: Clapton. Mi alzo, mi affaccio alla cucina e vedo il faccione sorridente di Alessandro che mi guarda e dice: “Te lo go messo apposta per ti!”. E giù una grossa risata insieme! Ci scambiamo alcune battute sul disco, siamo felici di esserci di nuovo trovati su un terreno comune, bello come è la musica. Basta poco a volte per instaurare un feeling fra due persone, non è niente di speciale ma allo stesso tempo è qualcosa di grande: in fondo io non so quasi niente di Alessandro e lui di me, abbiamo parlato solo di Clapton e di musica in tutti questi anni, ma il rapporto è bello proprio per questo. Magari qualcuno potrebbe sorridere di ciò, è la cosa giusta da fare infatti, e ci rido sopra anche io.
martedì 19 ottobre 2010
La logica e le passioni
ragionamento nuovo e necessario". Nuovo perché permette la scoperta di qualcosa che prima era ignoto, necessario perché porta a conclusioni inevitabili. Ai suoi tempi la logica era snobbata tanto dai matematici perchè considerata troppo filosofica quanto dai filosofi perché reputata troppo matematica. Russel fu preso da un incantesimo e si immerse totalmente nello studio di come rifondare esattamente la logica: voleva eliminare tutti gli assiomi, tutte le verità assunte come innate e indimostrabili in quanto ovvie, poichè nella nuova logica tutto avrebbe dovuto essere dimostrato "logicamente". Anche questa è un'idea rivoluzionaria: rifiutare le conoscenze date sempre per scontate sottoponendole alla luce della ragione è una delle battaglie di libertà più importanti che un uomo possa fare per se stesso e per tutti i suoi simili. Russel la intraprese di petto e ne rimase scosso nel profondo. I due autori greci del fumetto, un matematico e un informatico, ci mostrano tutti i traumi umani e familiari che Russel visse sulla propria pelle in seguito a questa sua passione, che fu così esaltante ed opprimente nello stesso tempo, da fargli pensare più volte di essere vicino alla foliia. D'altronde il tema della pazzia accompagna Russel lungo tutta la storia: dall'infanzia quando scopre di avere uno zio schizofrenico, fino all'età adulta quando conosce tutti i più celebri filosofi e matematici del tempo alcuni dei quali soffrivano di seri problemi psichici. Dicevo che la logica fu per Russel la sua croce e la sua delizia: uno dei punti di svolta infatti della sua vita fu la scoperta del paradosso che, da allora, fu chiamato appunto il paradosso di Russel. Un paradosso è una proposizione che, mentre afferma una cosa, ne dimostra anche la sua negazione, e viceversa. Se scovato all'interno di una teoria logica o matematica, allora ne mina uno dei presupposti e la teoria perde la sua pretesa di assolutezza. E' quanto fece Russel nei confronti della teoria degli insiemi di Cantor, che aveva preso come base della sua ricerca.

"L'insieme degli insiemi che non contengono se stessi, contiene se stesso? Se sì, allora no. Se no, allora sì."
Ecco le parole che sconvolsero la storia della logica e dei suoi protagonisti nei primi anni del 900 : Russel divenne famoso per aver smontato la più promettente teoria matematica di quegli anni e nulla fu come prima, uno spartiacque venne segnato indelebilmente e molte menti vacillarono sotto questo colpo. Russel stesso ne fu prima esaltato e poi profondamente turbato. La sua scoperta segnò la sua vita per sempre: mai riuscì a raggiungere la completezza di una teoria che fosse autosufficiente logicamente, semplicemente perché non esiste. Due furono gli uomini che abbatterono ogni speranza: un matematico e un filosofo. Il primo, Goedel, che si basò molto sugli studi di Russel, dimostrò incofutabilmente con il suo teorema di incompletezza che non tutte le asserzioni matematiche sono dimostrabili, ovvero che esistono domande senza risposta. Il secondo, Wittgenstein, propose una visione del mondo in cui contano solo i fatti e dove la logica, essendo un linguaggio, può essere solo una rappresentazione, una mappa del mondo reale e, in quanto mappa, non ne costituisce il senso ultimo. La vera vita, secondo il pensatore tedesco, sta proprio in ciò che la logica non coglie e non potrbbe mai cogliere per sua natura: i fatti.
Russel più volte usa la parola fallimento lungo il suo racconto alla platea americana, per descrivere la sua vita di ricerca. Ma in realtà, ciò che traspare e che costituisce un'ulteriore chiave di lettura del libro, è l'importanza del viaggio e non della sua meta. La vita di Russel è appunto un lungo viaggio, proposto agli studenti americani, per far capire come un uomo cambi e modifichi le proprie convinzioni pur rimanendo fedele sempre ad un ideale, ovvero quello della ricerca. La conclusione cui giunge un uomo che ha voluto cercare un metodo perfetto per risolvere i problemi della logica e della vita umana è che non esiste una via regale per raggiungere la verità: ciascun uomo ha una propria via per raggiungerla. Le orecchie incredule degli uditori della conferenza di Russel ascoltano questi concetti: essi, convinti non interventisti, avevano sfidato il filosofo inglese a convincerli della fondatezza logica dell'eventuale intervento americano della seconda guerra mondiale. Questo è un ulteriore tema del libro: la responsabilità personale e la libertà individuale, il libero arbitrio e il senso di giustizia, il concetto che di fronte al male costituito in europa da due regimi totalitari e demolitori della libertà quali il nazismo e lo stalinismo, anche il pacifista Russel inivta a non assumere irresponsabilmente e a prescindere una posizione come il non interventismo. La realtà è molto più sfaccettata e sfumata di come la vedono i monocordi isolazionisti americani; questo dice Russel e questo invita a fare: a pensare ciascuno con la propia testa e farlo più volte mettendo in dubbio le proprie convinzioni. Ogni risposta sarà valida e ogni individuo avrà la propria, valida e degna di essere considerata alla pari di ogni altra. Russel ammonisce perfino che anche la logica, se fossilizzata in teorie troppo rigide e perfette, può diventare pericolosa. Il viaggio è compiuto.
Gli autori ci hanno condotto fino alla conclusione discutendo animatamente fra di loro e rivolgendosi direttamente al lettore durante degli intermezzi ambientati nello studio di Atene in cui il fumetto viene creato. Sotto questo aspetto siamo di fronte ad un meta-fumetto, un fumetto che si auto-referenzia proprio come gli insiemi degli insiemi del paradosso di Russel. Lo spirito matematico degli autori ci ha messo lo zampino.... Ma è anche molto interessante vedere come attraverso il dialogo socratico tra gli autori e i disegnatori venga sceneggiata la storia di Russel; anche questa è un'altra chiave di lettura: possiamo assistere alla creazione di un fumetto mentre lo stiamo leggendo.
Un'ultima considerazione: il fumetto, come si dice alla fine, è un misto di realtà e invenzione. In ogni caso, durante i miei studi di ingegneria, avrei affrontato con molto più piacere tutta la mole di teoremi di analisi matematica, se avessi saputo che dietro gli austeri e freddi nomi dei loro ideatori si nascondevano tanto sfrenate passioni.
domenica 10 ottobre 2010
Tanti auguri Tex
martedì 5 ottobre 2010
Le rimozioni della Storia
Ne avevo anticipato l'acquisto e la lettura qui. I Quaderni ucraini di Igort restituiscono qualcosa che i libri di storia non possono comunicare. I singoli individui, protagonisti in carne ed ossa della Storia, non hanno quasi mai l'onore di comparire sui libri che spiegano i fatti del passato. La scena viene loro rubata da capi di stato, condottieri, generali, rivoluzionari: il popolo raramente assume un ruolo da protagonista e, se lo fa, viene sempre rappresentato come una massa indistinta di uomini e donne, che subiscono le scelte di pochi.
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| Un'immagine del libro |
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| L'edizione francese del libro |
venerdì 1 ottobre 2010
Quant'è difficile fare la mangaka in un mondo di maschi....
Mi son ricreduto molto tardi, appena due anni fa quando, su sollecitazione di mia moglie, grande fan di Oscar, ho scaricato la serie e me la son vista tutta d'un fiato. Splendida! Il passo successivo è stato l'acquisto del manga appena riedito in Italia dai tipi della d/visual.
Ma guarda quante cose ci sono dentro un banale cartone animato....
domenica 26 settembre 2010
L'ultimo atto di Magico Vento
C'è infine un terzo motivo di lamento, e lo esprime Manfredi, nella lunga rubrica della posta dedicata ai saluti dei lettori. Questi manifestano quanto scrtto da me qualche riga più in su, ovvero sottolineano cone Magico Vento sia diventato un compagno di vita, li abbia accompagnati nella loro crescita, sia stato quasi la colonna sonora degli avvenimenti della loro vita. E' lo stesso vale anche per me: negli ultimi tredici anni mi sono laureato, ho fatto l'obiettore di coscienza, ho iniziato a lavorare, mi sono sposato. Posso ricondurre ciascuno di questi periodi a qualche numero di Magico Vento (ma anche di Julia, Tex e via dicendo).
Manfredi scrive: "Queste lettere mi hanno fatto capire, al di là della conclusione di questo specifico percorso, che una serie lunga intrattiene un raporto così intimo coi lettori e così intrecciato alla loro vita, da essere insostituibile. Oggi è difficile produrne e le mini-serie corrispondono di più alle esigenze attuali, però con esse e con le graphic novel da libreria, questo rapporto pluriennale di complicità affettiva non potrà più esistere, il che sarà una perdita per il fumetto in generale".
Sottoscrivo ogni parola. Mi rammarico del fatto che il mercato oggi chieda mini-serie. Non è che non mi piacciano, anzi! Bonelli ne ha sfornate di notevoli, come Caravan, Greystorm, Cassidy e Volto Nascosto (per citare un'altra opera di Manfredi) e ne pubblicherà altre in futuro: lo stesso Manfredi annuncia la sua prossima Shanghai Devil. Il punto è che mi dispiace che i nuovi lettori siano spaventati dalle opere lunghe: sarà forse perché viviamo in un mondo in cui tutto è veloce, l'informazione, l'intrattenimento, l'approfondimento, il divertimento. Si passa di fiore in fiore senza gustare a fondo il nettare.
Non ho neanche 40 anni ma appartengo a quella generazione che leggeva una storia di Tex o Mister No senza paura di attenderne la fine nel prossimo albo dopo un mese di attesa: anzi, la pausa di 30 giorni rendeva più bello il momento dell'acquisto del numero successivo. Gli albi autoconclusivi e le mini-serie sono il segno di come i lettori siano cambiati. Bonelli fa bene ad adeguarsi, pena l'estinzione, o per lo meno, la drastica riduzione delle sue testate. Ma quanto mi piacerebbe che Bonelli iniziasse una nuova serie western.... Chiedo troppo?
giovedì 23 settembre 2010
Il cinese: molto più di un noir
Lo ammetto, ero prevenuto nei confronti dei gialli/noir svedesi. Mi stupiva questo improvviso ed eccessivo successo dei romanzi di genere provenienti dal freddo paese scandinavo. Mi dava quasi fastidio il fatto che ormai ovunque si parlasse della trilogia Millennium di Stieg Larsson e tutti facessero a gara nel leggere quei volumoni. Senza parlare della loro versione cinematografica... Ovviamente il mio era un pregiudizio, perché non avevo letto nemmeno uno dei romanzi noir scritti da un autore svedese e, come mi succede spesso quando mi creo un pregiudizio, non vedevo l'ora che la verità me lo confermasse.. o me lo smentisse. Tuttavia non volevo scendere a patti con me stesso e quindi non mi risolvevo a comprarne uno... anche perché mi trovavo così bene con i miei Izzo, Carlotto e il maestro Chandler...Poi il destino ha scelto per me nelle vesti di un regalo donatomi da una cara amica in occasione del mio compleanno. Vista la stima che nutro per lei e per i suoi gusti letterari, mi son detto: "Beh, se me l'ha regalato lei, qualcosa di buono ci sarà!". E così mi sono avventurato con molta curiosità nella lettura de "Il cinese" di Henning Mankell. Ho già ringraziato la mia amica per il suo dono azzeccato, visto che il romanzo si è rivelato molto più che un noir. La vera protagonista della storia non è Birgitta Roslin, il giudice svedese che mette il naso in un'inchiesta difficilissima e completamente nuova per l'apparentemente tranquillo paese scandinavo. Si tratta infatti di una strage di dimensioni colossali avvenuta in uno sperduto e minuscolo villaggio del nord: 19 vittime trafitte con precisione maniacale da un'affilatissima arma da taglio in un uragano di sangue. Mentre la polizia punta su una pista sbagliata che però tranquillizza l'incredula e spaurita opinione pubblica, i sospetti della giudice, interessata al caso per una sua parentela con una delle vittime, vanno verso un uomo dalla fisionomia cinese. E questo è lo spunto che consente all'autore di affrontare il tema enorme dello sviluppo di quel lontano paese.
La protagonista vera è la Cina, attraverso le vicende di una famiglia, ritratta in due epoche molto distanti nel tempo. La prima generazione vede tre fratelli fuggire dalla schiavitù delle campagne cinesi della metà 800 per finire in un'altra schiavitù nei cantieri di costruzione delle ferrovie nordamericane. Solo un fratello si salverà e farà ritorno, grazie a missionari europei, nella madrepatria per scoprire però di nuovo il disprezzo dell'uomo bianco. La vendetta dovrà attendere molte generazioni fino ai giorni nostri, quando incontriamo Ya Ru, un rampante imprenditore figlio della nuova Cina aggressiva sui mercati. Pochi peli sullo stomaco e molti ammanicamenti nei posti che contano lo hanno reso uno degli uomini più potenti del paese. Hong, la sorella, è anche lei una donna importante del partito, ma, a differenza del cinico fratello, è legata agli ideali antichi della Rivoluzione di Mao, il Grande Timoniere che ha traghettato la Cina dalla barbarie e dalla dipendenza dallo straniero in un futuro radioso. Per Hong, nonostante gli errori compiuti anche da Mao, contano i valori fondanti della sua Rivoluzione: solidarietà ed emancipazione, completamente traditi però dagli uomini nuovi come Ra Yu. Saranno proprio questi valori a renderla amica di Birgitta, una donna che in gioventù aveva un po' fanaticamente inneggiato a Mao e al suo libretto rosso come a strumenti di liberazione del mondo dall'ingiustizia.
Entrambe sono cresciute e sono diventate donne molto diverse, ma fra di loro si stabilisce un rapporto di fiducia e di rispetto. Questo bel ritratto di precaria ma profonda amicizia femminile si staglia sullo sfondo di una Cina in tumultuosa evoluzione, con un piede ancora nel medio evo delle campagne e l'altro nei mercati finanziari e nel capitalismo di stato più sfrenato delle città. Dal suo destino e dalla sua evoluzione dipenderà il futuro di tutto il pianeta, sembra suggerirci Mankell.
domenica 12 settembre 2010
Il Diario di Anna Frank a fumetti

La notizia è vecchia di un paio di mesi. Ne parlo oggi perché il quotidiano La Repubblica dedica nell'edizione odierna un ampio spazio alla notizia della pubblicazione negli Stati Uniti del Diario di Anna Frank a fumetti. Ben tre pagine del giornale contengono molti disegni tratti dal libro fresco di stampa, foto d’epoca e due articoli rispettivamente di Gabriele Cantucci e Siegmund Ginzberg. Mi fa sempre piacere scovare in un importante quotidiano ad ampia diffusione nazionale una simile attenzione per un’opera a fumetti. In questo caso, poi, ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata autorizzata dalla Fondazione Anna Frank, ovvero da quell’ente ufficiale preposto alla diffusione e valorizzazione della figura di Anna Frank, del suo Diario e di tutti i valori di fratellanza, eguaglianza e rispetto della dignità umana che rappresenta.
sabato 11 settembre 2010
Il metronomo della E Street Band

Secondo me la E Street Band è la più grande rock band del mondo. Unita a Bruce Sringsteen costituisce una macchina musicale perfetta. Un front-men eccezionale supportato da una serie di musicisti meravigliosi creano insieme qualcosa di molto di più che una band affiatata: generano un flusso di energia inesauribile che ti contagia e non ti lascia più.

Assistere ad un loro concerto rappresenta un'emozione indescrivibile ed indimenticabile, che si rinnova, in piccolo, ogni volta che vedi un loro video su youtube o su dvd. E ti chiedi come facciano a essere così, come riescano a rinnovare ad ogni concerto quella voglia di divertirsi e di divertire, ovvero di vivere, con una tale energia inesauribile. Sicuramente contano molto l'amicizia e i rapporti che si sono instaurati in quasi 40 anni di musica, tour e vita insieme.

Amo tutti i componenti della band ma ce n'è uno che, secondo me, ne costituisce il cuore pulsante, l'anima, la base per tutti gli altri. Non alludo nè a Little Steven, nè a Clarence "Big Man" Clemons, nè tantomeno al Boss (perché lui è fuori concorso), ma a quello che io chiamo il metronomo: Max Weinberg, il batterista.

Lui se ne sta lassù, a dominare tutta la band, con quegli occhiali e quel volto da intellettuale, sempre vestito di scuro con il gilet e la camicia e i capelli ordinati. E' sempre concentrato e, di solito, non si lascia andare a strane facce come gli altri. E' misurato, ma solo apparentemente. Più che altro, lui è la misura del ritmo della E Street Band. E' una sicurezza, il riferimento per tutti gli altri e per il Boss. Si osservi con quale sguardo Max segue costantemente Bruce lungo le canzoni: è il suo angelo custode, quello che lo accompagna sempre al traguardo vncente. La sua stecca alzata in modo imperioso richiama tutti all'ordine, a seguire il suo ritmo.

Fra il Boss e Max c'è un continuo dialogo, un rapporto di interdipendenza reciproca. Per questo è il cuore della band. Spesso si sottovaluta l'importanza della batteria in un gruppo: di solito si ricordano i vocalist o le chitarre soliste. E' chiaro, sono lì davanti al pubblico e svolgono la parte più bella, più acclamata e affascinante. Ma senza l'apporto di colui che ti dà il tempo, il risultato finale sarebbe zoppo.
Non ci ricorderemmo i versi e la voce del Boss, o gli assoli di Big Man se dietro a loro non ci fossero le percussioni solide e calde di Max Weinberg.

Guardare per credere...
martedì 7 settembre 2010
Cosa direbbe Ken Parker?

Sono allibito dalla copertina con cui il settimanale Panorama si presenta in edicola questa settimana. Uno sciopero, diritto sancito dall'articolo 40 della Costituzione, e di recente posto sotto attacco (vedi caso dell'accordo Fiat a Pomigliano), viene definito sabotaggio. Il giornale berlusconiano se ne infischia della sentenza della magistratura (che novità!!) che ha decretato il reintegro (negato poi nella pratica dalla Fiat) sul luogo di lavoro dei tre operai della Fiat di Melfi, licenziati con la supposta motivazione, appunto, di sabotaggio.
E' veramente triste constatare come un giornale abbia un'idea preconcetta della verità e a questa subordini tutto. Anche la dignità di tre persone sbattute in copertina e definite bugiarde. Non è un linciaggio mediatico questo? E l'onestà intellettuale dove abita?
Consiglio al direttore di Panorama la lettura dell'albo Sciopero di Ken Parker: forse imparerà qualcosa, soprattutto a confrontarsi con la propria coscienza....
lunedì 6 settembre 2010
Trasloco concluso!

Beh, non proprio concluso, oggi ho portato a termine, diciamo... la prima fase! Ovvero, in una stanza dell'appartamento in cui andrò a vivere fra un paio di mesi ci sono alcuni metri cubi di carta disegnata con le nuvole... i miei fumetti! E' stato faticoso riempire le scatole e le borse, e portare in casa nuova un po' alla volta tutti i fumetti: ci ho messo un mese e mezzo circa, scaricando all'andata o al ritorno dal lavoro, ma ora ce l'ho fatta! L'appartamento è vuoto se non fosse appunto per i “giornalini” e per le due gattine che ho adottato di recente da due gattili diversi, e che stazionano là in attesa di guarire da lievi malattie che rischierebbero di contagiare le altre due gatte che vivono con me e mia moglie.

Una bella accoppiata, non c'è che dire: fumetti e gatti, due fra le più grandi passioni della mia vita. Il nuovo appartamento è ben abitato per il momento: i fumetti attendono la grande libreria che ho ordinato e che (spero) li accoglierà tutti quanti. Le gattine aspettano le due “sorellone”, per il momento ignare delle novità in arrivo. In realtà sono in pensiero per entrambi gli “incontri”. Guardando giorno dopo giorno la carta che cresceva sempre più, ho cominciato ad essere preoccupato della capienza. I fumetti infatti dovranno convivere coi libri miei e di mia moglie, la quale, giustamente dal canto suo, ha già preteso i suoi spazi... Temo di non farcela... temo di trovarmi costretto ad operare delle scelte difficili.... qualche fumetto non troverà spazio nella libreria 5 metri x 2,5 metri che in negozio mi sembrava gigantesca. Non ho fatto bene i conti, accidenti! Coglierò comunque l'occasione per cominciare a fare una lista dei fumetti che possiedo: un lodevole intento che mi ripropongo ad ogni capodanno, ma che va regolarmente disatteso....Ma questa occasione non posso lasciarmela sfuggire: quasi tutti i miei fumetti (dico quasi perché una parte non trascurabile si trova ancora a casa dei miei) giace in uno spazio esiguo di pochi metri quadri, basta che mi organizzi con il portatile e un semplice foglio in excel, per quando comincerò la scelta degli albi e la loro allocazione in libreria.

L'altro incontro che mi preoccupa un po', quello felino, ha già avuto in realtà un prologo. Un giorno io e mia moglie abbiamo fatto vedere alle gatte “grandi” le due cucciole: l'intento era quello di fare una prima conoscenza e, temendo reazioni inconsulte delle più forti sulle più deboli, avevamo chiuso le piccole nei trasportini. Beh, ci siamo molto stupiti quando abbiamo sentito una delle cucciole emettere un verso di sfida che aveva le tonalità gravi dei gemiti dell'oltretomba e vedere le grandi scappare letteralmente con la coda fra le gambe. Staremo a vedere le sorprese che ci riserveranno i nostri amici felini.

Da domani inizia la fase due: trasporto libri, anche questo un capitolo lungo e faticoso... ma in realtà anche molto piacevole. Così come è successo per alcuni fumetti, credo che mi stupirò nel trovare dei libri ormai dimenticati. E' questo forse l'aspetto più bello dei traslochi: trovi degli oggetti di cui ti sei completamente scordato e a cui, spesso, sono legati momenti del tuo passato, della tua vita, ora felice, ora dolorosa, ma pur sempre la tua vita.
sabato 28 agosto 2010
Igort racconta le tragedie del comunismo in URSS

E proprio in Francia a maggio è uscito il suo ultimo libro "Les Cahiers Ukrainiens", che è l'oggetto dell'intervista di Antonio Gnoli, visto che sarà pubblicato anche in Italia per Mondadori con il titolo "Quaderni ucraini "e presentato il prossimo 11 settembre in occasione del festival della letteratura di Mantova.
Memorie dai tempi dell'URSS è il sottotitolo di questo reportage a fumetti, frutto dell'anno e mezzo trascorso da Igort in Ucraina a parlare con la gente del luogo. L'intervista mi ha colpito per diversi aspetti. Innanzitutto perchè si tratta di un libro di testimonianze, un genere che mi piace leggere attraverso i fumetti, anche se è poco diffuso. I reportage di Joe Sacco che leggo su Internazionale (di cui ho parlato recentemente qui) hanno uno spessore e un realismo straordinari: sono ansioso di vedere quale sarà lo stile di Igort.
Ciò che tuttavia più mi attira di quest'opera è il tema. Le memorie riguardano i tragici fatti che ebbero luogo in Ucraina negli anni 30, quando Stalin condusse un vero e proprio genocidio nei confronti della popolazione locale, arrivando perfino a indurre di proposito una carestia. Milioni di persone perirono. Nonostante ciò Stalin è ancora adorato da molti nostalgici, non solo nella lontana Italia che non ha vissuto le sue terribili pazzie, ma anche laddove lasciò la sua scia di morte, in Ucraina, in Russia e nelle repubbliche dell'ex Unione Sovietica.

Per uno che ha scelto come immagine di sfondo al titolo del proprio blog un esplicito riferimento al Quarto stato di Pellizza da Volpedo, è sempre triste constatare che quello che si era presentato come il più importante movimento di trasformazione radicale della società secondo giustizia e libertà, si sia poi rivelato l'esatto contrario in quasi tutte le sue realizzazioni.
Seguirà un secondo post sul tema dopo che avrò letto il libro di Igort.
Aggiornamento del primo settembre: dal blog di Igort apprendo che Quaderni ucraini è uscito nelle librerie italiane. Mi procurerò presto una copia!
domenica 22 agosto 2010
Il rock
In parole? Emozioni, gioia, grida, salti, amore, fratellanza, coinvolgimento, passione, commozione, dono e tante altre cose... ovvero, la parte più bella della vita.
venerdì 20 agosto 2010
Letture nere... balneari

La prima che lessi l’anno scorso fu folgorante: il genere classico del thriller di mafia reinventato completamente e ambientato in un ospedale. Il protagonista di Vedi di non morire è infatti un medico (come anche lo scrittore Josh Bazell, specializzando in psichiatria) ex killer mafioso dalla nuova identità protetta dal governo, a cui capita di dover assistere, nel reparto di chirurgia d’urgenza dell’ospedale in cui lavora, una sua vecchia conoscenza della malavita, che lo ricatapulterà, suo malgrado, nel mondo del crimine che pensava di essersi lasciato alle spalle. Il ritmo è sostenuto ed esuberante, si alterna comicità e tragedia, il tutto condito con particolari precisissimi di medicina e chirurgia, molto azzeccati nel contesto dello sviluppo narrativo.

Il secondo romanzo è di tenore completamente diverso: una storia dal ritmo superficiale sommesso e tranquillo, ma carico di una tensione profonda che fa nascere nel lettore una angoscia crescente. La protagonista di Abbiamo sempre vissuto nel castello della scomparsa Shirley Jackson è una diciottenne che ci descrive la vita serena che conduce insieme alla sorella ed allo zio invalido in una grande villa di campagna. E’ un’esistenza fatta di piccoli gesti quotidiani: il the, la cucina, la cura del giardino che hanno luogo in ambiente solare, immerso nel verde. Ma il lettore avverte che c’è qualcosa che non va: l’ostilità manifesta degli abitanti del vicino villaggio, il fatto che tutti gli altri componenti della famiglia sono morti avvelenati durante un pasto tenuto nella villa, cui sopravvissero solo gli attuali dimoranti. Si intuisce che c’è un terribile ed inconfessabile segreto, che il Male alberga anche in questo quadretto delizioso di provincia.
Shirley Jackson, che scrisse questo romanzo nel 1962, è considerata una delle capostipiti del genere americano del terrore, grazie anche ai racconti La lotteria e soprattutto a L’incubo di Hill House, che ho letto successivamente lo scorso inverno. La seconda opera, in particolare, è diventata il riferimento di ogni narratore o sceneggiatore che abbia voluto cimentarsi con il tema della casa infestata.
L’ultimo romanzo che lessi la scorsa estate fu il più travolgente, per il tema affrontato, per lo scavo psicologico dei protagonisti, per la coralità dei personaggi, per l’epica della storia: Il potere del cane di Don Winslow. Lo scenario è il Messico patria del narcotraffico e gli Stati Uniti destinatari e nemici dello stesso. C’è il poliziotto che sacrifica la propria vita nella lotta al traffico internazionale di droga, c’è la famiglia messicana di narcos, così potente da controllare economicamente e politicamente un’intera nazione, c’è una prostituta americana d’alto bordo che viene coinvolta pericolosamente nelle vicende criminali, c’è un giovane killer irlandese della Grande Mela assoldato dalla mafia, c’è infine un sacerdote messicano potente ma dedito all’aiuto dei più deboli. Tutti questi personaggi sono i protagonisti di una storia avvincente piena di intrecci, di trame che coinvolgono anche la politica americana e che ti fanno capire molto della storia attuale e recente del nord e centro america in quanto a lotta al narcotraffico, rapporti tra stati, poteri politici invischiati con quelli criminali, servizi segreti collusi con la mafia. Un pessimismo di fondo aleggia lungo tutte le 714 pagine del romanzo: non c’è perdono o possibilità di fuga, il Male assoluto riesce sempre a fare breccia nel cuore degli uomini, quell’antica crudeltà umana chiamata il potere del cane. Don Winslow ci fa un regalo potente e doloroso: un affresco politico, sociale, economico e umano di una faccia ben precisa, quella del narcotraffico, ma universale del crimine. Sull’onda di questo romanzo, lo scorso inverno lessi dello stesso autore L’inverno di Frankie Machine mentre, sempre di Winslow, ho appena acquistato La pattuglia all’alba.
Veniamo a quest’estate. Il libraio mi ha invitato a cimentarmi con quella che lui ha definito una chicca del brivido: Fredda è la notte di Carlene Thompson. Si tratta di un thriller ad alta suspense, tanto che, giunto all’ultimo capitolo durante una serata piovosa e un po’ fredda, in cui mi misi a letto rimuginando su chi poteva essere il colpevole dei delitti, balzai in piedi spaventato credendo di aver sentito dei colpi battuti alla porta d’ingresso, tale era la tensione provocata dai miei pensieri. L’ambientazione è un freddo novembre di incipiente inverno in un piccolo centro della West Virginia, dove viva una giovane e ricca vedova, già sospettata del suicidio / omicidio del marito imprenditore. Altre due morti, due amiche adolescenti della figliastra con cui non ha un buon rapporto, turbano il sonno della protagonista, visto che ogni volta lei si trova nei pressi del luogo del delitto. Il terrore si diffonde nel paese e tutti i sospetti ricadono sulla vedova, nonostante lo sceriffo, suo ex durante l’adolescenza, cerchi di trattare il caso seguendo la razionalità e non le emozioni. La narrazione è condotta con perizia: al lettore vengono presentati i vari personaggi, protagonisti e di contorno, delineandone con precisione la psicologia, lasciando all’immaginazione possibili interpretazioni e soluzioni del caso. Non so se qualcuno quella notte abbia effettivamente battuto alla mia porta, ma so che poco dopo ho intuito chi fosse il colpevole, confermato dalla lettura nella mattina successiva dell’ultimo capitolo. Che una forte emozione aiuti il cervello a lavorare meglio?
L’ultimo romanzo divorato, Una tempesta qualunque dell’inglese d’adozione William Boyd, mi ha colpito per avermi presentato una città che avevo visitato da poco, Londra, in una luce del tutto diversa. Il protagonista è un giovane ingegnere climatologo americano, venuto a Londra per sostenere un colloquio di lavoro. La sua vita brillante di giovane rampante scienziato viene cancellata improvvisamente per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato: da testimone di un omicidio ne diventa l’indiziato numero uno, ricercato dalla polizia e dal vero killer, è costretto a nascondersi. Qui comincia, dopo un prologo fra i più classici del genere giallo/thriller, la parte più interessante della storia. Adam, questo il nome dello sfortunato, diventa un barbone per far sparire le proprie tracce, entrando in contatto con un mondo parallelo e invisibile fatto di emarginati, di non cittadini. Perde la propria identità, frequenta mense di poveri gestite da pastori di anime a dir poco rivoluzionari ma anche molto realistici, conosce suo malgrado la malavita dei bassifondi della metropoli rimediando un sacco di botte, diventa amico e amante di una prostituta dei quartieri popolari e poi si innamora di una stravagante poliziotta. Ha perso tutta la sua sovrastruttura ma ha ritrovato la parte più intima e vera, cui deve far ricorso per sopravvivere e dimostrare la propria innocenza. E’ un romanzo di formazione, se vogliamo, condotta attraverso la perdita di se stessi e la successiva rinascita. Alla fine non tutto è risolto, ma Adam è contento lo stesso.




























