martedì 18 maggio 2010

La via della semplicità


"C'è sempre la via della semplicità, anche se mi ripugna intraprenderla. Non ho figli, non guardo la televisione e non credo in Dio, tutti sentieri che gli uomini calpestano per rendere la loro vita più semplice. I figli aiutano a rimandare l'angoscioso dovere di affronatare se stessi, compito a cui in seguito provvedono i nipoti. La televisione distrae dalla massacrante necessità di fare progetti a partire dal nulla delle nostre frivole esistenze e, ingannando gli occhi, solleva la mente dalla grande opera del senso. E infine Dio mitiga i nostri timori di mammiferi e l'insopportabile prospettiva che i nostri piaceri un giorno abbiano fine. Quindi io, senza futuro nè prole, senza pixel per stordire la cosmica consapevolezza dell'assurdo, certa, invece, della fine e della previsione del vuoto, credo di poter affermare che non ho scelto la via della semplicità."

sabato 15 maggio 2010

Bonelli: miniserie che vieni, miniserie che vai


In questi giorni nelle edicole italiane due miniserie Bonelli si passano simbolicamente il testimone. Caravan chiude dopo 12 numeri e Cassidy inizia il suo viaggio di 18 mesi. Ho atteso spasmodicamente, come non mi capitava ormai da tempo per un giornalino Bonelli, l'uscita di questi 2 albi. Da una parte non vedevo l'ora di sapere come Michele Medda avrebbe concluso la storia itinerante di Caravan, della famiglia Donati, ormai ridotta ai soli figli Davide ed Ellen, e di tutta la cittadinanza di Nest Point. Dall'altra mi allettava molto il personaggio nero di Raymond Cassidy, un rapinatore con una propria etica che si muove negli anni 70, creato da Pasquale Ruju.


Le attese non sono state tradite. Caravan si è rivelata secondo me, con il suo finale in parte aperto, la migliore miniserie Bonelli fin qui pubblicata. Ne esce il ritratto di una società in decadenza, incapace di lottare per affermare i propri diritti e difendere la propria dignità. I militari non fanno una bella figura, dipinti come strumento di una politica che usa i cittadini per i propri esperimenti. Non fanno bella figura nemmeno i cittadini di Nest Point, ridotti a pecore spaventate, aldilà di pochi individui che cercano di farsi rispettare.



Gli ultimi numeri poi sono stati un crescendo di emozioni e di fatti tragici che non mi aspettavo in una serie Bonelli e che mi hanno molto colpito. Ci sono anche alcuni difetti, come le troppe divagazioni rappresentate dal raccontare le storie di alcuni personaggi: ma non intaccano la bellezza della serie. Quindi complimenti a Medda che, tra l'altro, ha tenuto un blog molto interessante durante tutta la pubblicazione e che spero continui ancora a lungo.
Cassidy si è presentato molto bene: una rapina finita male, il protagonista ferito quasi a morte che fugge sulla sua auto nella notte in cui Elvis muore. Un vecchio Bluesman di colore che suona l'armonica e predice a Cassidy che sopravviverà e avrà 18 mesi di tempo per mettere le cose a posto. Ruju crea subito un'atmosfera nera e di suspense, tratteggia l'etica del nostro che chiede, inascoltato, ai suoi complici della rapina inutili spargimenti di sangue. La musica anni 70 è molto presente e pare di poterla sentire come colonna sonora della storia.


Insomma ci sono tutte le più buone premesse perché Cassidy scalzi il trono a Caravan nella mia personale classifica delle miniserie Bonelli. Dopo Demian, Ruju torna a personaggi neri e spero che il seguito della storia non tradisca le premesse, come invece, secondo me, accadde con Demian che abbandonai infatti dopo pochi numeri.
Chssà se, prima o poi, Bonelli sfornerà una serie ambientata nell classica epoca noir, ovvero l'America anni 30 - 40, con un protagonista alla Humphrey Bogart immerso in atmosfere chandleriane?

domenica 9 maggio 2010

The Wild Party


Mi sto ancora rigirando tra le mani il libretto dell'Einaudi che narra per parole e immagini la storia di un party selvaggio. E' un romanzo scritto in versi da Joseph Moncure March, pubblicato con molte censure nel 1928. Descrive, attraverso un party, un'epoca, quella degli anni 20. Non è una festa qualsiasi: gli ospiti sono ballerine e prostitute, clown da avanspettacolo e uomini d'affari, lesbiche e omosessuali. Gli uomini vestono lo smoking e le donne abiti affascinanti. Il fumo e la musica invadono le stanze dell'appartamento in questa notte segnata dal'alcool, dal sesso e dalla violenza.



Perchè parlo di questo libro? Perché ho appena letto l'edizione del 1994, che ha fatto rinascere dall'oblio il romanzo arricchendolo delle splendide illustrazioni di Art Spiegelman. E' stato infatti il famoso autore di Maus ad essere attratto da questo poema popolare, che tanto scandalo suscitò all'epoca, ma che fu presto dimenticato, a meno di un film del 1975 ad esso ispirato. Grazie all'opera di recupero di Spiegelman, "The Wild Party" fu riscoperto e divenne il soggetto di due diversi adattamenti teatrali per musical a New York.



Le illustrazioni di Spiegelman riescono a fondersi perfettamente con il testo, diventando un tutt'uno. Ne sono più che il sottofondo. A tratti si ha l'impressione di guardare un film, tanto le immagini sanno dare vita alle parole scritte.


Personalmente ho percepito chiaramente nelle illustrazioni e nei versi l'aria torbida della festa, il jazz che avviluppa col fumo tutto l'ambiente. E poi la carica sessuale dei corpi che, dopo litri di alcool, si lasciano andare gli uni sugli altri con lussuria. L'atmosfera per certi versi anticipa quella hard-bolied dei romanzi di Dashiell Hammett e di Raymond Chandler che saranno pubblicati negli anni successivi.

L'epilogo non poteva essere diverso: la fatale Queenie, ballerina del vaudeville, suscita la gelosia del suo violento amante Burrs, quando prima flirta e poi si concede alla passione del giovane, elegante e tenebroso Black. La polizia irrompe a tarda notte nell'appartamento trovando il cadavere di Burrs, freddato da una revolverata di Black.


Ci sono amori di fuoco: altri appasiscono nell'incuria

ma l'amore più intenso, il pù pulito, è la lussuria.

E la loro lussuria era furore. Aveva un odore,

di acciaio, di pietra, di martelli...

clangore, colpire, coltelli.

Un odore di torce selvagge, rombanti

da spezzare il ferro, da accecare anche i santi:

di lunghi treni che si schiantano sotto terra,

e schiantano le strade, come tuoni di guerra:

l'odore di un motore; sgorga il vapore;

piedi che pestano, folla in clamore.

La lussuria li aveva drogati. Potevano fnirne dilaniati.

Ma in ogni caso, no: non si sarebbero fermati.

venerdì 7 maggio 2010

Perchè mangiamo gli animali? Buona domanda...


Non sono più quello di prima. E' ovvio! Ogni esperienza ti cambia: non sei mai quello che eri un minuto fa. O meglio: sei sempre quello di prima, ma semplicemente hai il "coraggio" di manifestare all'esterno quello che sei dentro.

Un libro può cambiarti? Sì? No? Domanda mal posta. Ciò che conta sono le nuove domande che ti fai, e soprattutto le risposte che dai alle domande. Puoi far finta di niente e tirare diritto. Oppure no. Ecco, io no!

domenica 2 maggio 2010

The 99: un fumetto per la tolleranza


Sono dei supereroi, ma non vengono dall'America come siamo ormai abituati a pensare, bensì dal mondo islamico. Il creatore si chiama Naif al Mutawa, fondatore di Teshkeel Comics, con sede a Kuwait City. The 99, così si chiama la serie a fumetti che presto diventerà un cartone animato distribuito anche negli USA, hanno avuto un grande successo in diversi paesi: Arabia Saudita, Indonesia, Cina, India, Stati Uniti e molti altri.



L'antefatto della storia risale al 1258, quando le armate di Gengis Khan distrussero a Baghdad la più importante biblioteca del mondo arabo. Gli studenti di allora si prodigarono per salvarne i libri e la saggezza contenuta e lo fecero attraverso 99 tavole di pietra. Queste 99 pietre di saggezza sono arrivate ai nostri tempi, fino ad entrare in contatto in modo più o meno casuale con vari giovani, i supereroi della storia. Ciascuno eredita dalla pietra un superpotere: abbiamo così Noora the Light, dagli Emirati Arabi, che ha la capacità di scorgere la luce della verità negli altri. Affiancata da Wida the Loving, dalle Filippine, che sa indurre l'amore, la compassione e la felicità nelle persone.

I ragazzi-supereroi vengono un po' da tutto il mondo e, spesso, sono di doppia cultura. E' il caso di Sami the Listener, nato e cresciuto fino all'età di 10 anni in Sudan e poi trasferitosi col padre in Francia: è muto ma possiede la capacità di udire ciò che gli altri esseri umani non riescono a percepire, sia per distanza che per frequenza. O quello di Hadya the Guide, londinese ma di famiglia pakistana, divisa ed attirata da queste due culture: lei possiede il dono di mappare qualsiasi luogo in cui si trovi, di individuare il percorso più breve, facile e sicuro per raggiungere un obiettivo.

C'è anche un americano, Darr the Afflicter, ridotto su sedia a rotelle e in grado di manipolare le terminazioni nervose per provocare o evitare il dolore. Tutti i supereroi sono stati scoperti e resi coscienti del loro potere dal dottor Ramzi Razem, discendente di un Guardiano della Saggezza dell'antica biblioteca di Baghdad. E' lui che insegna ai ragazzi a sfruttare a fin di bene il loro potere, contro i malvagi che li vogliono invece possedere per il loro torbidi scopi.

Lo schema è quello classico e un po' semplicistico del bene contro il male, condito di molta azione. Il pregio è però quello di diffondere nel mondo musulmano, e non solo, un'idea di tolleranza: i giovani supereroi sono di culture e nazioni diverse (araba, ungherese, afro-americana, anglo-pachistana, indonesiana, sudafricana, portoghese) ma lottano insieme, a dispetto delle loro diversità, per il progresso civile dell'umanità nel suo complesso. Al Mutawa ha detto agli sceneggiatori di Hollywood che hanno trasposto in fumetto il cartone animato, che il fine delle sue storie è quello di far emergere le cose che accomunano gli uomini, non quelle che li separano. Una lezione troppo spesso inascoltata.

sabato 24 aprile 2010

25 aprile


In occasione del 25 aprile voglio segnalare un nuovo fumetto di Roberto Baldazzini, dedicato alla Resistenza e alla Liberazione dell'Italia dai nazifascisti. Si intitola "Il mio nome è Alfredo" ed è il primo volume di un progetto più ampio dedicato a questa pagina così importante della nostra storia, che avrà il titolo di “Le quattro stagioni della Resistenza”.
Per il momento è aperta una mostra a Fanano, in provincia di Modena, con esposte le tavole del fumetto ambientato nei monti del piccolo comune emiliano. Anche le storie partigiane future saranno ambientate nella provincia di Modena, dove lo stesso autore vive.

Spero di trovare e leggere presto questo racconto. Nell'attesa son contento di vedere che il medium fumetto affronta con opere nuove un tema che mi interessa molto, che purtroppo però è sempre più spesso soggetto ad azioni di revisionismo, tese a ridurne il valore civile, morale e storico. Consiglio sempre in questi casi, a chi avesse qualche dubbio revisionista, la lettura del romanzo forse più bello e antiretorico scritto sulla Resistenza: Il partigiano Johnny di Bebbe Fenoglio.

domenica 11 aprile 2010

La Resistenza e i fumetti


E' da un po' che mi domando come mai i fumetti in cui io mi sia imbattuto, o di cui abbia letto in internet su vari siti e blog, non abbiano mai avuto la Resistenza come sfondo e i partigiani come protagonisti. Sicuramente io non conosco tutto l'universo fumettistico italiano ma possibile che in tanti anni, anche solo per caso, non mi sia mai capitato fra le mani una striscia dedicata a questo tema? E sì che la nostra letteratura ha prodotto opere bellissime sulla Resistenza, e i fumetti proprio niente? Mi stavo un po' disperando e anche arrabbiando quando, sarà che il 25 aprile si sta avvicinando, ho trovato un post sul blog di Luca Boschi che mi ha tirato su il morale e ha colmato la mia ignoranza a riguardo.

L'immagine sopra si riferisce al volume "Per la libertà" dedicato al legame fumetto - Resistenza, di cui si è parlato in un convegno tenuto a Torino il 15 aprile. La sempre aggiornatissima agenzia del fumetto afnews ne dà notizia qui e qui.

venerdì 2 aprile 2010

Medio Evo

A quei tempi si chiamava Inquisizione, adesso Congregazione per la dottrina della fede. E' stata diretta per molti anni da Joseph Ratzinger, l'attuale papa. Dal 2001 Giovanni Paolo II affidò alla Congregazione una brutta gatta da pelare: le indagini su stupri e molestie sessuali perpetrati da sacerdoti e uomini di chiesa a bambini e adolescenti. Obiettivo: portare tutto alla luce del sole e recitare il mea culpa? No, scherziamo! Il vero obiettivo era: insabbiare. Convincere le vittime e i loro parenti a non denunciare, spostare gli autori dei crimini in altre parrocchie, difendere il buon nome della Chiesa.



Diamo un po' di numeri (fonte La Vie): dal 2001 ad oggi le denunce raccolte dall'organismo della curia romana sono state 3000. Nel 20 per cento dei casi ai preti denunciati è stato tolto l'abito sacerdotale. Nel 60 per cento dei casi non è stato celebrato nessun processo canonico. Pochissimi casi, i più gravi ed eclatanti, sono stati denunciati alla giustizia ordinaria.

Nel maggio 2001 Ratzinger mandò una lettera confidenziale a tutti i vescovi, ricordando loro che le indagini sulle accuse di stupro andavano condotte "nella massima segretezza...sotto il vincolo del silenzio perpetuo...e ciascuno...deve mantenere il più rigoroso segreto, che è comunemente considerato un segreto del Sant'Uffizio...pena la scomunica". L'idea di base è che il potere temporale della chiesa è indipendente da quello dello stato in cui sono stati commessi i crimini, non gli deve nulla. E' un'idea medievale.

Commenti? No! Bastano le parole di Don Zauker:


Buona Pasqua a tutti....

domenica 28 marzo 2010

La Francia e la considerazione del fumetto



Questo video è la presentazione di un numero speciale di una rivista letteraria francese che si chiama Books. E' interamente dedicato al fumetto, alle nuove espressioni di questa forma d'arte. Sono presentati i recenti lavori di diversi autori come Joe Sacco, Munoz, David B. e i nostri Gipi ed Igort. Non è un fatto di cui sorprendersi: la considerazione che il fumetto ha in Francia e la dignità che gli viene riconosciuta sono ormai scontate. Così non è invece in Italia, dove molti ancora lo trattano, anche inconsciamente, alla stregua di arte di serie B.
Per convincersene basta leggere questo articolo della Stampa riguardante la celebrazione dei 60 anni di Peanuts, avvenuta all'università di Bologna alla presenza della vedova di Schulz. All'incontro ha partecipato anche Umberto Eco il cui intervento, ricorda il giornalista, è servito a riscattare "una volta di più il fumetto dal rango di arte di serie B". E questo perché il semiologo definisce i personaggi di Schulz  come dei classici intramontabili a differenza de Il giovane Holden di Salinger che viene considerato un po' datato. Secondo me è proprio il giornalista che inconsciamente pensa che i fumetti siano letture di seconda categoria, e attribuisce al discorso di Eco un merito totalmente estraneo alle sue intenzioni, ovvero quello di una rivincita delle nuvole parlanti sulla parola scritta.

lunedì 22 marzo 2010

Topolino, Gottfredson e la cantina di mia zia


Lunedì ho acquistato in edicola il primo numero della collana "Gli anni d'oro di Topolino", un'opera che si propone di raccogliere in forma integrale e cronologica le strisce di Floyd Gottfredson, uno dei più grandi fumettisti di tutti i tempi. Colui cui Walt Disney diede l'incarico di disegnare alcune storie per un periodo temporaneo e che poi invece finì per diventare l'autore principe di Mickey Mouse in oltre 45 anni. Il libro è ben curato, le strisce, che originariamente furono pubblicate sui quotidiani americani, sono state colorate (perché, visto che le originali, a parte quelle domenicali, erano in bianco e nero?) e ritradotte per l'occasione. L'opera si svilupperà su 38 volumi che costituiranno nel loro insieme una collana unica al mondo: mai prima d'ora, infatti, erano state raccolte tutte insieme le strisce del grande autore.



Ho letto subito la prima storia "Topolino e il mistero dell’Uomo Nuvola" pubblicata originariamente a cavallo fra il '36 e il '37 e, pur non essendo un fan di Topolino, l'ho trovata interessante. Il protagonista è il dottor Enigm (Einmug nell'originale) che ha scoperto il modo di sfruttare l'energia degli atomi. Vive in un'isola fra le nuvole perché si è dovuto rifugiare da un agente (Pietro Gambadilegno) di una potenza straniera che voleva impadronirsi del segreto. Il fumetto risuona dell'umore di quegli anni, quando sui giornali americani si scrivevano articoli sulle nuove scoperte scientifiche relative allo sfruttamento dell'energia atomica. Il dottor Enigm è d'altra parte ispirato direttamente ad Albert Einstein: nell'originale gli si fa parlare un inglese con inflessioni tedesche.



Il motivo per cui mi è piaciuta la storia è rappresentato nella tavola qui sopra. Gottfredson e lo sceneggiatore Ted Osborne hanno dimostrato molto più buon senso di quanto fecero più tardi i fisici e i politici coinvolti nell'applicazione degli studi sull'atomo. Una volta fatto fuggire Gambadilegno, il dottor Enigm si rifiuta di consegnare la scoperta a Topolino che la richiedeva per poi consegnarla al governo americano, sicuro che ne avrebbe fatto un uso pacifico e sicuro. Il dottore invece non si fida, pensa che "...il mondo non è ancora pronto per la mia invenzione! Porterebbe solo dolore... guerre... e morte!". Si può tranquillamente dire che questa tavola si è rivelata tristemente profetica di ciò che avvenne solo pochi anni più tardi....



Leggere questa storia ha avuto un altro effetto su di me: mi ha fatto ripensare ai primi fumetti che lessi nella mia vita. Ancora prima dei Bonelli (che non ho mai lasciato) fu Topolino il primo giornalino che mi capitò tra le mani. Non è sicuramente originale quanto sto dicendo, probabilmente è un'esperienza condivisa con moltissimi altri ragazzi e ragazze italiani (e non). Tuttavia di particolare c'è che i Topolini non mi venivano di solito comprati dai miei, ma li andavo a leggere nella cantina di mia zia. Le mie tre cugine infatti, di qualche anno più vecchie di me, leggevano regolarmente (o almeno lo hanno fatto per un periodo) i Topolino settimanali. Dopo la lettura, i miei zii li riponevano in un mobile della loro spaziosa cantina. Per me quella credenza rappresentava uno scrigno dei desideri: ricordo che passavo ore a divorarmi quei grossi giornalini pieni di storie affascinanti (almeno così mi sembravano allora). Dico grossi perché risalivano ai primi anni 70 (e probabilmente anche agli ultimi anni 60) ed erano decisamente più spessi e ricchi di pagine di quelli che si trovavano in edicola quando io ero bambino.



Mia zia fu poi provvidenziale in un altro episodio legato a Topolino. Ricordo infatti che i personaggi di Walt Disney mi piacevano così tanto che volevo assolutamente abbonarmi al giornalino settiminale. Mia madre non era però d'accordo, ma io, infischiandomi del suo divieto, compilai comunque il coupon di abbonamento e lo imbucai nella cassetta della posta del mio paese. Preso poche ore dopo da un rimorso di coscienza, confessai tutto a mia madre che, dopo avermi sgridato, chiese a sua sorella, che lavorava propio in posta, di intercettare la mia "letterina". L'abbonamento fu così sventato: probabilmente meglio così, dico ora, ma allora ci restai assai male....

Più tardi abbandonai la lettura di Topolino e soci, per concedermi a quella, più matura, degli albi Bonelli. E' singolare comunque che, per entrambe le famiglie di fumetti (i Topolino e i Bonelli) sia debitore a due diverse famiglie di parenti: le tre cugine materne per i primi, e i tre cugini paterni per i secondi (come ho già raccontato in un post precedente). Certe volte penso che se i miei genitori fossero stati figli unici, adesso magari non sarei un appassionato di fumetti.. Mah! Chi può dirlo?

domenica 21 marzo 2010

L'Audace Bonelli (II)

Continua il mio personale viaggio nell'universo Bonelli, cogliendo l'occasione dalla mostra dedicata alla Sergio Bonelli Editore che è stata inaugurata venerdì 19 marzo al Palazzo delle Arti (Pan) di Napoli. La mostra si intitola "L'Audace Bonelli" e ripercorre con più di 200 tavole originali la storia della mitica casa editrice milanese. Come ho scritto nel precedente post, è grazie ai suoi personaggi se ho dedicato un blog ai fumetti.



Ricordo che all'età di 13 anni, mentre stavo leggendo un albo di Mister No, fui incuriosito dalla quarta di copertina, dove comparve la pubblicità di una nuova serie chiamata "Storia del West". Decisi di comprarne la prima uscita e fu il mio primo acquisto in edicola di un giornalino Bonelli: ancor oggi ricordo la gioia di avere fra le mani il numero 1. Ero entusiasta dell'idea che in una serie limitata in 75 numeri venisse raccontata tutta l'epopea della storia del west, ovvero che vi potessi rirovare tutti i luoghi e personaggi per me mitologici che avevo visto e rivisto nei film western.



La serie parte da un ragazzo, Brett MacDonald, che, appena sbarcato nel 1804 da una nave proveniente dall'Europa, si avventura subito nella grande spedizione esplorativa di Lewis e Clark che attraversò l'enorme territorio a ovest della costa atlantica fino a toccare il Pacifico. Mi colpirono subito i dettagli geografici e i bei paesaggi disegnati da Renzo Calegari e seguii la serie scritta da Gino D'Antonio fno alla sua conclusione ambientata nel 1890 con il massacro di Wounded Knee e con la grande gara per la conquista della terra in Oklahoma. Fu una lettura affascinante scoprire come la storia "privata" della famiglia MacDonald/Adams si intrecciasse con quella "pubblica" del Far West, incontrando personaggi come Kit Carsn, Buffalo Bill, Wyatt Earp, Toro Seduto, Geronimo, Cochise, Cavallo Pazzo e tanti altri.



Sergio Bonelli dichiarò che "Storia del West" è la serie di cui va più orgoglioso e a cui deve di più a livello personale. Tuttora per me rimane uno dei capolavori della casa editrice di via Buonarroti, una prova del fatto, se mai qualcuno avesse dei dubbi, che il fumetto seriale può raggiungere alti livelli di qualità, nelle storie e nei disegni. Gino D'Antonio, l'autore, e il ristretto staff di disegnatori (Calegari, Trevisan, Polese e Tarquinio) poterono lavorare con maggior tranquillità, senza l'assillo dell'uscita mensile, in quanto la serie originale venne pubblicata a partire dal 1967 nella Collana Rodeo, che era sì una pubblicazione mensile ma che non conteneva ogni mese una nuova avventura della famiglia MacDonald/Adams.



La serie "rossa" che io acquistai era quindi una bellissima ristampa che mi affascinava per l'intreccio di realtà storica e di linguaggio epico. Forse questa per me è la maggior qualità di Gino D'Antonio, visibile soprattutto nei ritratti fieri dei protagonisti indiani che soccombono uno a uno di fronte all'avanzata distruttrice dei "visi pallidi". Sono questi gli episodi che mi piacciono di più: storie molto tristi, come la battaglia di Little Big Horn, una vittoria sì per Toro Seduto e Cavallo Pazzo ma il preludio della loro fine, il massacro del Sand Creek, la resistenza vana ma orgogliosa di tutti gli altri popoli nativi guidati da capi eroici come Cochise, Capo Giuseppe o Tecumseh. Questo per me è il motivo ricorrente della serie che la rende tuttora attualissima: la conquista del west è la storia di una sconfitta. La sconfitta dell'idea rappresentata dalla convivenza di popoli e culture diverse che i protagonisti della famiglia MacDonald/Adams cercano sempre di perseguire, nonostante la realtà dei fatti li smentica di continuo. E' una sfida continua alle forze immani della Storia.



Da questo punto di vista "Storia del West" è la storia di tutti quegli uomini del West che hanno difeso la propria dignità di esseri umani, anche se alla fine hanno dovuto soccombere. Non è poco come messaggio per un piccolo giornalino...


domenica 14 marzo 2010

L'Audace Bonelli (I)


E' il nome di una grande mostra che si terrà al Palazzo delle Arti di Napoli dal 19 marzo al 9 maggio 2010 dedicata alla più importante casa editrice italiana di fumetti: la Sergio Bonelli Editore. Son trascorsi 70 anni da quando Gianluigi Bonelli rilevò la casa editrice Audace che, divenendo prima Edizioni Araldo, poi Cepim e Daim Press assunse infine la denominazione attuale. Prima l'ex moglie Tea e dagli anni '60 il figlio Sergio si succedettero alla sua guida. Oggi viene giustamente celebrata con oltre 200 tavole originali dei tanti disegnatori che hanno lavorato alla casa editrice milanese. Peccato che la mostra sia così lontana, a Napoli, mi piacerebbe molto visitarla, visto che è proprio grazie a Sergio Bonelli e ai suoi fumetti che adesso sto scrivendo su questo blog....

Questo post vuole essere il mio primo personale omaggio alla casa editrice di via Buonarroti.



E' da quando sono bambino che leggo gli albi Bonelli, allora li chiamavo giornalini. La loro scoperta fu molto particolare e casuale, la devo tutta a mio nonno. Fu lui infatti a farmi avere i primi Tex e Zagor, ma non perché me li regalò comprandoli in edicola, bensì perché li usava come imballo. Ebbene sì, a Natale uno dei pacchi che aspettavo più spasmodicamente era quello che mio nonno mi spediva dalla Calabria. Lui trascorreva i mesi invernali insieme ai miei cuginetti del sud e, ogni Natale, spediva su in Friuli le delizie di quella terra: arance, formaggi, caffè, torroni e, da uomo ordinato e preciso quale era, separava ogni scompartimento dall'altro attraverso... i giornalini Bonelli, che i miei cuginetti avevano già letto ed eliminato dalle loro camerette. Non ho mai saputo se quell'imballo così particolare scelto da mio nonno nascondesse la sua intenzione di propormi quelle letture, o fosse solo un caso. Mi piace pensare che sia vera la prima ipotesi. Sta di fatto che questo fu il modo in cui mi trovai fra le mani, durante gli ultimi anni delle elementari, i primi Tex, Zagor, Il piccolo ranger, Il comandante Mark e Mister No della mia vita.


Ricordo ancora adesso con quanto entusiasmo mi tuffassi nella lettura di quegli albi pieni di avventura e come li conservassi con cura quasi fossero antichi cimeli. Fin da piccolo mio padre mi aveva trasmesso il suo amore per il western facendomi vedere una miriade di film con cowboys e indiani come protagonisti. L'immaginario della frontiera era già entrato nel mio inconscio e fu facile per Tex e Il piccolo ranger trovarvi un loro spazio.

Tex e i suoi 3 pards (l'inseparabile Kit Carson, il figlio Kit e il navajo Tiger Jack), mi conquistarono subito. Rividi in lui e le sue avventure ciò che avevo visto nei film: gli inseguimenti a cavallo nelle aspre gole dei canyon o le scazzottate nei fumosi saloon, le giacche blu contro i fieri pellerossa. Penso però che fu un tratto preciso di Tex che mi colpì: la sua chiara e netta difesa del più debole, a prescindere dal colore della pelle, contro il sopruso del prepotente, che, a seconda dei casi, veniva "massaggiato" con qualche sganassone o riempito di piombo caldo. Questa evidente distinzione tra Bene da una parte e Male dall'altra era probabilmente poco realistica, ma penso che diede il suo piccolo contributo nella formazione della semplice etica del bambino che ero. 



Del Piccolo Ranger mi piaceva il fatto che il protagonista era un ragazzo e che appartenesse al corpo dei ranger che, ai miei occhi, assumevano un'aria epica attraverso quelle splendenti casacche rosse. Probabilmente era alto il grado di identificazione nel giovane eroe e questo giocava un ruolo importante nell'attrazione che Kit Teller esercitava su di me.


Zagor Tenay, lo spirito con la scure, fu una bella scoperta. Mi colpirono del personaggio vari aspetti: l'ambientazione era sì western ma la foresta di Darkwood, dove viveva, così tetra con le sue paludi e sabbie mobili, gli attribuiva un carattere più fantastico. Poi la sua casacca rossa , così atipica per un cow boy, l'arma sigolare che brandiva, il tomahawk e il suo grido di battaglia molto tarzanesco ("ayaak") gli conferivano un fascino particolare. C'era poi un'ironia che smorzava l'eroicità del personaggio data dalla presenza del compagno d'avventure Cico, un messicano cicciottello tanto fifone quanto coraggioso era il suo pard.


Il Comandante Mark era il classico eroe senza macchia e senza paura: lottava per la libertà e l'indipendenza dei ribelli americani contro il dominio tirannico degli odiati inglesi. Almeno questo era il messaggio che recepivo. Anche qui l'ambientazione della frontiera, seppur diversa da quella classica di Tex, esercitava su di me un grande fascino. Le vicende si svolgevano nella regione dell'Ontario, dove Mark, affiancato dai due pards, il barbuto Mister Bluff e il saggio indiano Gufo Triste, guidava i suoi valorosi Lupi dell'Ontario in avventurosi scontri con le giubbe rosse.

Mister No invece era immerso in uno scenario del tutto nuovo: la verde e intricatissima Amazzonia che gravitava attorno alla città di Manaus degli anni 50. Mister No è un personaggio completamente diverso dai precedenti: si può dire che fu il primo antieroe entrato in casa Bonelli, per mano del suo stesso editore Sergio che fu anche il creatore del personaggio e delle storie. Penso che di lui mi piacque il carattere anticonformista, anche se sto dando ora il nome a qualcosa che allora sicuramente non conoscevo. Diciamo che mi piaceva il suo dire di no, il suo mandare al diavolo i guai con quell'aria un po' scanzonata, il suo spirito vagabondo che lo portava in giro per i cieli del Sud America sulle ali del suo piccolo piper. Anche lui combatteva contro i prepotenti in difesa dei deboli: in questo aspetto eroico c'era molto di Tex. In più però c'era, secondo me, anche un messaggio ecologista, visto che spesso fra i cattivi c'era chi voleva distruggere parti della verde Amazzonia e i suoi abitanti per aprire la strada ai più biechi aspetti del progresso sfruttatore delle risorse naturali.

Questi furono i primi personaggi Bonelli che conobbi. Tex non mi ha ancora lasciato e molti altri li scoprii in seguito. Ma questo è già materia di un prossimo post.


sabato 6 marzo 2010

Quella notte alla Diaz

Ricordo bene quel pomeriggio in cui appresi, leggendo il Televideo, della morte di Carlo Giuliani a Genova. Rimasi attonito, senza parole. Non credevo possibile fosse avvenuta una cosa simile in Italia. Provai paura. E con sgomento e rabbia seguii le notizie e le immagini delle manifestazioni del G8 che si diffusero da Genova nei giorni successivi. Il sogno di un fiume di persone giunte nella città ligure per chiedere, attraverso un linguaggio pacifico colorato e gioioso, un mondo diverso e più giusto si trasformò in un terribile incubo. L'incubo ebbe luogo lungo dapprima lungo le vie di Genova e poi nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.


Ho rivissuto quelle brutte emozioni che provai quei giorni, leggendo il racconto a fumetti "Quella notte alla Diaz" di Christian Mirra, pubblicato da Guanda. E' una testimonianza agghiacciante in prima pesona di quella che secondo Amnesty International è stata "la più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dalla fine della II guerra mondiale". L'autore la visse sulla propria pelle, fu uno dei ragazzi aggrediti e selvaggiamente picchiati alla scuola Diaz durante la notte cilena fra sabato 21 luglio e domenica. La parola giusta sarebbe torturati, ma il nostro codice penale non prevede il reato di tortura. Il racconto ha il pregio, secondo me, di restituire per quanto possibile l'orrore cui fu sottoposto l'autore e molti altri e altre come lui. Lo fa attraverso delle tavole che sono un pugno nello stomaco, ma che servono a far capire l'abisso di dolore e paura in cui finirono molti manifestanti innocenti.


Nello stesso tempo il racconto è anche un alto esempio di giornalismo grafico, perché è una testimonianza personale ma precisa dei fatti della Diaz e di ciò che successe all'autore in ospedale nei giorni seguenti. Ma non solo: Mirra ci ricorda i tentativi della polizia di negare i pestaggi, l'emergere della verità poco a poco e il faticoso iter processuale che lo vide coinvolto. Fatti raccontati attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.


E' un documento di denuncia civile che vorrei fosse letto da tuti quelli che pensano ancora oggi che a Genova i manifestanti se la sono cercata. Vorrei che lo leggessero quelli che ancora pensano che in Italia la legge è uguale per tutti. Non lo è sicuramente per i responsabili delle forze dell'ordine protagonisti di quei giorni che invece hanno fatto carriera. Tuttavia oggi ho letto una notizia che dà un po' di fiducia: in appello è stata ribaltata la sentenza di primo grado per i reati commessi nella caserma di Bolzaneto. 44 fra rappresentanti delle forze dell'ordine e medici sono stati riconosciuti colpevoli, anche se i reati sono prescritti.
E' solo una coincidenza ma pochi giorni fa ho letto Uomo Faber, l'omaggio in forma di racconto a fumetti che Ivo Milazzo e Fabrizio Calzia hanno dedicato a Fabrizio De André. Il cantautore genovese frequentò proprio la scuola Diaz da ragazzino e a questo sono dedicate alcune belle tavole nelle quali si vede il piccolo De André che, entrando in classe, ha una visione terribile. Immagini di poliziotti che picchiano inermi ragazzi dentro una scuola che si trasformano in sequenze dove giacche blu seminano la morte in un villaggio di pellerossa. Un accostamento fra il G8 di Genova e il massacro di Sand Creek che trova nel cantautore il trait d'union.

martedì 2 marzo 2010

I shot a man in Reno..


..just to watch him die. Sono dei versi tratti da Folsom Prison Blues, una delle più celebri canzoni di Johnny Cash. Se fosse ancora tra noi, lo scorso 26 febbraio avrebbe compiuto 78 anni. Quel giorno è uscito l'ultimo disco della serie American recordings, American VI: Ain’t No Grave, prodotto anch'esso, come i precedenti, da Rick Rubin. The Man in Black lo registrò in condizioni di salute molto precarie, mentre stava ancora piangendo la morte della moglie June Carter: è il suo modo di dire addio al mondo, il suo ultimo saluto.


E' proprio attorno alla canzone Folsom Prison Blues e al famoso concerto che Cash tenne in quella prigione, che è incentrato il bel racconto a fumetti di Reinhard Kleist "Cash - I see a darkness", pubblicato in Italia da BlackVelvet.


E' un tributo del giovane autore tedesco al più grande cantante country di tutti i tempi. Con un tratto un po' sporco ma deciso, Kleist ci illustra la vita movimentata dell'uomo che diventò una leggenda. Ci sono gli inizi difficili e i primi tour on the road per l'America, l'incontro con la moglie June Carter e la dipendenza dalla droga, mostrata in tutto il suo degrado ma di cui non si tace la fonte di ispirazione che comnque rappresentò per Cash. E' quindi un racconto sincero che culmina nel live a Folsom Prison, dopo il quale Cash divenne il più celebre cantante d'America.


Fu proprio grazie a Folsom Prison Blues e al suo testo che Cash divenne così famoso presso i detenuti. Folsom era un carcere di massima sicurezza dove erano rinchiusi i criminali più pericolosi d'America, o per lo meno quelli ritenuti tali. Quei pochi versi furono capaci di instaurare un sentimento di empatia nei loro confronti, e per Cash fu un trionfo.
Si narra anche la storia dell'incontro di Cash con Glen Shirley, un detenuto di Folsom che scrisse la canzone "Greystone Chapel" cantata dallo stesso Cash e inserita nella scaletta appena la sera precedente.


Qui sopra vediamo Cash ringraziare Sherley dopo l'esecuzione della canzone. Fu uno dei momenti più emozionanti della vita di Sherly, come dichiarò egli stesso. Nel fumetto Cash racconta poi a Rubin la triste storia di Sherley che, uscito di prigione, cominciò a collaborare con Cash ma, ottenuto il successo dopo la libertà, non li resse, fu licenziato da Cash, divenne vagabondo e infine si suicidò.
Kleist non nasconde vari dettagli della vita dell'uomo in nero, come il fatto che durante un tour girò armato di pistola, perché minacciato dal Ku Klux Klan in seguito alla pubblicazione di un disco in cui raccontava la storia degli indiani d'America. Fu boicottato anche da tutti i media perché assunse un nativo come consulente per l'album.


Dopo essere diventato un cantante che vendeva più dei Beatles ed Elvis, Cash, sempre più scomodo e inviso alle case discografiche, poco a poco sparì dalle scene, fino all'incontro negli anni 90 con Rubin che lo convinse a portare a termine un'opera grandiosa: i dischi dell'American recordings in cui Rubin fece cantare a Cash cover di brani vecchi e nuovi, di star famose come gli U2 o i Soundgarden e di altre meno note, il country dell'uomo in nero incontrava il mondo.


Anche questo c'è nel fumetto, lo vediamo nella tavola qui sopra: il vecchio e stanco Johnny sollecitato e spronato da Rick, mentre gli propone Hurt, quella che diventerà l'apice del successo di questi dischi.
Io conobbi the Man in Black tardi, appena nel 1993, quando comprai Zooropa, l'album degli U2 che conteneva una traccia, "The Wanderer", cantata da un certo Johnny Cash, una voce bassa, profonda e forte. Mi rimase impressa e diversi anni dopo la riscoprii nella sua anima country acquistando proprio il cd "Johnny Cash at Folsom Prison", nella versione non censurata dei commenti coloriti che Cash si scambiava con i detenuti.


Qui sopra Johnny Cash e June Carter a Folsom Prison
E' davvero un piacere rivivere lo spirito dell'album nel racconto a fumetti di Reinhard Kleist.



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