domenica 25 gennaio 2015

"Il pugile" di Reinhard Kleist: un fumetto per la Giornata della Memoria


Venerdì 30 gennaio alle 18, presso la libreria Lovat di Trieste, il fumettista Reinhard Kleist presenterà il suo ultimo libro intitolato Il pugile. Si tratta di una delle tappe del tour che toccherà anche Roma, Genova e Milano, attraverso il quale l'autore berlinese farà conoscere al pubblico italiano la storia vera di Hertzko Haft, un ebreo polacco diventato pugile ad Auschwitz. Il volume, pubblicato dai tipi della Bao Publishing, si basa sul libro scritto dal figlio Alan Scott Haft che, appena nel 2003, scoprì la straordinaria e terribile vicenda vissuta dal padre.


Deportato nel campo della morte, Hertzko fu obbligato a salire sul ring per intrattenere gli ufficiali delle SS e, grazie alla box, riuscì a salvare la propria vita. Kleist ci racconta una terribile storia di sopravvivenza: il pugile sa che ad ogni combattimento che lo vede vincitore corrisponderà la morte per il perdente, detenuto come lui. Una crudele lotta per la vita. Ma è anche una storia di speranza e d'amore. E' infatti la speranza di rivedere Leah Pablanski, la ragazza della sua città natale di cui si è innamorato prima della deportazione, che dà la forza ad Hertzko di fare tutto il possibile per rimanere vivo.


"Dopo quello che ho passato cosa vuoi che possa farmi un uomo coi guantoni?"
La determinazione di Hertzko, e il suo sapere fare a pugni, lo tengono in vita fino all'arrivo dell'Armata Rossa, quando riesce a scappare dai suoi aguzzini durante una marcia della morte, travestendosi da guardia tedesca. Emigrato negli Stati Uniti, diventerà pugile professionista fino ad incontrare sul ring il leggendario Rocky Marciano, futuro campione del mondo dei massimi. La sconfitta con il pugile italo-americano spingerà Hertzko a ritirarsi dalla box e ad aprire una bottega di fruttivendolo.
Dopo il libro su Johnny Cash del 2006, che lo fece conoscere a livello internazionale, e quello su Fidel Castro del 2010, con Il pugile l'artista tedesco si conferma essere uno dei migliori autori a livello internazionale di biografie a fumetti. Kleist riesce infatti ad emozionare il lettore condensando in una storia coerente ed omogenea gli aspetti e i momenti più importanti delle vite dei protagonisti dei suoi libri. Ma oltre alle sue indubbie capacità di storyteller, punto essenziale dello stile di Kleist è il tratto espressionista che, con i suoi chiari scuri, fa rivivere sulla pagina sia le lacerazioni interiori di Man in Black, che la passione politica del Leader Maximo ed ora l'orrore dei campi di sterminio.

lunedì 19 gennaio 2015

Il mercato batte Saguaro


Non ci voleva un mago per prevederlo. Quando ho visto morire Cobra Ray, il nemico numero uno di Saguaro nell'albo di gennaio intitolato Colpo di coda, sul momento non ci ho creduto o, meglio, non ci volevo credere. Ho riletto due volte per essere sicuro che non mi fosse sfuggito qualcosa: in fondo tante volte Cobra Ray era stato dato per morto, ma era sempre ricomparso più pericoloso di prima. Ma questa volta no. Ridotto in sedia a rotelle, si è dato fuoco di fronte a Saguaro. Ed è morto. Se Bruno Enna, creatore e principale sceneggiatore del personaggio, fa morire già al numero 32 della serie il nemico principale del protagonista, allora il lettore non può che considerarlo come un terribile indizio. Unito all'altro grave indizio riguardante i bassi numeri di vendita di cui Saguaro soffre da molto tempo, mi son detto che ormai la fine della serie è certa. Puntuale è giunta pochi giorni fa la notizia ufficiale della Sergio Bonelli Editore, che ha confermato le voci che circolavano da mesi: in soli tre ultimi e definitivi albi Saguaro verrà a capo di tutto. Tutte le interessanti trame che hanno segnato con forza la continuity della serie (dall'infido Clive Waters, creatore dell'unità speciale dell'FBI in cui lavora Thorn Kitcheyan, passando per il ribelle navajo Nastas Begay, ex amico fraterno di Saguaro, fino al vecchio uomo della medicina Howi e i segreti riguardo ai genitori di Thorn) troveranno una conclusione in soli tre albi.
E' un vero peccato. La Bonelli chiude una delle sue serie migliori. Più volte ho avuto modo di elogiare Enna per la sua scrittura dinamica, veloce, agile ma capace di approfondire con cura temi di carattere sociale e psicologie dei personaggi. Perdiamo un ottimo poliziesco ambientato nel Sud Ovest americano negli anni Settanta del secolo scorso, con in primo piano le problematiche legate alla vita e ai diritti dei nativi. Thorn è un navajo, ma è anche un reduce del Vietnam, e da proprio questo passato emerge il suo arci-nemico Cobra Ray. Ma c'è anche un altro passato, familiare e tribale, che incombe su Saguaro e di cui, albo dopo albo, Enna ha saputo dosare gli elementi, in modo da creare la dovuta suspense.
Non mi spiegherò mai perché prima Orfani e ora Ringo (miniserie scritte da Roberto Recchioni) funzionano mentre Saguaro no. Intendo dal punto di vista commerciale, non della qualità di soggetti e sceneggiature. Qualcuno ha detto che Saguaro è nato già vecchio: un eroe Bonelli classico, troppo classico, legato ad uno sfondo, il western, che ha perso molto del suo appeal, almeno presso il pubblico più giovane. Non sono d'accordo. Saguaro è parso essere al suo esordio il classico duro, tutto d'un pezzo, alla Tex Willer. Ma poi, con lo scorrere delle storie, la sua psicologia e il suo mondo si sono dispiegati, lasciando intravedere molte sfumature, e molti dubbi. Tex, al di là dei metodi drastici che li accomunano, è molto lontano da Thorn.



E poi, Adam Wild, la nuova miniserie di Gianfranco Manfredi, non si è proposta proprio all'insegna della Avventura classica, che più classica non si può? Certo, l'ambientazione e i personaggi son del tutto diversi, ma l'alveo di genere in cui si inserisce è molto più vicino a Saguaro piuttosto che ad Orfani. E mi pare che le vendite del nuovo eroe di Manfredi stiano andando bene.
L'unico difetto, non di poco conto, che riconosco alla serie di Enna è la qualità dei disegni, mediamente bassa, con rare eccezioni. Potrebbe essere che molti lettori l'abbiano abbandonata proprio per questo motivo. Se fosse vero, le responsabilità ricadrebbe sulla Bonelli stessa, che non ha saputo garantire ad Enna un parco disegnatori all'altezza (cosa che invece non sta succedendo per Adam Wild e Lukas di Michele Medda, caratterizzati da ottimi disegni, oltre che da valide storie).

domenica 18 gennaio 2015

Zerocalcare a Kobane


Ancora Kobane. Dopo una settimana la rivista Internazionale ripropone all'attenzione dei suoi lettori la città curda della regione siriana del Rojava. Lo fa usando lo stesso linguaggio di sette giorni fa, il fumetto. Ma se nel numero precedente Isik ci aveva spedito una cartolina da Kobane composta da due tavole, ora Zerocalcare ci regala un reportage di quarantadue pagine, frutto della sua esperienza vissuta nel Rojava insieme alla Staffetta Romana per Kobane, ovvero gente dei centri sociali che si reca sul posto per fornire un supporto umanitario e per portare a casa un'informazione corretta.
Il graphic journalism che ci offre Zerocalcare è unico, perché il resoconto dei fatti è intriso delle forti emozioni vissute. A Mehser, un villaggio turco a pochi chilometri dal confine su cui si affaccia Kobane, Zerocalcare entra in contatto con una realtà che i grandi media non raccontano. Uomini e donne organizzati in una struttura sociale partecipata, democratica e governata dal basso, dalla gente che si autogestisce in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Vita che di ordinario e normale ha ormai ben poco, visto che la guerra contro l'Isis è ormai la quotidianità. Zerocalcare mi piace perché si mostra sempre come è, senza filtri, con tutte le sue paure, con il suo senso di inadeguatezza di fronte alla forza e determinazione dimostrata dai curdi, soprattutto dalle donne. Ma c'è anche tutta la sua curiosità di capire, la sua volontà di aiutare, la sua partecipazione offerta attraverso gli strumenti che ha a disposizione, c'è tutto il suo cuore lì a Kobane. Zerocalcare ti fa sorridere, ti fa capire, ti fa commuovere. Fa parlare le persone che incontra e le parole sono come pietre. Mi hanno colpito in particolare quelle pronunciate da Newroz Kobane, una delle ragazze responsabili del campo profughi:
"Noi siamo musulmane. A noi nessuno può venirci a dare lezioni di Islam. Sono quelli dell'Isis a non essere musulmani. Noi rispettiamo tutti. Noi seppelliamo i morti. Anche i loro. Loro tagliano teste, mani, piedi. Uccidono bambini. Sono bestie senza coscienza. Che religione ha gente così?"

Basterebbero queste parole per far tacere tutti gli attuali sciacalli che soffiano sul fuoco di quello che è successo a Parigi, cercando di demonizzare una religione e tutti i suoi fedeli. Bisognerebbe portarli nel Rojava a verificare sul posto come invece dei musulmani (e non solo) stanno realizzando una rivoluzione in cui tutti sono eguali, le ricchezze sono distribuite, la natura è rispettata e diverse religioni ed etnie convivono pacificamente. O almeno cercano di farlo. Perché dall'altra parte c'è l'Isis che distrugge ogni cosa con la violenza. Di qua i resistenti curdi mal tollerati da tutti, la Turchia in primis, e di là i combattenti dell'Isis, bombardati con sospetta imprecisione dagli americani. Ma gli sciacalli, e i benpensanti che li seguono, si tengono ben lontani da posti come questo. E temo che non leggano nemmeno questo reportage di Zerocalcare. Perché basterebbe la lettura di un breve racconto a fumetti, proposto da un giornale, per cominciare a porsi delle domande. In fondo ha ragione il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro che scrive nell'editoriale:
"I giornali servono a informarsi e a farsi un'opinione, ma contribuiscono anche a definire l'identità di chi li legge."
Leggere, informarsi e cercare di capire è un esercizio di libertà: aiuta a rendersi autonomi dagli altri, dalle opinioni altrui che, a volte, sono superficiali o interessate. O entrambe le cose insieme.  

sabato 10 gennaio 2015

Charlie Hebdo e il Rojava: la resistenza alle tenebre


Il numero 1084 del settimanale Internazionale, in edicola in questi giorni, propone nella rubrica Graphic journalism un servizio grafico realizzato da Isik, illustratrice francese che vive a Istanbul. Nelle sue Cartoline da Kobane, città del Rojava, il Kurdistan siriano, Isik ci ricorda che degli uomini e delle donne stanno realizzando un'utopia: costruire uno stato governato dal basso, nel quale donna e uomo hanno gli stessi diritti, l'ambiente è rispettato e il modello economico è anticapitalista. La loro rivoluzione sta fieramente resistendo da mesi all'offensiva dell'Isis.
Charb, il direttore del settimanale satirico Charlie Hebdo, assassinato insieme ad altre undici persone nell'attentato terroristico avvenuto mercoledì 7 gennaio a Parigi contro la sede del suo giornale, aveva scritto le seguenti parole a proposito della lotta condotta dai curdi contro i fondamentalisti islamici:
"Io non sono curdo, non conosco una parola di curdo, non sono in grado di citare nessun autore curdo. La cultura curda mi è del tutto estranea (...) Ma oggi, io sono un curdo, penso in curdo, parlo in curdo, canto in curdo e piango in curdo. I curdi assediati in Siria non sono curdi, loro rappresentano l'umanità stessa che resiste alle tenebre. Loro difendono le loro vite, le loro famiglie e la loro patria. Che lo vogliate o meno, rappresentano l'anima della resistenza contro l'Isis. Ci stanno proteggendo, non solo dall'Isis ma anche dalla barbarie (...) Oggi, sono i curdi ad esistere contro la morte e il cinismo."

domenica 14 dicembre 2014

Quattro nuove short stories per Tex Willer


Dopo la prima prova di un anno fa, ritornano le storie brevi a colori di Tex Willer nell'albo numero 6 della collana Color Tex, intitolato Stelle di latta e altre storie. Si tratta di un albo che vede diversi autori al loro esordio sulle pagine del Ranger, tanto fra i disegnatori quanto fra gli sceneggiatori. Fra i primi balza subito all'occhio la bella copertina del pordenonese Giulio De Vita, che vorremmo vedere più spesso pubblicato in Italia e non solo Oltralpe, dove il suo talento è stato ampiamente riconosciuto da tempo.
Come ho già scritto in un precedente post, a me piacciono le short stories che sono caratterizzate da uno spazio di azione ben preciso, da una durata di tempo limitata, da personaggi appena abbozzati, da una forte tensione e da un non detto che lascia spazio all'intuito del lettore. E le quattro storie del nuovo Color Tex non mi hanno convinto del tutto.



La prima, Stelle di latta, è proposta dalla coppia di autori di LukasMichele Medda ai testi e Michele Benevento alle matite, qui con l'aiuto di Oscar Celestini alla colorazione. Mi è parsa una storia molto ricca di avvenimenti e di personaggi con un interessante passato, più adatta a dispiegarsi su un racconto lungo piuttosto che su uno breve. Mi sarebbe piaciuto conoscere di più sul passato comune di Carson e dei suoi due vecchi amici ritrovati. Invece tutto è spiegato un po' sbrigativamente: serviva qui un maggiore approfondimento della storia personale e comune dei tre. Inoltre i fatti della trama si svolgono con un'eccessiva fretta. Un bel soggetto che meritava di essere sviluppato su duecento tavole della serie regolare è stato compresso in trentadue. Peccato. Ottima l'esordio texiano di Benevento che caratterizza i due pards alla perfezione, molto classici nella loro naturalezza, così come gli altri personaggi e le varie scene d'azione. Nonostante la buona colorazione, mi è venuta la curiosità di immaginare come sarebbe stato il mood della storia se fosse stata disegnata in bianco e nero, considerando che i neri di Benevento conferiscono alle storie di Lukas un tono cupamente suggestivo.



Maggiore unità di tempo e di luogo ha il secondo racconto, Incontro a Tularosa, firmato da Moreno Burattini per i testi e da Giuseppe Camuncoli per i disegni. Un discreto esordio nel mondo di Tex per il curatore e sceneggiatore di Zagor, altro eroe storico della Bonelli. La tensione è subito molto alta. L'azione è concentrata a Tularosa, un misero pueblo del New Mexico, prima all'interno di una modesta cantina (dal nome sinistro El gato negro) poi nella polverosa main street. Qui, al tramonto, i protagonisti trovano il loro appuntamento con la vendetta e con la morte sfidandosi a duello: temi classici del Far West. Se non fosse per il flash back troppo lungo che provoca un calo della tensione dopo poche tavole e per l'inutile scambio di battute nel finale che spiega come è avvenuta la sostituzione fra Tex e uno dei personaggi, il racconto avrebbe mantenuto un ritmo più sostenuto, e sarebbe risultato più godibile. Camuncoli, qui alla sua prima prova con Aquila della Notte, è un bravo disegnatore noto all'estero grazie ai suoi lavori per la Marvel e la DC, ma la sua tendenza in questa storia a rappresentare le teste dei personaggi piuttosto tozze, soprattutto in Tex, non mi piace. Inoltre ho trovato i colori di Beniamino Del Vecchio troppo sparati.



Il curatore di Tex, Mauro Boselli, ci regala una short story in cui dominano temi come il pregiudizio e l'intolleranza verso il diverso. Nel buio è il titolo del racconto disegnato da un ottimo Luca Rossi e nel buio di un bosco si svolge la maggior parte dell'azione. L'atroce assassinio di due coniugi e la scomparsa della loro figlioletta spinge i prevenuti cittadini di Alder's Gulch, un piccolo centro del Colorado, ad accusare il “mostro” del villaggio. Una classica caccia all'uomo con tanto di torce nella notte e urla inneggianti alla forca. Ma Tex, Carson e Tiger riescono ad evitare il linciaggio, ristabilendo la verità dei fatti e facendo giustizia. Bello l'incipit iniziale con il passaggio brusco dalla scena felice in cui i ragazzini giocano a quella drammatica e violenta dell'assassinio. Da lì in avanti la tensione narrativa rimane sempre alta fino al colpo di scena finale. Da sottolineare anche il dettaglio della bambolina di legno trovata nel bosco dalla bambina che tornerà poi anche alla fine. Se proprio volessi trovare una pecca a questa storia direi che il finale ha una caduta nelle vignette conclusive. L'ultima tavola, infatti, prima ti colpisce allo stomaco con la trovata azzeccata del padre che inaspettatamente uccide il figlio assassino, per evitare un'ulteriore delitto. Poi però ti delude quando scopri che il “mostro”, che hai dato per morto tre tavole prima in seguito ad una fucilata ricevuta alla tempia, è vivo e parla con la bambina. Il che permette a Tex di fare una ramanzina, che suona un po' moralista, agli onesti cittadini di Alder's Gulch. Determinanti per la felice creazione dell'atmosfera cupa della storia sono i disegni del dampyriano Rossi all'esordio su Tex (molto riuscite le espressioni con cui ritrae nei volti dei cittadini l'odio, la rabbia, la paura) e i colori di Romina Denti.


Ma la short story più convincente è, non l'avrei mai detto, Randy il fortunato, scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Andrea Accardi. La coppia di autori (all'esordio sulle pagine di Aquila della Notte) è già nota ai lettori della serie bonelliana Le Storie per un paio di albi sul mondo dei samurai che, incomprensibilmente per il sottoscritto, avrà l'onore di una miniserie ad hoc. Non riponevo la minima fiducia nella capacità di Recchioni di imbastire una storia di Tex: non credevo che il suo stile narrativo, che punta spesso all'eccesso, ad alzare i toni, ad abusare dell'azione, potesse adattarsi a raccontare un episodio di Tex Willer. In sostanza, non avrei mai pensato che un autore che ogni tanto fa un po' lo sbruffone potesse scrivere un racconto avente come protagonista un personaggio, come Tex, a cui gli sbruffoni vanno di traverso. E invece mi sbagliavo. Recchioni ha saputo rappresentare in modo originale una delle caratteristiche salienti di Tex: la sua capacità di non mollare mai la preda e di seguirla fino in capo al mondo. Il fuorilegge Randy, la preda in questione, è così ossessionato dal Ranger al punto da sognarlo la notte. Tex è un incubo, è un angelo vendicatore a cui Randy sa, in fondo, di non potersi sottrarre. Il racconto scorre con il giusto ritmo, a partire dall'incubo iniziale, attraverso il breve flash back (che, rappresentato in forma di racconto, non abbassa affatto la tensione), fino alla rapina e alla sanguinaria e ineluttabile resa dei conti. Tex appare direttamente in poche vignette ma la sua presenza è costante, in tutte le tavole, attraverso l'ossessione di Randy. Accardi dà il meglio di sé nelle espressioni con cui ritrae il volto dei personaggi, da quella impenetrabile di Tex, a quella ora terrorizzata, ora da spaccone e infine, in punto di morte, liberatoria di Randy. I colori, ancora di Oscar Celestini, non appesantiscono i disegni, anzi li valorizzano.

giovedì 11 dicembre 2014

Alan Ford, il Maresciallo Tito e la censura (reale o presunta)


Nel post precedente riferivo di un'interessante mostra dedicata ad Alan Ford, inaugurata pochi giorni fa a Sarajevo e organizzata dall'Ambasciata d'Italia nell'ambito delle iniziative previste nel Mese della cultura italiana in Bosnia Erzegovina. La fonte era un'intervista al curatore, il professore Daniele Onori, pubblicata sul web dal think tank Osservatorio Balcani e Caucaso, nella quale si spiegano i motivi dell'enorme diffusione che ebbe il fumetto di Max Bunker e di Magnus nella vecchia Repubblica di Jugoslavia.
Un passo dell'intervista, fra gli altri, mi ha suscitato una particolare curiosità. Alla domanda se la versione jugoslava di Alan Ford avesse mai subito una censura, Onori risponde:
"Sì, ma in forme e dimensioni del tutto marginali. Nella nostra mostra tuttavia abbiamo scelto di dedicare attenzione anche a questo aspetto, perché rivela elementi interessanti sotto il profilo culturale, della comparazione tra la situazione italiana e quella jugoslava del tempo. Più che di censura dovremmo parlare di adattamento culturale, e di scelte operate dal traduttore."
Mi è subito sembrata una risposta diplomatica. Così, con l'aiuto del mio collega Dalibor (colui che mi passò i fumetti Bonelli in serbocroato), ho indagato un po' scoprendo che il termine "adattamenti  culturali" è un bell'eufemismo.
Per esempio, i censori jugoslavi non gradivano affatto le vignette nelle quali erano presenti dei riferimenti al nazismo, così li eliminavano del tutto. Quindi un'immagine di Hitler e uno slogan fascista venivano trasformati rispettivamente in un bel razzo e in una parola più innocua, come si può vedere di seguito nelle due versioni, quella originale italiana e quella serbocroata:





Idem, ad un ufficiale nazista venivano tolti tutti gli elementi della divisa che lo denotavano quale appartenente al Terzo Reich, per farlo apparire come un soldato di un'armata qualsiasi.



















La stupida rigidità dei censori socialisti non permetteva loro di capire la satira che Bunker e Magnus stavano realizzando in questo caso verso l'ideologia nazista. D'altronde stupidità e rigidità sono due concetti che ben si adattano alla parola censura e, soprattutto, a coloro che la praticano. Da questo sito web in lingua croata dedicato ad Alan Ford si possono ricavare altri esempi di tagli o arrangiamenti operati nei confronti del fumetto.



Ma il caso più eclatante di censura fu quello relativo all'albo 39 intitolato "Belle Epoque", uscito in Italia nel settembre del 1972. Qui Alan Ford e Bob Rock indossano la divisa della Legione Straniera e vengono proiettati in un'avventura ambientata nel deserto. Uno dei personaggi è uno sceicco a cui Bunker fa recitare la parte di un cattivo piuttosto ingenuo (per usare un eufemismo), disposto a scambiare il proprio oro in banconote, perché ritenute di maggior valore. Alla fine della storia lo sceicco ci lascia pure le penne. "Dobra stara vremena", questo il titolo in serbocroato, dovrà attendere l'aprile del 1987 prima di venire pubblicato nella repubblica balcanica. Il motivo non è del tutto chiaro. Forse al regime di Tito non piaceva mettere alla berlina uno sceicco, ovvero un rappresentante di quel mondo arabo non allineato con cui negli Anni Settanta la Jugoslavia intratteneva buoni rapporti economici e politici.


Fino a qui abbiamo parlato di censura, più o meno marcata, ma reale. Ora ci spingiamo invece sul territorio della censura presunta, o meglio della censura spacciata per vera ma frutto invece di uno scherzo, cui molti ancora credono.
Mi riferisco a questo albo speciale di Alan Ford che raffigura in copertina nientemeno che Josip Broz, il Maresciallo Tito, il Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.



L'origine di questo albo non è chiara. Certo è che Bunker e Magnus non l'hanno mai scritto e disegnato, non fa parte della pubblicazione ufficiale, ma nasce da una stamperia clandestina o, più semplicemente, dall'ironia di un appassionato lettore di Alan Ford che ha voluto inserire il capo di stato jugoslavo all'interno di un'avventura del biondo agente segreto.



A questo link su youtube è disponibile l'intera storia attraverso lo slide show di tutte le tavole. Pare che sia un albo molto ricercato e abbia una quotazione sul mercato dei collezionisti fra le più alte della serie di Alan Ford, pur non facendone parte. Complimenti all'autore.

martedì 9 dicembre 2014

Alan Ford in Jugoslavia


In questo vecchio post avevo scritto della enorme diffusione che ebbero i fumetti Bonelli in uno Stato che ormai non esiste più, la Jugoslavia. E della lingua in cui venne tradotto, il serbocroato, la cui origine, storia e fine sono molto interessanti. Dimenticavo però di citare il fumetto italiano che fu un vero fenomeno di massa in quelle terre e che tuttora è pubblicato in molti degli Stati in cui la vecchia federazione socialista si è divisa. Mi riferisco ad Alan Ford.
Lo spunto viene da una mostra inaugurata a Sarajevo pochi giorni fa, intitolata "Alan Ford in BiH: ieri e oggi", organizzata dall'Ufficio Culturale della locale Ambasciata Italiana. Molto interessante l'intervista al suo curatore, il professor Daniele Onori, pubblicata dal think tank Osservatorio Balcani e Caucaso che potete trovare a questo link. Cercando ulteriori notizie mi son imbattuto poi, sempre sullo stesso sito, nella recensione di un saggio del 2012 di Lazar Džamić intitolato “Cvećara u Kući Cveća” (La fioreria nella Casa dei fiori) in cui si analizzano le motivazioni dell'enorme successo che il fumetto di Max Bunker e di Magnus conobbe nel paese Balcanico.


In entrambe le letture mi ha incuriosito il fatto che Alan Ford e il suo mondo fosse in piena sintonia con la società, lo spirito e il modo di sentire jugoslavo. Da come Max Bunker, creando quella combriccola di personaggi grotteschi, avesse descritto un universo in cui non solo si potevano rispecchiare i lettori italiani, ma anche quelli dell'altra costa dell'Adriatico. Alan Ford metteva in luce, quindi, un'affinità fra i due popoli data dall'essere un po' cialtroni, con un rapporto scostante col lavoro e una propensione congenita alla disorganizzazione.
La critica del sistema capitalistico era poi un altro tratto che rese popolare nella Repubblica socialista il fumetto di Bunker. Ma anche il suo essere una satira, non certo voluta dall'autore milanese, del sistema politico jugoslavo, con quel Numero Uno che tanti lettori associavano al Maresciallo Tito (incredibile la coincidenza tra la fioreria che fa da copertura al gruppo TNT e l'ultima residenza in cui dimorò il leader comunista, chiamata appunto La Casa dei fiori).

mercoledì 3 dicembre 2014

Il respiro e il sogno di Ken Parker


Qualche mese fa prestai ad un'amica l'albo a fumetti intitolato Il respiro e il sogno di Berardi & Milazzo, pubblicato nel 1991 dagli Editori del Grifo all'interno della collana La nuova Mongolfiera. La mia amica ama i fumetti ma non conosceva Ken Parker: decisi quindi di farglielo conoscere attraverso una storia a colori che è la summa dei temi affrontati nelle avventure di Lungo Fucile e, nello stesso tempo, è anche uno degli apici stilistici raggiunti dalla coppia di autori. La reazione della nuova lettrice kenparkeriana fu entusiasta: non si sarebbe mai aspettata di leggere con tale interesse una storia, anzi quattro brevi racconti, a fumetti in cui non compare nemmeno un baloon. Questa è infatti la peculiarità de Il respiro e il sogno. Ken è immerso nella natura, durante le quattro diverse stagioni dell'anno, e interagisce con animali e indiani crow di cui non conosce la lingua. Quattro storie mute, perché le parole non servono. E laddove farebbero comodo, interviene il linguaggio dei segni a consentire la comunicazione tra Ken e gli indiani. Il tema ecologista, uno dei più importanti di tutta la saga, è dominante: la natura viene rappresentata ora con toni poetici ora anche nelle sue manifestazioni più violente.
Il rapporto di Ken con gli animali è protagonista assoluto in due racconti. Nel primo, Cuccioli, ambientato in un gelido e innevato bosco invernale, troviamo Lungo Fucile cacciatore di una cerbiatta che prima ferisce e poi, pentito, soccorre accudendo anche i suoi cuccioli. Qui sembra che Ken saldi il suo debito nei confronti del mondo animale. Il suo prodigarsi amorevole fa tornare alla mente infatti le cure che lui ricevette, nella condizione di infermo e disperso nella foresta innevata, dalla cagnetta Lily, in quell'indimenticabile episodio della serie Cepim in cui troviamo il primo speciale rapporto di Ken con un animale. La spietata legge della natura, che prevede cacciatori e prede, colpisce nel drammatico finale la cerbiatta ristabilita dalla ferite e i suoi cuccioli, quando un malridotto indiano uccide tutta la famiglia di cervi per poter sfamare la sua. Ken dimostra tutta la sua umanità: prima, colto dalla rabbia, reagisce imbracciando il fucile con un'espressione inferocita, per poi placarsi subito, non appena si rende conto dello stato di grave indigenza in cui versano i vagabondi indiani. Una mano alzata a mo' di saluto e si chiude un incontro intenso fra due esseri umani durato pochi istanti, in cui hanno giocato solo sguardi e gesti. Senza parole.



Anche nel terzo racconto, Soleado, ambientato in un arido e torrido paesaggio semidesertico, Ken si spende aiutando un animale in difficoltà. In questo caso l'oggetto delle attenzioni è una cavalla selvaggia pronta a partorire. Piene di dolcezza e di ironia sono le scene in cui il Nostro si prende cura della mamma e del piccolo. Fino all'attacco improvviso di un superbo stallone. La riconoscenza della cavalla nei confronti di Ken si manifesta nel suo rapido intervento a bloccare il fatale impeto del maschio. I tre quadrupedi si allontanano insieme e l'episodio si chiude circolarmente con la stessa sequenza di vignette: la mano di Ken che ripara lo sguardo dagli accecanti raggi del sole.
Nel secondo racconto, La luna delle magnolie in fiore, il risveglio primaverile della natura e dei sensi amorosi sono i temi protagonisti. Si tratta dell'episodio più allegro, anche se non mancano momenti drammatici. Ironia e dolcezza segnano l'incontro di Ken con una coppia di indiani crow, fratello e sorella. Se con l'uomo Ken ingaggia una divertente competizione sulle rispettive capacità di cacciatore (realizzato attraverso il linguaggio dei segni), con la ragazza è tutto un gioco di sguardi e sorrisi fino al dono finale di un fiore. Non manca l'intervento degli animali: drammatico quello di un puma che azzanna a morte il cavallo dei due fratelli (finendo comunque ammazzato da Ken), divertente quello della coppia di castori in fase di corteggiamento che fa da contrappunto ai timidi e, alla fine, vani approcci di Ken verso la ragazza indiana.



Se una dolce malinconia accompagna le vignette finali de La luna delle magnolie in fiore, un profonda amarezza pervade il quarto racconto, Pallide ombre, l'episodio più articolato e complesso. Ken si trova ancora a caccia, ma questa volta la canna del suo lungo fucile bagnato da un'incessante pioggia autunnale è puntato su un bisonte solitario. Una serie di flash-back segna il cammino di avvicinamento di Ken verso l'animale. In questi ricordi il Nostro rievoca momenti della sua infanzia spensierata in compagnia di suo padre, dei suoi giochi all'aperto, dell'incipiente sentimento di rispetto nei confronti della natura e degli animali, rappresentati dagli enormi branchi di bisonti che un tempo popolavano le grandi pianure, del suo rapporto di amicizia con un indiano suo coetaneo (Due pance, che poi rincontreremo più avanti nello speciale Ai tempi del Pony Express) durante l'adolescenza e della rivalità fra i due per questioni amorose. Colpiscono allo stomaco i due flashback finali. Il primo vede Ken e Due pance assistere di nascosto allo scempio di un branco di bisonti perpetrato per puro divertimento da parte di un gruppo di bianchi viaggiatori di un treno. Nel secondo, Ken ormai scout dell'esercito, scorta insieme a dei soldati un gruppo malconcio di donne e bambini indiani attraverso un maleodorante tappeto di carcasse di bisonti. Lo sterminio degli animali come mesto presagio del genocidio degli indiani appare prepotente in questo racconto. Spiccano anche alcuni tratti caratteristici di Ken, quali il valore dell'amicizia che va al di là del colore della pelle: seme di quel sentimento di uguaglianza fra gli uomini che accompagnerà sempre Ken nella sua vita.
Per stemperare l'amarezza, il volume si chiude con Quack, omaggio a Paperino, la comica finale, ovvero tre tavole mute di un simpaticissimo duello impossibile fra Ken e Paperino, nate per celebrare il personaggio disneyano nell'anniversario della sua creazione.
Questi quattro racconti, più la comica finale, sono rappresentativi di Ken Parker anche per lo stile e per i disegni. Il linguaggio cinematografico che aveva abolito le didascalie dopo alcuni albi della serie Cepim, qui elimina anche le parole. E allora sono i primi piani e l'espressività che solo Milazzo sa dare ai volti dei protagonisti, uomini ed animali, a recitare, a comunicare sentimenti ed emozioni. Poche tavole per raccontare tanto: e allora il ritmo della narrazione e la concitazione dell'azione sono ottenuti anche con il ricco alternarsi dei piani e dei campi. Gli acquerelli danno poi un tocco di verità e di vita alla pagina.



Mondadori ripropone quest'imperdibile storia nel trentunesimo volume in questi giorni in edicola, fumetteria e libreria della collana Ken Parker. Fanno da cornice altre due episodi, inseriti nella continuity, intitolati Dove muoiono i titani e Un alito di ghiaccio, che vedono il Nostro braccato dalla legge attraverso la regione dei Grandi Laghi fino al confine con il Canada. Tutti e tre gli episodi furono originariamente pubblicati suddivisi in diverse puntate su due riviste: Orient Express e Comic Art. Appartengono quindi alla seconda fase della storia editoriale del nostro amato personaggio, successiva alla serie in bianco e nero della Cepim. La fase dove ci si concesse più libertà per la sperimentazione (e Il respiro e il sogno ne è un esempio tangibile) e dei tempi più consoni per la realizzazione delle storie.

giovedì 27 novembre 2014

L'ultima copertina di Ken Parker


Questo è lo splendido disegno di Ivo Milazzo che apparirà sulla copertina dell'ultimo volume della collana Ken Parker pubblicata da Mondadori. La casa editrice milanese l'ha resa nota qualche ora fa attraverso la sua pagina facebook. L'episodio inedito scritto da Giancarlo Berardi e intitolato Un mondo nuovo, porrà fine all'umana avventura di Lungo Fucile. Nell'acquerello Ken ti guarda diritto negli occhi, sembra cercarti per un'ultima volta, pone tutta la sua attenzione, insieme a quella del suo cavallo, verso di te. Tiene fra le mani quel fucile su cui ha discettato tanto, sotto di sé un prato verde, dietro un cielo infuocato dal sole. Ho aspettato così tanto questa copertina che, quando me la troverò fra le mani fra venti settimane, so già fin da ora che mi dispiacerà. Perché saprò che ormai non avrò più niente di nuovo da aspettarmi su Ken. Ma è giusto così. È giusto che Ken torni a fare, dopo vent'anni, quello che ama di più: cavalcare su un prato verde, con lo sguardo rivolto ad un cielo infuocato davanti a sé, e il suo lungo fucile nella fondina. È questa, per me, la vignetta che segue l'ultima copertina.  

mercoledì 26 novembre 2014

Martin Mystère, ombra di se stesso


Sconclusionata. Questo è l'aggettivo che più si adatta all'ultima storia di Martin Mystère, in edicola ormai da più di un mese. L'ombra di Za-Te-Nay è il titolo di questo albo molto deludente, privo di un filo logico e con così tante divagazioni da suscitare un'irritazione crescente pagina dopo pagina. Peccato, perché gli autori del soggetto e della sceneggiatura, Alfredo Castelli e Mirko Perniola, sono capaci di fare molto meglio. Peccato perché l'idea di fondo di affrontare le gesta di Za-Te-Nay, un trapper dell'Ottocento americano che, nella finzione dell'universo mysteriano, altri non è se non una versione storicizzata di Zagor, è molto interessante. Peccato perché La scure incantatala prima storia che Castelli dedicò dodici anni fa all'Uomo con la Scure dei boschi di Darkweed, fu molto più divertente e originale. Peccato, infine, perché le matite del migliore disegnatore mysteriano, Franco Devescovi, sono andate sprecate nel tentativo (impossibile!) di rendere godibile una storia che sarebbe stato meglio lasciare dentro ad un cassetto. Per quanto Perniola cerchi di addolcire la pillola, l'elaborazione della sceneggiatura è stata un vero travaglio e il blocco di idee sul finale (disegnato poi da Giovanni Romanini subentrato ad un eufemisticamente esausto Devescovi) è stato il colpo di grazia.


In un vecchio post scrivevo a proposito della collana di Martin Mystère:
"I misteri sono una cosa seria. Vanno affrontati contestualizzandoli correttamente sia dal punto di vista scientifico che da quello storico. Beh, poi c'è la fantasia di Castelli che ci mette lo zampino, confezionandoci attorno delle avventure avvincenti e divertenti. Martin Mystere è questo, una geniale intuizione che resiste in modo spumeggiante dopo 30 anni."
Considerando che il Detective dell'Impossibile è stato il mio primo grande amore fumettistico di quand'ero ragazzino, di gran lunga più di Tex, Zagor o Mister No, proprio per i motivi sopra ricordati, allora si può capire quanta amarezza ci sia dietro le mie parole di commento all'ultimo albo in edicola. 
In rete si è recentemente diffusa la notizia di una possibile chiusura della serie. Non è la prima volta che capita, e le motivazioni sarebbero il calo costante di lettori. Anche se il dato sulle vendite è reale, Castelli ha smentito la fine della testata, anzi ha annunciato sorprendenti operazioni di rilancio della stessa. Me lo auguro.

domenica 23 novembre 2014

Ken Parker e Norma Jean



Ken Parker incontra Norma Jean. E' la donna, più dell'attrice, infatti, la protagonista dell'umana avventura raccontata da Giancarlo Berardi e disegnata dalla coppia Ivo MIlazzo e Giorgio Trevisan. La ripropone Mondadori nel trentesimo volume della collana Ken Parker, disponibile da venerdì 21 novembre in edicola, fumetteria e libreria. Sarebbe riduttivo, però, limitarsi alla figura dell'indimenticabile Marilyn, perché questo volume è importante per diversi aspetti. Al suo interno, infatti, troviamo due storie che segnano rispettivamente la fine di un'avventura editoriale e l'inizio di una nuova.
I ragazzi di Donovan, numero 59 della collana edita dalla Cepim di Sergio Bonelli, fu l'ultimo albo della serie. Nel numero precedente, Sciopero, gli autori avevano annunciato che l'esperienza con la Bonelli si sarebbe conclusa. La mensilità della collana veniva rispettata con difficoltà (basti pensare che Sciopero uscì otto mesi dopo il precedente albo). L'obbligo di uscire in edicola con scadenze temporali fisse mal si coniugava con la volontà degli autori di offrire un prodotto di qualità elevata e costante ai loro lettori. Nonostante gli innesti di altri disegnatori al fianco di Milazzo il problema non venne risolto, anche perché non tutti capirono lo spirito del personaggio e non seppero interpretare al meglio lo stile narrativo di Berardi. Gli autori avevano altre ambizioni per la loro creatura: un numero di pagine libero, senza scadenze temporali così stringenti, il colore e un formato cartaceo più grande per rendere maggiore onore ai disegni.


Ecco quindi motivato lo sbarco sulla rivista Orient Express edita da L'Isola Trovata, un contenitore che sembrava perfetto per soddisfare i desideri degli autori. In realtà questa scelta non si rivelò vincente, poiché le riviste a fumetti, in quanto prodotto editoriale, entrarono di lì a poco in crisi. In ogni caso il debutto fu straordinario, merito di una storia intensa e di disegni superlativi. Suddivisa in sette parti e 124 tavole, pubblicate a partire dal numero 23 di Orient Express nel luglio 1984 fino al numero 29 del febbraio dell'anno successivo, l'avventura scritta da Berardi ci presenta un Ken inedito, nelle vesti di attore accolto da una compagnia teatrale che lo aiuta a fuggire da Boston. C'è un totale distacco, infatti, di ambientazione e di clima umano, fra l'ultima storia ambientata a Boston e questa che vede Ken impersonare l'Amleto di Shakespeare.
Ne I ragazzi di Donovan si respira ancora l'aria misera e degradata dei bassifondi di Boston. Se in Sciopero era la fabbrica lo sfondo e gli operai / proletari i protagonisti, qui è il sottoproletariato senza speranza che viene rappresentato. Tuguri miserabili dove si affollano famiglie numerose, spesso di immigrati, che fanno fatica a mettere insieme un misero pasto per i propri componenti. Sfruttatori che ricattano poveracci, piegati di fronte al proprio destino. La legge che difende il forte dalle giuste rivendicazioni del debole, mettendo ancor più in luce la mistificazione del sogno americano. In questo scenario così triste si fa breccia, nonostante tutto, l'umanità di una banda di ragazzini di strada, che accolgono e curano un Ken ridotto in fin di vita dopo lo sciopero finito nel sangue della storia precedente.


Il trait-d'union fra le due avventure di questo volume è proprio la caratteristica di ricercato di Ken. I ragazzi lo nascondono dalla polizia e dall'agenzia investigativa che lo sta cercando in quanto responsabile dell'uccisione di un poliziotto per legittima difesa durante la manifestazione operaia. Ken ricambia l'aiuto ricevuto cercando di fare del proprio meglio, come sempre, per cercare di limitare la misera condizione di questi ragazzi che la vita ha obbligato a crescere troppo in fretta.
Alla fine dell'albo Lungo Fucile saluta con affetto e commozione ricambiati i suoi giovani salvatori e comincia così la sua carriera di ricercato dalla legge. Ken non sarà più un uomo libero fino alla conclusione della sua saga che dobbiamo ancora conoscere nel futuro albo inedito. Per il momento, Chemako dovrà celarsi e travestirsi, cambiare identità e nascondiglio attraversando territori nuovi per lui. L'inizio di questa nuova vita avviene in una compagnia di teatranti, che non fa troppe domande, e che, un po' per necessità e un po' per umanità, accoglie lui e Norma all'interno della famiglia. Vediamo così i due nuovi attori nei panni rispettivamente di Amleto e Ofelia, provare e riprovare l'opera di Shakespeare fino alla prima dello spettacolo di fronte al pubblico. In alternanza alle tavole disegnate ad acquerello da Trevisan, che costituiscono nel loro insieme una trasposizione completa dell'opera del Bardo di Avon, si svolge la vicenda nella realtà dei vari teatranti, di Ken e di Norma, disegnata sempre in acquerello da Milazzo. Ancora una volta la scrittura di Berardi si sposa armoniosamente con i disegni di Milazzo nel rappresentare tanto la sensualità di Marilyn, quanto la vicenda umana di Norma.


Ken sfugge alla polizia aiutato da Norma e, nelle due ultime tavole, assistiamo ad un altro di quegli addii che, insieme a quello di Adah, ti restano nel cuore, così come restano le parole di Norma Jean:
"Quel che ho dentro nessuno lo vede, ho pensieri bellissimi che pesano come una lapide. Vi supplico, fatemi parlare."

domenica 16 novembre 2014

Sciopero - Ken Parker


E venne il giorno di Sciopero. Da venerdì 14 novembre è in edicola, libreria e fumetteria il ventinovesimo volume della collana Ken Parker edita da Mondadori, contenente 2 storie pubblicate per la prima volta più di trent'anni fa dalla Cepim di Sergio Bonelli: Il sicario (agosto-settembre 1983) e Sciopero (aprile 1984).
All'epoca non seguivo Ken Parker: ne vedevo la pubblicità in quarta di copertina degli albi di Mister No, Tex e Zagor che leggevo. Ma non ne comprai mai una copia. Dovetti aspettare altri quattordici anni prima di averne in mano una. Ed era Sciopero. E da quel numero, il 58 della serie Cepim, nacque la mia passione per le storie del biondo trapper del Montana. Una storia che non parlava di cow boy o indiani, di praterie o deserti. Ma di lavoro e di lavoratori. Di una fabbrica di Boston. Di proletari e di capitalisti. Di Capitale e di comunismo. Di sfruttamento, di sindacato, di sciopero. E di una spia e della sua presa di coscienza. Di un uomo che scopre un mondo per lui nuovo: un microcosmo, la fabbrica, di persone senza diritti che cominciano ad alzare la testa dalle macchine a vapore per rivendicarli.
Ancora una volta Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo fanno di Ken il testimone di una vicenda umana e sociale che lui affronta con gli strumenti che ha a disposizione. La curiosità di conoscere, l'empatia nei confronti delle persone di cui condivide l'esperienza, la capacità di scegliere. Ken impara a sue spese, dai propri errori, ma poi pensa, capisce e decide. E agisce quindi con coerenza secondo la propria coscienza.
Leggendo queste pagine mi trovai di fronte ad un personaggio diverso da Tex, Zagor e Mister No. Non un eroe, ma un uomo. Come me. E come l'amico che me lo regalò dopo aver vissuto insieme dieci mesi di una esperienza forte. Io obiettore di coscienza, lui operatore presso la struttura psichiatrica in cui prestai servizio. Dieci mesi in cui mi spogliai di tutte le mie sovrastrutture per tirar fuori quello che veramente ero. Un uomo con la curiosità di conoscere, con l'empatia verso le persone di cui condividevo l'esperienza, con i pregi e i difetti, posti, per una volta in modo completo, al servizio di qualcun altro che stava peggio. Io e lui diventammo amici subito, fin dalla primo giorno in cui condivisi il suo turno. E seguirono giorni di lavoro e notti di discussioni davanti ad una o più bottiglie di vino. Politica, utopie, scelte di campo anche drastiche. La sua vita ne era piena.
Mi regalò Sciopero quando ci separammo, a suggello di tutti i nostri discorsi. Ogni volta che leggo una storia di Ken disegnata da Milazzo, penso a lui, all'amico che me lo fece scoprire ed amare.

martedì 14 ottobre 2014

"Il richiamo di Alma" torna a Trieste con il fumetto di Vanna Vinci


Non poteva mancare ovviamente Trieste fra i luoghi che Vanna Vinci toccherà lungo il tour di presentazione de Il richiamo di Alma, il suo ultimo libro a fumetti, edito da Bao Publishing. La città giuliana è, infatti, lo sfondo in cui si muove Alma, la protagonista del romanzo di Stelio Mattioni, dal quale l'artista cagliaritana ha tratto il racconto a fumetti.
Così si è espressa Vanna a proposito del romanzo dell'autore triestino, pubblicato da Adelphi nel 1980:
"Il libro è bellissimo. Molto forte è la componente triestina. La figura della protagonista secondo me è l’immagine sia della città in se stessa che delle donne triestine, della loro sensualità in alcuni momenti accogliente, in altri sfuggente."
Dopo la pubblicazione a puntate sulle pagine del quotidiano locale Il Piccolo, avvenuta la scorsa estate, ora Il richiamo di Alma è finalmente un libro: il secondo che Vanna Vinci dedica a Trieste, sua "città mentale", dopo Aida al confine. In entrambi i casi la protagonista femminile, oggi Alma, allora Aida, compie un viaggio dentro di sé attraverso il viaggio esteriore lungo le vie e i luoghi di Trieste, rappresentati con estrema fedeltà dall'autrice.
A volte, chi viene da fuori città, posa il proprio sguardo su di essa e ne coglie lo spirito molto meglio di coloro che vi risiedono stabilmente. Certo, bisogna possedere una sensibilità particolare e concedersi il tempo per immergersi tanto nei dettagli quanto nel respiro d'insieme. Pare che Vanna Vinci ci riesca benissimo con questa città di confine, mentale ancor prima che fisico.

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