giovedì 16 luglio 2015
Ken Parker Classic N. 2 - "Mine Town"
È in'edicola il secondo numero della collana Ken Parker Classic, la ristampa delle avventure di Lungo Fucile edita da Mondadori. Potete trovare qui un mio approfondimento sulla storia di ambientazione cittadina, ricca di colpi di scena, passioni, idealismi e gesti estremi. Non mancano neppure i nativi in questo albo con tanta carne al fuoco, offerta con molta cura dalla coppia costituita Giancarlo Berardi e da Ivo Milazzo.
domenica 12 luglio 2015
Mohawk River - Avventura sulle orme di Fenimore Cooper e Pratt
Basta il colpo d'occhio della splendida copertina di Aldo Di Gennaro e pensi subito a Wheeling di Hugo Pratt e a L'ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper. Poi inizi la lettura di Mohawk River e ti trovi immerso completamente nell'Avventura. Le Storie, la collana mensile della Sergio Bonelli Editore che ogni mese ci propone una storia con ambientazione e protagonisti diversi, quest'anno ha davvero fatto centro con lo speciale a colori, scritto da Mauro Boselli e disegnato da Angelo Stano. Personalmente sono sempre stato affascinato dalle vicende storiche avvenute nel Nord America del Settecento, quando ancora il West non esisteva e Inghilterra e Francia si disputavano quegli sconfinati e inesplorati territori, sfruttando a loro vantaggio le alleanze con le tribù di nativi. Manituana, il romanzo del collettivo Wu Ming, è un'altro rimando cui corre la mia fantasia anche se gli avvenimenti raccontati in Mohawk River sono ben precedenti e risalgono al periodo compreso fra il 1755 e il 1760, quando le grandi potenze europee si scontrarono nella Guerra dei Sette Anni, coinvolgendo in questo confronto anche le proprie colonie d'oltreoceano.
Vendetta, amore e guerra sono i classici ingredienti di questa storia coinvolgente che Boselli ha intessuto sapientemente, caratterizzando con grande accuratezza diversi personaggi, sui quali spicca come un gigante Riley Black, l'immortale (?) cacciatore e guerriero bianco, stimato dai nativi che lo chiamano col nome di Corvo Nero. Dietro la trama si percepisce il grande lavoro di documentazione di Boselli che restituisce con precisione fatti realmente accaduti, contribuendo ad illuminare un periodo sempre troppo poco presente, per i miei gusti, nelle opere di fiction. Il curatore di Tex Willer non esita a mostrare i fatti per quelli che sono, nella loro estrema violenza e crudezza: sgorga abbondante il sangue dalle teste prima spaccate dai tomahawk e poi private del loro scalpo. Ma questa era la realtà con cui si son confrontati i protagonisti di questa storia avventurosa ma anche brutale.
Due sono gli elementi che mi son rimasti impressi. Il primo non è nuovo per un lettore di fumetti ambientati nel Nord America di due o tre secoli fa. Ancora una volta la trama si snoda attorno ai calcoli politici dei conquistatori europei (ottimamente rappresentati dalla spia francese Guichet-Bendd Nera) che non esistano a sfruttare a proprio vantaggio l'appoggio delle tribù native, per poi sacrificarle e tradirle quando la loro funzione cessa di essere utile. Questa volta non sono Cheyenne o Lakota o Apache al centro della vicenda ma nomi meno sentiti perché appartenenti a popolazioni travolte prima delle altre dalla marcia di conquista dei bianchi: Abenaki, Mohawk e Delaware. Al di là dei nomi, però, la storia è sempre tragicamente la stessa.
L'altro elemento per cui sono rimasto colpito sono stai i disegni e soprattutto i colori. Angelo Stano si è davvero superato regalandoci scene (esaltanti quelle ambientate nei boschi) e personaggi (i nativi in primis) ricchi di dettagli. La colorazione è davvero magistrale e l'unico rimpianto è di non aver potuto apprezzare le tavole dell'artista pugliese in un formato più grande. Sono molto lontane le tristi colorazioni che la Bonelli ci riservava negli anni passati: l'esperienza di Orfani è servita almeno a qualcosa.
Ma quest'estate vede Mauro Boselli come il vero mattatore della collana Le Storie. Oltre a Mohawk River, infatti, l'autore milanese firma la sceneggiatura de L'abisso, l'albo della serie regolare in uscita ad agosto, dove i disegni di Luca Rossi daranno vita ad una pittoresca ciurma di pirati e alla loro straordinaria caccia al tesoro.
Etichette:
Aldo Di Gennaro,
amore,
Angelo Stano,
Avventura,
Bonelli,
colonialismo,
fumetti,
guerra,
Hugo Pratt,
James Fenimore Cooper,
Le Storie,
Luca Rossi,
Mauro Boselli,
Orfani,
Wu Ming
giovedì 9 luglio 2015
Quel ragazzo che oggi ha scoperto Ken Parker
Oggi, giovedì 9 luglio, è un buon giorno per il fumetto italiano. Mondadori, infatti, ripropone l'umana avventura di Ken Parker in una collana settimanale intitolata Ken Parker Classic. Il biondo trapper del Montana cavalcherà ancora lungo sentieri che, spero, si incrocino con quelli di nuovi lettori, dando per scontato l'affetto dei fan di lungo corso. In realtà, l'attaccamento di alcuni antichi lettori è stato messo a dura prova dall'episodio conclusivo con cui Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo hanno inequivocabilmente posto la parola fine alla vita di carta, e non solo, di Lungo Fucile. Fin dove arriva il mattino ha suscitato nel web una miriade di critiche, spesso ingiuste e dettate da una stupida pretesa. Diversi appassionati di Chemako si son sentiti traditi dagli autori: reduci da un'attesa interminabile, alcuni lettori avrebbero desiderato infatti una fine diversa, meno cinica, che coinvolgesse anche altri indimenticabili personaggi incontrati da Ken lungo la sua strada, magari il figlio Teddy o Pat o Adah. In altre parole, si attendevano un finale consolatorio, un happy end disneyano, rassicurante, retorico. E invece Berardi e Milazzo li hanno colpiti con un pugno (inatteso?) nello stomaco come solo la vita sa crudelmente fare. D'altronde questa è sempre stata la caratteristica di questo fumetto: rappresentare la vita in tutti i suoi aspetti. Non capirlo significa non aver capito Ken Parker. E così si son levate innumerevoli voci scandalizzate cui son seguite maniacali dietrologie. Per fortuna, i lettori che scrivono sul web, me compreso, sono solo una minoranza rispetto alla grande maggioranza silenziosa che acquista gli albi a fumetti, li legge e non esprime il proprio parere sui media. Ma che ne decreta o meno il successo. E così sarà anche per questa ristampa, tanto vituperata ancor prima della sua uscita dai web-accusatori di cui sopra. Il suo successo si realizzerà grazie a quel ragazzo che oggi ha comprato insieme a me il numero 1 di Ken Parker Classic, ma che non ne scriverà nessun commento da nessuna parte. Lo leggerà, ne resterà incuriosito e giovedì prossimo correrà in edicola ad acquistare la seconda avventura di un personaggio del quale presto non potrà fare più a meno. Arriverà fino alla fine della collana e piangerà, ma non coverà né rabbia né risentimento verso gli autori, ma solo grande stima e gratitudine. Quel ragazzo sarà la prova vivente che i dietrologi di oggi sono nel torto. Spero che allora ne incontri uno e gli spieghi chi è veramente Ken.
sabato 4 luglio 2015
La ristampa di Linus
Oggi, sabato 4 luglio, chi acquista il quotidiano La Repubblica (ma anche chi non lo fa se l'edicolante è compiacente come il mio) può portarsi a casa, al modico costo di 4 euro e 90, la copia anastatica del primo numero della rivista Linus. L'iniziativa editoriale prevede la riproposta settimanale dei primi 12 numeri della rivista che esordì poco più di 50 anni fa, nell'aprile del 1965. Inutile dire che i soldi sono ottimamente spesi, visti i contenuti.
"Questa rivista è dedicata per intero ai fumetti. Fumetti s'intende di buona qualità, ma senza pregiudizi intellettualistici."Queste sì che sono parole! Sono le prime, in alto a sinistra a pagina 1, l'incipit dell'introduzione, del breve manifesto con cui la rivista si presentò ai lettori, senza intellettualismi e senza pregiudizi.
E poi ancora, qualche riga più giù:
"L'unico criterio di scelta di questa "letteratura grafica" è quello del valore delle singole opere, del divertimento che ne può trarre il lettore, oggi; non quello di un interesse puramente documentario o archeologico."Ovvero: noi di Linus non selezioniamo i fumetti per costruirne un polveroso museo, ma ti offriamo quelli di migliore qualità per farti divertire. E ci riescono fin dal primo numero, dove le strips dei Peanuts sono seguite da una bellissima storia di Braccio di Ferro (Braccio di Ferro e le Arpie, del 1939), un viaggio per i mari che diventa una sorta di Odissea. Si continua poi con Li'l Abner per finire con Krazy Kat.
Molto interessante l'articolo d'apertura (subito dopo l'introduzione) contenente l'intervista di Umberto Eco a Elio Vittorini e Oreste Del Buono, intitolata Charlie Brown e i fumetti. Vittorini e Del Buono ricordano come conobbero le strips di Schulz e poi i tre dibattono sul mondo di Charlie Brown e compagni. Vittorini accosta Schulz a Salinger, ma lo considera più artista perché capace di rappresentare molto meglio il mondo degli adulti attraverso le vicende di questo gruppo di bambini. Io non ho letto Salinger, quindi non posso condividere o meno l'opinione di Vittorini, ma sono d'accordo completamente con quanto scrive successivamente Del Buono, perché il rapporto che ho avuto verso i Peanuts si è evoluto nello stesso modo. Del Buono, infatti, si considera un convertito a Charlie Brown:
"All'inizio non mi piaceva affatto. Intanto il mio interesse per i fumetti era diretto al genere avventuroso e Charlie Brown non mi divertiva. Trovavo persone che ridevano, leggendo Charlie Brown, e cercavo questa parte di comico senza trovarla. Però a un certo punto è avvenuta proprio una specie di rivelazione: ho scoperto che i fumetti di Charlie Brown sono assolutamente realistici. E' avvenuta addirittura un'identificazione: Charlie Brown sono io. da questo punto ho cominciato a capirlo. Altro che comico, era tragico, una tragedia continua. Ed ecco finalmente ne ho cominciato a ridere. Un fumetto come diagnosi, prognosi ed esorcismo."Proprio così: da bambino non capivo Charlie Brown, ne compravo i diari scolastici, ma mi annoiava. Poi, cerescendo, ho capito.
L'intervista continua con un'interessante analisi delle caratteristiche del medium fumetto, sempre in riferimento alle strips di Schulz. Queste, a forza di ripetere e accumulare momento su momento, gag su gag, personaggio su personaggio, riescono a costruire un mondo, un significato secondo, che finisce per abbracciare e riflettersi su tutte le strips, rendendole parti di un unico sistema. Eco chiosa affermando che un buon fumetto è quello dove la ripetizione ha un significato e arricchisce la storia. Nel cattivo fumetto, invece, "la ripetizione annoia e dimostra povertà d'invenzione". Semplice, ma vero.
Un'ultima cosa: mi son sempre chiesto perché la rivista non avesse preso il nome del protagonista dei Peanuts. Lo svelano le ultime righe dell'introduzione:
"Perché "Linus"? Perché Linus, partner e antagonista di Charlie Brown, è un personaggio pieno di fantasia (anche "grafica": disegna nell'aria!), è simpatico e ha un nome facile da dire e ricordare."E' vero: Linus ha più fantasia di Charlie Brown e poi lo amiamo tutti e ci identifichiamo con lui per il suo attaccamento morboso alla coperta.
venerdì 26 giugno 2015
Narrazione e fumetto - Intervista a Bepi Vigna
I più conoscono Bepi Vigna come uno dei tre padri di Nathan Never. In realtà l'autore sardo è padre di molte altre cose, fra cui un libro molto interessante intitolato La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione (Arkadia Editore). Prendendo spunto dai temi affrontati in questo saggio, è nata la discussione che trovate qui su Fucine Mute.
giovedì 25 giugno 2015
Ken Parker raddoppia, anzi triplica
Non si è ancora spenta l'eco destata dal discusso episodio inedito con cui Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo hanno concluso la saga di Ken Parker nel volume numero 50 della collana omonima edita da Mondadori, che viene diffusa la notizia di un ritorno nelle edicole del nostro amato Chemako a partire dal mese di luglio. Si tratta della collana Ken Parker Classic, una ristampa in bianco e nero delle avventure di Lungo Fucile in un formato poco più grande del Bonelli e ad un prezzo di 3,5 euro.
Devo dire che son rimasto sorpreso. Non ne sapevo nulla e mi domando quale sia il senso: perché ristampare le avventure di Ken a poco meno di tre mesi dalla conclusione della collana precedente? La differenza fra le due collane è che nella Ken Parker Classic c'è una corrispondenza uno a uno tra un suo albo e uno della prima storica serie Bonelli targata Cepim. Ma può bastare come motivazione? E le avventure successive (che hanno una lunghezza diversa, maggiore o minore, rispetto alle 96 tavole) come verranno raggruppate e stampate? Staremo a vedere. In ogni caso mi fa piacere che a Ken venga data una nuova possibilità di diffusione presso i lettori di fumetti. Ken va letto e conosciuto! E amato di conseguenza!
La Mondadori calerà poi il tris kenparkeriano in autunno, quando verrà stampata in grande formato a colori una selezione delle avventure di Ken. Ma questa era una notizia già nota da tempo.
Etichette:
Bonelli,
fumetti,
Giancarlo Berardi,
Ivo Milazzo,
Ken,
Mondadori
domenica 7 giugno 2015
Vuoi capire la crisi greca? Leggi Markaris
L'avevo già scritto qui. I gialli di Petros Markaris hanno la grande capacità di raccontare e spiegare gli effetti della crisi greca più e meglio di qualsiasi articolo o inchiesta giornalistica. Gli ultimi casi affrontati da Kostas Cahritos, commissario della sezione omicidi della polizia di Atene, hanno per oggetto e sfondo la crisi economica e sociale in cui la Grecia è precipitata. Il tema è così grave e profondo che la trilogia si è trasformata in una quadrilogia. Dopo Resa dei conti è ora la volta di Titoli di coda, romanzo pubblicato da poco in Italia dai tipi della Bompiani. Il primo ritraeva uno scenario di fantapolitica (ma con una buona dose di probabilità) nel quale Grecia, Spagna e Italia uscivano dall'euro e ritornavano alle rispettive precedenti valute. Il risultato era caos sociale con manifestazioni e scontri nelle strade di Atene, conti bloccati dalle banche, stipendi sospesi, disoccupazione e povertà in aumento. L'assassino poi se la prendeva con alcuni esponenti della generazione che aveva sconfitto la dittatura dei colonnelli ma che avevano abusato di quella vittoria, ottenendo in modo illegale cariche e rendite di posizione.
Anche in Titoli di coda l'assassino colpisce coloro che si sono arricchiti rubando denaro pubblico. Risulta così inevitabile nutrire un po' di simpatia per questi individui che non sono i classici mafiosi o criminali da prima pagina, ma sono comuni cittadini che se la prendono con alcuni dei responsabili della crisi. Nell'ultimo romanzo colpisce ancor di più lo scenario su cui si muove il commissario. Le strade di Atene, così trafficate fino a qualche romanzo fa, sono deserte: la benzina costa troppo e gli automobilisti non se la possono permettere. I negozi sono chiusi, i senzatetto, greci e immigrati, sono sempre più numerosi. Il razzismo e l'ostilità nei confronti degli immigrati aumentano: Alba Dorata, che ha pericolosi agganci e appoggi anche dentro la polizia, manda all'ospedale Caterina, la figlia del commissario perché difende, in qualità di avvocato, degli africani. Mentre leggi, un brivido ti corre lungo la schiena perché sai che tutto questo sta accadendo veramente in Grecia e potrebbe accadere anche qui.
Anche in Titoli di coda l'assassino colpisce coloro che si sono arricchiti rubando denaro pubblico. Risulta così inevitabile nutrire un po' di simpatia per questi individui che non sono i classici mafiosi o criminali da prima pagina, ma sono comuni cittadini che se la prendono con alcuni dei responsabili della crisi. Nell'ultimo romanzo colpisce ancor di più lo scenario su cui si muove il commissario. Le strade di Atene, così trafficate fino a qualche romanzo fa, sono deserte: la benzina costa troppo e gli automobilisti non se la possono permettere. I negozi sono chiusi, i senzatetto, greci e immigrati, sono sempre più numerosi. Il razzismo e l'ostilità nei confronti degli immigrati aumentano: Alba Dorata, che ha pericolosi agganci e appoggi anche dentro la polizia, manda all'ospedale Caterina, la figlia del commissario perché difende, in qualità di avvocato, degli africani. Mentre leggi, un brivido ti corre lungo la schiena perché sai che tutto questo sta accadendo veramente in Grecia e potrebbe accadere anche qui.
venerdì 5 giugno 2015
I quarant'anni di Mister No
Quarant'anni e non sentirli. Tanti ne sono passati da quando il personaggio creato da Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) esordì nelle edicole italiane nel giugno del 1975. Fu una piccola rivoluzione per la casa editrice milanese, perché per la prima volta lo scenario su cui si muoveva il protagonista non era il West dell'Ottocento bensì la giungla amazzonica e, in generale, il Sud america degli anni Cinquanta del Novecento. In realtà anche la fitta selva brasiliana era una Frontiera, così come lo era stato il selvaggio West degli Stati Uniti, con tanto di nativi che arretravano e soccombevano di fronte all'avanzata dell'uomo bianco. Scenario e tempi diversi, ma stessi gravi problemi. La differenza stava però nel personaggio protagonista. Jerry Drake era completamente diverso dai suoi predecessori Tex e Zagor, a partire proprio dal suo soprannome. Da una parte scanzonato e amante del divertimento, dall'altro incapace di sopportare ogni tipo di ipocrisia e ingiustizia. Un bastian contrario di professione che non si tirava indietro di fronte ad un sopruso così come non si faceva scappare una bella ragazza. Molti lo hanno definito il primo anti-eroe di casa Bonelli, predecessore, in questo, di quel Ken Parker, così tanto amato dal sottoscritto, che arrivò due anni dopo. I due hanno in comune la pratica del dubbio, ovvero l'abilità (perché di questo si tratta, in fondo) di mettere in discussione le proprie idee di fronte ad un punto di vista diverso.
Forse è questa la vera novità per un personaggio Bonelli, privo, fino ad allora, di ogni incertezza o esitazione, sempre pronto e sicuro di sé nel sapere cosa fare di fronte ai casi della vita. Mister No non è così. Certo, non tentenna quando deve intervenire in difesa del più debole: si butta a capofitto senza preoccuparsi delle conseguenze negative verso se stesso. Ma gli manca la capacità (quasi soprannaturale, direi) di sapere sempre quello che è giusto fare. Ogni tanto anche lui, come noi, si prende delle belle cantonate, e poi ne paga le conseguenze. Un personaggio più umano, quindi, più vicino a noi, con il quale possiamo immedesimarci più facilmente. A questo aspetto, credo sia dovuto il suo successo. E al fatto che dietro alle sue avventure troviamo sempre la presenza di Sergio Bonelli e della sua sconfinata passione per i luoghi visitati lungo i suoi viaggi. Mister No è genuino perché è creatura diretta e spontanea dell'uomo Sergio Bonelli e di quello che ha vissuto in Sud America e in Africa (affascinanti le storie di Mister No ambientate nel Continente Nero).
Mister No è quindi un personaggio ancora moderno, che non stonerebbe affatto vicino agli altri presenti oggi nelle edicole, anzi, alcuni li sotterrerebbe. Si è parlato di un suo ritorno con un albo speciale a colori il prossimo settembre: me lo auguro con tutto il cuore.
PS: Per me, il volto di Mister No è quello del suo creatore grafico Gallieno Ferri. Poi vengono Franco Bignotti e Bruno Marraffa, mentre non ho mai amato il Jerry Drake disegnato da Roberto Diso.
domenica 31 maggio 2015
La retorica della guerra
"Le motivazioni per cui gli uomini muovono guerra sono sempre le stesse: territorio e supremazia. Il resto è solo retorica…
Non cercare nobili ideali in questa strage. Qui non ci sono buoni e cattivi"Di questi tempi sono queste le parole che mi vengono in mente. Le pronuncia lo Scuro nell'albo Il fronte di pietra, il terzo della collana semestrale a fumetti Lilith di Luca Enoch, pubblicato a novembre del 2009 per la Sergio Bonelli Editore. La storia è ambientata durante la Prima Guerra Mondiale prima sul fronte carnico e poi carsico e ne fa rivivere tutto l'orrore. Ma sembra che opere come questa non servano a nulla. Una settimana fa, il 24 maggio, si è celebrato l'ingresso in guerra dell'Italia. A Trieste grande schieramento di forze da parte dell'Esercito Italiano in Piazza Unità, a due passi dalla via intitolata a Luigi Cadorna, il macellaio che diresse quello stesso esercito un secolo fa. A Gorizia, il giorno prima, un corteo di Casapound sfilava per le vie cittadine per rivendicare l'italianità di quelle terre. I fascisti del terzo millennio leggono la Storia a loro piacimento, come fecero d'altronde quelli del secondo, accompagnando e accentuando con la violenza il processo di italianizzazione di Trieste e Gorizia imposto dal Regno d'Italia a partire dal 1918.
Quanta ignoranza nasconde tutta questa retorica! I miei bisnonni cominciarono la Prima Guerra Mondiale un anno prima, nel 1914. L'Impero Austroungarico, nel quale erano nati, li aveva arruolati nelle fila del suo esercito e li aveva inviati a combattere in Galizia, contro i Russi. Tornarono tutti, per loro fortuna, qualcuno parecchi anni dopo quando ormai lo si dava per morto, e ritrovarono un nuovo padrone: i talians! Mia nonna, nata anch'essa austroungarica, ha sempre chiamato sua cognata Maria con l'appellativo di "la taliane", perché veniva da Palmanova, cittadina anch'essa friulana, ma appartenente al Regno d'Italia già dal 1866, dopo che l'Italia sconfisse l'Austria nella Terza Guerra d'Indipendenza. Ancora oggi alcuni chiamano la Prima Guerra Mondiale con l'espressione Quarta Guerra d'Indipendenza, perché, secondo loro, si completò il processo di liberazione degli ultimi territori italiani rimasti sotto l'Austria: Trento, Trieste e Gorizia. Ma molti non sanno che da queste parti, Trieste e Gorizia, le genti si son mescolate per secoli. Minoranza e maggioranza linguistica son stati concetti fluidi e anche poco significativi. Ma utilizzati ad arte dai politici per giustificare le guerre. Gorizia, nel 1915, aveva circa 30.000 abitanti, di cui meno di metà italiani (comprendendo in questo gruppo anche i cittadini di madrelingua friulana), 11.000 sloveni, 3.000 di lingua tedesca e 2.000 di altre nazionalità. La sua provincia si estendeva dalla bassa pianura friulano-isontina (italiana) a ovest fino ai colli e ai monti a est, nord-est (sloveni). Ed era così da secoli. Che cosa c'era quindi da liberare? E soprattutto da chi? Chiedetelo agli sloveni finiti sotto il Regno d'Italia dopo la Grande Guerra. Chiedete loro come si videro restringere i propri diritti, la libertà di esprimersi nella propria lingua. Chiedete cosa fecero i fascisti in quelle terre. Le risposte non saranno consolatorie.
In contemporanea al corteo di Casapound del 23 maggio, un corteo multiculturale di antifascisti sfilava attraverso le vie di Gorizia. Spiccava l'assenza di tanti partiti, sindacati e associazioni che si mostrano antifascisti solo durante le manifestazioni delle ricorrenze ufficiali. Lo sdoganamento di Casapound è ormai nei fatti. E la retorica della vittoria e dell'italianità che ha sfruttato in questi giorni gli ha giovato. E tutto questo mi provoca molta tristezza, perché per me essere antifascisti è una cosa naturale, semplice, data. Non c'è niente da spiegare, così come non ti domandi perché respiri: lo fai e basta. Tranquillamente. Mi domando cosa direbbero mio nonno Arturo, Primo Levi, Italo Calvino, Cesare Pavese, Elio Vittorini o Beppe Fenoglio. se, per assurdo, si affacciassero in questo mondo. Niente di buono, credo. Ma forse si potrebbe cogliere l'occasione per invitarli a raccontare ancora le loro storie. Ne abbiamo tanto bisogno.
Etichette:
Beppe Fenoglio,
Bonelli,
Cesare Pavese,
diritti,
Elio Vittorini,
fascismo,
fumetti,
Gorizia,
guerra,
Italo Calvino,
libertà,
Lilith,
Luca Enoch,
Primo Levi,
retorica,
Trieste
domenica 17 maggio 2015
There Must Be a Better World Somewhere
Il suo album che preferisco è Deuces Wild, un cd di duetti del 1997. In ogni canzone B.B. King è affiancato da un artista d'eccezione: Van Morrison, Dr. John, Eric Clapton, Tracy Chapman, The Rolling Stones, solo per citarne alcuni. Lo ascolto quando sono triste, perché ogni pezzo mi comunica gioia, la gioia che B.B. King sapeva trasmettere con la sua musica. Si tratta di un dono raro, che solo pochi possiedono. Quando sono giù, la musica di B.B. King mi suggerisce che c'è un mondo migliore da qualche parte. E allora io mi alzo e vado a cercarlo. Grazie B.B.
venerdì 1 maggio 2015
NovaLudica: la creatività e il divertimento conquistano Palmanova
Sabato 2 e domenica 3 maggio 2015 si tiene a Palmanova, la suggestiva città in provincia di Udine, la prima edizione di un festival dedicato alla creatività e al divertimento. Il titolo prende il nome dall'associazione NovaLudica che lo organizza: "NovaLudica Atto I. Palmanova: la Fortezza del divertimento".
La manifestazione si divide in diverse sezioni dedicate al fumetto, ai giochi, al cinema e all'immagine, alla musica, ai bambini e ai cosplayer. L'evento si svolge nell'affascinante centro storico della città stellata.
Nell'area fumetto, curata da Roberto Franco, saranno presenti in qualità di ospiti Giorgio Cavazzano, Casty, Matteo Alemanno, Bepi Vigna e Romeo Toffanetti, che incontreranno il pubblico nel Palazzo Municipale nell'ambito di una serie di incontri (qui il programma completo).
Fra questi segnalo "La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione", domenica 3 maggio alle 15, con Romeo Toffanetti e Bepi Vigna, durante il quale il sottoscritto vestirà i panni di moderatore.
sabato 25 aprile 2015
70 anni dopo: la Resistenza di Arturo
Son passati 70 anni da quel 1945. Questa è una storia di Resistenza e di dignità, una fra le tante alle quali saremo sempre debitori.
domenica 12 aprile 2015
Ken Parker, alla fine
Questo è un post emotivo e riguarda Fin dove arriva il mattino, il volume finale della collana Ken Parker, edita da Mondadori. Chi non vuole conoscere nessuna anticipazione sui suoi contenuti, abbandoni qui e ora la lettura.
Questo è un post emotivo. Non si prefigge alcun commento tecnico sulla storia: d'altronde non sono un critico di fumetti e questo blog non ha mai avuto l'ambizione di esserlo. Questo blog è nato come omaggio a Ken Parker, il mio fumetto preferito, ma è stato anche un posto dove mettere nero su bianco le mie impressioni di lettore appassionato di fumetti. E anche questa che sto scrivendo è un'impressione, ma ricca di emozioni, molto più del solito. Il perché è ovvio: l'umana avventura di Ken ha avuto un termine. L'ho atteso per tanti anni, questo epilogo. Ho intervistato anche i due autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, sperando vanamente e ingenuamente di estorcere qualcosa. E poi finalmente è accaduto. Venerdì sera, 10 aprile, ho atteso che ogni rumore della casa scemasse e ho girato la copertina di Fin dove arriva il mattino. Ogni tavola è stata una sassata emotiva. Rivedere libero Ken mi ha suscitato un grande sollievo. Riconoscere il suo profilo, seppur stanco, sul cavallo e poi il primo piano del suo viso mi ha commosso. E' stato come riabbracciare un vecchio amico, che si sapeva lontano e si dubitava perfino di poter ritrovare. E invece Ken era di nuovo in sella e io a fianco a lui.
E poi si è sviluppata l'ultima avventura di Ken. Una storia durissima, violenta, un pugno nello stomaco. Una storia in cui Ken si mostra in tutta la sua fragilità. Vent'anni di prigione cambiano irrimediabilmente una persona. E nemmeno Ken sfugge a questa regola. Come potrebbe? Ken non è mai stato un invincibile eroe, ma è stato sempre e soltanto un uomo, con tutti i difetti e tutti gli ideali, con tutti gli errori e tutti gli slanci di cui un essere umano è capace. Questo è Ken: non un personaggio di carta, ma una persona vera, viva, reale. Solo una persona reale con i suoi sessant'anni, e non un eroe di carta con la sua eternità, avrebbe potuto sopportare le violenze che i suoi ex compagni di galera, più giovani e numerosi di lui, perpetravano sistematicamente sulle due donne che avevano rapito. Un lettore che non conosce Ken avrebbe perfino potuto pensare ad una sua complicità, si sarebbe domandato "Ma che razza di personaggio è questo Ken? Perché non reagisce subito, salva le donne e uccide tutti i cattivi?". Perché non può, perché non ce la fa, perché deve aspettare il momento propizio per provarci. E quando questo si presenta, non esita a giocarsi il tutto per tutto per tentare di salvarle. E ci riesce: le donne, Olivia la madre e Frances la figlia, sono vive e gli ex galeotti tutti morti. Non li ha uccisi tutti Ken, non avrebbe potuto nelle sue condizioni, una mano gliel'ha data lo sceriffo e la posse che stavano dando loro la caccia.
Ma alla fine capita l'imponderabile. L'imprevedibilità della vita, quell'elemento della nostra esistenza che sa regalare grandi gioie ma anche profondi dolori, ciò che, secondo Sartre, rende possibile la nostra libertà di uomini, ci porta via Ken. Non è immaginabile il dolore prodotto dalle ultime tavole di Fin dove arriva il mattino. E' lo stesso che si prova quando muore un amico, quando rimani solo, quando sai che non lo rivedrai mai più. Perché è così: non rivedremo Ken mai più, in nessuna altra storia, perché Ken è morto. Ma abbiamo avuto il privilegio di essergli a fianco mentre ci lasciava. Dopo tanto dolore nelle tavole precedenti, e nonostante la fine stia ormai per arrivare, Ken ci lascia con grande dignità. Forse è proprio questo aspetto che mi ha commosso di più. La luce dopo tante tenebre, è data ancora una volta dall'ennesimo gesto di umana solidarietà con cui Ken ci saluta. Seduto con la schiena appoggiata alla ruota di un carro, la casacca bianca ormai intrisa del suo sangue, Ken chiede a Olivia di poterle tenere la mano. Avevamo capito, lungo la storia, che fra i due era nato un sentimento e, un po', avevamo sperato in un lieto fine. Ma Ken non ha mai avuto dei finali consolatori, Ken non è nato per confortarci, ma per raccontare la vita, le persone, con tutto il bene e il male che ci sta dentro. L'ultimo Ken che ci si para davanti agli occhi è lì, con una donna al suo fianco, a cui tiene stretta la mano, e di fronte a loro l'alba, le prime luci del mattino. Ken sta per morire ma è sereno. Sa di aver vissuto con pienezza la sua vita, di aver dato tutto quello che poteva dare, di aver cercato, con tutti i propri limiti, di rendere il proprio mondo un po' migliore, di essersi speso per gli altri, di aver gioito con loro e di aver pianto per loro. E quindi può morire in pace, privilegio di pochi.
Non c'era altra fine possibile per Ken Parker. Alcuni lettori in rete si stanno già lamentando che non è giusto che Ken dopo vent'anni di prigione muoia così, che era suo diritto, dopo tante sofferenze, poter continuare a vivere, magari vicino al figlio Teddy o all'indimenticabile Pat. Altri accusano Berardi e Milazzo di essere stati irriconoscenti nei loro confronti e nella loro quasi ventennale pazienza, tradita da una fine così tragica del loro eroe. Altri ancora pensano che fino a quando non si vedrà un certificato di morte di Ken, allora si può ancora sperare in una ricomparsa di Lungo Fucile. Cazzate! Grandi, enormi cazzate! Cazzate scritte da chi considera Ken come un classico personaggio d'avventura del fumetto popolare, dimostrando di non averlo per niente capito. Ken non c'entra niente con gli eroi dei fumetti che conosciamo. Ken è andato oltre, anzi, non ci è mai arrivato ad essere un eroe perché lui è, semplicemente, una persona. Che vive, e che poi muore. E Fin dove arriva il mattino è la storia della sua morte. E non rompete le palle con i disegni di Milazzo che son troppo espressionistici e che le mani son troppo grosse e che questo e che quell'altro. I disegni di Milazzo rendono tutta l'intensità e la tragicità della storia. E le due tavole finali sono le più belle che abbia mai disegnato.
Questo è un post emotivo, un post di uno che ha amato tanto Ken Parker, che l'ha considerato come un amico, un compagno di viaggio, una persona con cui confrontarsi. E che adesso lo saluta, per l'ultima volta.
So long, Ken!
Questo è un post emotivo. Non si prefigge alcun commento tecnico sulla storia: d'altronde non sono un critico di fumetti e questo blog non ha mai avuto l'ambizione di esserlo. Questo blog è nato come omaggio a Ken Parker, il mio fumetto preferito, ma è stato anche un posto dove mettere nero su bianco le mie impressioni di lettore appassionato di fumetti. E anche questa che sto scrivendo è un'impressione, ma ricca di emozioni, molto più del solito. Il perché è ovvio: l'umana avventura di Ken ha avuto un termine. L'ho atteso per tanti anni, questo epilogo. Ho intervistato anche i due autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, sperando vanamente e ingenuamente di estorcere qualcosa. E poi finalmente è accaduto. Venerdì sera, 10 aprile, ho atteso che ogni rumore della casa scemasse e ho girato la copertina di Fin dove arriva il mattino. Ogni tavola è stata una sassata emotiva. Rivedere libero Ken mi ha suscitato un grande sollievo. Riconoscere il suo profilo, seppur stanco, sul cavallo e poi il primo piano del suo viso mi ha commosso. E' stato come riabbracciare un vecchio amico, che si sapeva lontano e si dubitava perfino di poter ritrovare. E invece Ken era di nuovo in sella e io a fianco a lui.
E poi si è sviluppata l'ultima avventura di Ken. Una storia durissima, violenta, un pugno nello stomaco. Una storia in cui Ken si mostra in tutta la sua fragilità. Vent'anni di prigione cambiano irrimediabilmente una persona. E nemmeno Ken sfugge a questa regola. Come potrebbe? Ken non è mai stato un invincibile eroe, ma è stato sempre e soltanto un uomo, con tutti i difetti e tutti gli ideali, con tutti gli errori e tutti gli slanci di cui un essere umano è capace. Questo è Ken: non un personaggio di carta, ma una persona vera, viva, reale. Solo una persona reale con i suoi sessant'anni, e non un eroe di carta con la sua eternità, avrebbe potuto sopportare le violenze che i suoi ex compagni di galera, più giovani e numerosi di lui, perpetravano sistematicamente sulle due donne che avevano rapito. Un lettore che non conosce Ken avrebbe perfino potuto pensare ad una sua complicità, si sarebbe domandato "Ma che razza di personaggio è questo Ken? Perché non reagisce subito, salva le donne e uccide tutti i cattivi?". Perché non può, perché non ce la fa, perché deve aspettare il momento propizio per provarci. E quando questo si presenta, non esita a giocarsi il tutto per tutto per tentare di salvarle. E ci riesce: le donne, Olivia la madre e Frances la figlia, sono vive e gli ex galeotti tutti morti. Non li ha uccisi tutti Ken, non avrebbe potuto nelle sue condizioni, una mano gliel'ha data lo sceriffo e la posse che stavano dando loro la caccia.
Ma alla fine capita l'imponderabile. L'imprevedibilità della vita, quell'elemento della nostra esistenza che sa regalare grandi gioie ma anche profondi dolori, ciò che, secondo Sartre, rende possibile la nostra libertà di uomini, ci porta via Ken. Non è immaginabile il dolore prodotto dalle ultime tavole di Fin dove arriva il mattino. E' lo stesso che si prova quando muore un amico, quando rimani solo, quando sai che non lo rivedrai mai più. Perché è così: non rivedremo Ken mai più, in nessuna altra storia, perché Ken è morto. Ma abbiamo avuto il privilegio di essergli a fianco mentre ci lasciava. Dopo tanto dolore nelle tavole precedenti, e nonostante la fine stia ormai per arrivare, Ken ci lascia con grande dignità. Forse è proprio questo aspetto che mi ha commosso di più. La luce dopo tante tenebre, è data ancora una volta dall'ennesimo gesto di umana solidarietà con cui Ken ci saluta. Seduto con la schiena appoggiata alla ruota di un carro, la casacca bianca ormai intrisa del suo sangue, Ken chiede a Olivia di poterle tenere la mano. Avevamo capito, lungo la storia, che fra i due era nato un sentimento e, un po', avevamo sperato in un lieto fine. Ma Ken non ha mai avuto dei finali consolatori, Ken non è nato per confortarci, ma per raccontare la vita, le persone, con tutto il bene e il male che ci sta dentro. L'ultimo Ken che ci si para davanti agli occhi è lì, con una donna al suo fianco, a cui tiene stretta la mano, e di fronte a loro l'alba, le prime luci del mattino. Ken sta per morire ma è sereno. Sa di aver vissuto con pienezza la sua vita, di aver dato tutto quello che poteva dare, di aver cercato, con tutti i propri limiti, di rendere il proprio mondo un po' migliore, di essersi speso per gli altri, di aver gioito con loro e di aver pianto per loro. E quindi può morire in pace, privilegio di pochi.
Non c'era altra fine possibile per Ken Parker. Alcuni lettori in rete si stanno già lamentando che non è giusto che Ken dopo vent'anni di prigione muoia così, che era suo diritto, dopo tante sofferenze, poter continuare a vivere, magari vicino al figlio Teddy o all'indimenticabile Pat. Altri accusano Berardi e Milazzo di essere stati irriconoscenti nei loro confronti e nella loro quasi ventennale pazienza, tradita da una fine così tragica del loro eroe. Altri ancora pensano che fino a quando non si vedrà un certificato di morte di Ken, allora si può ancora sperare in una ricomparsa di Lungo Fucile. Cazzate! Grandi, enormi cazzate! Cazzate scritte da chi considera Ken come un classico personaggio d'avventura del fumetto popolare, dimostrando di non averlo per niente capito. Ken non c'entra niente con gli eroi dei fumetti che conosciamo. Ken è andato oltre, anzi, non ci è mai arrivato ad essere un eroe perché lui è, semplicemente, una persona. Che vive, e che poi muore. E Fin dove arriva il mattino è la storia della sua morte. E non rompete le palle con i disegni di Milazzo che son troppo espressionistici e che le mani son troppo grosse e che questo e che quell'altro. I disegni di Milazzo rendono tutta l'intensità e la tragicità della storia. E le due tavole finali sono le più belle che abbia mai disegnato.
Questo è un post emotivo, un post di uno che ha amato tanto Ken Parker, che l'ha considerato come un amico, un compagno di viaggio, una persona con cui confrontarsi. E che adesso lo saluta, per l'ultima volta.
So long, Ken!
Etichette:
fumetti,
Giancarlo Berardi,
Ivo Milazzo,
Ken,
Mondadori
martedì 7 aprile 2015
Il Canto di Natale di Ken Parker, prima della fine
Canto di Natale ha rappresentato una speranza, anzi di più, una certezza per noi lettori. Dopo oltre quindici anni Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo davano alle stampe un episodio inedito di Ken Parker. I due creatori del personaggio presero a prestito un titolo dickensiano per regalarci una storia contenuta all'interno di un lussuoso (e costoso) portfolio di dodici tavole a colori e di grande formato, pubblicato da Spazio Corto Maltese Edizioni. Lucca Comics & Games del 2013 fu la cornice ideale per presentare questa piccola perla, e per annunciare che l'umana avventura di Lungo Fucile avrebbe finalmente avuto un termine. Nella primavera successiva, infatti, Mondadori varò la collana settimanale Ken Parker, con l'intento di riproporre l'intera saga del biondo trapper, riveduta e corretta dagli autori stessi. Quarantanove volumi si sono succeduti fino ad oggi, permettendo ai vecchi lettori come me di cavalcare ancora insieme a Ken lungo le piste che conoscevamo bene. È stato un viaggio affascinante che ci ha portati a pochi giorni dalla pubblicazione di Fin dove arriva il mattino, l'episodio finale, la storia inedita, il cinquantesimo volume conclusivo della collana. Venerdì 10 aprile 2015 le edicole, le fumetterie e le librerie distribuiranno l'ultima storia di Ken. Sappiamo già che è ambientata in Montana nel 1908, sappiamo che Ken è libero e che il suo viso mostra i segni degli oltre sessant'anni trascorsi.
È un sollievo saperlo fuori da quel mondo carcerario in cui, invece, Canto di Natale lo vede sempre recluso. Ancora una storia senza speranza, quella raccontata da Berardi e Milazzo nelle dodici tavole del 2013, oggi ripubblicate da Mondadori nel volume numero 49 della collana, intitolato La grande avventura - parte seconda. Le mura delle prigioni di stato del Montana nascondono una storia di violenta e crudele sopraffazione da parte di Finney, una guardia carceraria, ai danni di Lyle, un detenuto compagno di Ken. Successivamente alla morte di Lyle, Ken e gli altri reclusi decidono di reagire. Le voci del coro dei galeotti, costretti dal direttore del penitenziario ad intonare il canto natalizio Silent night, coprono le urla di Finney, vittima della vendetta dei detenuti. Ken si rende corresponsabile di un omicidio premeditato, contraddicendo quindi i propri ideali. Ma Ken è un uomo, e sta vivendo all'interno di un universo dove non esistono regole civili, dove vige solo il sopruso e l'arbitrio del più forte nei confronti del più debole. E Ken, in quanto debole, deve quindi difendersi, deve tutelare se stesso e quelli come lui. L'omicidio di Finney è dettato certamente dalla rabbia violenta e dal desiderio di vendetta. Ma è nello stesso tempo un atto di difesa, di protezione della propria vita, di dimostrazione della propria capacità di reazione, del proprio istinto di sopravvivenza. E' un atto sì calcolato e progettato con la ragione, ma è figlio dell'istinto.
Il tratto espressionistico di Milazzo, qui ancora più sporco, è tutt'uno con la narrazione. La fusione del disegno con il mood nero della storia è massimo. La luce si apre solo nella tavola finale, quando Ken e compagni raccontano una pietosa menzogna alla vedova di Lyle circa le cause della sua morte. Nell'ultima vignetta, nelle lacrime di Ken che stringe fra le braccia la figlia neonata di Lyle, nelle parole che pronuncia "È tanto tempo... tanto tempo...", ritroviamo tutta la sua umanità. Dopo tanto tempo e tanti episodi di violenza e disumanità, Ken tiene in mano qualcosa di pulito, di innocente, un germe di speranza e di fiducia verso l'uomo. E le lacrime non possono che sgorgare, tanto in lui, quanto in noi.
sabato 4 aprile 2015
Coney Island: la prima mini-miniserie targata Bonelli
Assolve perfettamente il compito La pupa e lo sbirro, primo episodio su tre di Coney Island, storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, un trio di artisti con i quali si va sul sicuro, già rodato a lungo sulle pagine dell'indimenticabile Magico Vento. La serie western godette dell'apporto decisivo di validissimi disegnatori, come Ivo Milazzo, Jose Ortiz, Goran Parlov o Pasquale Frisenda, ma le matite di Barbati e le chine di Ramella costituirono per me il marchio di fabbrica grafico di Magico Vento: quando tuttora penso allo sciamano bianco dei Sioux, lo vedo nell'interpretazione che ne diedero i due.
Rende molto tristi sapere di avere fra le mani l'ultima fatica di Barbati, prematuramente scomparso pochi mesi fa. Ci lascia un'opera nella quale ancora una volta, grazie anche al lavoro di Ramella, la resa grafica dei personaggi e delle scene di insieme, soprattutto quelle più corali, si fondono perfettamente con la storia, ne danno spessore e sostanza. Merito certamente anche del soggetto e della sceneggiatura, ovvero di Gianfranco Manfredi. L'ambientazione, personalmente, non è fra le mie preferite: la New York dei primi Anni Venti e le gangster stories non mi hanno mai particolarmente attratto. Ma qui sono stato colpito fin dalla prima tavola dalla presentazione di uno dei protagonisti, lo sbirro Jack Sloane che, per far cantare i delinquenti, non esita ad usare le maniere forti. La psicologia del detective è tratteggiata con rapidi tocchi e dopo poche tavole abbiamo già capito di che tipo si tratta: brusco, duro ed onesto. Uno che la confusione dello sfolgorante luna park di Coney Island non l'avrebbe nemmeno sfiorata, se a chiederglielo non fosse stata la pupa Brenda Young, una ragazza di provincia, una farfalla attratta dalle luci della Grande Mela, ma finita in un giro più grande di lei.
I destini dei due protagonisti si sono lambiti a lungo nel bar dove lo sbirro si rilassa alla fine del turno e la pupa lavora come cameriera, fino a quando un insperato invito di Brenda porta i due ad immergersi nel caos di Coney Island. Spettacolari le tavole nelle quali Barbati e Ramella rappresentano la folla che riempie il luna park e le sue attrazioni. Il tema dei gangster e della mafia c'è ed è certo fondamentale, ma Manfredi inserisce altri spunti che rendono la storia molto accattivante. Innanzitutto documenta, attraverso la figura di Brenda, un fenomeno sociale che si stava sviluppando in quegli anni, ovvero la figura di donna emancipata, libera ed indipendente, fatto del tutto nuovo e inimmaginabile fino a pochi anni prima. E poi arricchisce la trama con dei personaggi interessanti, come il mago illusionista Mister Frolic e il motociclista acrobatico Speedy, che introducono nella storia degli elementi legati al paranormale e al mistero, tali che l'attesa del secondo albo, Al Capone ringrazia, è già altissima.
Ciliegina sulla torta: l'evocativo disegno di copertina di Corrado Mastantuono.
Etichette:
Bonelli,
Bruno Ramella,
Coney Island,
Corrado Mastantuono,
fumetti,
gangster story,
Gianfranco Manfredi,
Giuseppe Barbati,
Goran Parlov,
Ivo Milazzo,
Jose Ortiz,
Le Storie,
Magico Vento,
Pasquale Frisenda
Iscriviti a:
Post (Atom)






















