martedì 28 agosto 2012

Il Caso Collini



Ci sono dei libri che mi appassionano, che mi catturano al punto che non vorrei mai interromperne la lettura. Non mi capita molto spesso, ma non è poi così raro.
Rarissimi, invece, sono quei romanzi per i quali accade il seguente fenomeno. Mi prendono sì, ma non al punto da farmi tirare le ore piccole. Sono interessanti, ben scritti, ma non possiedono quel quid che me li fa considerare indimenticabili. E questa impressione continua fino a quando non giro una delle pagine e.... boom! Nella narrazione capita qualcosa, un fatto, una svolta, una rivelazione che sposta il piano di lettura tenuto fino a quel momento e che lo catapulta in una dimensione altra e superiore. Il libro diventa qualcosa di diverso rispetto a prima, si trasforma. Questa metamorfosi ha il potere di sorprendermi con una forza tale che solo un pugno inatteso e ben assestato nello stomaco sa provocare. Da quel momento, leggo come in trance, sono assolutamente estraneo all’ambiente circostante e ai suoi stimoli. Potrebbero pungolarmi con un ago accuminatissimo e rovente ma io non staccherei gli occhi, pupille dilatate e palpebre perennemente spalancate, dalle pagine del romanzo.
Questo è ciò che mi è successo durante la lettura de "Il Caso Collini" di Ferdinand Von Schirach, un breve legal thriller che spalanca una porta sulla coscienza. Ne parlo qui, su Fucine Mute.

martedì 21 agosto 2012

L'uomo del fumetto

Oggi se n'è andato un uomo che sapeva creare tavole come queste...

"L'uomo del Nilo" - Un uomo un'avventura - volume 1

"L'uomo del Nilo" - Un uomo un'avventura - volume 1

"L'uomo del Messico" - Un uomo un'avventura - volume 7

"L'uomo del Messico" - Un uomo un'avventura - volume 7

"L'uomo delle paludi" - Un uomo un'avventura - volume 17

"L'uomo delle paludi" - Un uomo un'avventura - volume 17



Sergio Toppi (1932 - 2012)


giovedì 9 agosto 2012

John Doe e il fratello di Bill


Non ho mai letto John Doe, il fumetto di Lorenzo Bartoli e Roberto Recchioni edito dall'Editoriale Aurea. Non so esattamente perché, so solo che non mi è mai venuta la curiosità nemmeno di acquistarne una copia. Questione di impressioni, di scarso appeal dei disegni di copertina, del fatto che Recchioni è uno degli autori e, da quel che leggo sul suo blog, mi ispira scarsa simpatia. Non lo so... Dicevo: non ho mai comprato nessun albo di John Doe .... fino ad un mese fa circa, quando sono uscito dall'edicola con il penultimo numero della serie, intitolato "La polvere del tramonto". Avevo un ottimo motivo per investire 3 euro. Avevo infatti letto in rete che sull'albo di giugno veniva reso omaggio ad un grande personaggio del fumetto: il fratello di Bill Parker, Ken.
Devo dire la verità: mi ha fatto tenerezza ritrovare Ken là dove tutti i suoi lettori l'avevano lasciato, in un carcere. John lo vede accovacciato da solo nel cortile e lo raggiunge. Si instaura un rapporto basato sulla reciproca riconoscenza di molte affinità e di alcune differenze: i due diventano inseparabili.
Dico subito che i testi mi son piaciuti di più dei disegni (troppo scuri e cupi per i miei gusti) di Paolo D'Antonio, anche se ogni tanto John tende a strafare, facendo il saputello nei confronti di Ken. La parte più bella è quando gli autori mettono in bocca a Ken le sue preferenze e le sue passioni, sullo sfondo di immagini che lo ritraggono libero, nel suo passato:

"A me piace la prateria, sconfinata, verde... madre e matrigna per l'uomo. Mi piace la neve che scricchiola sotto gli stivali... Mi piace il mio Kentucky. Non chiede niente, ma sa fare la voce grossa, se occorre.. Mi piace la natura. Non ha morale, soltanto forza e debolezza...debolezza e forza... Mi piacciono le differenze, la diversità... Mi piacciono le discussioni che portano a qualcosa... Mi piace la forza che diventa dolcezza... E poi, più di tutto, mi piace costruire... costruire insieme agli altri. Vedere le cose che crescono e cambiano. Sì. Questo è ciò che mi piace..."

C'è quasi tutto Ken in queste parole. Ma, secondo me, manca una sua caratteristica importante. L'ascolto. Una qualità così poco diffusa fra gli uomini. L'ascolto e l'empatia. Ken presta massima attenzione al suo interlocutore, sempre. Il suo è un ascolto attivo, gli occhi sono solo disegnati, ma restituiscono la partecipazione del racconto dell'altro. E poi ha la rara capacità di mettersi nei panni di colui che gli sta di fronte. E' per questo che Ken è un grande personaggio dei fumetti.
Ci sono poi alcune pagine in cui l'omaggio a Chemako scricchiola parecchio. John fa una lunga filippica meta-fumettistica sulla libertà dei personaggi, sui loro scrittori, sul concetto di gabbia reale e virtuale, insegnando con supponenza ad un Ken, rappresentato quasi come un sempliciotto, quello che lui in realtà sa già da tempo. Ovvero che la griglia entro cui loro sono imprigionati si può spezzare, distorcere, tirare, bucare.




John infatti non fa altro che scimmiottare Ken quando, nel memorabile numero 24 del Ken Parker Magazine intitolato "La terra degli eroi", trascina i suoi autori Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo dentro il fumetto.


Ecco, magari gli autori potevano risparmiarsi queste pagine.... ma, come dice lo stesso John a Ken:
"Noi siamo il frutto della fantasia di qualcun altro. Nel mio caso di più fantasie malate... fantasie dotate di pochissimo talento..... Io sono nelle mani di autentici cialtroni!  Il tuo autore è uno serio, bravissimo... quasi ti compatisco che i miei ti abbiano scelto per percorrere un pezzo di strada insieme a me!"
In effetti un po' lo compatisco anche io... ma è comunque stato molto piacevole ritrovare Ken sulle pagine di un albo a fumetti, in un'edicola. Spero che la prossima volta gli autori siano quelli bravissimi... gli originali.

giovedì 2 agosto 2012

Il ritorno degli spazzini dello spazio


Planet Manga ripubblica Planetes in versione deluxe, il capolavoro a fumetti di Makoto Yukimura. Oggi ho acquistato il primo dei 3 volumi nei quali si snoda la storia originariamente suddivisa nei 4 tankobon della precedente edizione del 2003 e di quella originale giapponese. Come avevo scritto qui, il mio collega Marco mi prestò alcuni mesi fa i suoi volumi, conservati molto gelosamente, permettendomi di scoprire una storia indimenticabile. Ecco quindi che non ho potuto esimermi dall'accaparrarmi quest'edizione, dal formato più grande e dalla traduzione più attenta e fedele all'originale.
Le storie personali dei quattro giovani spazzini dello spazio catturano per l'accurata ed intima descrizione degli stati d'animo, dei pensieri e delle emozioni. La dimensione anti-eroistica in cui sono inquadrate le vicende del gruppo di amici si collega perfettamente con quella ambientale, calata in uno spazio cosmico connotato come la frontiera del West americano dell'Ottocento: ti affascina, ti sfida, permea in modo totalizzante il tuo quotidiano.

Fra tante scene di ilarità con cui spesso Yukimura spezza la tensione emotiva di alcune tavole, sono stato subito conquistato dalla prima personalità sviluppata dall'autore: quella del taciturno Yuri. La sua è una storia d'amore e di dolore narrata con delicatezza e poesia. Poche parole e molto spazio lasciato ai disegni, ai gesti, alle emozioni dipinte sul volto del giovane russo. Lo spazio si mostra qui nella sua immensità affascinante e pericolosa. La dimensione temporale viene rallentata nei gesti di Yuri amplificando così la tensione emotiva della narrazione. La mano che si protende per afferrare la bussola nel cosmo è un attimo che sembra eterno. La bussola non è solo un detrito spaziale ma è una piccola parte di una vita che non c'è più: il suo recupero è un gesto d'amore eterno.
E' per questa capacità straordinaria di raccontare le storie intime e personali dei protagonisti che il manga di Yukimura diventa una perla che non si può fare a meno di ammirare.



martedì 17 luglio 2012

Lo Sconosciuto e Guccini


I buoni consigli di lettura o di ascolto si apprezzano a distanza di anni. Quando te ne stai davanti alla tua libreria e ti accorgi che la fila delle opere di un autore occupano uno spazio considerevole dei tuoi scaffali, allora ringrazi la persona che te l'ha fatto conoscere, e te stesso per aver ascoltato il suo suggerimento. Mi è capitato di recente di soffermarmi su due artisti che sono ben rappresentati nella mia libreria e sui due Paoli che me li hanno fatti scoprire. Del primo Paolo, ho già scritto qui: è lui che mi ha trasmesso la passione per Francesco Guccini quando eravamo ragazzini. All'altro Paolo, invece, devo la scoperta di Magnus e del suo celebre personaggio Lo Sconosciuto. I due Paoli non si conoscono fra loro, sono io che li collego idealmente dopo aver letto sul quotidiano La Repubblica del 10 luglio scorso un'intervista di Luca Raffaelli a Francesco Guccini.

Magnus nel 1973
L'occasione dell'articolo è rappresentata dalla pubblicazione integrale delle avventure di The Unknow per i tipi della Rizzoli-Lizard. Sono rimasto felicemente sorpreso di apprendere che il cantautore di Pavana collaborò in modo del tutto amichevole alla creazione dell'antieroe.
Guccini rivela di essere stato amico di serate di Roberto Raviola nelle osterie bolognesi e confessa che, ascoltata l'idea di Magnus di un nuovo protagonista di avventure a fumetti:

Cominciammo a stabilire i tratti di questo personaggio, come dovevano essere costruite le sue avventure, per esempio il fatto che ogni tanto doveva esserci un flashback di situazioni di guerra che aveva vissuto, cui aveva partecipato come legionario. Lo Sconosciuto è un deracinée, uno sradicato, però ancora in gamba, vivace, anche capace di gesti generosi. Però non un personaggio buono, anzi. Anche un po' stronzo. Ma erano solo i primi abbozzi. Poi Roberto ha continuato per conto suo.

A proposito della mancanza della n finale nel nome The Unknow, aggiune:

Era un'idea sua. Divertente, peraltro. Voleva lasciare questo nome così: un nome sbagliato per un personaggio fuori dagli schemi, appartato e ribelle. Penso che rispecchiasse la personalità dell'autore.”

Francesco Guccini negli anni Settanta

Quando ascolti o leggi un'intervista a Guccini, così come quando assisti ai suoi intermezzi parlati fra una canzone e l'altra durante i suoi concerti, non puoi fare a meno di apprezzare lo stile e la signorilità dell'uomo. E nell'intervista di Luca Raffaelli questa regola non viene meno, allorché alla domanda un po' maliziosa

Ma si è arrabbiato perché non le ha fatto più sapere nulla

il cantautore risponde così:

No, perché era solo un gioco iniziato per caso. Non c'era nessun impegno da parte di nessuno dei due. Anche se avevo già sceneggiato una storia per un disegnatore di Verona, Francesco Rubino, poi avevo lavorato tanto con Bonvi, per cui era chiaro che mi piaceva lavorare nel fumetto. Ma senza mai pensare che diventasse una professione.

La consapevolezza che una parte della paternità della creazione de Lo Sconosciuto va attribuita anche a Francesco Guccini avrà due conseguenze, anzi tre: la prima è che rileggerò le sue avventure contenute in questa nuova edizione con ancora maggiore entusiasmo di quanto feci la prima volta che lessi gli albi prestatimi da Paolo secondo, e quelle successive sugli albi che comprai.
La seconda è che avvicinerò nella mia libreria la fila dei cd di Guccini alle opere di Magnus.
La terza è che farò conoscere Paolo primo e Paolo secondo: vedi mai che vengano fuori altri preziosi consigli di ascolto e di lettura.

mercoledì 11 luglio 2012

11 luglio 1982: tutti a casa di Dino


L'arbitro afferra con le mani il pallone e, con un triplice fischio, dichiara la fine della partita. Ci alziamo tutti, esultanti, usciamo dalle case e, mentre il nostro compaesano solleva la Coppa, ci dirigiamo, seguendo un rito spontaneo, a casa di Anna e Mario. E lì inizia la vera festa.

martedì 10 luglio 2012

La stanza di Paolo



Fra la via Emilia e il West”. Era questo l'album live di Francesco Guccini che il mio amico Paolo mi faceva sempre ascoltare. L'audio era pessimo: quello di una vecchia audiocasseta fatta suonare centinaia di volte, spesso sulle stesse canzoni. Molti pomeriggi piovosi degli anni delle medie e del liceo li passavo così, a casa di Paolo ad ascoltare questo nuovo, per me, cantautore emiliano che parlava di eskimi, strade lunghe e diritte, di vecchie signore dai fianchi un po' molli e piccole città e bastardi posti. Eravamo così presi che anche in spiaggia durante l'estate, con gli amici, lo facevamo suonare ad alto volume: certo non era l'esca più adatta per far accorrere le ragazze, ma in realtà fungeva da buon filtro antropologico.
A Paolo devo anche la conoscenza di un altro mio mito musicale. Le audiocassette che venivano suonate sul suo scalcinato apparecchio erano due. Oltre al cantautore di Pavana, un rocker d'oltreoceano ci faceva perdere la nozione del tempo: un certo Bruce Springsteen. La fonte era ancora un live, entrato ormai nella storia: il leggendario concerto di San Siro del 1985. Fu quindi nella camera di Paolo che cominciai a viaggiare sulla polverosa Highway 9, ad immaginarmi il mondo attorno ad Asbury Park o il fiume dentro cui lui e Mary si tuffavano. Fu sempre in quella stanza che criticammo, più tardi, il distacco del Boss dalla sua E-Street Band per la parentesi, troppo melensa per noi, di "Human Touch".


Allora forse non avremmo pensato di ritrovarci, da adulti, ad ascoltare, questa volta in concerti vissuti in prima persona, le stesse canzoni che da ragazzi cantavamo in quella camera. Da un lato pensi che il tempo non sia mai passato, dall'altro ti rendi conto di come le fantasie, i sentimenti e gli ideali che stavano nascendo allora si sono costruiti anche grazie a quelle note e a quei testi che ti hanno accompagnato per una vita. Musica che, a seconda delle occasioni, è suonata “solo” come sottofondo a qualche serata con gli amici, ti ha fatto da colonna sonora in un lungo viaggio in macchina, ti ha dato spunti di riflessione e di emozione quando l'hai ascoltata assorto sul tuo letto.
E poi arrivano i concerti che, alla fine, non sono altro che un'occasione per ribadire a squarciagola davanti a te stesso che tanto di quello in cui hai creduto è vero, è vivo lì davanti a te, insieme a te, dentro di te.

giovedì 5 luglio 2012

Processo Diaz: "l'ingiustizia è relativamente facile da sopportare, quella che proprio brucia è la giustizia"

La Cassazione ha confermato le condanne dell'appello: ciò significa interdizione alle cariche per i dirigenti della polizia. Niente galera grazie all'indulto. E con la prescrizione altri reati non sono stati puniti. Undici anni per avere giustizia sono troppi. E comunque c'è sempre qualcosa che non va, che non torna. Non è una giustizia piena e completa.
Lo esprime molto bene uno che alla caserma Diaz di Genova c'era, uno che ha subito le torture della polizia e che, sulla sua storia e su quella di tanti altri ragazzi come lui, ci ha fatto sopra un fumetto: "Quella notte alla Diaz" di cui avevo già parlato qui a suo tempo.
Si chiama Christian Mirra e queste sono le sue considerazioni sul suo blog.

domenica 1 luglio 2012

La fine di Mr. Wiggles


Prendi un dolcissimo orsetto di peluche dalle guanciotte rosa, un simbolo dell'infanzia più pura e candida. Ora mettigli in bocca delle oscenità bestiali e fagli compiere delle azioni ributtanti, da codice penale. Cosa ottieni? Mr. Wiggles, ovvero il protagonista di una celebre striscia a fumetti americana, ideata da Neil Swaab, e pubblicata dal 2004 in Italia dalla rivista Internazionale. Per chi non lo ha mai letto, potrebbe sembrare un'operazione che punta sulla volgarità per ottenere un facile successo commerciale. Non è così. Mr. Wiggles e Neil, il suo compagno di casa umano, un giovane insicuro, turbato dal suo difficile rapporto con le donne e dalla sua calvizie, mettono alla berlina in modo cinico e crudele la quotidianità, banale e a volte tragica, del nostro vivere. Il sorriso nasce dal contrasto tra le sembianze ingenue di questo orsacchiotto, disegnato con uno stile molto semplice e naif, e le situazioni assurde e politicamente scorrettissime in cui si viene a trovare. Sesso, violenza, droga, ogni forma di devianza viene affrontata e vissuta dal peluche. Tradizioni, religione, vizi della nostra società sono messi alla berlina in modo spudorato. Senza pudore, appunto, è la parola d'ordine di Mr. Wiggles o, meglio, come suggerisce lui stesso sul sito internet a lui dedicato, "deviancy has never been so funny!".

Ora però dovremo fare a meno della striscia settimanale, in quanto Neil Swaab ha deciso di chiudere, non perché non abbia successo, tutt'altro. La ragione è che non vuole trascinare la storia oltre quello che lui reputa essere il suo capolinea. La lascia così al massimo della sua gloria, e fa bene. Solo che ci mancherà. Perché? Uno dei motivi principali lo espone Giovanni De Mauro, il direttore di Internazionale, nell'editoriale del numero 955 da venerdì in edicola, che ospita anche la striscia finale: "Mr. Wiggles ha saputo ricreare l'ambiente protetto di un gruppo di amici, dove si può scherzare e fare battute (irripetibili davanti ad estranei) su argomenti delicati e drammatici senza correre il rischio di essere fraintesi."
So long Mr. Wiggles, and fuck Winnie the Pooh!

Tavola tratta da Internazionale 955 del 29 giugno 2012


giovedì 14 giugno 2012

La forza della relazione


Una relazione è uno scambio. Fra due o più persone, due o più gruppi. Cosa ci si scambia? Energia. Poca, tanta, insufficiente, rigenerante: dipende dagli attori in gioco e dalle condizioni al contorno.
Lunedì scorso allo stadio Rocco di Trieste ha avuto luogo una straordinaria relazione. Da una parte c'era il Boss con la E-Street Band, dall'altra 30.000 persone. Il risultato è stato meraviglioso: Springsteen che si carica a seconda di come il pubblico reagisce ai suoi stimoli e viceversa. Reazione positiva, risonanza perfetta. Tre ore e venti minuti di spettacolo in cui i protagonisti sono stati tutti: noi del pubblico e i musicisti sullo stage. Le luci si accendono sul prato e i tecnici si preparano per smontare il palco, ma il Boss continua ancora per un'ora e mezza: i tecnici tornano a sedere. Io e i miei amici ci guardiamo stupiti domandandoci da dove il Boss tiri fuori le forze per continuare, senza risparmiarsi, con la gioia dipinta sul volto, saltando, ballando e correndo. La risposta mi è venuta dopo, a casa. L'energia gliela davamo noi. E a noi per ballare e cantare per tutto quel tempo chi ce l'ha data? Lui. Cos'è che mi ha fatto rimanere in uno stato di eccitazione dalla mattina fino a notte, mangiando pochissimo per la stretta allo stomaco? L'attesa della relazione e la relazione stessa. La relazione è fatta anche di contatto fisico: il Boss lo cerca continuamente andando a toccare e farsi toccare dai fans, parlandoci, portandoli sul palco, ballando con loro e facendoli cantare, raccogliendo le loro richieste di eseguire questo o quel pezzo.



E le canzoni? Non ne dimenticherò nemmeno una, ma fra tutte mi risuonano dentro Thunder Road, The River, Rosalita, Spirit in the Night, No Surrender, Because the Night e Jack of All Trades.
Le immagini? Tantissime, ma fra tutte, il volto felice del Boss che si rispecchia in quello dei 30.000 del Rocco.
Mandi Bruce! Torna presto!



sabato 9 giugno 2012

Saguaro non punge

Disegno di Davide Furnò
Dal primo numero di una nuova serie a fumetti di avventura ci si aspetta sempre troppo. La curiosità per Saguaro, la nuova serie Bonelli uscita nelle edicole a fine maggio era tanta. Dopo tante mini la casa editrice milanese presenta coraggiosamente una serie di durata indefinita in un periodo non certo propizio al fumetto.
Il luogo della storia è la riserva Navajo dell'Arizona, il tempo i primi anni Settanta, il protagonista Thorn Kitcheyan, chiamato Saguaro, navajo reduce della sporca guerra del Vietnam. Un duro alla Tex Willer, uno che ne ha viste tante, troppe nell'Estremo Oriente. Uno che non sopporta le ingiustizie e, fin dalla prima avventura, si mette nei guai per raddrizzare i torti. Un classico personaggio Bonelli, tutto d'un pezzo, almeno apparentemente. Ma forse è troppo presto per parlare di questo strano mix di western anni Settanta e crime story, combinazione di Cassidy e Tex Willer.
Bruno Enna, l'ideatore di Saguaro e autore delle storie, non ha rivelato tanto nella prima vicenda, disegnata da Fabio Valdambrini. Non si percepiscono ancora le caratteristiche degli anni in cui è ambientata la storia, a differenza di Cassidy (reduce anche lui) nel cui fumetto la cultura, la musica e le ambientazioni dei Seventies entravano in scena, fin da subito, come co-protagonisti. Saguaro potrebbe essere, invece, un reduce senza tempo di una delle innumerevoli guerre (sporche) che gli Stati Uniti hanno condotto negli ultimi decenni: dalla Corea al Vietnam, dall'Iraq primo e secondo atto all'Afghanistan, da Panama alla Somalia.
Ma è troppo presto per esprimere un giudizio: bisogna vedere come si dipaneranno le vicende di questo nuovo personaggio, taciturno e coriaceo come il cactus da cui prende il soprannome, di confine fra la cultura dei nativi americani e quella dei bianchi. E' proprio questo aspetto, il confine fra le due culture, la loro convivenza e gli attriti inevitabili che rende potenzialmente interessante questa nuova serie. Dipenderà tutto da come Enna lo svolgerà. Per il momento ha presentato molto bene alcuni personaggi di contorno: Howi, il vecchio uomo della medicina, Kay la giovane poliziotta mezzosangue, Art, l'avvocato pellerossa.
Saguaro quindi non punge... ma probabilmente è solo questione di tempo.

sabato 2 giugno 2012

Vibranti ma sobri

Sul numero odierno del quotidiano La Repubblica, Miguel Gotor, scrittore e storico che stimo, riflette sul significato della Festa della Repubblica in un interessante editoriale, intitolato "Perché il 2 giugno deve essere difeso". Inevitabilmente il pezzo prende le mosse dalle polemiche di questi giorni riguardo l'opportunità di svolgere la consueta parata militare, dato il terremoto che ha colpito di recente l'Emilia. Soldi buttati, risorse utili ad aiutare i terremotati anziché a sfilare a Roma. Questo il senso delle proteste di molti cittadini italiani. Napolitano ha risposto che la sfilata si sarebbe tenuta, ma sobriamente. Gotor da un lato minimizza il problema delle spese e dell'impiego di mezzi, dato che ormai la macchina dei preparativi era già stata avviata, con le relative spese, al momento della scossa di lunedì scorso e che oggi è la Protezione Civile, più che l'esercito, ad intervenire con competenza e organizzazione per aiutare i terremotati. Cita anche il caso del terremoto del Friuli, quando Forlani, allora ministro della Difesa, annullò la manifestazione del 2 giugno per non sviare l'importante supporto e lavoro che i soldati stavano compiendo nelle mie terre. Nel 1976 la Protezione Civile non esisteva (nacque proprio dall'esperienza del terremoto del Friuli) e l'esercito, presente in massa in queste terre di confine, era in effetti l'unico apparato statale in grado di intervenire con mezzi e uomini in situazione d'emergenza.
Fin qui mi trovo abbastanza d'accordo. Dissento in toto, invece, sul secondo punto per cui la parata militare va svolta, secondo Gotor. Lo storico riprende il pensiero di Napolitano, secondo cui
"è giusto onorare i militari proprio il 2 giugno, poiché in tante recenti missioni hanno sacrificato la loro vita o riportato gravi ferite per garantire a ognuno di noi una maggiore sicurezza interna e internazionale."
La retorica delle pseudo-missioni di pace vibra in queste parole. La retorica, che ci sbandiera attraverso i maggiori mezzi di comunicazione di massa e per voce di uomini delle istituzioni, che gli interventi dei nostri corpi militari all'estero sono svolti per il bene dei locali e, in ultima analisi, anche per il nostro. I veri motivi geopolitici ed economici sono di solito taciuti e tutti i soldati che muoiono, ahimè, in seguito a quelle operazioni di guerra (perché di questo si tratta) sono considerati martiri ed eroi. Non mi è mai andata giù questa falsa interpretazione e, per quanto mi dolga per la morte dei militari, così come per quella di qualsiasi altro essere umano, non ho mai accettato il festeggiamento della Festa della Repubblica attraverso una parata militare. Non si tratta di anti-militarismo, come scrive Gotor, ma del frutto di una considerazione molto semplice. La Repubblica Italiana è nata dopo la spaventosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale, nella quale il fascismo e la monarchia dei Savoia ci avevano irresponsabilmente spinto. Ne siamo usciti fra le macerie ma con un orgoglio e uno spirito nuovi, nati dalla Resistenza che molti civili e militari italiani avevano condotto. L'Italia si è dotata di una Costituzione repubblicana, è cresciuta e si sviluppata negli anni. A questo hanno contribuito tutte le parti sociali, nessuna esclusa. L'apporto dei militari alla nascita della Repubblica e al suo sviluppo non è superiore a quello di ogni altra categoria, strutturata o meno. Basta leggersi il primo articolo della nostra Carta per capire quale sia il fondamento della nostra Repubblica: il lavoro. E basta leggersi l'undicesimo per ricordarsi che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Tutto questo mi fa dire che ogni 2 giugno a Roma dovrebbero sfilare i lavoratori italiani e coloro che, purtroppo numerosi, aspirano ad esserlo. I militari non sarebbero altro che una delle tante categorie di lavoratori che ci sono nel nostro paese; lavoratori che si sacrificano e muoiono, nel silenzio dei media e delle istituzioni, molto più dei loro "colleghi" militari.

martedì 22 maggio 2012

Quando a Zagor cadde in testa un Tvrdokrilac


La foresta di Darkwood è turbata da un inconsueto e forte ronzio. Zagor e Ciko si domandano preoccupati chi o che cosa lo generi, anche perché si sta facendo sempre più vicino. Poi, all'improvviso, uno strano Tvrdokrilac guidato da un trionfante Ikarovo Pero si staglia nel cielo. La sorpresa dei due compagni di mille avventure si tramuta presto in terrore quando vedono il velivolo meccanico del barone precipitare sulla loro capanna, facendo esclamare allo Spirito con la Scure: "Tako mi Darkvuda!".
Ho bevuto troppa grappa e questo mi fa scrivere nomi a caso? No! Sto solo citando i personaggi e il contesto dell'avventura di Zagor che noi conosciamo come "Un'impresa disperata", ma che nella Jugoslavia di un tempo era nota con il titolo di Tvrdokrilac, coleottero appunto. Perché è proprio un "coleottero meccanico" quello che il barone Icaro la Plume fa sfracellare sulla capanna di Zagor e Cico provocando la classica espressione "Per tutti i tamburi di Darkwood!".
























Mi sono divertito a fare questo confronto linguistico grazie ad un regalo di Dalibor, un mio collega croato che condivide con me la passione dei fumetti. Dalibor vive ora a Trieste, ma è nato in uno Stato che ora non esiste più: la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la cui dissoluzione tanto dolore e devastazione ha causato negli anni Novanta.
Tornando a temi più divertenti come i fumetti, Dalibor mi ha raccontato come da ragazzo lui comprasse costantemente molti fumetti italiani che venivano pubblicati già dagli anni Settanta in Jugoslavia. Me ne ha regalati alcuni, sapendo della mia passione per i Bonelli e dintorni. Non poteva mancare, oltre a Zagor, il Ranger più famoso del mondo dei comics, Tex in Zakon Kolta (Senza tregua) o Mister No nel numero 100 sve u koloru intitolato Dzungla (Giungla!) (da notare che i testi vengono attribuiti a G. Nolita, con una t, mentre in realtà sono di Sclavi, ma pazienza...), o il Komandant Mark della Esse Gesse in Zed (Sete!) o  Blek della Dardo in Cudoviste nad Bostonom (Un mostro a Boston) o Bela i Bronko in Divlja zemlja (Terra selvaggia). Ma sono solo alcuni titoli di fumetti italiani che trovavano largo successo nelle terre balcaniche.

Interessante sottolineare anche che non solo lo Stato in cui vennero pubblicati ora non esiste più, ma anche la lingua. Non ho ancora detto infatti che i termini che ho citato appartengono al serbocroato, un'idioma che cercava di unificare a livello linguistico due comunità che la storia aveva tenuto divise per molti secoli. In realtà i serbi e i croati, quando giunsero nei Balcani attorno al VII secolo, parlavano dei dialetti molto simili fra loro, appartenenti allo stesso ceppo. Poi la storia portò i croati più verso la sfera di influenza occidentale e i serbi verso Costantinopoli, tanto che anche gli alfabeti si differenziarono: latino per i primi, cirillico per i secondi. Ma diversi intellettuali serbi e croati già nell'Ottocento propugnavano un'unita linguistica che si realizzò nel Novecento prima con il Regno di Jugoslavia fra le due guerre e soprattutto con al Repubblica fondata dal Maresciallo Tito nel Dopoguerra. Il serbocroato divenne lingua ufficiale dello Stato.
























Ricordo che ai tempi del Liceo a Gorizia, molti ragazzi che frequentavano istituti commerciali, studiavano come lingua straniera il serbocroato, visto che i rapporti economici fra le mie terre e la vicina repubblica richiedevano professionisti che conoscessero la nuova-antica lingua. Sappiamo tutti quanto tragicamente avvenne lo sfascio del vicino Stato socialista. Dopo la divisione croati e serbi ripristinarono ufficialmente le loro rispettive lingue all'interno dei nuovi stati sorti dopo il 1991, accentuandone le differenze, invece di sottolineare le affinità e la comune origine. Il nazionalismo estremo si manifesta anche attraverso questi strumenti, che non sono armi vere e proprie, ma lo possono diventare.
Allora mi fa ancora più piacere ricordare questi albi che Dalibor mi ha regalato, come un esempio di unione fra due popoli, realizzata attraverso un tipo di cultura molto efficace, visto che i fumetti erano diffusissimi presso i ragazzi serbi e croati. Mi piace pensare che un bambino cresciuto a Zagor, Tex e Mister No non si sia macchiato degli orrori che la guerra ha poi fatto emergere dal profondo dell'animo umano. Sono un illuso?

Mister No: "Per cento fulmini!"
Esse Esse. "Al diavolo!"

sabato 12 maggio 2012

I fumetti diventano friulani


In occasione della nona edizione della fiera del fumetto Pordenone Comics, che avrà luogo domani 13 maggio nei padiglioni della fiera della città friulana, Marco Tonus, giovane vignettista, illustratore e designer pordenonese, ha realizzato dieci cartoline che sono, nello stesso tempo, un omaggio a grandi personaggi del fumetto e alla sua terra d'origine. Personalmente apprezzo molto il politicamente scorretto di alcuni disegni. Bravo Marco!
A questo link si può apprezzare meglio la galleria delle cartoline.

domenica 6 maggio 2012

Un Tex di maniera e un Tex genuino

Disegno di E.R.Garcia Seijas
Che cosa differenzia un Tex di maniera da uno genuino? L'eccesso di stereotipi texiani, il calcare la mano su di essi per essere sicuri di creare una classica storia di Tex. Ma in realtà, questa si poggia su un equilibrio di ingredienti ben precisi, che non sono solo il coraggio e la durezza del ranger o i suoi celebri modi di dire. E' quasi didattico leggere le ultime due avventure di Tex pubblicate sulla serie mensile. La prima è scritta da Tito Faraci e disegnata dai gemelli Gianluca & Raul Cestaro. La seconda (non ancora conclusa) è figlia della creatività di Mauro Boselli e delle matite di Ernesto R. Garcia Seijas.

Disegno di Gianluca & Raul Cestaro  
Leggendo la storia di Faraci, che vede un Tex in solitaria, mi ero abbastanza appassionato. Merito della trama ben costruita, dei vari personaggi di contorno e dei dinamici disegni. Un ranger con un nemico molto duro, Jack Torrent, sottolineato nei suoi tratti quasi mesfistofelici e dagli occhi di ghiaccio. Al quale Tex ribatte con un volto altrettanto tirato e aggressivo. Alla fine della lettura ero rimasto però insoddisfatto: mancava qualcosa, ma non capivo bene cosa.
Son passato poi agli albi della coppia Boselli-Seijas e ho capito. Tex e i suoi pards sono disegnati con tratto pieno e in una notevole varietà di espressioni: sono vivi, e non sono dei robot. Lo stesso vale per gli altri personaggi, buoni e cattivi. Il disegno ti accarezza senza aggredirti come quello della storia precedente.
Jack Torrent: disegno di Gianluca & Raul Cestaro
I chiaro-scuro delle scene notturne e i combattimenti sono esemplari. La storia poi è, fino al secondo albo, molto ben orchestrata e, caratteristica dell'autore milanese, corale. Tex si distingue per le sue solite qualità ma non "uccide" gli altri personaggi. E' chiaro che quando agisce in solitaria non ci sono i pards che equilibrano un po' le sue azioni, ma nella trama di Faraci le capacità del ranger sono troppo calcate, al punto da essere trasmesse in modo quasi taumaturgico ai suoi compagni di viaggio, che diventano coraggiosi oltre un livello accettabile di realismo. La credibilità dei caratteri dei personaggi comprimari è un po' vacillante, quindi. Così non è nell'avventura boselliana, in cui i rurales, gli indiani e i cattivi sono tutti realisticamente definiti. Prendete il tenente Castillo dei rurales o il trafficante di schiavi Riago: non c'è una stonatura nei loro personaggi e i disegni li rendono al meglio, soprattutto nel caso del furfante, le cui espressioni del volto, durante l'interrogatorio-racconto alla fine del secondo albo, sono rese ottimamente.
Disegno di E.R.Garcia Seijas
Riago: disegno di E.R.Garcia Seijas

E poi Seijas disegna degli straordinari Tiger Jack e Kit Carson....


Disegno di E.R.Garcia Seijas
Disegno di E.R.Garcia Seijas

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...