martedì 2 settembre 2014

La straordinaria amicizia fra Ken Parker e Lily


Potrà sembrare strano, ma penso non ci sia una storia nella quale Ken Parker riveli tanto di sé come Lily e il cacciatore. La stranezza sta nel fatto che l'interlocutore al quale Ken espone la propria concezione della vita non è in grado di capire le sue parole perché si tratta di Lily, una cagnolina.
"...pur non essendo indispensabile, ognuno di noi ha un ruolo ben preciso in questo mondo...E fin qui niente di nuovo... Solo che molti lo collegano all'idea di Dio, io invece lo sento come un dovere verso la gente, verso l'umanità!
D'altronde, forse anche noi due siamo Dio.. Voglio dire una parte piccolissima di Dio, che unita alle altre di questo mondo e a quelle di altri mondi ancora.."
L'essenza di Ken è racchiusa in queste parole pronunciate ad un animale, che gli ha salvato la vita due volte. La sua religione laica, che si basa unicamente sul riconoscimento della dignità dell'uomo e degli altri esseri viventi e in senso lato della Natura, è espressa ad una cagnolina.
Se vuoi conoscere Ken Parker, devi leggere questa storia eccezionale, nella quale la protagonista è Lily, una cagnetta. Dopo averla libeta dal morso di una sua tagliola, Ken e Lily diventano subito amici, nasce fra loro quel feeling che unisce due esseri viventi che non possono comunicare se non con sguardi, espressioni del viso, inflessioni della voce, gesti e postura del corpo. Lily ricambia subito e con gli interessi il favore, salvando Ken prima dall'assalto di un branco di lupi, e poi, ferito e bloccato in una grotta, portandogli rami d'albero per accendere il fuoco e procacciandogli il cibo.


Fuori dalla grotta c'è solo neve e freddo e Ken delira in preda alla febbre, sogna la madre che gli racconta una fiaba, canta per sentirsi vivo e Lily improvvisa un balletto alzandosi sulle zampe posteriori. Ken sente avvicinarsi la morte e allora spiega a Lily il suo pensiero laico del significato dell'esistenza.
Giancarlo Berardi sceneggia in modo superlativo una delle storie di Ken più drammatiche e più intense. E solo i disegni di Ivo Milazzo possono rendere viva e poetica questa avventura. Diverse tavole completamente mute e, ovviamente, prive di didascalie raccontano più di mille parole. Milazzo è quasi spietato nel mostrarci come la disperazione trasformi il volto di Ken. Non credo che nelle storie future lo vedremo così sofferente, con un viso così emaciato, la barba lunga e la pelle sporca. Angosciante la sequenza di vignette nella quale gli occhi indemoniati di Ken, devastato dai morsi della fame, si incrociano con quelli innocenti di Lily. L'istinto di sopravvivenza rende Ken furioso e cieco, l'idea di sfamarsi con la carne di Lily gli attraversa la mente obnubilata. Ken prende in mano il coltello, chiama a sé la cagnetta, ma quello scambio ravvicinato di sguardi gli fa cambiare idea all'ultimo istante. Allontana con veemenza Lily fuori dalla grotta e piange disperato per la morte imminente.


Mai in nessun'altra storia Berardi ci mostra Ken attraversare così tanti stati d'animo: dalla spensieratezza iniziale del bivacco attorno al fuoco con i soldati dell'avamposto militare al quale Ken è assegnato, fino alla disperazione della solitudine nella grotta, con tutte le gradazioni intermedie. L'intelligenza e l'stinto di Lily si riveleranno ancora fondamentali per la salvezza di Ken. La scena dello scontro con l'orsa non lascia indenni. Ma non tanto per l'adrenalina che sale quando lo sguardo annebbiato di Ken riesce a dirigere l'unico colpo del suo Kentucky portandolo a segno sul volto dell'orsa ormai a pochi passi da lui. Quanto per il ringhio rabbioso di Lily che allontana dal cucciolo d'orso la mano di Ken ancora grondante del sangue caldo della mamma uccisa. L'uomo riceve una lezione dalla cagnetta, e noi restiamo lì, quasi ci vergogniamo insieme a lui per quello che ha fatto. Milazzo non ce lo risparmia, ritraendo Ken con il volto sporco di sangue e un'espressione contrita che sembra quasi chiedere perdono.
L'epilogo con il ritorno al mondo degli uomini del solo Ken, e non di Lily, rappresenta l'ultima emozione di una storia indimenticabile pubblicata originariamente dalla Cepim di Sergio Bonelli nel dicembre del 1979, ma che si può tranquillamente rileggere nella splendida edizione pubblicata poche settimane fa dalla Mondadori.  

sabato 30 agosto 2014

Aspettando Adam Wild


Appuntamento in edicola il prossimo ottobre con il primo numero di Adam Wild, la nuova serie a fumetti scritta da Gianfranco Manfredi ed edita da Sergio Bonelli Editore. La casa editrice svela sul proprio sito alcuni dettagli dell'albo di esordio intitolato Gli schiavi di Zanzibar e disegnato da Alessandro Nespolino. La copertina molto espressiva di Darko Perovic lascia intendere molto del carattere di questo nuovo personaggio: sfrontato, ribelle e in cerca di avventura. L'Avventura sarà la protagonista di questa nuova serie, nell'alveo della classica tradizione bonelliana, per non dire salgariana: d'altronde la Bonelli non ha forse raccolto l'eredità lasciata da Emilio Salgari, portando l'Avventura dal campo della letteratura a quello dei fumetti?
Ci sono infatti diverse similitudini fra Adam Wild, le cui vicende sono ambientate nell'Africa nera di fine Ottocento, e gli eroi anticolonialisti come Sandokan o Yanez creati da Salgari. Fin dall'anteprima del primo episodio capiamo che Adam si batte contro la schiavitù e il razzismo e questo, a sua volta, ci ricorda gli altri personaggi creati da Gianfranco Manfredi nelle precedenti serie o miniserie bonelliane: Magico Vento, Volto Nascosto e Shangai Devil. Anche qui il colonialismo era un elemento fondamentale del contesto storico entro cui si muovevano i protagonisti: certamente più familiare il mondo nordamericano del Far West in cui agisce lo sciamano bianco dei Siuox (che frequenta comunque anche l'east coast cittadina), poco nota l'Africa coloniale italiana di fine Ottocento in cui cui Ugo Pastore conosce Volto Nascosto, per non parlare della semisconosciuta Cina del tempo dei Boxer, teatro delle avventure di Shangai Devil/Ugo Pastore.
E ora la fantasia di Gianfranco Manfredi ci porta nell'Africa nera di fine Ottocento, a vivere le imprese di un eroe molto diverso dal tormentato Ugo Pastore. Adam è infatti un uomo d'azione, anticonformista e, diremmo oggi, politicamente scorretto. La sua espressione scanzonata e attaccabrighe ricorda Errol Flynn, fonte di ispirazione tanto per le sembianze del personaggio, quanto per il suo carattere e la sua indole.
La serie sarà organizzata in stagioni annuali e vedrà l'esordio in casa Bonelli di nuovi disegnatori, fra i quali parecchi di nazionalità serba (al riguardo segnalo questa interessante intervista).
Personalmente sono molto contento dell'annunciato inizio di Adam Wild: da una parte perché ho sempre apprezzato molto i precedenti lavori a fumetti di Manfredi, dall'altra perché mi sentivo orfano (!!!), nel pur ricco ventaglio di collane proposte attualmente dalla Bonelli, di una serie d'avventura classica, di ambientazione storica e con un protagonista fisso. 

mercoledì 20 agosto 2014

Ken Parker e la sporca guerra


Ne La leggenda del generale, secondo episodo contenuto nel sedicesimo volume della collana Ken Parker pubblicata da Mondadori Comics, giunge alla maturazione una decisione che ha assilato Ken per lungo tempo: l'abbandono dell'esercito. Il nostro biondo amico è, infatti, uno scout, un esploratore che lavora per l'esercito degli Stat Uniti. Non è quindi un soldato, ha più libertà e spazio per la sua azione, ma deve comunque sottostare agli ordini che gli vengono impartiti dall'alto. Lo immaginiamo bene: non è la condizione ideale per Ken, che sappiamo essere uno spirito libero, uno che pensa con la propria testa, che ascolta gli altri e che cerca di mettersi nei loro panni prima di giudicare. Ma sappiamo anche che Ken non è un eroe, è un uomo e, come tale, ha mille dubbi. Ha certo le sue idee e i suoi ideali, ma sperimentarli nella realtà non è sempre facile: si rischia spesso di commettere degli errori. Poi, però, l'importante è che si impari da essi, e questo sappiamo che Ken lo fa. E ci piace per questo.


Lungo Fucile esprime per la prima volta in modo esplicito i dubbi riguardo al proprio lavoro nell'episodio Lily e il cacciatore (storia meravigliosa disegnata da Ivo Milazzo su cui tornerò in un altro post). Ken ammette di fronte ad un soldato di non saper far altro che la guida e che per guadagnarsi da vivere gli è toccato di ritornare sotto le armi. All'obiezione avanzata dal commilitone che non si tratta comunque di una brutta vita, Ken ribatte:
"Sì, basta abituarsi a non pensare. L'esercito è solo uno strumento nelle mani dei politici, senza volontà propria. E il più delle volte diventa uno strumento di sopraffazione e di morte."
Le parole che Giancarlo Berardi fa pronunciare a Ken sono molto chiare e nette: ma non sufficienti a spingere il suo personaggio a tradurle in un'azione coerente. Ken rimane ancora nell'esercito. D'altronde, lo ha detto lui stesso: non sa far altro e di qualcosa bisogna pur vivere.
Nell'episodio successivo, Pellerossa (sceneggiato da Maurizio Mantero e disegnata da Carlo Ambrosini e Ivo Milazzo), Ken incontra una sua vecchia conoscenza, il capo cheyenne Mandan, tragico protagonista del primo episodio della collana, Lungo Fucile. Allora il capo indiano aveva rifiutato il fucile che lo scout intendeva donargli come arma di difesa per il proprio figlio dalle future insidie dell'uomo bianco. Il motivo di questo rifiuto era dettato dalla constatazione che le armi non avevano giovato al popolo rosso, causando solo morte e distruzione. Il figlio di Mandan avrebbe quindi dovuto trovare un altro modo per combattere. Alcuni anni dopo, Ken si imbatte nel capo indiano durante un drammatico assedio, nel quale lo scout sta difendendo uno sparuto convoglio composto da donne, bambini e soldati feriti, dall'assalto di un folto gruppo di guerrieri pellerossa. Il loro capo è Mandan e, quando i due per caso si riconoscono, un epilogo più doloroso viene scongiurato. Il Nostro non risparmia comunque all'altro le parole non mantenute di allora, ma il dialogo che ne nasce rappresenta una dura lezione per Ken. E' Mandan ad iniziare:
"Ricordi le parole di quel giorno?"

"Le ricordo. Dicevi che non avresti più impugnato le armi."

"Non si può restare a guardare quando il proprio popolo muore."

"A volte l'unico modo che un uomo ha di camminare diritto è quello di cambiare strada!.."

"Tieni, Lungo Fucile. Cambia strada anche tu. Non si può camminare diritto insieme alle giacche blu!"
Porgendo a Ken il suo fucile, Mandan gli ricorda che non si può separare la propria coscienza dai propri atti o da quelli compiuti dall'organizzazione cui volontariamente si appartiene. Nell'ultima vignetta Ken guarda Mandan allontanarsi sul proprio cavallo: è ammutolito, non sa cosa rispondere.

 
Berardi non usa solo il personaggio protagonista della serie per farci capire quello che pensa, ma anche, spesso, i comprimari, o meglio, i protagonisti delle storie di cui Ken è testimone. Nell'episodio Il caso di Oliver Price (sceneggiato da Alfredo Castelli e disegnata da Giancarlo Alessandrini) è l'acceso dialogo fra il colonnello Price e suo figlio Oliver, nuova recluta arrivata al forte all'insaputa del padre che lo comanda, ad aggiungere elementi al quadro entro cui l'immagine dell'esercito viene ritratta.
"Ed eccoti qua... arruolato come soldato semplice insieme a un mucchio di vaccari che non sanno nè leggere nè scrivere e sono solo poco meno bestie delle bestie che macellano... Tu, mio figlio, in mezzo a un gruppo di disperati il cui massimo divertimento è gettare i petardi a una recluta o portrsi a letto una lavandaia.."

"Vedo che hai molta stima dei tuoi uomini papà!"

"Sono ottimi soldati! E lo sono proprio perché non hanno una cultura, una preparazione personale. E quando suona la carica vanno all'attacco senza pensare se ciò che fanno è giusto o non è giusto..."
Il concetto espresso precedentemente è quindi rinforzato: per uccidere non serve pensare, anzi è deleterio.


Ma è appunto ne La leggenda del generale (sceneggiata da Berardi insieme a Maurizio Mantero e disegnata da Carlo Ambrosini e Ivo Milazzo) che Ken trova la forza di abbandonare l'esercito. Prende la decisione di fronte allo scempio di cadaveri che copre l'erba di uno dei teatri di guerra diventati più celebri: il Little Big Horn. Tutto l'episodio è incentrato sulla corsa contro il tempo sostenuta da Ken per raggiungere il Settimo Cavalleggeri comandato dal generale Custer, al quale è stato assegnato come scout. Per sua fortuna, una serie di eventi intralcia il cammino del Nostro, facendolo arrivare in ritardo sul luogo della battaglia. Una parte del viaggio è condotta su di un battello che naviga lungo il Missouri, dove Ken fa la conoscenza di Monahseeta, un'indiana che nel passato era stata prigioniera ed amante di Custer e che ora, insieme al figlio avuto dal generale, cerca di raggiungere. Lungo il viaggio fluviale Ken trova il modo di esporre ad un soldato ciò che pensa sull'esercito:
"Beh, è un po' che penso di mollare tutto. Da quando sto con l'esercito, ho visto commettere le peggiori atrocità, in nome di interessi che non sono certo i miei...
Finora mi ha trattenuto la considerazione che non so fare altro che la guida. Ma più passa il tempo, e più mi sembra solo una scusa..."
Il processo decisionale sta giungendo alla sua conclusione. Ken ha capito che sta mentendo a se stesso e che non può più nascondersi.
Passano infatti solo pochi giorni e ciò che Ken vede al Little Big Horn lo spinge all'azione. Ken si rivolge a Monahseeta, riferendosi agli altri soldati giunti con loro sul luogo della battaglia:
"...Guardali, sono tutti assetati di vendetta, e posso anche capirli!...Però io sono stufo di stare nel mezzo! Stufo di dovermi dividere tra il dovere e la coscienza!
Dopo questo, il tuo popolo non ha più scampo. Ma non asisterò alla sua agonia...Io ho chiuso con questa sporca guerra!"

"Hai deciso di lasciare le giacche blu?"

"Sì. E questa volta per sempre."
La decisione infine è presa e non si torna più indietro.   

martedì 12 agosto 2014

Aspettando "Fun" di Paolo Bacilieri

Disegno di Paolo Bacilieri
Paolo Bacilieri lo aveva anticipato a Trieste ben più di un anno fa: Fun era il titolo del progetto cui stava lavorando e che sarebbe diventato un libro a fumetti. Un libro dedicato al cruciverba. Una bellissima notizia: ogni nuova opera di Paolo lo è. "Ma perché Fun?" continuavo a domandarmi. Forse, se avessi indagato su internet, l'avrei scoperto ma è stato l'autore veronese a svelarlo con molta ironia sul suo blog pochi mesi fa:
Cos'è Fun?Fun è il titolo del nuovo libro al quale sto lavorando.
Si tratta di un libro a fumetti sulle parole crociate, sì, i cruciverba.
Perchè Fun?
Perchè è la prima parola comparsa nel primo cruciverba, suppergiù un secolo fa, nel 1913, ed è tutta colpa di Stefano Bartezzaghi. Stefano, una sera di un paio di anni fa mi disse: "Paolo, perchè non fai un fumetto sulla Storia del Cruciverba?"
Come hai risposto a Bartezzaghi?
Ho risposto: "Stefano, fossi matto!"
Poi però di Bartezzaghi ho letto lo splendido libro dallo splendido titolo "L'orizzonte verticale", nel tempo fatto di attimi ho preso in mano un paio di vecchie Settimane enigmistiche (uguali a quelle nuove, fatta eccezione per Il Tenero Giacomo) ed ecco che qualcosa di oscuro, rognoso, suadente e irrevocabile ha cominciato a tediarmi. Conosco i sintomi.
Che libro sarà?
Sarà un libro multistrato. Conterrà una parte storica (NewYork 1913, Londra 1944, Parigi 1960, Milano 1930/1970) e una contemporanea (con Zeno Porno & C. più un nuovo personaggio, Pippo Quester).
Conterrà inoltre diverse storielle incrociate, "orizzontali e verticali", che ho realizzato in questi anni, per Animals, per il Corriere, etc.
Quando uscirà?
Presto.
Sei matto?
Sì, sono matto.
Oltre a suscitarmi un sorriso, le parole di Paolo hanno provocato molta curiosità. Così mi son procurato il libro di Stefano Bartezzaghi e, da vecchio solutore di cruciverba, mi son calato nella storia affascinante di questo genere particolare di rompicapi (puzzles) nato a New York il 21 dicembre del 1913. L'enigmista milanese ha calamitato la mia attenzione solo come i grandi romanzi sanno fare. E in fondo L'orizzonte verticale ha le caratteristiche del genere, pur essendo un saggio. La storia suggestiva e il mondo che circonda il Cross-word sono narrati con una prosa avvolgente facendo rivivere tutti i protagonisti che hanno reso celebre e popolare questo puzzle. A cominciare dal suo inventore, Arthur Wynne, inglese di Liverpool trasferitosi nella Grande Mela, che ha l'intuizione del secolo e crea il primo Word-cross puzzle (questo il suo nome originale).
Il primo cruciverba pubblicato domenica 21 dicembre 1913 sull'inserto settimanale Fun del New York World

Che legami ci sono fra il cruciverba e il fumetto? Nella sua origine, tantissimi. Fun è la prima parola comparsa in chiaro sul primo cruciverba ma è anche il nome dell'inserto domenicale del "New York World" in cui è apparso: "Fun". Otto pagine di intrattenimento e di distrazione, ottenuti grazie a rompicapi come indovinelli, anagrammi, sciarade, rebus e grazie a fumetti. Leggendo Fun, il cittadino newyorchese degli Anni Dieci poteva quindi trascorrere del tempo libero in modo lieto grazie a puzzles e a fumetti. E a partire da quel 21 dicembre del 1913, potè cimentarsi anche nella soluzione di quel nuovo rompicapo ideato dal curatore della pagina dei giochi del Fun.

Disegno di Paolo Bacilieri
Paolo Bacilieri ci sta regalando delle affascinanti anticipazioni del suo libro, pubblicandone alcune tavole di quando in quando sul suo blog. In alcune vediamo lo stesso Wynne mentre sta avendo l'illuminazione. In altre, le matite di Paolo ritraggono in modo quasi maniacale l'ambiente in cui questa creazione ha luogo: la città di New York degli Anni Dieci. E non è un caso se questa invenzione ha scelto come tempo e come luogo questa città. Come dice lo stesso Bartezzaghi, infatti:
"Nei primi decenni del Novecento, negli Stati Uniti, vengono eretti alcuni pilastri della modernità, nei settori della distribuzione delle merci, dei servizi, dell'organizzazione del tempo di lavoro e del tempo libero. Sono gli anni in cui esplodono il cinema, le sale da ballo, le lotterie popolari, la musica jazz, i fumetti, diverse manie di massa...: anche i costumi sessuali trovano una nuova libertà nei nuovi tempi e nei nuovi spazi urbani... Nasce la metropolitana di New York. Il cielo della città si popola di grattacieli, il cielo degli Stati Uniti si popola di aerei....Sono gli anni in cui si inaugurano i primi grandi magazzini e le vendite rateali; la merce si standardizza, con marchi e confezioni riconoscibili e onnipresenti. I giornali popolari si rivolgono a un pubblico che sta acquisendo a sua volta gli standard della cultura di massa - nei consumi, nel comportamento, nelle abitudini, nel linguaggio, nel livello di alfabetizzazione."
Giornali popolari e cultura di massa: i fumetti nell'America del tempo furono uno dei linguaggi con cui i giornali forgiavano la cultura. E il New York World, con il suo Fun, fu uno degli attori principali. Acquistato da Joseph Pulitzer nel 1883 in stato di grave crisi finanziaria, in breve tempo divenne il quotidiano più autorevole di New York tanto che, solo sette anni dopo, si poteva permettere una nuova sede: il World Building, all'epoca il più alto grattacielo della città. Fu un giornale innovativo per diversi aspetti, tra i quali ricordo quello che più mi piace: il World fu il primo quotidiano a proporre un supplemento a colori, dove furono pubblicati i primi fumetti, quelli di Yellow Kid!


Disegno di Paolo Bacilieri
Fun. Quando Paolo Bacilieri mi svelò un anno e mezzo fa il nome del suo prossimo libro a fumetti, non pensavo a quanti rimandi e quali implicazioni quella parola inglese di sole tre lettere potesse portare. Anche se di base il significato più appropriato è comunque quello più semplice e ovvio, la sua traduzione: divertimento. Il cruciverba e l'inserto domenicale che lo propose per primo non erano altro che questo: divertimento o promessa di un divertimento. La stessa promessa che, sono certo, il fumetto di Paolo non tradirà.       

martedì 5 agosto 2014

Petros Markaris racconta la crisi

Ho letto da qualche parte (non ricordo più dove) che il genere letterario che gli americani chiamano crime è quello che sa ritrarre meglio degli altri la società contemporanea, evidenziandone i problemi, le storture, i paradossi. E' quello anche che sa meglio scandagliare dentro l'animo umano, mostrando l'abisso che c'è dentro ognuno di noi. Lo scrittore greco Petros Markaris è uno che ci sa fare con questo genere. Il suo commissario Kostas Charitos della sezione omicidi della polizia di Atene è uno dei personaggi più realistici e credibili che abbia mai letto. Non è di quei detective che danno prova di sé con sparatorie adrenaliniche, inseguimenti mozzafiato e scazzottate al testosterone. Tutt'altro. Charitos osserva, riflette, intuisce. E lo fa nella sua semplicità di uomo comune, che vive in un appartamento modesto ma dignitoso insieme alla sanguigna moglie Adriana, cuoca eccezionale e casalinga perfezionista. Non manca il pericolo, certo: è un inconveniente del mestiere che, in un caso, lo ha portato a prendersi una pallottola in corpo e a farsi un lungo periodo in ospedale. Ma il cuore dell'azione non sta lì. Gli occhi di Markaris e del suo commissario sono sempre rivolti verso la sua società e le persone che la animano.
Nel caso de L'esattore, pubblicato nel 2012, la lente mette a fuoco gli effetti devastanti che la crisi economica sta provocando in Grecia. Si tratta del secondo volume delle trilogia che Markaris dedica al fenomeno che sta stritolando l'economia e la vita di tante persone. Nel 2011 aveva già affrontato il tema con Prestiti scaduti e poi, nel 2013, lo farà con Resa dei conti.
L'esattore colpisce perché la crisi viene affrontata su tre livelli. Il primo è l'oggetto dell'indagine. Un assassino uccide con la cicuta o l'arco i grandi evasori fiscali che lo Stato greco non riesce (o non vuole) colpire, generando un'ondata di paura in altri evasori fiscali che si affrettano così a pagare il dovuto all'Erario e diventando una sorta di eroe nazionale. Evidente l'imbarazzo del Governo greco e della polizia. Delicata l'indagine di Charitos. Geniale l'idea di Markaris.



Ma non è questo il livello che più colpisce. Non tanto quanto quello familiare. Caterina, figlia del commissario, laureata brillantemente in legge e sposa di un medico, è costretta a lavorare gratuitamente presso un avvocato. Non ha prospettive, è frustrata. Pensa di abbandonare la Grecia per andare a guadagnarsi da vivere in Africa accettando un prestigioso incarico di un ente delle Nazioni Unite. Suona familiare? Sì, suona familiare e fa tanta tristezza.
Il terzo livello, quello sociale, è ancora più disturbante. Ogni volta che Charitos e i suoi collaboratori devono prendere la volante per raggiungere il luogo dell'ennesimo omicidio, trovano le strade chiuse o intasate da code interminabili di automobili. Il solito caotico traffico di Atene? No, molto peggio. Manifestazioni, scioperi e agitazioni continue. Non passa giorno che il commissario non debba inventarsi itinerari alternativi per evitare gli ingorghi. Ma lo spettacolo che osserva lungo i marciapiedi è sempre lo stesso: serrande abbassate, negozi chiusi, uomini e donne, greci e immigrati, alla disperata ricerca di un'occupazione. Lui e il genero Fanis, entrambi impiegati pubblici, possono ritenersi fortunati perché son riusciti almeno a conservare il lavoro, subendo soltanto una riduzione dello stipendio e dei contributi. Ma la condizione diffusa dei lavoratori (o degli aspiranti tali) è desolante, se non tragica. E Markaris non la risparmia portando il commissario sulle scene popolate da cadaveri che, in un paio di casi, si rivelano poi suicidi dovuti alla disperazione, alla mancanza di fiducia nel futuro.
Come è facile intuire, anche la storia personale nascosta dietro l'assassino si rivelerà legata alla crisi. Amarissime le sue ultime parole che lasciano  il commissario stravolto e incapace di ribattere:
"Voglio dirle ancora una cosa, signor commissario. Lo Stato greco è l'unica mafia al mondo che è riuscita a fare bancarotta. Tutte le altre si sviluppano e prosperano."
 Speriamo in Tsipras, aggiungo io.

lunedì 28 luglio 2014

Ken Parker nel 1908


Il 22 luglio Mondadori Comics ha anticipato sulla sua pagina facebook due tavole del volume inedito, il cinquantesimo e ultimo, della collana settimanale Ken Parker. Il titolo di lavorazione è Un mondo nuovo. Sarà la storia che metterà la parola fine alle vicende passate di Lungo Fucile, integralmente riproposte secondo ordine cronologico dalla casa editrice milanese.
Nella prima tavola siamo sopraffatti da un senso di libertà (tanto mancata a Ken nei vent'anni precedenti): prateria, nuvole e uccelli nel cielo hanno un luogo definito, il Montana, e, soprattutto, una data precisa: il 1908.
Nella seconda la figura di un uomo a cavallo emerge lentamente da questo scenario. Ha il capo chino e tiene le briglia con il pugno sinistro. Nella terza vignetta alza la testa a mostrare un viso stanco e segnato dagli anni. Il volo degli uccelli ha attirato la sua attenzione e allora, quella figura che prima appariva affaticata, acquista energia e dinamismo imbracciando il fucile.



Diverse emozioni hanno suscitato dentro di me queste immagini mute disegnate da Ivo Milazzo. La prima è la commozione di vedere finalmente Ken libero, a cavallo, sulla sua terra. E' Invecchiato: Il volto mostra i segni del tempo, come accade per tutti noi. Giancarlo Berardi ha sempre inserito le avventure del suo personaggio all'interno di un tempo lineare, il nostro, quello della vita reale, e non in una bolla di eternità in cui spesso gli eroi dei fumetti vengono confinati. D'altronde l'autore ha dichiarato in un'intervista dell'anno scorso che:
"Ken è il mio alter ego, ha sempre avuto la mia età. Attraverso di lui guardavo me stesso, con i miei limiti, le mie utopie. Era una cassa di risonanza di quello che facevo o avrei voluto fare. Non aveva senso riprenderlo quarantenne."
Specificare l'anno me lo ha reso poi ancora più vicino. Nel 1908 tre dei miei nonni erano già nati, e la quarta sarebbe nata l'anno successivo. Potrà sembrare sciocco, ma è come se Ken fosse entrato nel tempo in cui hanno avuto origine le mie radici: almeno il livello di radici che ho conosciuto di persona. Ma sono le uniche che ho toccato con mano, che mi hanno raccontato della loro esistenza e dell'esistenza della generazione precedente, coeva a Ken. Una vita molto diversa da quella di Lungo Fucile per motivi geografici, storici e sociali, ma per altri assai simile.
Ken è entrato nel tempo dilatato della mia vita. Ken è ancora più vicino.
      

martedì 24 giugno 2014

Rockin' in the Free World: i Pearl Jam a Trieste

Indimenticabile la serata di domenica allo Stadio Nereo Rocco di Trieste, infiammato dai Pearl Jam. Rock, chitarre, energia, emozioni: sono stati questi gli ingredienti di un concerto che ha rapito il pubblico per tre ore. Che cosa mi ha colpito di più? La voce unica di Eddie Vedder, la sua commozione  nel ricordare il migliore amico recentemente scomparso, gli assoli di chitarra di Mike McCready, il muro di suono che ti travolge, il non risparmiarsi della band, l’accoppiata micidiale “Do the Evolution” e “Rearviewmirror”, lo stadio traboccante, i sorrisi e gli occhi pieni di gioia dei ragazzi che ballavano e cantavano vicino a me e con me, la cover di Neil Young "Rockin' in the Free World" suggerita nel finale da un grande striscione srotolato dal pubblico davanti al palco. Ha detto bene Bruce Springsteen:

«Sono uno dei pochi gruppi con la resistenza fisica e le doti critiche e di autoanalisi necessarie a superare il momento di maggior successo e continuare a servire un pubblico che è in cerca di una musica essenziale. E di se stesso»

Nel salutare il pubblico, l’invito di Eddie è stato quello di vivere ogni giorno con la massima pienezza: “guardate il cielo, guardate voi stessi”. Semplice, vero.



Parentesi fumettistica: Todd McFarlane, autore ed editore di Spawn, mise lo zampino nella realizzazione di questo fantastico video di "Do the Evolution". Portò il progetto a Joe Pearson presso la Epoch Ink Animation e co-diresse il video con il direttore dell'animazione Kevin Altieri (Batman, la serie animata). Fu scritto e concettualizzato da Joe Pearson e Kevin Altieri che insieme supervisionarono le pre-produzione e i team di animazione. La preproduzione dell'animazione fu realizzata presso la Epoch Animation Ink a Santa Monica in California, con un team di 10 disegnatori e sceneggiatori. L'animazione venne poi realizzata a Seoul presso gli studi della Sun Min Immagine Pictures e Jireh Animation e coinvolse il lavoro di oltre 100 animatori e coloristi.

mercoledì 18 giugno 2014

L'implacabile Bruno Marraffa

Il grande formato dei volumi nei quali le avventure di Ken Parker vengono ristampate da Mondadori Comics mi ha fatto apprezzare molto i disegni di Bruno Marraffa. Lo ha sottolineato anche Alessandro Di Nocera in questo post pubblicato sul blog della casa editrice. Non ricordo di essere stato così affascinato dalle tavole del disegnatore romano quando lessi gli albi originali nel formato bonelliano.

Tavola de Le terre bianche
Già nei due episodi ambientati nei ghiacci dell'Alaska settentrionale (Le terre bianche e Il popolo degli uomini) Marraffa era riuscito nel difficile tentativo di proiettare letteralmente il lettore nelle tempeste di neve, di farlo remare in una canoa durante la caccia al tricheco o di inserirlo in un igloo di un villaggio inuit. La precisione con cui il paesaggio e l'ambiente sono stati riprodotti non è l'unico pregio. Ancor più coinvolgente è la fisicità con cui i corpi vengono ritratti: anatomicamente sono perfetti. Basti guardare i comanche protagonisti de Butch l'implacabile, l'episodio che finora esalta di più le doti e lo stile di Marraffa. La loro spietatezza non dipende solo dalla violenza oggettiva degli atti che compiono ma è figlia anche della carnalità con cui sono rappresentati i loro corpi.
Durissimo questo albo, pieno di brutale violenza, fisica e verbale. Butch, cacciatore di scalpi, è una figura riprovevole, contro la quale Ken si scaglia rabbiosamente. Lo vediamo agire spietatamente mentre assassina a sangue freddo un piccolo gruppo di indiani, senza riguardo per vecchi, donne, bambini o malati. E dopo il massacro assistiamo al macabro atto dello scalpo. Berardi non ci risparmia da scene forti. E Marraffa le rappresenta con estremo realismo. Come ho scritto sopra, il grande formato amplifica ancor di più la resa dei disegni e quindi le emozioni che suscitano. Più di una volta, dopo alcune sequenze di vignette, son rimasto colpito dalla violenza trasmessa. E dalla figura di Butch. Un'altra piccola perla uscita dalla fantasia di Berardi e raffigurata perfettamente dall'espressione dura e tagliente creata da Marraffa.


Butch è spregevole, certo, ma, come sottolinea anche Luca Raffaelli nel redazionale del nono volume, anche chi è cattivo e implacabile può avere argomenti interessanti.
"Mi sorprende sempre l'ipocrisia dei moralisti! Credete davvero di avere la coscienza pulita tutti voi!?.. Ci siamo dentro tutti...a cominciare dai politici che non hanno mai rispettato un trattato.. fino ai coloni che invadono le terre degli indiani, e all'esercito che li massacra a mucchi, e all'opinione pubblica che acconsente in silenzio...Per quei musi di rame non c'è speranza! Sono destinati a scomparire fino all'ultimo! E non per volontà di pochi singoli, ma di un'intera nazione!"
La proprietà, il denaro e il potere governano il mondo e, secondo Butch, sono il motore dello sterminio dei nativi. Analisi lucida e realista, non c'è che dire, anche se espressa da un assassino. La sua risposta però quale è? Come reagisce a tutto questo Butch? Visto che gli indiani sono destinati comunque a morire, tanto vale trarne vantaggio. La crudeltà che accompagna i suoi gesti è per lui trascurabile. Interessante a questo proposito il confronto fra Ken e Butch sulle rispettive esperienze di vita con gli indiani.
"Ho imparato a conoscerli, ad apprezzare la loro intelligenza, il loro coraggio, la loro giustizia! Sono un popolo con una civiltà e una spiritualità elevatissime!"
afferma Ken, a cui Butch replica:
"Balle! Io sono stato dieci anni con i comanche e non ne ho visto traccia! L'unica cosa che hanno di umano è l'aspetto ma dentro sono bestie! E come tali li uccido!"
E più tardi, riferendosi ad un guerriero comanche che sta per affrontare in una sfida corpo a corpo:
"Avevo otto anni quando suo padre mi prese con sé dopo aver massacrato la mia famiglia...Finché ne ebbi diciotto, mi trattò come uno schiavo. Poi una notte lo uccisi e fuggii col suo scalpo!"
Ecco, quindi che scopriamo un aspetto importante del passato di Butch, che ci aiuta certamente a capire un po' di più la possibile motivazione delle sue azioni: la vendetta, una vendetta ingiustificabile perché rivolta indiscriminatamente verso tutti gli altri indiani. Comprendiamo ma non giustifichiamo e non accettiamo. Ma il personaggio è splendido.
Non so se, come scrive ancora Luca Raffaelli, Butch sarebbe diventato un terrorista se fosse vissuto nei nostri anni Settanta. Se è vero che i terroristi usavano la violenza, sbagliando quindi tutto, per risolvere il problema della giustizia e del potere, Butch usa invece la violenza solo per il proprio tornaconto personale, perché con la violenza è stato allevato e perché, quindi, è l'unico linguaggio che conosce. Sbagliando tutto anche lui.
Di fronte a Butch c'è Ken, un uomo con le sue debolezze e con i suoi ideali, uno che magari fa la stessa analisi di Butch riguardo alle cause dello sterminio degli indiani, ma che si vi si oppone con tutto se stesso, nel suo piccolo, con tutti i suoi limiti, e sapendo che non riuscirà a fermare il processo inarrestabile. Ma c'è un ideale dentro Ken, un ideale molto semplice e spontaneo: il rispetto della dignità umana. Basterebbe questo. Basterebbe assumere comportamenti coerenti nei confronti di questo ideale per avere anche il rispetto di se stessi. Cosa più difficile a farsi che a dirsi. Molto più facile farsi trascinare da bassi istinti, adducendo sbagliate motivazioni personali, inserendole in una più vasta giustificazione "ideologica" come fa Butch. Ken invece ci prova, sbagliando più di una volta come facciamo tutti, ma ci prova. E' questa, in fondo, la differenza fra Ken e Butch.

domenica 8 giugno 2014

Pat O'Shane, il valore dell'amicizia in Ken Parker


L'ottavo volume di Ken Parker edito da Mondadori Comics ci propone l'ultima storia nella quale compare Pat O'Shane, uno dei personaggi più vitali che Giancarlo Berardi abbia mai creato. Uomini, bestie ed eroi è il titolo dell'albo originariamente uscito nelle edicole nel lontano settembre del 1978, numero 15 della serie originale di Ken Parker pubblicata dalla Cepim di Sergio Bonelli. Era il quarto episodio consecutivo nel quale la giovane vagabonda dai capelli rossi accompagnava Ken nelle sue avventure. A dire il vero sarebbe più corretto dire il contrario: è Lungo Fucile che fa da co-protagonista alle vicende ora molto tristi, ora perfino comiche della sfrontata adolescente. D'altronde questa è una caratteristica della vita di Ken: la sua empatia e la sua curiosità lo mettono continuamente alla ricerca dell'altro, al suo ascolto, a mettersi nei panni altrui. Lo dice lo stesso autore nella rubrica Berardi risponde:
"I personaggi come Pat sono i veri protagonisti della saga. E cambiano sempre di numero in numero con rare eccezioni. Ken è una figura a latere, un testimone, il fulcro attorno al quale si raduna una commedia umana lunga ottantotto episodi."
Il rapporto con le persone è basato sulla fiducia, sulla lealtà e sul rispetto. Ken non esita a rimboccarsi le maniche se l'altro ha bisogno e lo merita. Con questa attitudine Ken è anche molto vulnerabile, e infatti ne prende tante (fisicamente e psicologicamente), ma, nello stesso tempo, riesce a fare degli incontri straordinari. Già Nanuk, l'inuit simpatico e un po' filosofo, abile pescatore e compagno fedele in pericolosissime avventure nei freddi ghiacci dell'Alaska settentrionale, aveva incrociato il destino di Ken lungo tre storie indimenticabili, nelle quali era nata una vera amicizia fra i due che Berardi aveva tratteggiato con molta sensibilità.
Pat si spinge oltre: instaura con il Nostro un rapporto particolare nato da una terribile tragedia, l'assassinio del fratello maggiore che la lascia sola al mondo. Incontra Ken in una cittadina dell'Alaska meridionale in un frangente per lui molto delicato. Scambiato per un delinquente e frettolosamente condannato alla pena capitale, Ken viene aiutato ad evadere di prigione dopo che Pat si era spacciata per sua figlia. Nasce così il legame fra i due, nel quale Lungo Fucile è un po' amico, un po' fratello maggiore, un po' padre e anche un po' fidanzato.



L'albo in cui avviene la reciproca conoscenza è uno dei migliori, il numero 12 della serie originale, intitolato La ballata di Pat O'Shane. L'importanza dell'albo è duplice. Da una parte, nella sceneggiatura, Berardi abbandona definitivamente le didascalie sostituendole con il testo e lo spartito di una canzone, la ballata di Pat O'Shane appunto, scritta e musicata da lui stesso, che fa da coro alle avventure narrate nell'albo. Dall'altro, nei disegni, Ivo Milazzo ha raggiunto quella maturità nel tratto che non abbandonerà più nelle pagine di Ken: il protagonista e tutti i personaggi recitano con grande naturalezza ed espressività.
Lasciare Pat è molto doloroso anche per noi lettori, non solo per Ken. Perché ci siamo divertiti un sacco e ci siamo commossi con questa ragazza dai capelli rossi e con il viso punteggiato da lentiggini, impertinente e spiritosa, emotiva e simpatica, istintiva e coraggiosa, ancora bambina per certi aspetti e già donna per altri. Ma non poteva andare diversamente: Pat ha realizzato il sogno di stabilirsi in un ranch acquistato con i propri risparmi, dove sarà aiutata da due onesti lavoratori e da un giovane che le vuole bene. E Ken la ha accompagnata in questa impresa mettendoci, come al solito, tutto se stesso.
"Chiuso in un ranch mi sentirei come in prigione"
obbietta Ken a Pat che non vorrebbe lasciarlo andare via. E aggiunge:
"Ora non hai più bisogno di me. Hai messo le ali, ed è giusto che voli libera, senza pesi..."
C'è tutto Ken Parker in queste due frasi. E quello che Ken lascia nel cuore degli altri, Pat lo grida con tutto il fiato che ha in corpo mentre due lacrimoni le rigano le guance:
"Ti porterò nel cuore, Ken! Per tutta la vita!"


lunedì 2 giugno 2014

Renzi-Tintin, Tsipras, Le Pen e Farage sulla copertina di Internazionale


Ancora una volta il settimanale Internazionale dedica la sua copertina a Matteo Renzi, ritraendolo nella parodia disegnata con cui Makkox lo ha immortalato. Le avventure di Matteo Renzi, nelle vesti di un boys scout Tintin, lo vedono protagonista di un nuovo episodio intitolato Alla conquista dell'Europa. Il fumettista di Formia si è ispirato per l'illustrazione alla copertina de Tintin nel paese dell'oro nero, dove l'eroe creato da Hergé guida una jeep su cui siedono il dottor Muller e Dupond & Dupont.



Nel disegno di Makkox Alexis Tsipras sostituisce il terribile criminale a fianco di Renzi, mentre Marie Le Pen e Nigel Farage sono accomodati sul sedile posteriore.
Fossi nel greco leader di sinistra tirerei bruscamente il freno a mano, butterei gli altri giù dalla jeep e proseguirei da solo...

lunedì 26 maggio 2014

Trasloco concluso 2


A distanza di quattro anni scarsi, ho concluso un altro trasloco: mi son spostato ancora più vicino al confine. Qualche felino ha cercato di opporsi al nuovo cambiamento ma adesso apprezza la nuova sistemazione.



Ecco spiegato, quindi, il motivo della mia assenza dal blog. Non che adesso riprenderò a postare ai soliti ritmi, anche perche' l'adsl ancora non c'è e sto usando una traballante connessione che il 3G lo vede col cannocchiale.
Comunque è sempre una bella soddisfazione riporre i pezzi importanti dei miei fumetti nello scaffale della libreria nuova...



domenica 4 maggio 2014

Principessa Mononoke, capolavoro anche grazie ad un software italiano


Principessa Mononoke è stato il film d'animazione che mi ha fatto innamorare di Hayao Miyazaki. Me lo passò molti anni fa un collega appassionato di manga e anime. "Ha fatto il record d'incassi nella storia del cinema giapponese" aggiunse. Ricordo che allora mi stupii che un cartone animato potesse aver raggiunto simili risultati. Nella mia testa, infatti, facevo un paragone con l'Italia, riflettendo amaramente sulla nostra arretratezza culturale. Il film è del 1997, da noi uscì, toccata e fuga nelle sale, nel 2000, tagliato e doppiato malamente in modo da renderlo adatto ad un pubblico infantile. Perché questo era ed è il pregiudizio dominante nel nostro paese: cartone animato equivale a prodotto per ragazzini. Per fortuna la Lucky Red non la pensa così e, dall'otto al quindici maggio, potremo ammirare nelle sale cinematografiche italiane la versione integrale di questo capolavoro.
Pagina99, nella sua edizione settimanale cartacea pagina99we (giornale molto interessante per i suoi approfondimenti e attento al mondo del fumetto e dell'animazione) dedica nel suo ultimo numero in edicola ben due articoli al ritorno nelle sale di questa fiaba per adulti. La storia, partorita dalla fantasia e dall'ingegno del maestro Miyazaki e realizzata dallo Studio Ghibli, non è affatto un film per bambini, anzi, è perfino vietato ai minori di cinque anni. Si tratta, infatti, di un lungometraggio in cui la violenza è ben presente, ma mai gratuita. Incarna il conflitto tra natura e tecnologia, uno dei temi più cari a Miyazaki. La prima è rappresentata da Mononoke (icona della simbiosi fra uomo e natura nella sua tipica raffigurazione a cavallo di Moro, la gigantesca lupa bianca che l'ha allevata), la seconda da Eboshi, la direttrice della fabbrica i cui fumi inquinano la foresta di cui Mononoke è principessa. Ma non ci sono giudizi da parte di Miyazaki. Non c'è il bene di una parte contro il male dell'altra: il facile manicheismo lasciamolo ai film Disney. Con il cinema di Miyazaki ci si diverte, ci si appassiona e si esce dalla sala con tanti stimoli in testa, con le rotelle lubrificate.



Il secondo articolo di Pagina99 mi sorprende perché racconta dell'azienda italiana di software che fornisce allo Studio Ghibli il suo prodotto migliore, Toonz, di computer grafica. Si tratta della Digital Video, che iniziò la collaborazione con la casa di produzione giapponese proprio con Principessa Mononoke. L'animation software licenziato dall'azienda romana riscontrò i favori e soddisfece gli alti standard qualitativi richiesti dallo Studio Ghibli. Da allora la sinergia continuò e si affinò sempre di più permettendo di mantenere quell'aspetto classico e fresco che hanno sempre i film di Miyazaki. Disegno a mano da un lato e alta tecnologia dall'altro: un connubio che rende unici anche dal punto di vista grafico i film del maestro nipponico. E per questo dobbiamo ringraziare qualche ingegnere italiano.

giovedì 1 maggio 2014

Chemako: il terzo volume Mondadori di Ken Parker


"Chemako", colui che non ricorda non va raccontato, va letto. Perché, come ho scritto qui, in questo albo c'è tutto: l'amore, la fedeltà, il tradimento, la paura, il coraggio, la viltà, l'amicizia, l'ironia, la favola, il sogno, la vigliaccheria, la maternità, la famiglia, la morte. Un capolavoro, il primo dell'umana avventura di Ken, che Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo ci hanno regalato.



Sangue sulle stelle, invece, ci propone un Ken troppo supereroe e poco umano. Indossa i panni dell'uomo di legge, ma gli stanno molto stretti: si vede che non sono fatti per lui. L'albo, quindi, come spiego qui, secondo me è deludente, anche per i disegni poco indovinati di Giancarlo Alessandrini.



Da venerdì 2 maggio nelle edicole, nelle librerie e nelle fumetterie.

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