mercoledì 3 dicembre 2014

Il respiro e il sogno di Ken Parker


Qualche mese fa prestai ad un'amica l'albo a fumetti intitolato Il respiro e il sogno di Berardi & Milazzo, pubblicato nel 1991 dagli Editori del Grifo all'interno della collana La nuova Mongolfiera. La mia amica ama i fumetti ma non conosceva Ken Parker: decisi quindi di farglielo conoscere attraverso una storia a colori che è la summa dei temi affrontati nelle avventure di Lungo Fucile e, nello stesso tempo, è anche uno degli apici stilistici raggiunti dalla coppia di autori. La reazione della nuova lettrice kenparkeriana fu entusiasta: non si sarebbe mai aspettata di leggere con tale interesse una storia, anzi quattro brevi racconti, a fumetti in cui non compare nemmeno un baloon. Questa è infatti la peculiarità de Il respiro e il sogno. Ken è immerso nella natura, durante le quattro diverse stagioni dell'anno, e interagisce con animali e indiani crow di cui non conosce la lingua. Quattro storie mute, perché le parole non servono. E laddove farebbero comodo, interviene il linguaggio dei segni a consentire la comunicazione tra Ken e gli indiani. Il tema ecologista, uno dei più importanti di tutta la saga, è dominante: la natura viene rappresentata ora con toni poetici ora anche nelle sue manifestazioni più violente.
Il rapporto di Ken con gli animali è protagonista assoluto in due racconti. Nel primo, Cuccioli, ambientato in un gelido e innevato bosco invernale, troviamo Lungo Fucile cacciatore di una cerbiatta che prima ferisce e poi, pentito, soccorre accudendo anche i suoi cuccioli. Qui sembra che Ken saldi il suo debito nei confronti del mondo animale. Il suo prodigarsi amorevole fa tornare alla mente infatti le cure che lui ricevette, nella condizione di infermo e disperso nella foresta innevata, dalla cagnetta Lily, in quell'indimenticabile episodio della serie Cepim in cui troviamo il primo speciale rapporto di Ken con un animale. La spietata legge della natura, che prevede cacciatori e prede, colpisce nel drammatico finale la cerbiatta ristabilita dalla ferite e i suoi cuccioli, quando un malridotto indiano uccide tutta la famiglia di cervi per poter sfamare la sua. Ken dimostra tutta la sua umanità: prima, colto dalla rabbia, reagisce imbracciando il fucile con un'espressione inferocita, per poi placarsi subito, non appena si rende conto dello stato di grave indigenza in cui versano i vagabondi indiani. Una mano alzata a mo' di saluto e si chiude un incontro intenso fra due esseri umani durato pochi istanti, in cui hanno giocato solo sguardi e gesti. Senza parole.



Anche nel terzo racconto, Soleado, ambientato in un arido e torrido paesaggio semidesertico, Ken si spende aiutando un animale in difficoltà. In questo caso l'oggetto delle attenzioni è una cavalla selvaggia pronta a partorire. Piene di dolcezza e di ironia sono le scene in cui il Nostro si prende cura della mamma e del piccolo. Fino all'attacco improvviso di un superbo stallone. La riconoscenza della cavalla nei confronti di Ken si manifesta nel suo rapido intervento a bloccare il fatale impeto del maschio. I tre quadrupedi si allontanano insieme e l'episodio si chiude circolarmente con la stessa sequenza di vignette: la mano di Ken che ripara lo sguardo dagli accecanti raggi del sole.
Nel secondo racconto, La luna delle magnolie in fiore, il risveglio primaverile della natura e dei sensi amorosi sono i temi protagonisti. Si tratta dell'episodio più allegro, anche se non mancano momenti drammatici. Ironia e dolcezza segnano l'incontro di Ken con una coppia di indiani crow, fratello e sorella. Se con l'uomo Ken ingaggia una divertente competizione sulle rispettive capacità di cacciatore (realizzato attraverso il linguaggio dei segni), con la ragazza è tutto un gioco di sguardi e sorrisi fino al dono finale di un fiore. Non manca l'intervento degli animali: drammatico quello di un puma che azzanna a morte il cavallo dei due fratelli (finendo comunque ammazzato da Ken), divertente quello della coppia di castori in fase di corteggiamento che fa da contrappunto ai timidi e, alla fine, vani approcci di Ken verso la ragazza indiana.



Se una dolce malinconia accompagna le vignette finali de La luna delle magnolie in fiore, un profonda amarezza pervade il quarto racconto, Pallide ombre, l'episodio più articolato e complesso. Ken si trova ancora a caccia, ma questa volta la canna del suo lungo fucile bagnato da un'incessante pioggia autunnale è puntato su un bisonte solitario. Una serie di flash-back segna il cammino di avvicinamento di Ken verso l'animale. In questi ricordi il Nostro rievoca momenti della sua infanzia spensierata in compagnia di suo padre, dei suoi giochi all'aperto, dell'incipiente sentimento di rispetto nei confronti della natura e degli animali, rappresentati dagli enormi branchi di bisonti che un tempo popolavano le grandi pianure, del suo rapporto di amicizia con un indiano suo coetaneo (Due pance, che poi rincontreremo più avanti nello speciale Ai tempi del Pony Express) durante l'adolescenza e della rivalità fra i due per questioni amorose. Colpiscono allo stomaco i due flashback finali. Il primo vede Ken e Due pance assistere di nascosto allo scempio di un branco di bisonti perpetrato per puro divertimento da parte di un gruppo di bianchi viaggiatori di un treno. Nel secondo, Ken ormai scout dell'esercito, scorta insieme a dei soldati un gruppo malconcio di donne e bambini indiani attraverso un maleodorante tappeto di carcasse di bisonti. Lo sterminio degli animali come mesto presagio del genocidio degli indiani appare prepotente in questo racconto. Spiccano anche alcuni tratti caratteristici di Ken, quali il valore dell'amicizia che va al di là del colore della pelle: seme di quel sentimento di uguaglianza fra gli uomini che accompagnerà sempre Ken nella sua vita.
Per stemperare l'amarezza, il volume si chiude con Quack, omaggio a Paperino, la comica finale, ovvero tre tavole mute di un simpaticissimo duello impossibile fra Ken e Paperino, nate per celebrare il personaggio disneyano nell'anniversario della sua creazione.
Questi quattro racconti, più la comica finale, sono rappresentativi di Ken Parker anche per lo stile e per i disegni. Il linguaggio cinematografico che aveva abolito le didascalie dopo alcuni albi della serie Cepim, qui elimina anche le parole. E allora sono i primi piani e l'espressività che solo Milazzo sa dare ai volti dei protagonisti, uomini ed animali, a recitare, a comunicare sentimenti ed emozioni. Poche tavole per raccontare tanto: e allora il ritmo della narrazione e la concitazione dell'azione sono ottenuti anche con il ricco alternarsi dei piani e dei campi. Gli acquerelli danno poi un tocco di verità e di vita alla pagina.



Mondadori ripropone quest'imperdibile storia nel trentunesimo volume in questi giorni in edicola, fumetteria e libreria della collana Ken Parker. Fanno da cornice altre due episodi, inseriti nella continuity, intitolati Dove muoiono i titani e Un alito di ghiaccio, che vedono il Nostro braccato dalla legge attraverso la regione dei Grandi Laghi fino al confine con il Canada. Tutti e tre gli episodi furono originariamente pubblicati suddivisi in diverse puntate su due riviste: Orient Express e Comic Art. Appartengono quindi alla seconda fase della storia editoriale del nostro amato personaggio, successiva alla serie in bianco e nero della Cepim. La fase dove ci si concesse più libertà per la sperimentazione (e Il respiro e il sogno ne è un esempio tangibile) e dei tempi più consoni per la realizzazione delle storie.

giovedì 27 novembre 2014

L'ultima copertina di Ken Parker


Questo è lo splendido disegno di Ivo Milazzo che apparirà sulla copertina dell'ultimo volume della collana Ken Parker pubblicata da Mondadori. La casa editrice milanese l'ha resa nota qualche ora fa attraverso la sua pagina facebook. L'episodio inedito scritto da Giancarlo Berardi e intitolato Un mondo nuovo, porrà fine all'umana avventura di Lungo Fucile. Nell'acquerello Ken ti guarda diritto negli occhi, sembra cercarti per un'ultima volta, pone tutta la sua attenzione, insieme a quella del suo cavallo, verso di te. Tiene fra le mani quel fucile su cui ha discettato tanto, sotto di sé un prato verde, dietro un cielo infuocato dal sole. Ho aspettato così tanto questa copertina che, quando me la troverò fra le mani fra venti settimane, so già fin da ora che mi dispiacerà. Perché saprò che ormai non avrò più niente di nuovo da aspettarmi su Ken. Ma è giusto così. È giusto che Ken torni a fare, dopo vent'anni, quello che ama di più: cavalcare su un prato verde, con lo sguardo rivolto ad un cielo infuocato davanti a sé, e il suo lungo fucile nella fondina. È questa, per me, la vignetta che segue l'ultima copertina.  

mercoledì 26 novembre 2014

Martin Mystère, ombra di se stesso


Sconclusionata. Questo è l'aggettivo che più si adatta all'ultima storia di Martin Mystère, in edicola ormai da più di un mese. L'ombra di Za-Te-Nay è il titolo di questo albo molto deludente, privo di un filo logico e con così tante divagazioni da suscitare un'irritazione crescente pagina dopo pagina. Peccato, perché gli autori del soggetto e della sceneggiatura, Alfredo Castelli e Mirko Perniola, sono capaci di fare molto meglio. Peccato perché l'idea di fondo di affrontare le gesta di Za-Te-Nay, un trapper dell'Ottocento americano che, nella finzione dell'universo mysteriano, altri non è se non una versione storicizzata di Zagor, è molto interessante. Peccato perché La scure incantatala prima storia che Castelli dedicò dodici anni fa all'Uomo con la Scure dei boschi di Darkweed, fu molto più divertente e originale. Peccato, infine, perché le matite del migliore disegnatore mysteriano, Franco Devescovi, sono andate sprecate nel tentativo (impossibile!) di rendere godibile una storia che sarebbe stato meglio lasciare dentro ad un cassetto. Per quanto Perniola cerchi di addolcire la pillola, l'elaborazione della sceneggiatura è stata un vero travaglio e il blocco di idee sul finale (disegnato poi da Giovanni Romanini subentrato ad un eufemisticamente esausto Devescovi) è stato il colpo di grazia.


In un vecchio post scrivevo a proposito della collana di Martin Mystère:
"I misteri sono una cosa seria. Vanno affrontati contestualizzandoli correttamente sia dal punto di vista scientifico che da quello storico. Beh, poi c'è la fantasia di Castelli che ci mette lo zampino, confezionandoci attorno delle avventure avvincenti e divertenti. Martin Mystere è questo, una geniale intuizione che resiste in modo spumeggiante dopo 30 anni."
Considerando che il Detective dell'Impossibile è stato il mio primo grande amore fumettistico di quand'ero ragazzino, di gran lunga più di Tex, Zagor o Mister No, proprio per i motivi sopra ricordati, allora si può capire quanta amarezza ci sia dietro le mie parole di commento all'ultimo albo in edicola. 
In rete si è recentemente diffusa la notizia di una possibile chiusura della serie. Non è la prima volta che capita, e le motivazioni sarebbero il calo costante di lettori. Anche se il dato sulle vendite è reale, Castelli ha smentito la fine della testata, anzi ha annunciato sorprendenti operazioni di rilancio della stessa. Me lo auguro.

domenica 23 novembre 2014

Ken Parker e Norma Jean



Ken Parker incontra Norma Jean. E' la donna, più dell'attrice, infatti, la protagonista dell'umana avventura raccontata da Giancarlo Berardi e disegnata dalla coppia Ivo MIlazzo e Giorgio Trevisan. La ripropone Mondadori nel trentesimo volume della collana Ken Parker, disponibile da venerdì 21 novembre in edicola, fumetteria e libreria. Sarebbe riduttivo, però, limitarsi alla figura dell'indimenticabile Marilyn, perché questo volume è importante per diversi aspetti. Al suo interno, infatti, troviamo due storie che segnano rispettivamente la fine di un'avventura editoriale e l'inizio di una nuova.
I ragazzi di Donovan, numero 59 della collana edita dalla Cepim di Sergio Bonelli, fu l'ultimo albo della serie. Nel numero precedente, Sciopero, gli autori avevano annunciato che l'esperienza con la Bonelli si sarebbe conclusa. La mensilità della collana veniva rispettata con difficoltà (basti pensare che Sciopero uscì otto mesi dopo il precedente albo). L'obbligo di uscire in edicola con scadenze temporali fisse mal si coniugava con la volontà degli autori di offrire un prodotto di qualità elevata e costante ai loro lettori. Nonostante gli innesti di altri disegnatori al fianco di Milazzo il problema non venne risolto, anche perché non tutti capirono lo spirito del personaggio e non seppero interpretare al meglio lo stile narrativo di Berardi. Gli autori avevano altre ambizioni per la loro creatura: un numero di pagine libero, senza scadenze temporali così stringenti, il colore e un formato cartaceo più grande per rendere maggiore onore ai disegni.


Ecco quindi motivato lo sbarco sulla rivista Orient Express edita da L'Isola Trovata, un contenitore che sembrava perfetto per soddisfare i desideri degli autori. In realtà questa scelta non si rivelò vincente, poiché le riviste a fumetti, in quanto prodotto editoriale, entrarono di lì a poco in crisi. In ogni caso il debutto fu straordinario, merito di una storia intensa e di disegni superlativi. Suddivisa in sette parti e 124 tavole, pubblicate a partire dal numero 23 di Orient Express nel luglio 1984 fino al numero 29 del febbraio dell'anno successivo, l'avventura scritta da Berardi ci presenta un Ken inedito, nelle vesti di attore accolto da una compagnia teatrale che lo aiuta a fuggire da Boston. C'è un totale distacco, infatti, di ambientazione e di clima umano, fra l'ultima storia ambientata a Boston e questa che vede Ken impersonare l'Amleto di Shakespeare.
Ne I ragazzi di Donovan si respira ancora l'aria misera e degradata dei bassifondi di Boston. Se in Sciopero era la fabbrica lo sfondo e gli operai / proletari i protagonisti, qui è il sottoproletariato senza speranza che viene rappresentato. Tuguri miserabili dove si affollano famiglie numerose, spesso di immigrati, che fanno fatica a mettere insieme un misero pasto per i propri componenti. Sfruttatori che ricattano poveracci, piegati di fronte al proprio destino. La legge che difende il forte dalle giuste rivendicazioni del debole, mettendo ancor più in luce la mistificazione del sogno americano. In questo scenario così triste si fa breccia, nonostante tutto, l'umanità di una banda di ragazzini di strada, che accolgono e curano un Ken ridotto in fin di vita dopo lo sciopero finito nel sangue della storia precedente.


Il trait-d'union fra le due avventure di questo volume è proprio la caratteristica di ricercato di Ken. I ragazzi lo nascondono dalla polizia e dall'agenzia investigativa che lo sta cercando in quanto responsabile dell'uccisione di un poliziotto per legittima difesa durante la manifestazione operaia. Ken ricambia l'aiuto ricevuto cercando di fare del proprio meglio, come sempre, per cercare di limitare la misera condizione di questi ragazzi che la vita ha obbligato a crescere troppo in fretta.
Alla fine dell'albo Lungo Fucile saluta con affetto e commozione ricambiati i suoi giovani salvatori e comincia così la sua carriera di ricercato dalla legge. Ken non sarà più un uomo libero fino alla conclusione della sua saga che dobbiamo ancora conoscere nel futuro albo inedito. Per il momento, Chemako dovrà celarsi e travestirsi, cambiare identità e nascondiglio attraversando territori nuovi per lui. L'inizio di questa nuova vita avviene in una compagnia di teatranti, che non fa troppe domande, e che, un po' per necessità e un po' per umanità, accoglie lui e Norma all'interno della famiglia. Vediamo così i due nuovi attori nei panni rispettivamente di Amleto e Ofelia, provare e riprovare l'opera di Shakespeare fino alla prima dello spettacolo di fronte al pubblico. In alternanza alle tavole disegnate ad acquerello da Trevisan, che costituiscono nel loro insieme una trasposizione completa dell'opera del Bardo di Avon, si svolge la vicenda nella realtà dei vari teatranti, di Ken e di Norma, disegnata sempre in acquerello da Milazzo. Ancora una volta la scrittura di Berardi si sposa armoniosamente con i disegni di Milazzo nel rappresentare tanto la sensualità di Marilyn, quanto la vicenda umana di Norma.


Ken sfugge alla polizia aiutato da Norma e, nelle due ultime tavole, assistiamo ad un altro di quegli addii che, insieme a quello di Adah, ti restano nel cuore, così come restano le parole di Norma Jean:
"Quel che ho dentro nessuno lo vede, ho pensieri bellissimi che pesano come una lapide. Vi supplico, fatemi parlare."

domenica 16 novembre 2014

Sciopero - Ken Parker


E venne il giorno di Sciopero. Da venerdì 14 novembre è in edicola, libreria e fumetteria il ventinovesimo volume della collana Ken Parker edita da Mondadori, contenente 2 storie pubblicate per la prima volta più di trent'anni fa dalla Cepim di Sergio Bonelli: Il sicario (agosto-settembre 1983) e Sciopero (aprile 1984).
All'epoca non seguivo Ken Parker: ne vedevo la pubblicità in quarta di copertina degli albi di Mister No, Tex e Zagor che leggevo. Ma non ne comprai mai una copia. Dovetti aspettare altri quattordici anni prima di averne in mano una. Ed era Sciopero. E da quel numero, il 58 della serie Cepim, nacque la mia passione per le storie del biondo trapper del Montana. Una storia che non parlava di cow boy o indiani, di praterie o deserti. Ma di lavoro e di lavoratori. Di una fabbrica di Boston. Di proletari e di capitalisti. Di Capitale e di comunismo. Di sfruttamento, di sindacato, di sciopero. E di una spia e della sua presa di coscienza. Di un uomo che scopre un mondo per lui nuovo: un microcosmo, la fabbrica, di persone senza diritti che cominciano ad alzare la testa dalle macchine a vapore per rivendicarli.
Ancora una volta Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo fanno di Ken il testimone di una vicenda umana e sociale che lui affronta con gli strumenti che ha a disposizione. La curiosità di conoscere, l'empatia nei confronti delle persone di cui condivide l'esperienza, la capacità di scegliere. Ken impara a sue spese, dai propri errori, ma poi pensa, capisce e decide. E agisce quindi con coerenza secondo la propria coscienza.
Leggendo queste pagine mi trovai di fronte ad un personaggio diverso da Tex, Zagor e Mister No. Non un eroe, ma un uomo. Come me. E come l'amico che me lo regalò dopo aver vissuto insieme dieci mesi di una esperienza forte. Io obiettore di coscienza, lui operatore presso la struttura psichiatrica in cui prestai servizio. Dieci mesi in cui mi spogliai di tutte le mie sovrastrutture per tirar fuori quello che veramente ero. Un uomo con la curiosità di conoscere, con l'empatia verso le persone di cui condividevo l'esperienza, con i pregi e i difetti, posti, per una volta in modo completo, al servizio di qualcun altro che stava peggio. Io e lui diventammo amici subito, fin dalla primo giorno in cui condivisi il suo turno. E seguirono giorni di lavoro e notti di discussioni davanti ad una o più bottiglie di vino. Politica, utopie, scelte di campo anche drastiche. La sua vita ne era piena.
Mi regalò Sciopero quando ci separammo, a suggello di tutti i nostri discorsi. Ogni volta che leggo una storia di Ken disegnata da Milazzo, penso a lui, all'amico che me lo fece scoprire ed amare.

martedì 14 ottobre 2014

"Il richiamo di Alma" torna a Trieste con il fumetto di Vanna Vinci


Non poteva mancare ovviamente Trieste fra i luoghi che Vanna Vinci toccherà lungo il tour di presentazione de Il richiamo di Alma, il suo ultimo libro a fumetti, edito da Bao Publishing. La città giuliana è, infatti, lo sfondo in cui si muove Alma, la protagonista del romanzo di Stelio Mattioni, dal quale l'artista cagliaritana ha tratto il racconto a fumetti.
Così si è espressa Vanna a proposito del romanzo dell'autore triestino, pubblicato da Adelphi nel 1980:
"Il libro è bellissimo. Molto forte è la componente triestina. La figura della protagonista secondo me è l’immagine sia della città in se stessa che delle donne triestine, della loro sensualità in alcuni momenti accogliente, in altri sfuggente."
Dopo la pubblicazione a puntate sulle pagine del quotidiano locale Il Piccolo, avvenuta la scorsa estate, ora Il richiamo di Alma è finalmente un libro: il secondo che Vanna Vinci dedica a Trieste, sua "città mentale", dopo Aida al confine. In entrambi i casi la protagonista femminile, oggi Alma, allora Aida, compie un viaggio dentro di sé attraverso il viaggio esteriore lungo le vie e i luoghi di Trieste, rappresentati con estrema fedeltà dall'autrice.
A volte, chi viene da fuori città, posa il proprio sguardo su di essa e ne coglie lo spirito molto meglio di coloro che vi risiedono stabilmente. Certo, bisogna possedere una sensibilità particolare e concedersi il tempo per immergersi tanto nei dettagli quanto nel respiro d'insieme. Pare che Vanna Vinci ci riesca benissimo con questa città di confine, mentale ancor prima che fisico.

giovedì 9 ottobre 2014

Adah - Il capolavoro di Ken Parker


L'appassionato ma anche il distratto lettore di fumetti che non conosce ancora Ken Parker ha un'ottima occasione per rifarsi. Da venerdì scorso può infatti trovare in edicola, libreria o fumetteria il numero 23 della collana Ken Parker edita da Mondadori. Leggerà così due storie, già pubblicate nel 1982 dalla Cepim di Sergio Bonelli nei due rispettivi albi: La donna di Cochito e Adah. Dopo aver girato l'ultima pagina di Adah capirà, ne sono certo, perché Ken Parker è un fumetto unico. Probabilmente si appassionerà a tal punto del personaggio che vorrà recuperarne tutte le copie. Perché Adah è un capolavoro. Mi sbilancio dicendo che probabilmente è il culmine raggiunto dalla coppia Giancarlo Berardi - Ivo Milazzo. Certo, ci sono altre storie che fanno gridare al capolavoro, come Chemako, La ballata di Pat O'Shane, Lily e il cacciatore, Casa dolce casa, Diritto e rovescio o Sciopero (alla quale sono particolarmente legato). Ma Adah ti colpisce, ti sbalestra perché ti rendi conto che è qualcosa di davvero speciale.



Adah è una donna nera di quasi sessant'anni che racconta nel 1908 la storia della prima parte della sua vita, dalla schiavitù alla libertà. Lo fa leggendo le pagine del suo diario e questo è reso graficamente da vignette disegnate a mezzatinta e commentate da didascalie tratte dallo stesso diario: una scelta grafica quanto mai azzeccata. A queste si alternano sequenze con il consueto bianco e nero di Milazzo che raggiunge in questa storia una simbiosi perfetta con la sceneggiatura di Berardi.
Adah è il racconto di un'emancipazione, della conquista della libertà, dove con libertà non si intende soltanto la rottura delle catene, ma la piena espressione delle potenzialità di una persona. Berardi ci racconta con crudo realismo e con grande precisione storica la vita degli schiavi neri negli stati del Sud. Lo fa attraverso gli occhi di una bambina che scopre il suo mondo alternando stupore a paura. Mondo popolato da tanti tipi umani, connotati con la solita maestria da Berardi. E crescendo, Adah scopre di essere una schiava privilegiata: nota che la sua famiglia non è costretta a lavorare nelle piantagioni di cotone del padrone e che la sua casa è migliore del lurido dormitorio dove alla sera cadono sfiniti gli altri schiavi. La bellissima madre le rivela che lei e i suoi fratelli sono figli del signor Barrow, il loro padrone. E allora l'autore ci mostra i sentimenti di una bambina che cerca di essere amata anche dal suo impossibile padre. E che ovviamente non ce la fa, e piange.
Poi viene la Guerra di Secessione, raccontata attraverso le speranze e i pensieri degli schiavi. Barrow muore in battaglia e i componenti della famiglia di Adah, privi della protezione del padrone, si perdono o muoiono presi di mira dai figli legittimi bianchi di Barrow. La liberazione dalle catene della schiavitù giunge amarissima per Adah, preda della violenza dei soldati nordisti.



Si chiude la prima delle tre parti in cui è suddivisa la storia e il nuovo lettore si rende conto che Ken Parker non è ancora entrato in scena. Da una parte immagino il suo stupore, dall'altra penso che non lo consideri un problema perché il racconto di Adah è così coinvolgente da buttarsi a capofitto nella seconda parte. Dove troviamo la protagonista arrangiarsi come può fra le macerie della Richmond del dopoguerra. Vediamo Adah uscire dalla miseria grazie all'incontro fortuito con Horace, un ragazzo nero, sua vecchia fiamma nella piantagione, che si è fatto strada nelle agenzie governative. Trepidiamo per lei perché intuiamo che il suo ragazzo la sta ingannando e non possiamo far altro che disperarci insieme a lei quando Horace sparisce portandosi dietro quel poco che Adah aveva accumulato. Siamo felici per lei quando ritrova Tom, il fratello idealista che lotta per l'emancipazione dei neri, ma un smorfia d'amarezza attraversa il nostro viso quando la vediamo costretta per poter campare a fare la prostituta d'alto bordo. Non posso immaginare il lettore che non si rattristi a vedere come l'ex schiava Adah soddisfi ora i piaceri dei ricchi signori del sud, schiera cui il suo stesso padrone apparteneva. Ma anche questa parte della vita di Adah ha una fine improvvisa e burrascosa. La seconda parte della sua storia si conclude infatti con una sequenza drammatica di vignette a mezzatinta che vedono Adah sparare ad Arthur, il fratellastro bianco, membro del Ku Klux Klan e autore dell'assassinio di Tom.



Inizia la terza parte ed entra in scena Ken. Il lettore è giunto a tre quarti della storia e Ken appare solo ora. Ventiquattro tavole soltanto. Ma sono sufficienti per far capire, a chi non lo conoscesse, chi è Ken Parker. Lo ha detto anche Berardi: Ken non è il vero protagonista dell serie, "è una figura a latere, un testimone, il fulcro attorno al quale si raduna una commedia umana". Lui fa emergere le storie degli altri personaggi come Adah. Sono loro i veri protagonisti della serie. Ma come lo fa? Quale è la qualità umana di Ken che permette al personaggio di diventare il vero protagonista? E' l'empatia, la sua grande capacità di ascolto, di immedesimarsi nei panni dell'altro, e di rimandare al suo interlocutore ciò che ha ascoltato arricchito dalla propria esperienza. E' questo rimando che dà poi al personaggio la forza di affrontare la propria vita, di compiere le proprie scelte, di diventare il protagonista della propria storia. E in Adah è evidentissimo, così come lo era stato con Pat O'Shane.
Adah è in fuga: Arthur si è miracolosamente salvato e la legge la insegue, costringendola a cambiare continuamente città. E' a Hoolbrook, in Arizona, che il destino di Adah si incrocia con quello di Ken. E qui sono ambientate due tavole a mezzatinta tratte dal diario di Adah in cui c'è il cuore di tutto. Adah ci esprime le emozioni e le sensazioni provate durante il racconto della propria storia a Ken, che siede davanti a lei. Ecco alcuni passi:
"Durante il racconto, spiai continuamente il suo viso augurandomi e temendo allo stesso tempo di trovarci sdegno, ribrezzo, paura. ... Immobile ed inespressivo, il suo viso non tradiva nessuna emozione. Solo gli occhi palpitavano di vita. Erano chiari e vellutati, dolci e profondi, ingenui e disincantati. Più che ascoltare le mie parole, sembrava leggere le contraddizioni che nascondevano. Per un attimo mi sentii esposta e violata. Come si permetteva quel tizio di mettermi a nudo più di quanto non stessi già facendo io stessa? Con quale diritto e a che scopo s'impadroniva delle mie sensazioni più intime? Fui sul punto di tacere. Ma non c'era arroganza nel suo sguardo. Se mai, dolorosa partecipazione di chi ha vissuto i momenti drammatici della vita e riesce ad amarla."

Empatia: il cuore di tutto. Adah è colpita dalla partecipazione di Ken. E quindi ascolta le sue parole, che la invitano e le danno la forza per affrontare la Giustizia. Solo così Adah potrà essere una persona veramente libera. Le pagine seguenti vedono Ken aiutare Adah nel liberarsi definitivamente dai suoi spietati inseguitori e, soprattutto, vedono Ken "discreto come un amico e protettivo come un fratello", accompagnare la protagonista nel suo viaggio incontro alla Giustizia. Ma a volte il destino riserva sorprese insperate: in tribunale i due scoprono che il tentato omicidio di Adah era stato prescritto da una precedente amnistia e che gli inseguitori di Adah non erano uomini di Giustizia ma sicari di famiglia.
La tavola finale, ancora a mezzatinta, è fra le più belle di tutta la serie. Ken accompagna Adah al treno. I due si scambiano un arrivederci "ben sapendo che si trattava di un addio". Sono i primi passi di una donna finalmente e veramente libera. Passi ancora incerti ed insicuri, ma guidati da una grande forza interiore che sta nascendo e che fa pronunciare ad Adah le parole finali:
"Mi ci erano voluti ventotto anni per capire che la libertà è un bene prezioso che va conquistato giorno per giorno. Da allora però non l'ho più scordato. Così come non scorderò mai chi me l'insegnò, un uomo bianco dagli occhi vellutati" 

domenica 5 ottobre 2014

Adam Wild, la freschezza dell'avventura


Giri l'ultima pagina e hai la sensazione di avere appena letto una di quelle storie d'avventura d'altri tempi: quando gli eroi si battevano con ardimento in lontani luoghi esotici e affrontavano a viso aperto nemici spietati. Eroi un po' guasconi, che senza guai non ci sapevano stare. Eroi a cui ribolliva il sangue di fronte ad un'ingiustizia e che non si perdevano in calcoli o riflessioni: passavano subito all'azione. Moschettieri, pirati, esploratori. Ecco: esploratori è la parola giusta! Adam Wild è un esploratore scozzese che vive alla fine dell'Ottocento a Zanzibar, dove la schiavitù è ufficialmente abolita ma il suo commercio è comunque praticato grazie alla connivenza delle autorità corrotte. E allora un eroe d'altri tempi che cosa fa per ottenere giustizia? Va dritto a casa del potente trafficante e lo ammazza con le proprie mani.


Vitalità e freschezza sono le caratteristiche de Gli schiavi di Zanzibarl'albo d'esordio della nuova collana mensile con cui la Sergio Bonelli Editore ritorna alla grande avventura. E chi se non Gianfranco Manfredi poteva confezionare un albo in cui Avventura e Storia si intrecciano così armoniosamente. Dopo il Far West cavalcato da Magico Vento, dopo Roma e l'Abissinia della prima guerra coloniale italiana combattuta da Volto Nascosto e dopo la Cina della Guerra dei Boxer vissuta da Shanghai Devil, il teatro della nuova avventura è l'Africa subequatoriale. Ancora il colonialismo è uno dei temi principali, qui rappresentato in una delle sue più aberranti manifestazioni: lo schiavismo. Ed ecco quindi Adam Wild, un eroe dal fisico prestante e dal sorriso beffardo, che si ribella allo status quo.
Ottima prima per la nuova serie Bonelli: storia con tanto ritmo, personaggi ben caratterizzati (oltre al protagonista, promettono bene il conte Molfetta e la principessa bantù Amina, liberata dal nostro eroe) e un'ambientazione affascinante. Merito certamente anche dei disegni chiari e precisi di Alessandro Nespolino, l'ideatore grafico del personaggio che rappresenta una Zanzibar affascinante ed evocativa.
Adam Wild si presenta come la migliore novità autunnale di casa Bonelli, al di là della tanto sbandierata rivoluzione dylandoghiana e della seconda stagione di una serie di cui sarò volentieri orfano... 


sabato 4 ottobre 2014

Il nuovo corso della Bonelli


Ci ho messo un po' di tempo, ma oggi ho finito di guardare su Youtube i 108 minuti della conferenza stampa che la Sergio Bonelli Editore ha tenuto la mattina di venerdì 26 settembre al Blue Note di Milano. Si tratta di un evento storico per la pluridecennale storia della gloriosa casa editrice milanese, perché è la sua prima conferenza stampa in assoluto. Mai prima d'ora, infatti, quelli di via Buonarroti 38 avevano convocato giornalisti e addetti ai lavori per comunicare nuovi prodotti e nuove strategie. Segno quindi di una svolta nelle logiche di comunicazione della casa editrice.
La data scelta non è poi casuale: tre anni fa moriva Sergio Bonelli e il primo pensiero di Michele Masiero (caporedattore) e di Mauro Marcheselli (direttore editoriale) è rivolto giustamente a lui e alla nuovissima sezione del sito dedicata alla sua figura di autore ed editore oltre che all'uomo Sergio Bonelli.
Quali i temi di questa conferenza stampa? Sostanzialmente due: la presentazione di nuove testate o il rinnovo di testate già esistenti e, soprattutto, l'annuncio della volontà della casa editrice di portare i propri personaggi nelle produzioni multimediali.
Adam Wild, la seconda stagione di Orfani intitolata Ringo, e Dylan Dog sono state quindi le collane presentate dai rispettivi autori. Protagonista di questa prima parte: Roberto Recchioni che ha visto il suo già notevole ego diventare smisurato dopo che un'inaspettata comparsa sul palco di Tiziano Sclavi ha sancito ufficialmente il passaggio di testimone nella direzione artistica di Dylan Dog (la mano di Sclavi appoggiata sulla spalla di un Recchioni a capo chino sapeva tanto di investitura medievale da parte del vecchio re che si ritira nei confronti del novello regnante).



L'apertura delle presentazioni tocca in realtà a Gianfranco Manfredi che illustra le caratteristiche del suo nuovo personaggio Adam Wild (in edicola dal 4 ottobre), soffermandosi molto sul ricco parco disegnatori. Avventura classica nel solco della migliore tradizione bonelliana: questo dobbiamo aspettarci dalla serie che, ne sono certo, non deluderà le aspettative dei lettori che conoscono l'autore marchigiano e i suoi precedenti successi bonelliani (Magico Vento, Volto Nascosto, Shanghai Devil e diverse storie di Tex).
Ad un autore che ha dato e sta dando tanto alla Sergio Bonelli Editore e, quindi, al fumetto italiano mi sarei aspettato che fosse concesso molto più spazio. Invece stop. Pochi minuti e viene liquidata la pratica Manfredi/Adam Wild. E allora via con lo show di Recchioni, già ringalluzzito dalla pacca sulla spalla di Scalvi. E avanti con Dylan Dog e il suo nuovo corso. E poi ancora con la seconda stagione di Ringo. Lo sceneggiatore romano è prolisso e ti investe con un fiume di parole. Dice tante cose interessanti ma la sensazione è che si prenda più spazio di quello che gli spetterebbe.



Le cose non migliorano poi quando vengono introdotti Vincenzo Sarno (responsabile del Business Property Development della Bonelli) e Alessandro Ravani (amministratore delegato di RaiCom). Si illustra la nuova strategia della casa editrice che vuole puntare a produrre serie televisive, film, videogiochi, merchandising. Multimediale, quindi, a partire dal core business fumetto. E la prima prova concreta quale sarà? Inutile dirlo: Orfani. Lo si poteva già intuire leggendo la serie cartacea che il naturale sviluppo sarebbe stato il motion comic. Non mi sarei aspettato una collaborazione con la Rai. E invece eccola: 10 puntate da 30 minuti in onda su Rai4 a partire da dicembre. Cos'è il motion comic? Avete presente SuperGulp! Fumetti in TV di quasi quarant'anni fa? Ecco, più o meno quello, ma in una versione molto più effettata (madonna che brutto termine che mi usa Sarno) e in 3D. Più stilosa e fashion, insomma, ma sempre quella roba là. Ma tant'è..
E quindi ancora Recchioni a disquisire di nuovi media, di nuovi linguaggi di narrazione da portare nel fumetto: quelli delle serie televisive e dei videogiochi, tanto per essere chiari. E poi ti domandi perché un albo di Orfani lo leggi mediamente in metà tempo di un altro albo Bonelli? Sì ma Recchioni ti dice che anche il primo albo di Dylan Dog usava un linguaggio talmente innovativo che lo leggevi velocissimamente. Come se la stessa velocità (tutta da dimostare) di lettura fra il Dylan Dog numero 1 e un albo a caso di Orfani bastasse per metterli sullo stesso piano della qualità.... E non basta il motion comic: anche uno sceneggiato radiofonico adatterà Orfani e verrà trasmesso prossimamente.
Mi domando: ma fra tutta la sterminata library (Sarno la chiama così) di personaggi e storie che costituiscono il patrimonio fumettistico e quindi culturale degli oltre sette decenni di storia della Bonelli, proprio con Orfani si doveva fare il grande salto nel multimediale?


Ciliegina sulla torta: le domande in chiusura da parte dei giornalisti/blogger presenti in sala sono tutte per Recchioni e alcune per Sarno o Masiero/Marcheselli: tutte incentrate su Dylan Dog, Orfani e nuova strategia editoriale. Certo, la grossa novità uscita dalla conferenza stampa è l'ingresso in pompa magna della Bonelli nelle produzioni multimediali. Ma proprio perché il tema è così importante non solo per la casa editrice ma per tutto il fumetto italiano, va lasciato affrontare da Recchioni e basta? A me, invece, sarebbe piaciuto vedere attivi sul palco insieme a Manfredi (e non passivi in platea) gli autori storici della Bonelli, come Castelli, Sclavi, Boselli, Serra e Medda. Per non parlare di Berardi e Burattini (mi pare assenti anche dalla platea). O di Enoch, Vietti e Ruju. Questa gente qua (e tanti altri ancora) sono la Bonelli. E loro sono i più titolati a parlare di un argomento del genere.

domenica 14 settembre 2014

La scuola elementare intitolata a Sergio Bonelli


Domani mi piacerebbe svegliarmi, fare colazione ed uscire a fare una passeggiata per le vie del mio quartiere. Prenderei viale Gian Luigi Bonelli, ma la mia fantasia mi farebbe percorrere la main street polverosa di una cittadina del far west. Vedrei saloon al posto dei bar e stalle con i cavalli al posto dei garage con le automobili. Svolterei poi a sinistra in viale Hugo Pratt ma, chiudendo gli occhi, sentirei sulla pelle la fresca schiuma del mare che immaginerei di solcare con la mia barca. Arriverei poi in Piazza Andrea Pazienza, mi metterei esattamente al centro e comincerei a girare in tondo su me stesso senza più fermarmi: come in un film le immagini dei fumetti più belli si alternerebbero l'una dopo l'altra.



Non sto parlando di un luogo di fantasia ma del quartiere romano di Mezzocammino, dove le vie, le piazze, i parchi e le scuole sono dedicate ai personaggi dei fumetti ed ai suoi autori. Se i bimbi più piccoli sono accuditi nell'asilo nido Calimero, quelli appena un poco più grandi frequentano la scuola materna La Pimpa o La Stefi. A sei anni tutti alle scuole elementari Geronimo Stilton per poi approdare alle medie Lupo Alberto.



Ma lunedì 15 settembre il quartiere si arricchirà di una nuova scuola elementare, intitolata a Sergio Bonelli. Trovo quanto mai azzeccata l'idea di associare il nome dell'editore e autore milanese ad un'istituzione legata alla cultura, all'educazione e anche al divertimento. Come ha scritto Giancarlo Berardi poco dopo la morte di Sergio Bonelli, la casa editrice da lui diretta ha svolto dal dopoguerra fino ad oggi un'operazione culturale senza precedenti. I personaggi della Bonelli hanno infatti contribuito a formare la personalità di intere generazioni di ragazzi, e l'hanno fatto attraverso un mezzo, il fumetto, molto efficace perché veicolo di divertimento. Mi sembra quindi più che giusto intitolare alla memoria di Sergio Bonelli un luogo dove tanti altri ragazzi cominceranno a formare la propria personalità con la cultura e il divertimento.





sabato 13 settembre 2014

Si alza il vento di Miyazaki al cinema...per quattro giorni


Oggi, finalmente, esce nelle sale cinematografiche italiane Si alza il vento, l'ultimo lungometraggio di animazione di Hayao Miyazaki. Era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2013! il pubblico italiano ha dovuto attendere, quindi, più di un anno prima di poter assistere all'opera con la quale l'autore giapponese ha deciso di chiudere la sua esperienza con i film di animazione. E ora abbiamo ben quattro, no dico, quattro giorni durante i quali i cinema italiani proietteranno Si alza il vento. E te lo spacciano come un evento esclusivo!! E qui l'unico commento da fare è quello che Zerocalcare ha postato sul suo profilo facebook:
"aaah da paura! è un evento! e io che pensavo che era na distribuzione de merda!"
D'altronde si tratta solo dell'ultimo film di uno dei più grandi maestri del cinema internazionalmente riconosciuti, già vincitore di un premio Oscar per La città incantata e prossimo a ricevere l'Oscar alla carriera. A Parigi, dove di animazione e di fumetti capiscono più di noi (ma soprattutto non nutrono dei pregiudizi culturali verso questo mondo, anzi), gli stanno dedicando una mostra con 1300 disegni di layout per capire i segreti creativi all'origine delle opere uscite dallo Studio Ghibli.



Pertanto accorrette numerosi all'evento in esclusiva per soli quattro giorni! Ma state tranquilli: per i cinepanettoni natalizi avrete a disposizione settimane e settimane.

sabato 6 settembre 2014

Outlaw Pete: il libro illustrato di Bruce Springsteen


I fans più sfegatati di Bruce Springsteen dividono l'umanità in due grandi categorie: i fortunati che hanno partecipato ad un concerto del Boss, e coloro che non lo hanno fatto. Ho scritto "partecipato" e non "assistito" perché ogni concerto del rocker del New Jersey è un evento in cui la persona che ha comprato il biglietto si sente parte attiva dello show, e non una semplice spettatrice. Nasce infatti una sorta di magico flusso di energia che viene scambiato nei due sensi, dal palco verso il pubblico e viceversa (ne avevo già scritto qui).
Tornando alle due categorie: il 23 luglio del 2009 fu per me la data nella quale passai dall'una all'altra. L'occasione fu il concerto tenuto da Bruce Springsteen e dalla E Street Band (compreso il compianto Big Man) allo Stadio Friuli di Udine. Un'emozione enorme e una gioia incontenibile hanno trasformato una calda sera d'estate in una festa indimenticabile. Il mezzo? La musica, 26 pezzi cantati e ballati dalla band e dal pubblico.
Il quarto fu Outlaw Pete, punta di diamante dell'album Working on a Dream. Si tratta di un brano che invita prima al raccoglimento: Bruce ti sta raccontando una storia, tu lo ascolti quasi in silenzio. E poi la musica cresce, spicca il volo fino a travolgerti. La storia è quella di Pete, bambino fuorilegge, che Springsteen ha tratto da un racconto che la madre gli leggeva negli anni Cinquanta quando era ancora un ragazzino: Bravo Cowboy Bill di Kathryn e Byron Jackson.
“Outlaw Pete is essentially the story of a man trying to outlive and outrun his sins”
Questo è il senso che il Boss dà alla storia, trasformata ora in un libro speciale. Springsteen, infatti, ha chiamato il fumettista ed illustratore Frank Caruso a curarne la parte grafica. Così, il 4 novembre prossimo sarà possibile acquistare nel mercato americano,  grazie all'editore Simon & Schuster, il risultato di questo lavoro a quattro mani.
Alcuni critici hanno inserito a buon diritto i testi di Springsteen nell'alveo della grande storia del romanzo americano: le sue canzoni sono infatti delle short stories che ti catturano per la nitidezza con cui il Boss pennella i personaggi, i loro sentimenti e le loro azioni. Outlaw Pete ha riacquistato grazie a Springsteen una nuova vita, una vita più matura dopo quella vissuta negli anni Cinquanta.

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