venerdì 12 novembre 2010

Corto, Ken e Lugano

Il bel post della Fumettista curiosa, la brava disegnatrice Patrizia Mandanici, mi ha suscitato un bel ricordo legato a Corto Maltese, Ken Parker e Lugano. Siamo nel 2003, l'11 ottobre, sono diretto con mia moglie a Lugano. Che ci facciamo da quelle parti così poco friul/giuliane (toh! ho coniato un neologismo che forse metterà d'accordo friulani e triestini...) e in periodo non proprio di vacanza estiva? Semplice: allora vivevamo a Gallarate per lavoro e quel sabato convinco mia moglie ad accompagnarmi ad una manifestazione di fumetti che si tiene proprio a Lugano: Manorfumetto. Il nome lo deve ad un grande magazzino, Manor appunto, che ospita la rassegna fumettistica. Un posto un po' insolito, mi son detto, mentre costeggio il lago, per presentare tavole, autori e incontri legati al mondo delle nuvole parlanti.
Mi scrollo di dosso questa perplessità pensando ai tre buoni motivi che mi hanno convinto ad andare. Il primo è la curiosità suscitata dal tema cui è dedicata la manifestazione stessa : Corto Maltese, con esposte delle tavole originali di Pratt e l'interpretazione che dodici disegnatrici danno del marinaio giramondo. Il secondo è la presenza di un ospite d'eccezione, ovvero Giancarlo Alessandrini che, insieme al triestino Franco Devescovi, è il miglior autore grafico di uno dei personaggi che per più tempo mi hanno accompagnato lungo la mia vita di lettore di fumetti: Martin Mystere. Il terzo e ultimo sprone, il più emozionante per me, è la presenza di un altro ospite di peso: nientepopodimenoche Giancarlo Berardi, il creatore del mio amato Ken. Finalmente lo posso incontrare e inondare di domande relative a Lungo Fucile ed anche a Julia. Me ne son già preparate parecchie.
 
Parcheggio e mi dirigo verso il centro della città ticinese con grande trepidazione. Individuo il grande magazzino, un edificio di più piani, entro e vedo solo scaffali colpi di merce e acquirenti che ci bighellonano intorno poco convinti. La mia perplessità riguardo alla location aumenta, mentre capisco che la mostra e gli incontri si trovano ad un piano superiore. Prendo l'ascensore e finalmente arrivo alla meta. Qui rivedo un po' le mie riserve. In un ampio spazio centrale sono esposte le varie prove delle disegnatrici: davvero interessante confrontare i lavori di chi ha scelto una storia sviluppata su due tavole (come la stessa Patrizia Mandanici che ha riportato al giorno d'oggi Pandora, o Laura Scarpa con i suoi giochi di ombre, o Silvia Ziche col suo tratto grottesco, o Vanna Vinci che ha scelto per il marinaio un monologo) o di chi invece ha espresso l'atmosfera del personaggio prattiano in una singola realizzazione (o meglio due disegni per ciascuna) (come Luisa Zancanella con il suo onirico blu intenso,o come Laura Zuccheri che ha fatto incontrare Corto con Julia, da lei disegnata sull'albo mensile Bonelli). Ci rimugino un po' su e concludo che non è affatto una cattiva idea inserire una rassegna fumettistica all'interno di un grande magazzino: in fondo è sempre un modo per far conoscere questo mondo di carta disegnata e parlata ad un pubblico che magari soltanto lo sfiora e che si è fatto anche un sacco di pregiudizi. Chi meglio di Corto, con le sue atmosfere così suggestive e avventurose, può avvicinare il distratto acquirente del sabato pomeriggio?
 
Ken disegnato da Alessandrini: numero 28 "Il caso di Oliver Price"
Mentre ho già perso di vista mia moglie, comincio ad informarmi riguardo all'arrivo delle due guest star Alessandrini e Berardi . Il primo l'ho già individuato: sta seduto davanti ad un tavolo insieme alla moglie Luisa Zancanella, armati entrambi di matita e foglio bianco, atti a rendere felici una schiera di appassionati che attendono con ansia il proprio turno per farsi dedicare uno schizzo del proprio eroe. Mi dico che fra poco mi aggregherò anch'io, ma non prima di aver capito quando potrò finalmente incontrare Berardi. Nella mia testa è come se lui venisse apposta per incontrare me, anziché il contrario... mi rendo conto che l'emozione di vederlo sta cominciando a farmi dare i numeri. Mi calmo e mi informo. No! Ecco... lo sapevo... Una tremenda notizia si abbatte su di me, peggio di una grandinata che ti fa bubboni così sull'auto, peggio di vedere a Novantesimo che la Fiorentina ha perso in casa con la Juve all'ultimo minuto su rigore inesistente, molto peggio.... Lo sciopero delle ferrovie dello stato italiane ha bloccato Berardi a Genova.... Non ci posso credere.... Lascio da parte per un momento la mia tessera della CGIL e stramaledico con tutti gli improperi possibili (ma senza farmi sentire) tutti i ferrovieri che fanno sciopero proprio quando tu non vuoi.... Mi calmo di nuovo, mi pento per i cattivi pensieri chiedendo scusa ai lavoratori che avranno le loro legittime ragioni di scioperare.... (porc!!!), decido di consolarmi accodandomi, spalle curve ed espressione addolorata, agli appassionati in fila per i coniugi Alessandrini....
Dopo un po' di attesa, tocca a me. Decido di vendicarmi sull'incolpevole Alessandrini, facendogli una richiesta un po' insolita: “Mi fa Ken Parker, per favore?”. Alessandrini ha disegnato nel passato alcune storie di Lungo Fucile, e con grande successo secondo me, ma è stato molti anni fa. Mi guarda un po' accigliato, le sue labbra dipingono una smorfia di lieve disappunto ma, con un guizzo negli occhi, mi risponde:”Lei vuole mettermi in difficoltà! Ma accetto la sfida... vediamo cosa viene fuori dopo tanto tempo...”.



Il risultato lo vedete qui sopra: mentre sta componendo il disegno mi dice di non avere più nelle mani il personaggio di un tempo, così mi crea un Ken che è molto Martin Mystere (di Lungo Fucile ci sono sicuramente la casacca e lo sfondo western, non certo la chioma). Sono contentissimo lo stesso! Posso dire di avere un Martin inedito o un Ken mysterizzato. Lo ringrazio e gongolando vado a cercare mia moglie.
Sulla strada del ritorno faccio il bilancio della giornata. Mi consolo pensando di aver centrato due obiettivi su tre: ho ammirato le opere di dodici disegnatrici italiane che si son cimentate su un tema affascinante e ho incontrato un disegnatore che stimo fin da quando ero ragazzino. Ho mancato però Giancarlo Berardi: mi dico che prima o poi lo incrocerò, anche se forse non è così importante. In fondo sono anni che ogni mese lo incontro sulle pagine di Julia, apprezzandone la creatività, la sensibilità e le idee. Posso dire quindi di frequentarlo assiduamente e di conoscerlo bene.....

martedì 9 novembre 2010

La ricchezza di un paese

In un periodo di crisi economica quale quello che stiamo vivendo, siamo angosciosamente bombardati da dati riguardanti il pil calcolato e quello previsto, come se l'intera economia e la nostra vita dipendesse solo da questo.

“Oggi il nostro prodotto interno lordo ha superato gli 800 miliardi di dollari. Ma questo pil include l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalle carneficine. Include le serrature speciali per le nostre porte e le prigioni per chi cerca di forzarle. Include la distruzione delle sequoie e la perdita delle nostre meraviglie naturali. Include il napalm, le testate nucleari e i mezzi blindati usati dalla polizia per reprimere le rivolte nelle nostre città. Include i programmi della tv che esaltano la violenza per vendere più giocattoli ai nostri bambini.
Il prodotto interno lordo, però, non include la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione o il piacere dei loro giochi. Non include la bellezza della nostra poesia o la forza dei nostri matrimoni, l'intelligenza del nostro dibattito politico o l'integrità dei nostri dipendenti pubblici. Non misura la nostra vivacità né il nostro coraggio, la nostra saggezza o il nostro sapere, la nostra compassione o la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, tranne quello per cui vale la pena vivere. E può dirci tutto sull'America, tranne perché siamo orgogliosi di essere americani”.
Robert Kennedy, università del Kansas, 18 marzo 1968.

Basta sostituire le parole dollari con euro, napalm con armi, testate nucleari con future centrali atomiche e America con Italia, e il pensiero di Bob Kennedy vale tranquillamente anche per il nostro paese.
L'unica espressione che probabilmente non è applicabile all'Italia è “l'intelligenza del nostro dibattito politico”. Lo era diversi anni fa, quando la nostra scena politica era calcata da altro genere di persone...


domenica 7 novembre 2010

Una gradita sorpresa

Il recente trasloco, come ho già avuto modo di scrivere, ha avuto il pregio di rimescolare i miei fumetti, consentendone ora, nella nuova ampia libreria, una maggiore fruibilità. In realtà devo fare ancora ordine e questo, nonostante possa sembrare un'operazione noiosa, si trova ad essere invece una delle attività che adoro. Infatti mi permette di ritrovare dei vecchi fumetti che non sfogliavo da tempo e di imbattermi così in gradite sorprese, come quella che mi accingo a raccontare. In punta di piedi sul bordo del divano per raggiungere lo scaffale più alto (devo assolutamente comprarmi una scala pena una futura probabile caduta), ho riscoperto una serie di numeri risalenti alla metà degli anni 80 delle riviste Orient Express e Comic Art. Me li ero procurati alcuni anni fa presso la mia fumetteria preferita, NonSoloLibri, con lo scopo, tipico del collezionista, di coprire con le pubblicazioni originali il periodo editoriale di Ken Parker successivo ai 59 albi mensili dell'Editoriale Cepim (Bonelli) e precedente alle riviste Ken Parker Magazine. Le storie in realtà le possedevo già tutte riunite all'interno della ristampa Ken Parker Serie Oro, ma erano in bianco e nero e non nel formato originale della rivista bensì in quello Bonelli. Confermo che è stato uno dei migliori acquisti che potevo fare, e ringrazio quindi il collezionista dentro di me che mi ha spinto a farlo
Me ne son reso conto sfogliando le pagine delle riviste, trovandomi con gli occhi incollati alle storie disegnate e sceneggiate da mostri sacri come Magnus, Eisner, Moebius, Jodorowsky, Micheluzzi, D'Antonio, Toppi, Pazienza, Bernet, Font, Quino, Jacobs, Bonvi, Tacconi, Giardino, Sclavi, De La Fuente, Manara e, ovviamente, Berardi e Milazzo. Piccole perle di alcune pagine ciascuna, che nel loro insieme costituiscono una collana preziosa, la rivista, corredata al suo inizio e alla fine da alcuni servizi, rubriche e interviste ad autori. Mi sembra incredibile che siano esistite delle pubblicazioni simili in Italia se le paragono a quello che si trova oggi in edicola. C'è l'eccezione della coraggiosa Animals di Laura Scarpa, che compro mensilmente fin dalla prima uscita, e che sta cercando da poco più di un anno di far breccia nel cuore e nella testa dei fumettari. Un compito arduo, perché l'epoca d'oro delle riviste di fumetti in Italia è forse tramontata per sempre. Tuttavia Animals si propone con dei validi e spesso nuovi (almeno per me) autori, di vari generi e stili che sanno suscitare ogni volta interesse e curiosità. Auguro sinceramente alla nuova rivista di avvicinarsi al successo qualitativo dei vecchi Comic Art e Orient Express, non certo a quello commerciale, visto che si trovarono costrette a chiudere da una forte crisi di vendite. Animals ha bisogno di essere acquistata e diffusa visto che nell'ultimo numero Laura Scarpa ha lamentato che non vende abbastanza per coprire i costi. Volentieri quindi la segnalo sul mio blog invitando caldamente gli appassionati di fumetti a leggerla.


Torno però all'affascinante (ri)scoperta che mi terrà impegnato nelle prossime settimane: la lettura di queste magnifiche riviste che mi fanno un po' dispiacere di non avere avuto qualche anno in più all'epoca della loro pubblicazione, in modo da essermele godute “in diretta”, e non in una così lontana differita. In ogni caso un'ulteriore piccola perla l'ho trovata subito: si tratta di un'intervista alla mia amata coppia Berardi e Milazzo, dal titolo “Cinema-fumetto, andata e ritrono: parlano quelli di Ken Parker”, del numero 23 di Orient Express uscito in luglio/agosto del 1984. E' un batti ribatti fra i due amici che parlano, fra le altre cose, dell'influenza esercitata dal cinema e dal suo linguaggio nel lavoro di entrambi, facendo emergere il loro “umanesimo”.

Dice Milazzo:

“...la difficoltà maggiore sta nel riuscire a far recitare il personaggio in modo giusto e immediato. Rispetto al cinema, nel fumetto non hai la possibilità di utilizzare il prima o il dopo dell'azione, devi riuscire a centrare il fotogramma giusto. E non è così semplice. Anche perché non mi interessano tanto gli aerei o le automobili, come ad altri disegnatori, quanto la persona, l'individuo, la recitazione, il cercare di far trasparire i sentimenti. E' questa mia attenzione alla recitazione dei personaggi che mi fa arrivare ad eliminare il contorno quando questo può distogliere il lettore dal fulcro della narrazione, il lato umano appunto. Sono i personaggi che fanno la storia”.

Come non condividere questa poetica!
Lo conferma Berardi:

“La storia è un mezzo per creare personaggi e situazioni umane. Non è che io consideri secondaria la trama del racconto, ma forse mi riesce più facile.”

Poi si sofferma sulle tecniche attraverso cui la sua sceneggiatura realizza gli intenti sopra esposti.

“..in questi anni ho sviluppato uno stile di sceneggiatura che, avendo eliminato le didascalie, racconta solo graficamente i passaggi di tempo, di luogo, di situazione, e quel che con la didascalia si risolverebbe in due righe col mio metodo richiede talvolta anche una pagina intera.”

Al giorno d'oggi queste affermazioni sembrano ovvie: se però le contestualizziamo a 25 / 30 anni fa capiamo come rappresentassero per quel periodo una novità, soprattutto per il fumetto seriale.

Milazzo infatti lo conferma:

“Giancarlo si è creato una speciale forma di punteggiatura nella pagina: ogni vignetta finale di pagina è studiata appositamente per chiudere un discorso. Il suo è uno stile di sceneggiatura letterario-cinematografico molto diverso da quello del passato, legato ad un metodo tradizionale di narrazione a libro, dove il disegno serviva solo come illustrazione del testo.”


Si intuisce qui facilmente lo stretto legame fra lo sceneggiatore e il disegnatore: il lavoro dell'uno è compenetrato assolutamente in quello dell'altro, la condivisione dell'universo stilistico è totale e reciprocamente dipendente.

Più avanti nell'intervista Berardi esprime delle considerazioni sul fumetto in generale le quali, se riportate alla nostra epoca costellata dalle cosiddette “graphic novel”, si rivelano ancora estremamente attuali:

“Purtroppo oggi nel fumetto c'è la tendenza molto funesta a trasformarsi in un mezzo d'elite, qualcosa cioè che viene fruito solo da una minoranza culturale. Tutto questo è abbastanza triste, perché quando scrivo una storia voglio farmi capire da tutti e ho piacere che venga diffusa il più possibile (e non solo per ragioni economiche, è chiaro). Ken Parker è nato come fumetto estremamente popolare, con un prezzo molto contenuto, e questo gli ha permesso di diventare il personaggio diffuso che è.”

Mi sembra molto chiaro il concetto e io lo condivido pienamente. Ken Parker voleva essere fin dalla nascita un fumetto per tutti, distribuito nelle edicole quindi, e utilizzò pertanto il formato Bonelli, che era, ed è, ben noto ai lettori italiani. Berardi e Milazzo però, ad un certo punto della vita editoriale del loro personaggio, decidono di fare un salto di stile, di formato e anche di contenuti. Lo spiega Berardi, continuando il ragionamento precedente:

“Gli ultimi numeri hanno venduto oltre 60000 copie. La decisione di cambiarne la formula editoriale, quindi, non è certo dovuta alla mancanza di vendite, ma a numerose altre ragioni. Per fare fumetti, oggi, bisogna guardare all'Europa, dove si ragiona solo in formati grandi, carta patinata e colore”

Milazzo ribadisce:

“Ne usciranno un paio di episodi all'anno, di 46 o 62 tavole, realizzati direttamente a colori, ad acquarello. Cambierà anche la mia tecnica: mi servirò del nero e del colore così da creare un equilibrio tra la vecchia serie in bianco e nero e l'episodio Cuccioli, che era proprio una festa del colore, una specie di esperimento di rottura tra la vecchia produzione e la nuova.”





Berardi continua:
 
“Ma Ken Parker cambia anche come soluzione narrativa. Dopo Sciopero e dopo l'uccisione di un poliziotto in occasione di una manifestazione sindacale, Ken dovrà fuggire. .. La soluzione mi permette di rendere più drammatica la serie e anche di sovvertire quella che era diventata un po' la filosofia del racconto alla Ken Parker, cioè di lui che arriva in un posto, osserva delle situazioni, poi dice qualche parola saggia, si mette in mezzo con qualche scazzottata. Tutto questo rischiava di diventare un cliché, cosa che ho sempre cercato di evitare in assoluto.”

Il cambiamento quindi: è sempre stata la cifra stilistica e narrativa della serie e viene confermata anche in questo passaggio così importante per la vita del personaggio. Quando lo lessi tutto d'un fiato diversi anni fa, cominciando con gli albi Bonelli, passando per le riviste e finendo con i Ken Parker Magazine, ebbi la sensazione del divenire del personaggio, della sua evoluzione continua, senza fratture ma con degli snodi ovviamente: uno è proprio quello di cui Berardi e Milazzo parlano in quest'intervista. Uno snodo importante perché riguarda la forma e il contenuto, ma del tutto coerente con ciò che era stato fino ad allora Ken Parker e con ciò che sarebbe stato nel suo futuro editoriale: una magnifica storia di una vita.

domenica 31 ottobre 2010

Il confine nella mente

Ebbene sì, questa volta il trasloco si può dire concluso. Stanotte ho dormito per la prima volta in casa "nuova" ad Opicina e solo poche cose rimangono da portare da quella "vecchia" giù in città a Trieste. Che fatica ma che soddisfazione aver riempito la nuova libreria del soggiorno, di ben 5 metri di lunghezza per 2,5 di altezza, per buona parte dei miei fumetti. Beh, sì, qualcosa l'ho dovuto concedere ai libri di mia moglie oltre che ai miei. Ma stendermi sul divano per ammirare la collezione di Ken Parker ben ordinata non ha prezzo. Finora questa infatti è l'unica ad essere stata riposta con cura e criterio: per il resto ho solo potuto suddividere le grandi serie fra di loro (Tex da Julia, Magico vento da Martin Mystere, ecc) ma i singoli fumetti o altre raccolte più piccole sono lì, sparse alla rinfusa quasi a chiedermi disperatamente un minimo di attenzione per la loro condizione così precaria. In effetti non vedo l'ora di avere un pò di tempo da dedicare alla sistemazione più accurata dei miei fumetti: mi ci vorrebbe in realtà chissà quanto perché immagino che comincerei a sfogliarli indugiando su disegni e storie che mi ricordano qualcosa o che non ho ancora letto, perdendo così di vista la meta.
Scrivevo di aessermi trasferito a Opicina, una frazione di Trieste che si trova sull'altopiano carsico, pochi chilometri sopra il capoluogo. E' un grande paese, o una piccola cittadina, dove la maggioranza delle persone sono di lingua e cultura slovena. Il confine con la Slovenia è a pochi chilometri, anzi non c'è più per fortuna. Ormai c'è la libera circolazione delle persone fra i due stati e questo fatto, in queste terre, ha significato molto. Per anni infatti, ai tempi della Jugoslavia, la cortina di ferro correva proprio lungo questi boschi, questi campi, queste contrade.
Le guardie di frontiera ti controllavano la propusnica, ovvero il lasciapassare che la gente del luogo possedeva appositamente per andare in Jugoslavia. Una volta là compravi ad un prezzo ridotto alcuni prodotti come la carne, le sigarette o la benzina. Da piccolo e da ragazzo abitavo in provincia di Gorizia e anche lì il confine ti correva accanto.
A Gorizia addirittura l'ospedale civile si trovava a pochi metri dalla frontiera e, ogni volta che ci andavo per degli esami o per delle visite, guardavo dalla finestra con curiosità mista a timore il drappello di guardie col fucile a tracolla che controllava i documenti agli automobilisti di transito nelle due direzioni. Ancora oggi quando attraverso la frontiera che non c'è sento comunque una strana spiacevole sensazione, dura solo pochi istanti ma mi disturba. Il confine è come quelle scheggie di granata che, anche se asportate dalle carni, vengono sentite ancora per anni come se fossero sempre lì presenti. Il confine psicologico non scompare con quello fisico. E allora ti rendi conto di quanto sia stato una violenza quel maledetto confine: quella linea tracciata da politici e militari che ha diviso arbitrariamente delle genti che prima avevano vissuto insieme per secoli. Ti rendi conto di quanto sangue sia stato versato per spostare quella linea di qualche chilometro più ad ovest o più ad est.
La Storia da queste parti ha scritto capitoli tragici ed aperto ferite che ancora stentano a rimarginarsi. Lo stesso quartiere di Opicina in cui adesso vivo fu edificato nel dopoguerra per ospitare i profughi istriani, realizzando una dualità con gli autoctoni sloveni che immagino non sia stata semplice all'inizio. Ora molti anni sono trascorsi e molti contrasti sono stati superati, ma la memoria del passato non va cancellata, anzi va coltivata con lo spirito di ricucire per vivere insieme.
La conoscenza è basilare per la memoria: recentemente uno scrittore triestino di lingua e cultura slovena, Boris Pahor, ha fatto molto parlare di sè, perchè finalmente i suoi romanzi, notissimi all'estero, son stati riconsociuti ed apprezzati per il loro valore anche in Italia. Devo dire la verità ed ammettere la mia ignoranza: pur essendo originario di queste parti, non avevo mai sentito nominare il suo nome, tantomeno letto i suoi libri che raccontano quanto atroce e barbaro sia stato il fascismo nei confronti delle persone di cultura slovena che abitavano a Trieste. Impedire ad una persona di esprimersi nella lingua nella quale pensa è una violenza stupida e svilente. Son rimasto letteralmente a bocca aperta quando, durante un incontro pubblico con Pahor, ho appreso dalla sua voce che lui ha studiato gli scrittori e i poeti della sua lingua madre solo dopo la caduta del fascismo, visto che le scuole di lingua slovena erano state chiuse dal regime. Mi sono immaginato io, ormai adulto, a studiare per la prima volta Dante, Leopardi, Pirandello o Primo Levi. Mi sono vergognato per quello che hanno fatto quelli che parlavano allora la mia lingua e ancor di più per quelli che ancora oggi li difendono.
E' la stessa vergogna che provo quando, ogni 25 aprile, mi reco alla Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio nazifascista presente sul suolo italiano. Sono ancora visibili le celle in cui venivano rinchiusi i prigionieri prima di essere uccisi direttamente o condotti ad Auschwitz: solo in parte restituiscono l'indicibile orrore che hanno subito i loro sfortunati reclusi, ebrei, sloveni, croati.
E' lo stesso orrore di cui ci parla Vanna Vinci nel suo Aida al confine, mirabile fumetto ambientato a Trieste che esprime tutto il dolore che ha attraversato la città e il Carso durante le due guerre mondiali, viste in un viaggio onirico e mentale di una ragazza di oggi che arriva nella città giuliana come studentessa.








Per tutti questi motivi sono felice di essermi tasferito ad Opicina, anzi ad Opčine, per scacciare dalla mia mente quell'idea spiacevole di confine che mi porto ancora addosso da quand'ero bambino, per arricchire ancora di più la mia identità con una cultura che ho sempre solo sfiorato.

lunedì 25 ottobre 2010

La Stella d'Oro e Clapton

Panino fantasia (senza prosciutto) per me, insalata greca per Lei. Birra rossa grande per me, chiara piccola per Lei, as usual. Il locale è pieno, il vociare degli avventori sale alto, ma noi ci siamo accomodati in un angolino, sopra degli alti sgabelli accanto alla cucina. La posizione è defilata e ci consente una maggiore privacy. Siamo alla Stella d'Oro, una paninoteca di Trieste, anzi di San Giovanni, uno dei rioni della città che ha mantenuto ancora il carattere di piccola comunità. E' divenuto famoso in Italia per aver “ospitato” il manicomio in cui Franco Basaglia portò a compimento la sua rivoluzione. A pochi passi dalla Chiesa, che si affaccia sul piazzale principale del quartiere, si trovano un bar, un'edicola, un negozio di alimentari, un fioraio, un macellaio, una pescheria, un piccolo teatro, una piscina e, appunto, la paninoteca. Tutto quello che serve! La Stella d'Oro ha un carattere molto “popolare”, con tutta l'accezione positiva che questo termine può avere. Non è una di quelle pretenziose paninoteche del centro, che si fanno chiamare pub e che scimmiottano i locali inglesi, inglobando un arredamento e dei soprammobili che sanno di finto. No!, La Stella d'Oro non è così: trasuda da più di 25 anni un sano, sincero e onesto sapore di genuinità, sia nei suoi ottimi panini, sei nei gestori e negli avventori.
Trovi di tutto: dai pensionati e uomini del quartiere che si fanno il calicetto (i primi ad ogni ora del giorno, i secondi a partire dal tardo pomeriggio), famiglie intere, giovani adolescenti, studenti universitari, ex-ragazzi di fuori (ma ancora fanciulli dentro) che si sbafano il loro meritato panino, in un ambiente caldo, familiare, senza fronzoli. Familiare è anche la gestione del locale, ora affidata dai genitori ad Alessandro, un mio omonimo più o meno coetaneo che condivide con me una sanissima passione inglese: non alludo solo alle birre ma a Slowhand: Eric Clapton. Sono più di 15 anni che frequento la paninoteca ed ogni volta Alessandro, ad una certa ora, spegne la radio e infila nello stereo uno dei cd della sua sterminata raccolta. Sempre ottima musica di tutti i generi, dal rock al blues, dal country al jazz fino anche a del buon pop. Ma non so se è una coincidenza, 9 volte su 10, c'è sempre Manolenta ad accompagnare le mie serate. Ormai ce lo siamo confessati a vicenda da tempo, il nostro amore per il chitarrista inglese. E venerdì è successo di nuovo. Avevo appena terminato di addentare l'ultimo morso del mio gustoso panino quando ascolto delle note a me familiari. Mi bastano poche battute, 2 o 3, riconosco la prima traccia dell'ultimo album dell'inglese: Clapton. Mi alzo, mi affaccio alla cucina e vedo il faccione sorridente di Alessandro che mi guarda e dice: “Te lo go messo apposta per ti!”. E giù una grossa risata insieme! Ci scambiamo alcune battute sul disco, siamo felici di esserci di nuovo trovati su un terreno comune, bello come è la musica. Basta poco a volte per instaurare un feeling fra due persone, non è niente di speciale ma allo stesso tempo è qualcosa di grande: in fondo io non so quasi niente di Alessandro e lui di me, abbiamo parlato solo di Clapton e di musica in tutti questi anni, ma il rapporto è bello proprio per questo. Magari qualcuno potrebbe sorridere di ciò, è la cosa giusta da fare infatti, e ci rido sopra anche io.

martedì 19 ottobre 2010

La logica e le passioni

Ho letto Logicomix alcune settimane fa ma l'ho lasciato sul comodino, non l'ho riposto subito in libreria. Questo perché dovevo farlo riposare, dovevo permettere alla mole di stimoli e informazioni che mi aveva dato di sedimentare dentro di me. Ogni tanto la sera, sbirciandone la copertina, ci rimuginavo sopra finché, ieri, l'ho ripreso in mano e ne ho riletto lunghe parti. Devo dire che è il più appassionante fumetto che abbia letto nel corso del 2010. E questo perché offre diverse chiavi di lettura, una più interessante dell'altra. Si può vedere semplicemente come la biografia del celebre matematico, logico e filosofo inglese Bertrand Russel, di cui si scopre la storia fin dall'infanzia con dei lunghi flash-back raccontati dal filosofo stesso durante una conferenza tenuta in un'università americana nel settembre del 1939. Oppure si può leggere come la storia della logica e della matematica e dei suoi protagonisti lungo la fine dell'800 e i primi decenni del 900. Un altro piano di lettura è la storia di una ricerca della verità, quella condotta strenuamente ed appassionatamente da Bertrand Russel stesso: è una delle chiavi che mi ha più colpito. Questo fumetto parla di logica e di logici, ovvero di una disciplina e dei loro adepti che, superficialmente, potrebbero essere considerati come quanto di più cerebrale e astratto possa esistere. In realtà è un fumetto che ha come protagonista la passione, il sentimento più forte che ti infiamma l'animo e che ti può portare tanto alla più spasmodica esaltazione quanto alla più nera frustazione. E' ciò che accade a Russel ed ai matematici che lo circondano. Russel in particolare è mosso da un sacro fuoco, che lo accompagnerà per decenni e che sarà la sua croce e delizia. Il suo scopo è quello di rifondare la matematica su basi solide e logicamente inattaccabili, in modo che tutte le scienze, che a loro volta poggiano i loro fondamenti sulla matematica, sappiano dare risposte certe ed ineludibili ad ogni domanda che viene dal mondo. Se si guarda bene, questo è un fine estremamente nobile: Russel ha una sconfinata fiducia nella capacità della scienza di aiutare l'uomo e di risolvere i suoi problemi. Come? Consentendo il raggiungimento di una conoscenza certa, fornendo sempre risposte corrette a domande ben poste. Ma per fare questo, ogni scienza ha bisogno di un linguaggio di base ineccepibile e preciso, e questo è la logica che, come diceva Aristotele, "... è un
ragionamento nuovo e necessario". Nuovo perché permette la scoperta di qualcosa che prima era ignoto, necessario perché porta a conclusioni inevitabili. Ai suoi tempi la logica era snobbata tanto dai matematici perchè considerata troppo filosofica quanto dai filosofi perché reputata troppo matematica. Russel fu preso da un incantesimo e si immerse totalmente nello studio di come rifondare esattamente la logica: voleva eliminare tutti gli assiomi, tutte le verità assunte come innate e indimostrabili in quanto ovvie, poichè nella nuova logica tutto avrebbe dovuto essere dimostrato "logicamente". Anche questa è un'idea rivoluzionaria: rifiutare le conoscenze date sempre per scontate sottoponendole alla luce della ragione è una delle battaglie di libertà più importanti che un uomo possa fare per se stesso e per tutti i suoi simili. Russel la intraprese di petto e ne rimase scosso nel profondo. I due autori greci del fumetto, un matematico e un informatico, ci mostrano tutti i traumi umani e familiari che Russel visse sulla propria pelle in seguito a questa sua passione, che fu così esaltante ed opprimente nello stesso tempo, da fargli pensare più volte di essere vicino alla foliia. D'altronde il tema della pazzia accompagna Russel lungo tutta la storia: dall'infanzia quando scopre di avere uno zio schizofrenico, fino all'età adulta quando conosce tutti i più celebri filosofi e matematici del tempo alcuni dei quali soffrivano di seri problemi psichici. Dicevo che la logica fu per Russel la sua croce e la sua delizia: uno dei punti di svolta infatti della sua vita fu la scoperta del paradosso che, da allora, fu chiamato appunto il paradosso di Russel. Un paradosso è una proposizione che, mentre afferma una cosa, ne dimostra anche la sua negazione, e viceversa. Se scovato all'interno di una teoria logica o matematica, allora ne mina uno dei presupposti e la teoria perde la sua pretesa di assolutezza. E' quanto fece Russel nei confronti della teoria degli insiemi di Cantor, che aveva preso come base della sua ricerca.
"L'insieme degli insiemi che non contengono se stessi, contiene se stesso? Se sì, allora no. Se no, allora sì."
Ecco le parole che sconvolsero la storia della logica e dei suoi protagonisti nei primi anni del 900 : Russel divenne famoso per aver smontato la più promettente teoria matematica di quegli anni e nulla fu come prima, uno spartiacque venne segnato indelebilmente e molte menti vacillarono sotto questo colpo. Russel stesso ne fu prima esaltato e poi profondamente turbato. La sua scoperta segnò la sua vita per sempre: mai riuscì a raggiungere la completezza di una teoria che fosse autosufficiente logicamente, semplicemente perché non esiste. Due furono gli uomini che abbatterono ogni speranza: un matematico e un filosofo. Il primo, Goedel, che si basò molto sugli studi di Russel, dimostrò incofutabilmente con il suo teorema di incompletezza che non tutte le asserzioni matematiche sono dimostrabili, ovvero che esistono domande senza risposta. Il secondo, Wittgenstein, propose una visione del mondo in cui contano solo i fatti e dove la logica, essendo un linguaggio, può essere solo una rappresentazione, una mappa del mondo reale e, in quanto mappa, non ne costituisce il senso ultimo. La vera vita, secondo il pensatore tedesco, sta proprio in ciò che la logica non coglie e non potrbbe mai cogliere per sua natura: i fatti.
Russel più volte usa la parola fallimento lungo il suo racconto alla platea americana, per descrivere la sua vita di ricerca.  Ma in realtà, ciò che traspare e che costituisce un'ulteriore chiave di lettura del libro, è l'importanza del viaggio e non della sua meta. La vita di Russel è appunto un lungo viaggio, proposto agli studenti americani, per far capire come un uomo cambi e modifichi le proprie convinzioni pur rimanendo fedele sempre ad un ideale, ovvero quello della ricerca. La conclusione cui giunge un uomo che ha voluto cercare un metodo perfetto per risolvere i problemi della logica e della vita umana è che non esiste una via regale per raggiungere la verità: ciascun uomo ha una propria via per raggiungerla. Le orecchie incredule degli uditori della conferenza di Russel ascoltano questi concetti: essi, convinti non interventisti, avevano sfidato il filosofo inglese a convincerli della fondatezza logica dell'eventuale intervento americano della seconda guerra mondiale. Questo è un ulteriore tema del libro: la responsabilità personale e la libertà individuale, il libero arbitrio e il senso di giustizia, il concetto che di fronte al male costituito in europa da due regimi totalitari e demolitori della libertà quali il nazismo e lo stalinismo, anche il pacifista Russel inivta a non assumere irresponsabilmente e a prescindere una posizione come il non interventismo. La realtà è molto più sfaccettata e sfumata di come la vedono i monocordi isolazionisti americani; questo dice Russel e questo invita a fare: a pensare ciascuno con la propia testa e farlo più volte mettendo in dubbio le proprie convinzioni. Ogni risposta sarà valida e ogni individuo avrà la propria, valida e degna di essere considerata alla pari di ogni altra. Russel ammonisce perfino che anche la logica, se fossilizzata in teorie troppo rigide e perfette, può diventare pericolosa. Il viaggio è compiuto.
Gli autori ci hanno condotto fino alla conclusione discutendo animatamente fra di loro e rivolgendosi direttamente al lettore durante degli intermezzi ambientati nello studio di Atene in cui il fumetto viene creato. Sotto questo aspetto siamo di fronte ad un meta-fumetto, un fumetto che si auto-referenzia proprio come gli insiemi degli insiemi del paradosso di Russel. Lo spirito matematico degli autori ci ha messo lo zampino.... Ma è anche molto interessante vedere come attraverso il dialogo socratico tra gli autori e i disegnatori venga sceneggiata la storia di Russel; anche questa è un'altra chiave di lettura: possiamo assistere alla creazione di un fumetto mentre lo stiamo leggendo.
Un'ultima considerazione: il fumetto, come si dice alla fine, è un misto di realtà e invenzione. In ogni caso, durante i miei studi di ingegneria, avrei affrontato con molto più piacere tutta la mole di teoremi di analisi matematica, se avessi saputo che dietro gli  austeri e freddi nomi dei loro ideatori si nascondevano tanto sfrenate passioni.

domenica 10 ottobre 2010

Tanti auguri Tex



I miei genitori mi raccontano che, quand’ero piccolo e avevo sete, comunicavo questo bisogno sbattendo il bicchiere vuoto sul tavolo gridando: “uichiiii!!!”. I miei sorridevano davanti a questa precoce imitazione di un cow boy che chiede whiskey al banco di un saloon. Avevo solo pochi anni ma nel mio immaginario erano ben presenti e assimilate le figure classiche del far west: cow boys e indiani con annessi e connessi. Ciò era sicuramente il risultato dei numerosi film western che vedevo alla TV insieme ai miei: penso di essermeli fatti tutti, e più di una volta, col passare degli anni. Mi riferisco ai classici, alle pellicole di Hollywood degli anni 40, 50 e 60, ai film, per esempio, di John Ford interpretati da John Wayne. Parallelamente al cinema, il mito del West crebbe dentro di me anche grazie alla lettura dei “giornalini” di Tex, prima solo delle figure, poi anche dei testi. E’ per questo che leggendo oggi Tex mi viene sempre in mente il John Wayne di Sentieri selvaggi: le due figure per me sono sovrapposte e sono l’emblema del West classico, quello fatto di cavalcate in praterie sterminate, di lunghe carovane di pionieri, di assalti a Fort Apache, di scontri fra indiani e giacche blu, di duelli a mezzogiorno sulla main street, di scazzottate nei saloon.


Il mito della Frontiera oggi festeggia un anniversario: Tex compie 600 numeri dell’albo mensile, ovvero 50 anni, anche se in realtà sono più di 60 gli anni lungo i quali generazioni di padri e figli rinnovano il mito del west sulle pagine di Tex, prima in formato striscia, poi per l’appunto nell’odierno “formato Bonelli”. Il personaggio creato da Gian Luigi Bonelli e disegnato da Galep ha cambiato nel tempo autori delle storie e disegnatori, ha dato vita a numeri speciali come i Maxi Tex e i Texoni dove artisti internazionali hanno dato la loro personale interpretazione del personaggio bonelliano. Non ha mai perso però le sue caratteristiche originali, quelle che lo definiscono come il più classico degli eroi del western classico: alto senso della Giustizia grazie al quale corre in difesa del più debole prevaricato dal prepotente, modi bruschi e spicci (ma molto abili e coraggiosi) per colpire il cattivo di turno, assicurarlo alla giustizia pubblica o, nei casi in cui ciò non è possibile per ragioni contingenti (molto frequenti), emissione diretta della sentenza e applicazione della pena (spesso mortale...). In altre parole Tex incarna il Bene contro il Male. Molti storcono il naso di fronte a una semplificazione così manichea della realtà: fumetti western più "maturi" come Ken Parker o Magico Vento in effetti hanno saputo affrontare il mito del west in modo più sfaccettato e realistico. Ma purtroppo hanno chiuso i battenti, o si accingono a farlo. Come osserva Marco nel suo blog, il più "inattuale" degli eroi western a fumetti invece sopravvive. Io userei l'aggettivo archetipico, anziché inattuale, perché il suo west corrisponde ad un'immagine ben precisa e stratificata nel nostro immaginario collettivo, ovvero a quella del west classico di John Ford. Senza "Sentieri selvaggi" non ci sarebbero stati né "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" né "Piccolo grande uomo" né "Soldato blu", così come senza Tex non ci sarebbero stati né Ken Parker né Magico Vento.
Quindi, lunga vita a Tex!

martedì 5 ottobre 2010

Le rimozioni della Storia


Ne avevo anticipato l'acquisto e la lettura qui. I Quaderni ucraini  di Igort restituiscono qualcosa che i libri di storia non possono comunicare. I singoli individui, protagonisti in carne ed ossa della Storia, non hanno quasi mai l'onore di comparire sui libri che spiegano i fatti del passato. La scena viene loro rubata da capi di stato, condottieri, generali, rivoluzionari: il popolo raramente assume un ruolo da protagonista e, se lo fa, viene sempre rappresentato come una massa indistinta di uomini e donne, che subiscono le scelte di pochi.
Igort dà loro un volto e un nome: Serafima, Nikolay e Maria sono solo tre persone, ma sono vere e vive. Raccontano del loro triste passato e dell'incerto presente. Lo scenario è l'Ucraina del secolo scorso e di oggi: teatro a partire dagli anni 30 di una politica violenta di assoggettamento da parte del potere centrale sovietico. Colui che tutto fece iniziare è uno di quei capi di stato che più tristemente si incontra nei libri di storia contemporanea: Iosif Stalin. Chi ancora, nonostante tutte le informazioni di cui ormai siamo in possesso, dubitasse se giudicarlo un grande statista o un atroce criminale, può trovare in questo reportage a fumetti alcune testimonianze.... 

Un'immagine del libro
Non vengono espressi dei giudizi, ma raccontate storie di persone vittime di una politica crudele: l'holodomor, ovvero la carestia indotta che sterminò milioni di persone. I disegni di Igort mettono in risalto ancor di più l'orrore di quei periodi: lo vedi dipinto sui volti scavati dei protagonisti con il risultato di farli sembrare vivi sulla pagina.
Le storie arrivano fino ai nostri giorni. Nikolay è nato nel 1939: lui non ha vissuto il periodo della carestia. Ha lavorato sodo nei kolkhoz fin da ragazzo e poi ha studiato ingegneria: descrive una società, quella post-staliniana, in cui, chi lavorava, viveva dignitosamente, una società dove ci si sentiva delle persone e la solidarietà era di casa. Oggi, con il capitalismo, tutti pensano a se stessi, con il magro salario non arrivi a fine mese e regna l'incertezza per il domani.
L'epilogo del libro non è disegnato, è una notizia. Siamo nel 2008: l'Ucraina ha chiesto che la carestia degli anni 30 venga riconosciuta dall'Onu come genocidio. La Russia annuncia il suo diritto di veto; l'Ucraina ritira la mozione. Pochi stati, fra cui anche l'Italia, riconoscono l'holodomor come delitto contro l'umanità. L'ultima pagina raffigura Stalin e la didascalia di Igort annuncia che in aprile di quest'anno Mosca è stata tappezzata di sue gigantografie: la data è il primo del mese e purtroppo non è uno scherzo. La Storia non insegna niente: basta rimuovere quello che non ti piace e anche un criminale diventa un eroe. Igort ha dato il suo piccolo contributo contro questa rimozione.

L'edizione francese del libro

venerdì 1 ottobre 2010

Quant'è difficile fare la mangaka in un mondo di maschi....

Sul quotidiano La Repubblica del 29 settembre compare una bella intervista a Riyoko Ikeda, l'autrice del manga Le Rose di Versailles, da cui è stato tratto il celeberrimo anime noto in Italia come Lady Oscar.
Riyoko si trova nel nostro paese in quanto è ospite d'onore della rassegna internazionale di fumetto Romics che si sta svolgendo a Roma in questi giorni. Nell'intervista ha dichiarato che all'epoca (il manga è del 1972) venne pagata un terzo dei suoi colleghi uomini, in quanto si supponeva che fosse l'uomo a dover mantenere la donna e non viceversa. Riyoko ha tenuto duro e dalla sua testa è uscito un fumetto che ha incantato generazioni di lettori, non ultimo io.
Devo dire la verità: ai tempi della sua uscita sugli schermi italiani la snobbai altamente, considerandola roba da femminucce. Stava parlando la mia parte maschilista....
Mi son ricreduto molto tardi, appena due anni fa quando, su sollecitazione di mia moglie, grande fan di Oscar, ho scaricato la serie e me la son vista tutta d'un fiato. Splendida! Il passo successivo è stato l'acquisto del manga appena riedito in Italia dai tipi della d/visual.
Ci sono tanti aspetti che mi hanno colpito della storia, ma forse il principale lo dice la stessa Ryoko nell'intervista che in parte trovate online qui:
"Io credo che Lady Oscar rappresenti la libertà: quella di essere una donna dall'animo più maschile, oppure un uomo dall'animo più femminile".
C'è molta verità in questa affermazione, soprattutto per noi maschietti: il riconoscimento dell'esistenza della nostra parte psicologica femminile e la sua integrazione sono spesso un tabù. Ma soprattutto sono la fonte del maschilismo più bieco e retrivo che tanta ingiustizia produce nei confronti delle donne.
Ma guarda quante cose ci sono dentro un banale cartone animato....
 
Riyoko Ikeda ospite di una performance cosplay

domenica 26 settembre 2010

L'ultimo atto di Magico Vento

Magico Vento ha raggiunto la fine della pista. E' uscito in edicola da pochi giorni il numero 130, ultimo della serie regolare, in cui si concludono le avventure del nostro. In realtà ci sarà spazio ancora per uno speciale: il sempre promesso da Gianfranco Manfredi vedrà finalmente la luce nel mese di novembre. L'albo, come racconta lo stesso autore in questa intervista, sarà strutturato in tre episodi, l'ultimo dei quali proporrà "un extra-finale, cioè un secondo finale... dopo il finale".
Staremo a vedere....Per il momento devo dire che ho letto con molto dispiacere l'ultima avventura di Magico Vento. Mano a mano che sfogliavo le pagine avvicinandomi alla numero 128, sentivo che si sarebbe conclusa una lettura spesso molto appassionante che mi ha accompagnato per diversi anni della ma vita. Dei motivi per cui Magico Vento ha riscosso il mio plauso ne ho già parlato qui, e li esprime molto bene Sergio Bonelli nel saluto che porge a noi lettori in seconda di copertina: "Una serie, questa, che, nel corso dei suoi tredici anni di presenza in edicola, è riuscita a fondere percorsi letterari e immaginifici apparentemente tra loro inconciliabili come il western - talvolta fantasioso, talaltra puntualmente storico - il mondo arcano e poetico delle leggende indiane e una sapiente alchimia tra l'horror ottocentesco e quello contemporaneo". 
Dei tre elementi che, secondo Bonelli, si son fusi in un'amalgama di alto valore narrativo, i primi due, ovvero il western, soprattutto quello storico, e le leggende indiane costituiscono, secondo me, il cuore per cui questa serie si distnguerà da tutte le altre serie western.


E qui spunta il secondo motivo di tristezza personale, condivisa da Sergio Bonelli nel suo saluto: la scomparsa inarrestabile dei fumetti, oltre che die film e libri, western. Nel mondo delle nuvole parlanti, con l'eccezione di Blueberry, Comanche e Jonah Hex, restano i bonelliani Tex e Zagor a difendere la bandiera di questo genere che sembra non interessare più a nessuno. La considero una grave perdita, perchè penso che la Frontiera americana sia uno scenario in cui ambientare storie di ogni tipo e con qualsiasi stile. Nei comics Ken Parker ha dimostrato come sia possibile parlare di tutto, anche di temi che di primo acchito uno associerebbe a sfondi diversi (come il femminismo, l'omosessualità, i diritti dei lavoratori), e di farlo con grande efficacia, o per meglio dire, con arte. Mi auguro che questa tendenza inverta la sua rotta.
C'è infine un terzo motivo di lamento, e lo esprime Manfredi, nella lunga rubrica della posta dedicata ai saluti dei lettori. Questi manifestano quanto scrtto da me qualche riga più in su, ovvero sottolineano cone Magico Vento sia diventato un compagno di vita, li abbia accompagnati nella loro crescita, sia stato quasi la colonna sonora degli avvenimenti della loro vita. E' lo stesso vale anche per me: negli ultimi tredici anni mi sono laureato, ho fatto l'obiettore di coscienza, ho iniziato a lavorare, mi sono sposato. Posso ricondurre ciascuno di questi periodi a qualche numero di Magico Vento (ma anche di Julia, Tex e via dicendo).



Manfredi scrive: "Queste lettere mi hanno fatto capire, al di là della conclusione di questo specifico percorso, che una serie lunga intrattiene un raporto così intimo coi lettori e così intrecciato alla loro vita, da essere insostituibile. Oggi è difficile produrne e le mini-serie corrispondono di più alle esigenze attuali, però con esse e con le graphic novel da libreria, questo rapporto pluriennale di complicità affettiva non potrà più esistere, il che sarà una perdita per il fumetto in generale".
Sottoscrivo ogni parola. Mi rammarico del fatto che il mercato oggi chieda mini-serie. Non è che non mi piacciano, anzi! Bonelli ne ha sfornate di notevoli, come Caravan, Greystorm, Cassidy e Volto Nascosto (per citare un'altra opera di Manfredi) e ne pubblicherà altre in futuro: lo stesso Manfredi annuncia la sua prossima Shanghai Devil. Il punto è che mi dispiace che i nuovi lettori siano spaventati dalle opere lunghe: sarà forse perché viviamo in un mondo in cui tutto è veloce, l'informazione, l'intrattenimento, l'approfondimento, il divertimento. Si passa di fiore in fiore senza gustare a fondo il nettare.


Non ho neanche 40 anni ma appartengo a quella generazione che leggeva una storia di Tex o Mister No senza paura di attenderne la fine nel prossimo albo dopo un mese di attesa: anzi, la pausa di 30 giorni rendeva più bello il momento dell'acquisto del numero successivo. Gli albi autoconclusivi e le mini-serie sono il segno di come i lettori siano cambiati. Bonelli fa bene ad adeguarsi, pena l'estinzione, o per lo meno, la drastica riduzione delle sue testate. Ma quanto mi piacerebbe che Bonelli iniziasse una nuova serie western.... Chiedo troppo?

giovedì 23 settembre 2010

Il cinese: molto più di un noir

Lo ammetto, ero prevenuto nei confronti dei gialli/noir svedesi. Mi stupiva questo improvviso ed eccessivo successo dei romanzi di genere provenienti dal freddo paese scandinavo. Mi dava quasi fastidio il fatto che ormai ovunque si parlasse della trilogia Millennium di Stieg Larsson e tutti facessero a gara nel leggere quei volumoni. Senza parlare della loro versione cinematografica... Ovviamente il mio era un pregiudizio, perché non avevo letto nemmeno uno dei romanzi noir scritti da un autore svedese e, come mi succede spesso quando mi creo un pregiudizio, non vedevo l'ora che la verità me lo confermasse.. o me lo smentisse. Tuttavia non volevo scendere a patti con me stesso e quindi non mi risolvevo a comprarne uno... anche perché mi trovavo così bene con i miei Izzo, Carlotto e il maestro Chandler...
Poi il destino ha scelto per me nelle vesti di un regalo donatomi da una cara amica in occasione del mio compleanno. Vista la stima che nutro per lei e per i suoi gusti letterari, mi son detto: "Beh, se me l'ha regalato lei, qualcosa di buono ci sarà!". E così mi sono avventurato con molta curiosità nella lettura de "Il cinese" di Henning Mankell. Ho già ringraziato la mia amica per il suo dono azzeccato, visto che il romanzo si è rivelato molto più che un noir. La vera protagonista della storia non è Birgitta Roslin, il giudice svedese che mette il naso in un'inchiesta difficilissima e completamente nuova per l'apparentemente tranquillo paese scandinavo. Si tratta infatti di una strage di dimensioni colossali avvenuta in uno sperduto e minuscolo villaggio del nord: 19 vittime trafitte con precisione maniacale da un'affilatissima arma da taglio in un uragano di sangue. Mentre la polizia punta su una pista sbagliata che però tranquillizza l'incredula e spaurita opinione pubblica, i sospetti della giudice, interessata al caso per una sua parentela con una delle vittime, vanno verso un uomo dalla fisionomia cinese. E questo è lo spunto che consente all'autore di affrontare il tema enorme dello sviluppo di quel lontano paese.
La protagonista vera è la Cina, attraverso le vicende di una famiglia, ritratta in due epoche molto distanti nel tempo. La prima generazione vede tre fratelli fuggire dalla schiavitù delle campagne cinesi della metà 800 per finire in un'altra schiavitù nei cantieri di costruzione delle ferrovie nordamericane. Solo un fratello si salverà e farà ritorno, grazie a missionari europei, nella madrepatria per scoprire però di nuovo il disprezzo dell'uomo bianco. La vendetta dovrà attendere molte generazioni fino ai giorni nostri, quando incontriamo Ya Ru, un rampante imprenditore figlio della nuova Cina aggressiva sui mercati. Pochi peli sullo stomaco e molti ammanicamenti nei posti che contano lo hanno reso uno degli uomini più potenti del paese. Hong, la sorella, è anche lei una donna importante del partito, ma, a differenza del cinico fratello, è legata agli ideali antichi della Rivoluzione di Mao, il Grande Timoniere che ha traghettato la Cina dalla barbarie e dalla dipendenza dallo straniero in un futuro radioso. Per Hong, nonostante gli errori compiuti anche da Mao, contano i valori fondanti della sua Rivoluzione: solidarietà ed emancipazione, completamente traditi però dagli uomini nuovi come Ra Yu. Saranno proprio questi valori a renderla amica di Birgitta, una donna che in gioventù aveva un po' fanaticamente inneggiato a Mao e al suo libretto rosso come a strumenti di liberazione del mondo dall'ingiustizia.
Entrambe sono cresciute e sono diventate donne molto diverse, ma fra di loro si stabilisce un rapporto di fiducia e di rispetto. Questo bel ritratto di precaria ma profonda amicizia femminile si staglia sullo sfondo di una Cina in tumultuosa evoluzione, con un piede ancora nel medio evo delle campagne e l'altro nei mercati finanziari e nel capitalismo di stato più sfrenato delle città. Dal suo destino e dalla sua evoluzione dipenderà il futuro di tutto il pianeta, sembra suggerirci Mankell.

domenica 12 settembre 2010

Il Diario di Anna Frank a fumetti


La notizia è vecchia di un paio di mesi. Ne parlo oggi perché il quotidiano La Repubblica dedica nell'edizione odierna un ampio spazio alla notizia della pubblicazione negli Stati Uniti del Diario di Anna Frank a fumetti. Ben tre pagine del giornale contengono molti disegni tratti dal libro fresco di stampa, foto d’epoca e due articoli rispettivamente di Gabriele Cantucci e Siegmund Ginzberg. Mi fa sempre piacere scovare in un importante quotidiano ad ampia diffusione nazionale una simile attenzione per un’opera a fumetti. In questo caso, poi, ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata autorizzata dalla Fondazione Anna Frank, ovvero da quell’ente ufficiale preposto alla diffusione e valorizzazione della figura di Anna Frank, del suo Diario e di tutti i valori di fratellanza, eguaglianza e rispetto della dignità umana che rappresenta.


Gli autori, Sid Jacobson per i testi, e Ernie Colon per i disegni, si distinguono perché hanno fatto ben di più che una semplice trasposizione in fumetto del Diario, bensì hanno ricostruito la storia della famiglia Frank a partire dalla gioventù del padre Otto, che sarà poi l’unico superstite allo sterminio. Da quanto capisco l’opera è rivolta esplicitamente ai ragazzi delle scuole: la fondazione ha scelto di usare il medium fumetto, per di più a colori, per avvicinare un pubblico più avvezzo al linguaggio che lo caratterizza. L’intento è sicuramente lodevole, perché non saranno mai sufficienti tutti gli sforzi per diffondere presso le nuove generazioni quanto scritto da Anna Frank e, in generale, la tragica esperienza dell’Olocausto. Un autore dei due articoli, Siegmund Ginzberg, si domanda, e io con lui, come mai il volume sia destinato ad un pubblico maggiore di 14 anni. Forse che i ragazzi delle medie o della quinta elementare non sarebbero in grado di capire? Io credo di sì…


Ci sono altre parti dell’articolo da sottolineare, in cui Ginzberg, di origini ebraiche, si sofferma sul presunto valore del fumetto.
“Vedo già qualcuno che arriccia il naso. Anche se il libro ha l’imprimatur dell’Anna Frank House. Come, Anna Frank banalizzata in un fumetto!” L’autore previene eventuali critiche da parte di chi considera il fumetto non degno di trattare un argomento così delicato e “alto”, citando simili contestazioni avanzate in passato nei confronti della versione teatrale e cinematografica del Diario.

Poi prosegue: “Cinema e fumetto sono due forme di letteratura tutt’altro che figlie di un dio minore. Superman, Barman, Captain America e gli altri supereroi del fumetto combattevano i nazisti ben prima dell’Olocausto con la stessa efficacia di Chaplin Grande dittatore e Humphrey Bogart sullo schermo”. A parte che cinema e fumetto non sono forme di letteratura ma sono forme d’arte, così come lo è la letteratura stessa, ciascuna con il proprio linguaggio, non è che la patente di dignità artistica spetta ad una forma espressiva se tratta di temi importanti dal punto di vista etico e civile, come può essere la lotta al nazismo. Non è il tema che rende arte il fumetto o il cinema, ma il modo in cui lo si rappresenta.
Ad ulteriore giustificazione della nobiltà dei comics, Ginzberg cita due grandi autori di origine ebraica, come Art Spiegelman e Will Eisner, che hanno affrontato nelle loro storie a fumetti il tema dell’Olocausto (Maus) o quantomeno della discriminazione antisemita (Verso la tempesta e Fagin l’ebreo, solo per citarne due). Anche qui, gli autori sono due “fondamentali” nell’universo fumettistico, ma non è il soggetto (o comunque non solo quello) ad averli resi immortali, bensì la loro poetica ed estetica.

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