giovedì 14 giugno 2012

La forza della relazione


Una relazione è uno scambio. Fra due o più persone, due o più gruppi. Cosa ci si scambia? Energia. Poca, tanta, insufficiente, rigenerante: dipende dagli attori in gioco e dalle condizioni al contorno.
Lunedì scorso allo stadio Rocco di Trieste ha avuto luogo una straordinaria relazione. Da una parte c'era il Boss con la E-Street Band, dall'altra 30.000 persone. Il risultato è stato meraviglioso: Springsteen che si carica a seconda di come il pubblico reagisce ai suoi stimoli e viceversa. Reazione positiva, risonanza perfetta. Tre ore e venti minuti di spettacolo in cui i protagonisti sono stati tutti: noi del pubblico e i musicisti sullo stage. Le luci si accendono sul prato e i tecnici si preparano per smontare il palco, ma il Boss continua ancora per un'ora e mezza: i tecnici tornano a sedere. Io e i miei amici ci guardiamo stupiti domandandoci da dove il Boss tiri fuori le forze per continuare, senza risparmiarsi, con la gioia dipinta sul volto, saltando, ballando e correndo. La risposta mi è venuta dopo, a casa. L'energia gliela davamo noi. E a noi per ballare e cantare per tutto quel tempo chi ce l'ha data? Lui. Cos'è che mi ha fatto rimanere in uno stato di eccitazione dalla mattina fino a notte, mangiando pochissimo per la stretta allo stomaco? L'attesa della relazione e la relazione stessa. La relazione è fatta anche di contatto fisico: il Boss lo cerca continuamente andando a toccare e farsi toccare dai fans, parlandoci, portandoli sul palco, ballando con loro e facendoli cantare, raccogliendo le loro richieste di eseguire questo o quel pezzo.



E le canzoni? Non ne dimenticherò nemmeno una, ma fra tutte mi risuonano dentro Thunder Road, The River, Rosalita, Spirit in the Night, No Surrender, Because the Night e Jack of All Trades.
Le immagini? Tantissime, ma fra tutte, il volto felice del Boss che si rispecchia in quello dei 30.000 del Rocco.
Mandi Bruce! Torna presto!



sabato 9 giugno 2012

Saguaro non punge

Disegno di Davide Furnò
Dal primo numero di una nuova serie a fumetti di avventura ci si aspetta sempre troppo. La curiosità per Saguaro, la nuova serie Bonelli uscita nelle edicole a fine maggio era tanta. Dopo tante mini la casa editrice milanese presenta coraggiosamente una serie di durata indefinita in un periodo non certo propizio al fumetto.
Il luogo della storia è la riserva Navajo dell'Arizona, il tempo i primi anni Settanta, il protagonista Thorn Kitcheyan, chiamato Saguaro, navajo reduce della sporca guerra del Vietnam. Un duro alla Tex Willer, uno che ne ha viste tante, troppe nell'Estremo Oriente. Uno che non sopporta le ingiustizie e, fin dalla prima avventura, si mette nei guai per raddrizzare i torti. Un classico personaggio Bonelli, tutto d'un pezzo, almeno apparentemente. Ma forse è troppo presto per parlare di questo strano mix di western anni Settanta e crime story, combinazione di Cassidy e Tex Willer.
Bruno Enna, l'ideatore di Saguaro e autore delle storie, non ha rivelato tanto nella prima vicenda, disegnata da Fabio Valdambrini. Non si percepiscono ancora le caratteristiche degli anni in cui è ambientata la storia, a differenza di Cassidy (reduce anche lui) nel cui fumetto la cultura, la musica e le ambientazioni dei Seventies entravano in scena, fin da subito, come co-protagonisti. Saguaro potrebbe essere, invece, un reduce senza tempo di una delle innumerevoli guerre (sporche) che gli Stati Uniti hanno condotto negli ultimi decenni: dalla Corea al Vietnam, dall'Iraq primo e secondo atto all'Afghanistan, da Panama alla Somalia.
Ma è troppo presto per esprimere un giudizio: bisogna vedere come si dipaneranno le vicende di questo nuovo personaggio, taciturno e coriaceo come il cactus da cui prende il soprannome, di confine fra la cultura dei nativi americani e quella dei bianchi. E' proprio questo aspetto, il confine fra le due culture, la loro convivenza e gli attriti inevitabili che rende potenzialmente interessante questa nuova serie. Dipenderà tutto da come Enna lo svolgerà. Per il momento ha presentato molto bene alcuni personaggi di contorno: Howi, il vecchio uomo della medicina, Kay la giovane poliziotta mezzosangue, Art, l'avvocato pellerossa.
Saguaro quindi non punge... ma probabilmente è solo questione di tempo.

sabato 2 giugno 2012

Vibranti ma sobri

Sul numero odierno del quotidiano La Repubblica, Miguel Gotor, scrittore e storico che stimo, riflette sul significato della Festa della Repubblica in un interessante editoriale, intitolato "Perché il 2 giugno deve essere difeso". Inevitabilmente il pezzo prende le mosse dalle polemiche di questi giorni riguardo l'opportunità di svolgere la consueta parata militare, dato il terremoto che ha colpito di recente l'Emilia. Soldi buttati, risorse utili ad aiutare i terremotati anziché a sfilare a Roma. Questo il senso delle proteste di molti cittadini italiani. Napolitano ha risposto che la sfilata si sarebbe tenuta, ma sobriamente. Gotor da un lato minimizza il problema delle spese e dell'impiego di mezzi, dato che ormai la macchina dei preparativi era già stata avviata, con le relative spese, al momento della scossa di lunedì scorso e che oggi è la Protezione Civile, più che l'esercito, ad intervenire con competenza e organizzazione per aiutare i terremotati. Cita anche il caso del terremoto del Friuli, quando Forlani, allora ministro della Difesa, annullò la manifestazione del 2 giugno per non sviare l'importante supporto e lavoro che i soldati stavano compiendo nelle mie terre. Nel 1976 la Protezione Civile non esisteva (nacque proprio dall'esperienza del terremoto del Friuli) e l'esercito, presente in massa in queste terre di confine, era in effetti l'unico apparato statale in grado di intervenire con mezzi e uomini in situazione d'emergenza.
Fin qui mi trovo abbastanza d'accordo. Dissento in toto, invece, sul secondo punto per cui la parata militare va svolta, secondo Gotor. Lo storico riprende il pensiero di Napolitano, secondo cui
"è giusto onorare i militari proprio il 2 giugno, poiché in tante recenti missioni hanno sacrificato la loro vita o riportato gravi ferite per garantire a ognuno di noi una maggiore sicurezza interna e internazionale."
La retorica delle pseudo-missioni di pace vibra in queste parole. La retorica, che ci sbandiera attraverso i maggiori mezzi di comunicazione di massa e per voce di uomini delle istituzioni, che gli interventi dei nostri corpi militari all'estero sono svolti per il bene dei locali e, in ultima analisi, anche per il nostro. I veri motivi geopolitici ed economici sono di solito taciuti e tutti i soldati che muoiono, ahimè, in seguito a quelle operazioni di guerra (perché di questo si tratta) sono considerati martiri ed eroi. Non mi è mai andata giù questa falsa interpretazione e, per quanto mi dolga per la morte dei militari, così come per quella di qualsiasi altro essere umano, non ho mai accettato il festeggiamento della Festa della Repubblica attraverso una parata militare. Non si tratta di anti-militarismo, come scrive Gotor, ma del frutto di una considerazione molto semplice. La Repubblica Italiana è nata dopo la spaventosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale, nella quale il fascismo e la monarchia dei Savoia ci avevano irresponsabilmente spinto. Ne siamo usciti fra le macerie ma con un orgoglio e uno spirito nuovi, nati dalla Resistenza che molti civili e militari italiani avevano condotto. L'Italia si è dotata di una Costituzione repubblicana, è cresciuta e si sviluppata negli anni. A questo hanno contribuito tutte le parti sociali, nessuna esclusa. L'apporto dei militari alla nascita della Repubblica e al suo sviluppo non è superiore a quello di ogni altra categoria, strutturata o meno. Basta leggersi il primo articolo della nostra Carta per capire quale sia il fondamento della nostra Repubblica: il lavoro. E basta leggersi l'undicesimo per ricordarsi che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Tutto questo mi fa dire che ogni 2 giugno a Roma dovrebbero sfilare i lavoratori italiani e coloro che, purtroppo numerosi, aspirano ad esserlo. I militari non sarebbero altro che una delle tante categorie di lavoratori che ci sono nel nostro paese; lavoratori che si sacrificano e muoiono, nel silenzio dei media e delle istituzioni, molto più dei loro "colleghi" militari.

martedì 22 maggio 2012

Quando a Zagor cadde in testa un Tvrdokrilac


La foresta di Darkwood è turbata da un inconsueto e forte ronzio. Zagor e Ciko si domandano preoccupati chi o che cosa lo generi, anche perché si sta facendo sempre più vicino. Poi, all'improvviso, uno strano Tvrdokrilac guidato da un trionfante Ikarovo Pero si staglia nel cielo. La sorpresa dei due compagni di mille avventure si tramuta presto in terrore quando vedono il velivolo meccanico del barone precipitare sulla loro capanna, facendo esclamare allo Spirito con la Scure: "Tako mi Darkvuda!".
Ho bevuto troppa grappa e questo mi fa scrivere nomi a caso? No! Sto solo citando i personaggi e il contesto dell'avventura di Zagor che noi conosciamo come "Un'impresa disperata", ma che nella Jugoslavia di un tempo era nota con il titolo di Tvrdokrilac, coleottero appunto. Perché è proprio un "coleottero meccanico" quello che il barone Icaro la Plume fa sfracellare sulla capanna di Zagor e Cico provocando la classica espressione "Per tutti i tamburi di Darkwood!".
























Mi sono divertito a fare questo confronto linguistico grazie ad un regalo di Dalibor, un mio collega croato che condivide con me la passione dei fumetti. Dalibor vive ora a Trieste, ma è nato in uno Stato che ora non esiste più: la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la cui dissoluzione tanto dolore e devastazione ha causato negli anni Novanta.
Tornando a temi più divertenti come i fumetti, Dalibor mi ha raccontato come da ragazzo lui comprasse costantemente molti fumetti italiani che venivano pubblicati già dagli anni Settanta in Jugoslavia. Me ne ha regalati alcuni, sapendo della mia passione per i Bonelli e dintorni. Non poteva mancare, oltre a Zagor, il Ranger più famoso del mondo dei comics, Tex in Zakon Kolta (Senza tregua) o Mister No nel numero 100 sve u koloru intitolato Dzungla (Giungla!) (da notare che i testi vengono attribuiti a G. Nolita, con una t, mentre in realtà sono di Sclavi, ma pazienza...), o il Komandant Mark della Esse Gesse in Zed (Sete!) o  Blek della Dardo in Cudoviste nad Bostonom (Un mostro a Boston) o Bela i Bronko in Divlja zemlja (Terra selvaggia). Ma sono solo alcuni titoli di fumetti italiani che trovavano largo successo nelle terre balcaniche.

Interessante sottolineare anche che non solo lo Stato in cui vennero pubblicati ora non esiste più, ma anche la lingua. Non ho ancora detto infatti che i termini che ho citato appartengono al serbocroato, un'idioma che cercava di unificare a livello linguistico due comunità che la storia aveva tenuto divise per molti secoli. In realtà i serbi e i croati, quando giunsero nei Balcani attorno al VII secolo, parlavano dei dialetti molto simili fra loro, appartenenti allo stesso ceppo. Poi la storia portò i croati più verso la sfera di influenza occidentale e i serbi verso Costantinopoli, tanto che anche gli alfabeti si differenziarono: latino per i primi, cirillico per i secondi. Ma diversi intellettuali serbi e croati già nell'Ottocento propugnavano un'unita linguistica che si realizzò nel Novecento prima con il Regno di Jugoslavia fra le due guerre e soprattutto con al Repubblica fondata dal Maresciallo Tito nel Dopoguerra. Il serbocroato divenne lingua ufficiale dello Stato.
























Ricordo che ai tempi del Liceo a Gorizia, molti ragazzi che frequentavano istituti commerciali, studiavano come lingua straniera il serbocroato, visto che i rapporti economici fra le mie terre e la vicina repubblica richiedevano professionisti che conoscessero la nuova-antica lingua. Sappiamo tutti quanto tragicamente avvenne lo sfascio del vicino Stato socialista. Dopo la divisione croati e serbi ripristinarono ufficialmente le loro rispettive lingue all'interno dei nuovi stati sorti dopo il 1991, accentuandone le differenze, invece di sottolineare le affinità e la comune origine. Il nazionalismo estremo si manifesta anche attraverso questi strumenti, che non sono armi vere e proprie, ma lo possono diventare.
Allora mi fa ancora più piacere ricordare questi albi che Dalibor mi ha regalato, come un esempio di unione fra due popoli, realizzata attraverso un tipo di cultura molto efficace, visto che i fumetti erano diffusissimi presso i ragazzi serbi e croati. Mi piace pensare che un bambino cresciuto a Zagor, Tex e Mister No non si sia macchiato degli orrori che la guerra ha poi fatto emergere dal profondo dell'animo umano. Sono un illuso?

Mister No: "Per cento fulmini!"
Esse Esse. "Al diavolo!"

sabato 12 maggio 2012

I fumetti diventano friulani


In occasione della nona edizione della fiera del fumetto Pordenone Comics, che avrà luogo domani 13 maggio nei padiglioni della fiera della città friulana, Marco Tonus, giovane vignettista, illustratore e designer pordenonese, ha realizzato dieci cartoline che sono, nello stesso tempo, un omaggio a grandi personaggi del fumetto e alla sua terra d'origine. Personalmente apprezzo molto il politicamente scorretto di alcuni disegni. Bravo Marco!
A questo link si può apprezzare meglio la galleria delle cartoline.

domenica 6 maggio 2012

Un Tex di maniera e un Tex genuino

Disegno di E.R.Garcia Seijas
Che cosa differenzia un Tex di maniera da uno genuino? L'eccesso di stereotipi texiani, il calcare la mano su di essi per essere sicuri di creare una classica storia di Tex. Ma in realtà, questa si poggia su un equilibrio di ingredienti ben precisi, che non sono solo il coraggio e la durezza del ranger o i suoi celebri modi di dire. E' quasi didattico leggere le ultime due avventure di Tex pubblicate sulla serie mensile. La prima è scritta da Tito Faraci e disegnata dai gemelli Gianluca & Raul Cestaro. La seconda (non ancora conclusa) è figlia della creatività di Mauro Boselli e delle matite di Ernesto R. Garcia Seijas.

Disegno di Gianluca & Raul Cestaro  
Leggendo la storia di Faraci, che vede un Tex in solitaria, mi ero abbastanza appassionato. Merito della trama ben costruita, dei vari personaggi di contorno e dei dinamici disegni. Un ranger con un nemico molto duro, Jack Torrent, sottolineato nei suoi tratti quasi mesfistofelici e dagli occhi di ghiaccio. Al quale Tex ribatte con un volto altrettanto tirato e aggressivo. Alla fine della lettura ero rimasto però insoddisfatto: mancava qualcosa, ma non capivo bene cosa.
Son passato poi agli albi della coppia Boselli-Seijas e ho capito. Tex e i suoi pards sono disegnati con tratto pieno e in una notevole varietà di espressioni: sono vivi, e non sono dei robot. Lo stesso vale per gli altri personaggi, buoni e cattivi. Il disegno ti accarezza senza aggredirti come quello della storia precedente.
Jack Torrent: disegno di Gianluca & Raul Cestaro
I chiaro-scuro delle scene notturne e i combattimenti sono esemplari. La storia poi è, fino al secondo albo, molto ben orchestrata e, caratteristica dell'autore milanese, corale. Tex si distingue per le sue solite qualità ma non "uccide" gli altri personaggi. E' chiaro che quando agisce in solitaria non ci sono i pards che equilibrano un po' le sue azioni, ma nella trama di Faraci le capacità del ranger sono troppo calcate, al punto da essere trasmesse in modo quasi taumaturgico ai suoi compagni di viaggio, che diventano coraggiosi oltre un livello accettabile di realismo. La credibilità dei caratteri dei personaggi comprimari è un po' vacillante, quindi. Così non è nell'avventura boselliana, in cui i rurales, gli indiani e i cattivi sono tutti realisticamente definiti. Prendete il tenente Castillo dei rurales o il trafficante di schiavi Riago: non c'è una stonatura nei loro personaggi e i disegni li rendono al meglio, soprattutto nel caso del furfante, le cui espressioni del volto, durante l'interrogatorio-racconto alla fine del secondo albo, sono rese ottimamente.
Disegno di E.R.Garcia Seijas
Riago: disegno di E.R.Garcia Seijas

E poi Seijas disegna degli straordinari Tiger Jack e Kit Carson....


Disegno di E.R.Garcia Seijas
Disegno di E.R.Garcia Seijas

mercoledì 25 aprile 2012

La Resistenza di Arturo


La bambina ne aveva paura, si teneva a distanza da quell'uomo che non aveva mai visto e che ora stava lì davanti a lei sulla strada del paese. Non capiva perché la sua mamma e la sorella maggiore lo abbracciassero e lo baciassero piangendo. Lei invece piagnucolava e quando lui, con quei vestiti tutti logori e il sacco sulle spalle, si era inginocchiato sorridente tendendole la mano, si era ritratta chiudendosi nella diffidenza dei suoi quattro anni. Ci erano volute ore, dopo tante lacrime di gioia, abbracci e pacche sulle spalle che i compaesani avevano elargito festosi ad Arturo, questo era il nome dell'uomo, perché la piccola riuscisse a stargli vicino senza averne timore. Ad un certo punto, mentre tutti sedevano ad una tavola con cibo e vino fresco, la mamma era riuscita perfino a metterla sulle ginocchia di quell'uomo il cui grande sorriso era riuscito a tranquillizzarla. “Ora il papà starà sempre con te e non ti lascerà più” le dicevano tutti, e lei cominciava a crederci, cominciava ad abituarsi a questo uomo alto e smagrito, con dei grandi segni di sofferenza attorno a degli occhi stanchi ma luccicanti di felicità. Il tate era tornato dalla guerra. Era spossato da un viaggio durato mesi, iniziato nel gelido febbraio polacco e conclusosi nel caldo settembre friulano del 1945. Aveva rischiato la vita più volte durante il lungo cammino: per il freddo, per l'ostilità verso gli italiani dimostrata da alcuni, per l'attraversamento di fiumi pericolosi. 
Ma la parte più terribile della sua esperienza era avvenuta prima, quando, insieme ai suoi commilitoni artiglieri, era stato circondato da truppe tedesche l'8 settembre del 1943. Erano in Grecia, li avevano catturati e fatti salire dopo pochi giorni su un treno. In un carro bestiame aveva raggiunto la Polonia attraverso un viaggio spaventoso durato un mese. Tanti soldati non ce l'avevano fatta: le guardie tedesche aprivano i portelloni quando il treno si fermava in qualche stazione e ne ritiravano i cadaveri. Arturo riuscì ad arrivare vivo a destinazione grazie anche al suo fisico temprato dal lavoro nei campi. Giunsero a Bismarckhütte, un tetro campo satellite di Auschwitz. Li chiusero dentro squallide baracche dalle quali uscivano solo per recarsi in una fonderia alla quale il campo era annesso. Costruivano cannoni per il Führer, lavorando come schiavi fino a sera. Tornavano spossati nelle baracche dove trovavano patate gelide e acqua sporca. Arturo, nonostante la sua resistenza, si ammalò dopo alcuni mesi. Rischiò di morire se non l'avesse aiutato un altro prigioniero, un medico milanese che lo curò tenendolo in infermeria più di quanto gli aguzzini nazisti avessero voluto.
Eppure, per dare una fine a questo tormento, sarebbe bastato accettare le proposte dei tedeschi e dei militari fascisti venuti fin lassù apposta per convincerli. Dicevano loro che sarebbero tornati in Italia per combattere con i patrioti di Salò. Quasi nessuno diede ascolto a quelle offerte. Molti morirono e l'Italia non la videro più. Arturo invece si riprese dalla malattia e tenne duro in fonderia fino a quando l'Armata Rossa liberò il campo.
Non so a cosa pensasse per poter resistere. Di certo, la sua mente andava spesso a quella bambina: pensava che non avrebbe potuto abbandonarla senza donarle un nuovo sorriso.
Quella bambina è mia madre.

domenica 22 aprile 2012

Lo spirito della Resistenza racchiuso in una cripta




Fortunatamente Corto Maltese si sbaglia: personaggi reali, e non di fantasia come lui, hanno immolato infatti la propria vita in un atto coraggioso e disinteressato, in nome della libertà e della dignità dell'uomo. È questo il caso di Jozef Gabcìk Jan Kubis, i due paracadutisti, uno ceco, l'altro slovacco, che si avventurarono in una missione suicida per uccidere lo spietato Reinhard Heydrich, la bestia bionda, il numero 2 di Himmler, l'architetto della soluzione finale degli ebrei. Operazione Antropoide era il nome in codice della più spettacolare ed eroica azione di guerriglia partigiana messa in atto in Europa contro il nazifascismo.



Il teatro è il seguente: la Cecoslovacchia è divisa e assoggettata al giogo nazista, il Protettorato di Boemia e Moravia è affidato al feroce gerarca delle SS che soffoca in un terrore sanguinario ogni resistenza locale, la Praga del 1941-1942 è completamente sottomessa al principe nero. Il governo cecoslovacco di Benes, in esilio a Londra, progetta l'attentato affidandone l'esecuzione a due giovani soldati. Non ne sapevo nulla finché non ho letto “HHhH– il cervello di Himmler si chiama Heydrich” l'appassionante romanzo di Laurent Binet, giovane studioso francese ossessionato da questa vicenda. L'opera di Binet in realtà sfugge ad una chiara definizione: non è esattamente un romanzo ma è appassionante come solo i migliori romanzi sanno essere. Binet entra in prima persona come personaggio raccontandoci la storia della sua ossessione per Antropoide, ci svela tutte le sue ricerche, i suoi dubbi, la cura e gli scrupoli osservati nella ricostruzione storica. Chiede scusa al lettore ma soprattutto ai veri protagonisti storici se, facendone un romanzo, altera inevitabilmente la realtà (“la Mercedes su cui viaggiava Heydrich al momento dell'attentato era verde o nera?”). Ma è solo attraverso la letteratura che il suo omaggio ai resistenti fa imprimere la loro figura nella memoria collettiva. Il pregio del libro sta proprio nel far rivivere i protagonisti, i loro sentimenti, le loro idee anche e soprattutto grazie alla vibrante passione dell'autore, trasmessa al lettore in ogni pagina. Il 27 maggio del 1942 l'attentato si compie e il suo svolgimento sembra scritto da uno sceneggiatore di Hollywood: la granata lanciata contro la Mercedes non uccide ma ferisce la bestia bionda che si rialza in piedi per sparare al partigiano il cui Sten si è inceppato. C'è la fuga attraverso le vie di Praga e la ricerca di un nascondiglio all'interno di una cripta dove, a distanza di pochi giorni, dopo che la bestia bionda è morta in ospedale in seguito alle ferite, un lungo assedio da parte di ottocento SS avrà ragione di pochi uomini. In quella cripta Binet torna dopo più di sessant'anni e ritrova tutto:

Laurent Binet
Nella cripta c’era tutto.
C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, […], c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre.

martedì 17 aprile 2012

Fra Pastrovicchio e Casty vince...

Sabato scorso sul ring di Monfalcone si è combattuto a colpi di pennino e matita un avvincente in(s)contro fra Casty e Lorenzo Pastrovicchio. Vista la qualità dei duellanti, l'esito della gara organizzata dal team di ARTeFUMETTO, non era scontato: chi fra il disegnatore di Trieste, che ha dato nuova linfa a Paperinik, e lo sceneggiatore/disegnatore di Gradisca d'Isonzo, che si ispira ai classici Scarpa e Gottfredson, si è aggiudicata la vittoria?
La posta in gioco era alta: una nuova avvincente storia che vede Topolino affrontare un Macchia Nera mai visto prima: Darkenblot! I due fumettisti hanno dato il massimo, impugnando tutte le armi di cui dispongono: tavole, schizzi, storie, aneddoti, retroscena con cui hanno dato vita a questa avventura dal sapore supereroistico che ha rilanciato, in tre puntate fra marzo e aprile sulle pagine del settimanale Disney, l'eterno scontro fra il Topo e il suo peggior nemico.


Un duello rinnovato dove i robot, progettati e disegnati perfettamente, popolano la avveniristica città di Avangard City seguendo le famose leggi della robotica di Asimov. Quando le macchine però cominciano a recare danno agli umani, si insinua il dubbio di un loro sabotaggio. E qui entra in scena il diabolico piano di Macchia Nera, più astuto e più forte che mai, grazie anche al potente esoscheletro con cui si corazza.
Insomma un Topolino e un Macchia Nera come non li abbiamo mai visti....
Ma torniamo al match fra i due fumettisti. Dopo più di 90 minuti di aspro contendere la vittoria è andata senza ombra di dubbio a tutti i bambini che, insieme ai loro genitori e ad altri adulti appassionati, hanno affollato la sala comunale. Non si son persi una parola della coppia di autori dysneiani e gli occhi spalancati erano incollati alle splendide tavole e disegni che facevano da sfondo grafico all'incontro. Alla fine si sono meritati le dediche e i disegni che Lorenzo Pastrovicchio e Casty hanno realizzato di fronte ai loro sguardi affascinati.


martedì 10 aprile 2012

Tanti auguri Doc Robinson...ehm, volevo dire Martin Mystère

Doc Robinson - Martin Mystère
"Blow me down": sarebbe dovuta essere questa l'esclamazione tipica del Detective dell'Impossibile, o meglio dell'Ignoto. Quel Doc Robinson con cui Alfredo Castelli aveva battezzato il suo nuovo e moderno personaggio: un professore archeologo londinese che girava tutto il mondo per affrontare quei misteri che la scienza ufficiale si rifiutava di considerare. Come spiega lo stesso autore nell'albo celebrativo in edicola questo mese, 30 anni fa ripescò il nome che aveva scelto in precedenza, Martin Mystère, spostando inoltre la sua dimora dal numero 71 di Campden Hill Road a Londra al numero 3 di Washington Mews a New York. Dove io, come tutti i suoi lettori, ebbi il piacere di fare la sua conoscenza.
In realtà, la prima location in cui si muove il nostro è al largo delle Isole Azzorre, così come ci ricorda l'albo 320, un albo speciale perché contiene le 64 pagine di quella che sarebbe dovuta essere la vera prima storia di Doc Robinson, "Gli uomini in nero", disegnata da Giancarlo Alessandrini. Castelli ce la propone per la prima volta, in coda ad un'avventura molto spassosa che ricrea l'universo mysteriano negli Anni 30 : una vicenda ricca di ironia e di riferimenti letterari/cinematografici/fumettistici/storici relativi a quel decennio che solo la sterminata cultura del BVZA poteva sfornare.


In fondo proprio questa è una delle chiavi del successo di Martin Mystère: proporre delle avventure avvincenti su una base storico-scientifica reale e mai banale. E' questo ciò che mi ha affascinato del personaggio quando ricevetti in dono da mio cugino l'albo numero 29 "Il terzo occhio", nell'agosto del 1984. Allora tredicenne lettore dei classici Tex, Zagor e Mister No, fui colpito dalla modernità di questa serie. Ricordo che trascorsi il periodo del liceo ad analizzare numero dopo numero, insieme al mio amico Luca, tutti i risvolti storico-scientifici che Martin Mystère ci proponeva: ore e ore a discutere di Templari, civiltà scomparse e mysteri italiani.
Ma non solo per questo aspetto Martin Mystère segnò una svolta fondamentale nella storia della Sergio Bonelli Editore. Le vicende del Detective dell'Impossibile sono ambientate ai giorni nostri, vive il nostro presente anche se, spesso, le sue avventure sono rivolte al passato storico. Questa tendenza di attualizzazione dell'avventura, condivisa dal successivo Dylan Dog, aprì le porte poi a tutte le nuove serie bonelliane dei decenni successivi.
Non posso far altro che augurare con tutto il cuore altri (come minimo) 30 anni di longevità editoriale a Martin Mystère, ringraziando Alfredo Castelli e soci (sceneggiatori e disegnatori) per tutte le ore di intelligente svago che mi hanno regalato.


Alfredo Castelli

martedì 3 aprile 2012

Io sono un centauro

Sono due sentimenti contrastanti quelli che sorgono dentro di me ogni volta che ascolto la voce di Primo Levi. Da un lato sono travolto da una profonda tristezza, non solo per il pensiero della sua tragica esperienza ad Auschwitz ma anche per la sua morte, per come è avvenuta, 25 anni fa, con quel lancio nel vuoto della tromba delle scale del palazzo in cui viveva ed era nato. L'altro sentimento che nasce dentro di me è del tutto opposto. E' una grande fiducia nella vita, nella sua complessità, è un desiderio di ricerca, di analisi, di approfondimento, è una grande curiosità. Un uomo che si è suicidato, che ha rifiutato di continuare a vivere, è riuscito a comunicare tutto questo a chi lo ha ascoltato, visto, letto. A chi ha letto quell'insieme di opere per cui Primo Levi è meno noto, come i racconti ad esempio. Il chimico, il tecnico più che lo scienziato, come lui amava definirsi (e che piace anche a me come definizione visto che tecnico lo sono anche io) induce una miriade di spunti di riflessione: curiosi, strani, simpatici, profondi, mai banali. Pieni di vita. Quella di cui però si è privato l'11 aprile di 25 anni fa, della cui notizia ho un ricordo ancora oggi chiaro come può essere solo un'immagine che si staglia netta nel cervello: dove io, tornato dal liceo, sto pranzando seduto a tavola con mia madre in piedi alle mie spalle mentre è intenta a preparare qualcosa, e il telegiornale che annuncia freddamente la notizia. Freddo: è la sensazione associata a quell'immagine, freddo capace di spegnere la luce e il caldo di quella primavera.
Rai Radio 3 ricorda Primo Levi attraverso la sua voce, e quella di molti altri che ne parlano. Lo fa riproponendo lo speciale che Marco Belpoliti realizzò nel 2007: Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi. Dieci puntate da ascoltare che ci fanno ri-scoprire l'universo di Primo Levi attraverso dieci temi.

I PUNTATA: Il lager (ospiti: Ferdinando Sessi e Mario Porro)
II PUNTATA: Il viaggio (ospiti: Andrea Cortellessa e Davide Ferrario)
III PUNTATA: La letteratura (ospiti: Ernesto Ferrero e Massimo Rizzante)
IV PUNTATA: La curiosità (ospiti: Stefano Bartezzaghi e Daniele Giglioli)
V PUNTATA: La chimica (ospiti: Piero Bianucci e Mario Porro)
VI PUNTATA: Il lavoro (ospiti: Nicola Tranfaglia e Alberto Papuzzi)
VII PUNTATA: L'ebraismo (ospiti: Gad Lerner e Alberto Cavaglion)
VIII PUNTATA: La memoria (ospiti: Sergio Luzzatto, Pietro Barbetta, Mario Barenghi)
IX PUNTATA: La zona grigia (ospiti: Walter Barberis e Luigi Zoja)
X PUNTATA: La poesia (ospiti: Massimo Raffaeli e Fabio Pusterla)

Inoltre, il programma radiofonico Ad alta voce, sempre di Rai radio 3, sta proponendo proprio in questi giorni la lettura de La tregua.

sabato 31 marzo 2012

I Gnognosaurs in mostra



I GNOGNOSAURS AL 

VISIONARIO!

INAUGURA MARTEDÌ 3 APRILE ALLE ORE 18.00 LA MOSTRA DI ANDREA “DREE” VENIER “GNONOWOOD: IL JURASSIC AL JERE DUT UN UN CINE” - INGRESSO LIBERO -


[UDINE 30 marzo 2012]


Il occasione delle celebrazioni del 3 aprile, Festa del Friuli, il CAV – Centro per le Arti Visive con il C.E.C. – Centro Espressioni Cinematografiche di Udine in collaborazione e con il finanziamento dell’Arlef – Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane,  inaugurano martedì alle ore 18.00 al Visionario di Via Asquini la mostra Gnognowood: il jurassic al jere dun un cine dell’artista, grafico, illustratore e giornalista friulano Andrea “Dree” Venier. Protagonisti saranno i Gnognosaurs, simpatici dinosauri tonti che parlano in friulano, proposti da Venier nella collana a fumetti che porta il loro nome. L’evento è a ingresso libero e si svolgerà alla presenza dell’autore, che sarà a disposizione per rilasciare delle dediche, e del direttore dell’ARLEF William Cisilino.

Il titolo della mostra al Visionario è quello dell’ultimo libro dei Gnognosaurs, Gnognowood, dove un gruppo di dinosauri anima tante e divertenti avventure cinematografiche. Come Venier racconta nei suoi fumetti, infatti, il cinema non è stato inventato nell’800 dai fratelli Lumiére in Francia, bensì milioni di anni prima, durante il periodo Giurassico, proprio dai Gnonosaurs. Ecco allora che in mostra si potranno vedere, nel formato originale 70 per 100, i poster dei paleo-kolossal più famosi, che hanno anticipato l’industria moderna del cinema: capolavori come “Forrest Gnogno”, che verrà imitato milioni di anni più tardi con “Forrest Gump”, oppure “Il bon, il brut e il gnogno” o “The Gnognos brothers” (ricordiamo che alcuni di questi sono già stati esposti al Visionario durante la Mostre dal Cinea 2011).

Il coloratissimo allestimento curato da Piera Nodari per Ateneo delle Idee sarà arricchito da una selezione di tavole originali del fumetto Gnognowood e da sagome cartonate dei dinosauri.  Saranno inoltre proiettati booktrailer, animazioni sperimentali e interviste.

La mostra Gnognowood: il jurassic al jere dun un cine rimarrà aperta fino a domenica 15 aprile e sarà visitabile tutti i giorni negli orari delle proiezioni cinematografiche, a ingresso libero.

LA MOSTRE “GNOGNOWOOD: IL JURASSIC AL JERE DUT UN CINE” DI ANDREA “DREE” VENIER E SARÀ INAUGURADE MARTARS AI 3 DI AVRÎL AES 6 DI SERE  - JENTRADE LIBARE

                                                                                                 [Udin ai 30 di Març 2012]

Udin - In ocasion des celebrazions dai 3 di Avrîl, Fieste dal Friûl, il CAV – Centro per le Arti Visive dutun cul CEC – Centro Espressioni Cinematografiche di Udin, in colaborazion e cul finanziament de ARLeF (Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane), al inaugurarà ae 6 di sere li dal Visionario di Udin in vie Asquini, la mostre “Gnognowood: il Jurassic al jere dut un cine!” dal artist Andrea “Dree” Venier. Protagoniscj di cheste aventure a saran i Gnognosaurs, simpatics dinosaurs gnognos che a fevelin par furlan, metûts adun di Venier inte serie di fumets “I Gnognosaurs”. La mostre si fasarà cun jentrade libare e la inaugurazion si davuelzarà cu la presince dal autôr, che al sarà li ancje pes dedichis, e dal diretôr de ARLeF William Cisilino.

Il titul de mostre dal Visionario e je chê dal ultin libri sui Gnognosaurs, li che chescj personaçs a jentrin intal mont dal cine. Cun di fat il cine, daûr di ce che al dîs Venier, nol è stât inventât dai fradis Lumière intal Votcent in France, ma milions di agns prime, intal Jurassic, propit dai Gnognosaurs. Cussì o podarìn viodi in mostre, intal formât origjinâl 70 x 100 cm, i posters dai “paleo-kolossals” plui famôs che a àn anticipât la industrie moderne dal cine. Lavôrs di mestri tant che “Forrest Gnogno”, che al sarà imitât milions di agns dopo cul remake “Forrest Gump”, “Il bon, il brut, il gnogno” o “The Gnognos brothers” (o ricuardìn che cualchidun di chescj posters a jerin za stâts esponûts li dal Visionario intant de Mostre dal Cine intal Dicembar dal 2011).

Il vivarôs alestiment inmaneât di Piera Nodari par Ateneo delle Idee, al sarà inricjît cuntune selezion di taulis origjinâls dal fumet “Gnognowood” e cun sagumis cartonadis che a rapresentin i personaçs dal fumet stes. A saran proietâts ancje “booktrailers” (presentazions filmadis dal libri) dai Gnognosaurs, animazions sperimentâls e intervistis.

La mostre e restarà vierte fin a Domenie ai 15 di Avrîl e si podarà visitâ ducj i dîs intai oraris des proiezions. La jentrade e je sore nuie.

martedì 27 marzo 2012

Intervista a Giancarlo Alessandrini

"In principio ci fu Hugo Pratt. Quand'ero bambino  aspettavo con ansia tutte le settimane l'uscita del Corriere dei Piccoli  ed ero perdutamente innamorato dei suoi soldatini da ritagliare. Sono sicuro che nella soffitta di mio padre ( che non butta niente ) ce ne siano ancora! A Pratt devo la decisione di fare questo lavoro. Ai tempi non esistevano le scuole di fumetto ed io imparai copiando le sue tavole: ci lavoravo dopo cena, rubando ore al sonno e agli amici tanta era la passione, perché di giorno c'era la scuola e più tardi un lavoro come illustratore presso una casa editrice di Jesi che mi prendeva tutto il giorno. Ammiravo moltissimo anche Gino D'Antonio (Storia del West), vennero poi gli americani (Robbins e Toth) e per ultimi ma non ultimi i francesi con Moebius sopra tutti. Mentre disegno tengo sempre sott'occhio le loro tavole a mo' di stimolo e ispirazione."

Per festeggiare i 30 anni di Martin Mystère ho intervistato Giancarlo Alessandrini, che ripercorre qui, su Fucine Mute, le tappe più importanti della sua quarantennale carriera, dal Corriere dei Ragazzi a Ken Parker, da L'Uomo di Mosca a Outremer fino al recente Quintett.
Lo ringrazio per la disponibilità e la simpatia che mi ha dimostrato.


domenica 25 marzo 2012

L'imbuto rovesciato di Shanghai Devil

Disegno di Corrado Mastantuono 
"...Il mondo cinese è molto complesso da raccontare. Dovevo scegliere per forza una narrazione per gradi, cioè accompagnare il lettore, senza frettolosità, in un mondo estraneo anche al protagonista Ugo Pastore, che ne va alla scoperta piano piano.Riguardo al ritmo, ero consapevole di fare una scelta rischiosa. Oggi si tende a sparare subito tutte le cartucce, con un gran dispiegamento di azione e di effetti speciali, però il risultato è che troppe storie finiscono ad imbuto. Così ho preferito rovesciare l'imbuto: la storia si allarga e diventa sempre più dinamica e spettacolare man mano che si procede verso il finale."
E' questa una delle risposte contenute nell'intervista che Gianfranco Manfredi ha rilasciato a Laura Scarpa, pubblicata sul numero 81 della rivista Scuola di fumetto. Il tema dell'interessante conversazione era ovviamente Shanghai Devil, la miniserie Bonelli giunta ormai ad un terzo della sua vita editoriale, di cui lo scrittore marchigiano è l'autore. L'albo di marzo, il sesto, intitolato Hotel Europe, ha messo ulteriore carne al fuoco di una storia che si sta dipanando in modo avvincente lungo quel collaudato sentiero narrativo che è un abile mix di Avventura e Storia. L'imbuto, come dice Manfredi, si sta allargando, anche se Ugo, in verità, ha già vissuto diverse vicende, ha viaggiato da Shanghai a Pechino, e poi nella profonda campagna cinese per arrivare infine a Tientsin, ha incontrato molti personaggi, tra cui l'Imperatore e le straordinarie donne guerriere chiamate Lanterne Blu (nel bellissimo albo di febbraio). Non è stato con le mani in mano, anzi, si è ficcato nei guai quasi sempre.

Disegno di Corrado Mastantuono
"..nel personaggio di Ugo ho voluto raffigurare un personaggio molto contemporaneo: quello del volontario che, per motivi di conoscenza e di giustizia, entra in contatto con realtà diverse e situazioni di estremo pericolo....Continuiamo a sognare che gli eroi vengano da un misterioso Altrove a salvarci, invece di darci da fare nel nostro piccolo e con i nostri umilissimi limiti. Abbiamo davvero tanto bisogno di maschere? Non è arrivato il momento di togliercele? Ugo, nel corso della storia, si chiederà anche questo."
In effetti una caratteristica del protagonista è proprio la sua umanità, il suo non voler essere un eroe, la sua generosità nel cercare di aiutare chi ne ha bisogno. E' molto contemporaneo in questo aspetto, e atipico per un rampollo di buona famiglia di quel periodo storico che non ha problemi economici e si mette continuamente nei guai per un suo sincero e profondo senso di giustizia.
"..con Ugo ho anche cercato di far vedere che spesso come persone comuni siamo migliori di quanto non riteniamo di essere, per cui, alla fine, della maschera "eroica" potremmo anche farne a meno."
E in effetti Ugo viene anche smascherato nel senso letterale del termine, come a dire che la maschera che si era portato dall'Africa e dietro la quale si nascondeva per portare a termine le sue imprese raddrizza-torti, non è poi così indispensabile.

Disegno di Corrado Mastantuono 
La storia ambientata a Tientsin, e ben disegnata da Darko Perovic, vede una fitta rete di insospettabili spie tramare pro e contro i famigerati Boxer e Ugo, al solito, ne rimane coinvolto. Leggendo l'albo mi son tornate alla memoria le belle avventure di carattere spionistico vissute da Magico Vento e Poe nelle cittadine dell'est nordamericano: Gianfranco Manfredi è maestro nel tessere trame in cui sotterfugi e false verità ingannano il lettore, oltre che il protagonista.
Cosa dovremmo aspettarci quindi da questo imbuto narrativo che si allarga sempre di più? Cosa cambierà ancora nella vita di Ugo? Ce lo dice lo stesso Manfredi:
"Cambierà più di quanto lui stesso non sospetti. Alla fine di "Volto Nascosto", Ugo era molto provato dalle esperienze vissute, però era anche diventato ricco e indipendente. Poteva restarsene a Roma a farsi i fatti propri, invece parte verso l'ignoto e senza sapere cosa lo aspetta. Questa per me è l'avventura. Il finale poi... ha sorpreso anche me. Non avevo mai scritto un finale così"
Ma le sorprese non finiscono qui. In una risposta Manfredi afferma di non pensare ad una terza serie con Ugo come protagonista, bensì ad un personaggio diverso le cui avventure hanno luogo nell'Africa subequatoriale nell'epoca post-Livingstone. E la curiosità sale....

giovedì 22 marzo 2012

Corsi e ricorsi della crisi

Si sa che in tempi di crisi i governi approvano misure severe, se non drastiche, per cercare di far fronte all'emergenza, per uscirne al più presto, chiedendo dei sacrifici ai cittadini. Si sa anche però che i governi ne approfittano e, fra le misure spacciate per necessarie, infilano delle riforme (o sarebbe meglio definirle delle regressioni dei diritti) che in tempi normali difficilmente si potrebbero far passare. E' il caso di Mario Monti e della riforma del mercato del lavoro di cui tanto si parla in questi giorni. Ormai abbiamo capito come il super-tecnico banchiere, voluto dall'Europa e da Napolitano, e la sua commovente ministra Elsa Fornero abbiano intenzione di demolire l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Perché di demolizione si tratta. Stabilire che, in caso di licenziamento per motivi economici, il giudice, una volta accertata l'infondatezza della ragione economica, non possa reintegrare nel posto di lavoro colui che vi è stato allontanato, prefigura scenari facilmente intuibili. Molte aziende potrebbero approfittare di questa norma accampando false motivazioni economiche per licenziare delle persone (sì, i lavoratori sono delle persone..) sapendo che alla peggio dovranno loro solo un indennizzo monetario, e non certo più il posto di lavoro.
Ma Mario Monti è solo l'ultimo di una lunga scuola di premier che si sono comportati in questo modo. Mi viene in mente Edouard Daladier, per ben tre volte primo ministro francese negli Anni Trenta. Allora la crisi era ben peggiore e di tutt'altra natura rispetto a oggi. C'era un certo Adolf Hitler che faceva venire i sudori freddi a tutte le cancellerie europee. Il nostro Daladier, tuttavia, prese a pretesto la grave crisi politica del 1938 per ripristinare la settimana lavorativa di 48 ore. Affermò che non si poteva oziare lavorando solo 40 ore settimanali mentre le acciaierie di Hitler giravano al massimo per rendere sempre più potente la macchina bellica teutonica. Si doveva farvi fronte spremendo le energie fisiche nelle fonderie francesi per costruire un numero esorbitante di moderni cannoni. Con i risultati che tutti poi videro nel 1940....
Daladier e Blum nel 1936
In ogni caso, et voilà: il gioco è fatto! C'è la crisi e io, primo ministro, ti schiaffo una riforma che, guarda caso, anche qui decreta una regressione dei diritti dei lavoratori. Di regressione si tratta perché il governo precedente, quello del celebre Fronte Popolare diretto da Leon Blum, aveva appena portato la settimana lavorativa da 48 a 40 ore.... Da un governo di destra come quello di Daladier ti aspetti comunque una misura del genere. Certo! A meno che.... quel Daladier lì non avesse appena cambiato casacca. E sì. Se si va a sfogliare la composizione del governo di Leon Blum (di sinistra) si trova un certo Edouard Daladier come vicepresidente del consiglio e ministro della Difesa. Voltagabbana? Trasformista? Fate voi.
E qui mi sovviene un'ulteriore similitudine con l'oggi. Fra i sostenitori del governo Monti (perfetto liberista di destra) non c'è forse quel Partito Democratico (di sinistra??) erede di quel Partito Comunista Italiano che fu uno dei maggiori sostenitori dello Statuto dei Lavoratori (articolo 18 compreso)? Bersani, Veltroni e D'Alema se ne son dimenticati? O la loro cultura politica formatasi lungo gli Anni Settanta, come dice Nanni Moretti, a guardare Happy days ha qualche grave lacuna? Vedremo come si comporteranno in Parlamento...
Chamberlain, Daladier, Hitler, Mussolini e Ciano a Monaco nel 1938
Tornando a quel simpatico di Daladier gli "aneddoti" che lo riguardano non finiscono qui (ma per fortuna le similitudini col presente sì). Lui e il suo omologo inglese Neville Chamberlain si resero infatti protagonisti di uno dei più vergognosi tradimenti che la storia recente ricordi. Provate a pronunciare i loro nomi di fronte ad un cittadino ceco o ad uno slovacco dotati di un minimo di memoria storica e vedrete sicuramente il loro volto rabbuiarsi. Minima reazione d'altronde, se paragonata all'affronto che i due uomini di stato recarono durante gli accordi di Monaco del 1938 all'allora stato cecoslovacco. In soldoni, da garanti dell'integrità territoriale della repubblica slava, Francia ed Inghilterra divennero responsabili del suo smembramento, in favore delle brame di conquista hitleriane. Prima i Sudeti e poi il Protettorato di Boemia e Moravia e lo stato satellite slovacco furono i territori di cui la Germania nazista si impossessò soltanto mostrando i muscoli alla timorosa coppia Daladier-Chamberlain. E pensare che l'inglese, una volta tornato in patria, si vantò pure della sua stolta e ignominiosa impresa. Winston Churchill fu, al solito, quello che fotografò al meglio la situazione presente e futura in un celebre discorso alla Camera dei Comuni, nel quale affermò la sua lapidaria sentenza:
"Potevate scegliere fra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore e avrete la guerra"

Speriamo che Bersani non scelga il disonore....

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