domenica 1 agosto 2010

Non mi piacciono i "graphic novels"


Beh, no! Non è che non mi piacciono, non mi piace il termine "graphic novel". Prendo lo spunto da un articolo di Benedetta Tobagi apparso ieri, 31 luglio, sulle pagine del quotidiano La Repubblica. La parte del giornale R2, dedicata a cultura e spettacoli, riservava l'apertura, nel complesso ben 3 pagine, al tema Scrivere disegnando. Oltre all'articolo citato, anche un bel pezzo di Gipi che racconta come nacque in lui, ancora ragazzino, l'impulso di disegnare per raccontare delle storie.
Mi fa sempre molto piacere quando un grande mezzo di comunicazione dedica uno spazio importante al fumetto, anche se qui il taglio dato non è, secondo me, corretto. Infatti viene creata una contrapposizione tra fumetto e graphic novel, come se si trattasse di due cose diverse. La definizione che si dà al graphic novel, mutuandola da Goffredo Fofi, non è assoluta, ma è sempre posta in relazione al fumetto. Si comincia a dire che il graphic novel è “pensato per un pubblico adulto ed esigente” e si continua affermando che “si distingue dal fumetto perché non è seriale, non ha limiti di lunghezza né vincoli di forma, esibisce una complessità narrativa e una profondità psicologica sconosciute ai comics e trova posto in libreria anziché in edicola. Nel graphic novel parola e immagine si fondono in un corpo unico che ha una cifra letteraria”. Dopo la lettura di queste poche frasi, il sangue mi si era ghiacciato nelle vene.... Ma continuo, perché voglio vedere dove si va a parare. Il pezzo prosegue citando delle opere e degli autori che servono a corroborare la tesi di fondo, ovvero l'alta nobiltà dei graphic novels contrapposta al basso lignaggio dei volgari fumetti...


Si nominano dei veri e propri capolavori indiscussi, V for Vendetta e Sin City, Fuochi e Il ritorno del cavaliere oscuro, Al tempo di Bocchan e Maus, Le starordinarie avventure di Pentothal e Persepolis, per dimostrare come i generi e gli stili più disparati vengano affrontati: dal filone fantastico di Moebius al realismo di Munoz e Sampayo, dalla biografia del Che di Oesterheld e Breccia al memoir storico di Spiegelman, dal giornalismo di Sacco alla denuncia politico-sociale di Elfo. Questa è la parte migliore dell'articolo perché l'autrice dà una sintetica ma valida panoramica (tralasciando però di citare almeno un'opera di Will Eisner) dei temi affrontati, facendo sorgere ad un lettore profano l'idea che i fumetti possono parlare di tutto, e farlo con alta qualità di disegni e parole. Alla fine dell'articolo si argomenta sulle difficoltà di penetrazione nel mercato di un medium come il fumetto che patisce la concorrenza di altri media basati sull'immagine. Il colpo però arriva nell'ultimo capoverso, dove si confessa in realtà che “l'introduzione stessa della dicitura graphic novel negli ultimi anni obbedisce a logiche commerciali, nella speranza di replicare i successi all'estero..”.


Ma allora è tutto una farsa? Tutta la base artistica e la citazione delle opere per validare la tesi che il graphic novel è un genere a se stante, cade alla fine con un'ammissione di carattere puramente commerciale? Ma come? E la complessità narrativa e l'approfondimento psicologico? E la cifra letteraria? E l'aristocratica libreria anziché la plebea edicola? Il re è nudo... Forse all'autrice è venuto in mente qualche fumetto seriale d'edicola che un po' di qualità l'aveva... Che ne so, un certo Ken Parker per esempio? Vogliamo parlare della modernità che questa serie segnò negli anni 70 all'interno della casa editrice Bonelli e nell'intero mondo del fumetto italiano: temi quali i diritti dei lavoratori, l'omosessualità, ma senza toccare niente di particolare per forza, semplicemente con la profondità del personaggio e della sua avventura di vita raccontata in modo poetico e fine da Giancarlo Berardi e disegnata da uno dei maestri italiani, Ivo Milazzo.


Cito solo Ken Parker, ma sono diversi gli esempi di alto valore artistico raggiunto da fumetti seriali. Non mi piacciono le distinzioni intellettualistiche tra comics e graphic novel: si tratta sempre di fumetto, ovvero di un linguaggio espressivo che si presta ad un'infinità di stili e temi, proprio come il cinema e la letteratura. Poi esiste il fumetto di qualità e quello scarso, ma non coincidono affatto rispettivamente con graphic novel e comics seriali. Anzi, ho letto delle graphic novel oscene e dei giornalini seriali stupendi. Parliamo di fumetto e basta, di questo alla fine si tratta.

giovedì 22 luglio 2010

Alla ricerca dell'arca


Domenica scorsa è scomparso Mino D'Amato, un giornalista televisivo che si fece conoscere perché volle dare alla televisione dei contenuti seri in maniera semplice. Lo ricordo qui perché ci fu un periodo in cui lo seguii molto: fu quando condusse la trasmissione "Alla ricerca dell'arca" su Rai3 il sabato sera. L'impronta era quella della divulgazione scientifica ma differiva da Quark. Il taglio infatti era giornalistico e non mancavano elementi di mistero.


Gli anni 80 stavano finendo e io, insieme al mio amico Luca, eravamo presissimi da Martin Mystere. Il personaggio bonelliano ideato da Alfredo Castelli ci affascinava per il suo sapiente intreccio di scienze, storia e mistero. In particolare ci piacevano le premesse storico-scientifiche molto serie e ben documentate delle avventure del Detective dell'Impossibile. E poi, ovviamente, la soluzione mysteriosa che Castelli dava alla vicenda. Mino D'Amato presentava un po' allo stesso modo gli argomenti: erano solidissime le basi da cui si partiva, e spesso si presentava un mistero, un fatto ancora insoluto, ma in modo concreto e "laico", oserei dire. Niente a che vedere con trasmissioni di oggi come Voyager che fanno del sensazionalismo misterioso il cardine della puntata, infischiandosene della veridicità storico-scientifica.
Ho appreso della sua morte con commozione per due motivi: perché fu un giornalista diverso che all'epoca apprezzai molto e perchè so che poi, nella sua vita, si dedicò ad aiutare bambini malati con una fondazione da lui creata. Un uomo di cui la Tv odierna avrebbe bisogno.

giovedì 15 luglio 2010

Il noir di Marsiglia: Izzo e Demian


E' proprio vero: una ciliegia tira l'altra. I primi 3 numeri di Cassidy, la miniserie bonelliana di cui ho parlato qui, mi hanno entusiasmato. Sarà l'atmosfera nera anni 70, sarà il personaggio protagonista Raymond Cassidy, un fuorilegge fregato dai complici di una rapina, che lo volevano stendere per prendersi la sua parte.... Devo dire che l'autore Pasquale Ruju ha creato un soggetto interessante e, finora, delle sceneggiature convincenti.Così son ritornato un po' sui miei giudizi, forse un po' troppo affrettati, su Demian, protagonista della prima miniserie di Ruju, uscita sempre per la Bonelli a partire dal 2006. L'avevo abbandonata dopo 2 numeri perché c'era qualcosa che non mi convinceva. Mi son deciso così a ricominciare la lettura e ho apprezzato subito un aspetto che avevo tralasciato 4 anni fa: l'ambientazione a Marsiglia. D'altronde, nella rubrica in apertura del primo numero, si fa subito riferimento ad uno scrittore che ho imparato ad apprezzare l'anno scorso: Jean-Claude Izzo.


Un marsigliese, maestro del noir per molti nostri autori italiani, come Massimo Carlotto (che lo citò come fonte ispiratrice in una bella trasmissione radiofonica in cui lo scrittore ospite raccontava dei propri maestri). Del compianto Izzo (morto prematuramente nel 2010) lessi il primo romanzo della trilogia ambientata appunto a Marsiglia: Casino totale. Protagonista un perdente, Fabio Montale, poliziotto che non si sente a suo agio nella divisa, che non ha mai sparato un colpo, che fa piuttosto l'educatore nelle periferie sgangherate, piene di immigrati nordafricani e arabi, dove salvare un ragazzino dal riformatorio è una conquista. L'amicizia e l'amore sono al centro tragico della storia, ma il vero cuore è Marsiglia, coi suoi vicoli, i suoi quartieri di periferia e il suo mare che è l'unico elemento di serenità. Izzo è talmente bravo che, mentre lo leggi, ti sembra di muoverti in auto insieme a Montale, di respirare la stessa aria afosa della città, di guardare lo stesso mare.


Demian cerca di ereditare da Izzo queste atmosfere e, in parte, ci riesce. Il nostro è anche lui un uomo crivellato dai colpi della vita ma, a differenza di Montale, è un po' troppo un giustiziere che accorre veloce sulla sua moto a soccorso degli indifesi. Vedremo comunque come procederà la storia, di cui è apprezzabile anche la descrizione della mala, o meglio della criminalità organizzata e dei suoi rapporti con la politica e l'economia. Come d'altronde è ottimamente rappresentata da Izzo, di cui ora (una ciliegia tira l'altra appunto) sto leggendo il secondo romanzo della trilogia: Chourmo, dove il nostro Montale ha lasciato la polizia e vuole soltanto andare a pesca, sorseggiare un buon vino conversando con gli amici di fronte al mare. Purtroppo la città possiede anche altri aspetti: violenza e odio, che attirano Montale in un'inchiesta molto dolorosa per lui.




Sulla quarta di copertina del romanzo compare un'opinione di Izzo riguardo ai suoi romanzi, che condivido pienamente. Eccola:
"Mi dicono a volte che i miei libri sono neri e pessimisti,, ma il più bel complimento che spesso mi hanno fatto è che quando si finisce di leggerli viene una maledetta voglia di vivere".

martedì 6 luglio 2010

Magico Vento si avvicina alla fine della pista


Ormai ci siamo. Magico Vento è alle battute finali. La serie western bonelliana si sta avvicinando all'ultimo numero: il 130 segnerà la conclusione della serie regolare, seguita poi dal primo e ultimo speciale. Gianfranco Manfredi, l'autore, ne aveva annunciato la conclusione ormai da un anno: anche se a malincuore, concordo con questa scelta. Magico Vento ha mantenuto quasi sempre un alto standard narrativo e di disegni. Il protagonista ha compiuto un percorso che ha cambiato la sua vita. Si sta raggiungendo una giusta fine della storia che evita un inutile prolungarsi con cadute di contenuti comuni ad altre serie bonelliane.


Devo dire che le avventure dell'ex giacca blu Ned Ellis, divenuto poi sciamano dei Lakota, non mi hanno entusiasmato subito. Infatti la serie fu presentata come un horror-western e me la componente horror non piacque: d'altronde è un genere che non mi ha mai preso, tanto è vero che scambiai il numero 1 di Dylan Dog per pochi fumetti (ma qui entrano in gioco anche le mie scarse capacità commerciali...). In realtà l'horror vero e proprio c'entrava ben poco con Magico Vento: protagonisti fin da subito furono infatti le tradizioni dei nativi americani, alcune delle quali avevano una componente soprannaturale. Chiarito con me stesso l'equivoco cominciai ad apprezzare questa caratteristica della serie unita all'altra: il sapiente intreccio delle vicende private del protagonista con quelle della Storia.



Qui, secondo me, Manfredi dà il meglio di sé: annovero tra i più belli albi bonelliani che abbia mai letto, quelli relativi agli scontri sulle Black Hills tra i Sioux di Nuvola Rossa e Toro Seduto e le giacche blu del generale Crook e del generale Custer. Non ci si limita alla famosa battaglia del Little Big Horn, ma si presentano in modo interessante e completo le cause che portarono allo scontro, con tutti i movimenti precedenti e successivi dei due schieramenti in campo. Ho apprezzato molto che Magico Vento abbia compiuto una scelta ben precisa stando nettamente da una parte e combattendo con tutto se stesso. Senza retorica difende le ragioni dei nativi e ne trae coerentemente le conseguenze: di fronte al tradimento delle promesse, l'unica via è la guerra. E' una scelta dura e pesante, ma è giusta.



La stessa scelta che Manfredi fa compiere a Magico Vento anche nell'ultima saga: ormai considerato traditore dal governo degli Stati Uniti, il nostro si unisce ad una delle ultime ribellioni che videro i nativi scontrarsi con le giacche blu: quella dell'apache Victorio. Anche qui Magico Vento non si tira indietro e sta nettamente da una parte: sa che sarà quella perdente ma sa che è quella che rispetta la dignità di un popolo.



Spesso, mentre leggevo le avventure di Ned Ellis accompagnato dal suo amico giornalista Poe, ho sentito delle affinità con ken Parker: per la profondità psicologica del personaggio, per i cambiamenti che subisce nel corso della sua vita, per i temi affrontati, per i disegnatori (Ivo Milazzo ha dato il meglio di sè in alcune storie). Rimangono comunque profonde differenze: Ken è un uomo a cui è completamente estraneo il contatto con la spiritualità: Magico Vento è invece uno sciamano con molti poteri. Ken ha più dubbi e non ha per nulla una componente super-eroistica che, anche se molto raramente, compare in magico Vento.
Molti altri sono i pregi di Manfredi, come la capacità di tessere storie coinvolgenti in cui la politica dei palazzi del potere di Washington ha un ruolo decisivo, o altre dove i servizi segreti e le sette massoniche compiono i loro perfidi intrighi. Anche in questi scenari, Magico Vento e Poe si muovono a proprio agio, dimostrando che le capacità narrative dell'autore sono fuori discussione.



So long, Magico Vento! Questo è il saluto che Lungo Fucile ti farebbe nell'ultima vignetta.

martedì 22 giugno 2010

BVZM e la Sardegna: operazione nostalgia


Sono in Sardegna per la prima volta nella mia vita, a Cagliari per la precisione. Fra le tante suggestioni che la bella città mi fa sorgere, c'è anche un lontano ricordo legato al mondo dei fumetti. Si tratta di un albo di Martin Mystere che lessi quand'ero ragazzo: "Il mistero del nuraghe". Era il numero 34 della serie mensile uscito in gennaio del 1985, ma per me fu uno dei primi visto che cominciai a leggere le avventure del BVZM a partire dall'estate dell'anno precedente. Il personaggio di Castelli mi aveva conquistato e tuttora, nonostante alti e bassi (molti bassi negli ultimi anni), non l'ho ancora lasciato.

L'avventura sull'isola è importante perché rappresenta l'esordio assoluto in casa Bonelli per la banda dei sardi: ovvero Antonio Serra, Michele Medda e Bepi Vigna. I tre, in questo caso autori non accreditati del soggetto, hanno creato un'avventura intessuta di folklore e di tradizioni sarde a loro molto care. Diventeranno poi famosi come autori di un altro big bonelliano: Nathan Never, e ho detto tutto....

lunedì 14 giugno 2010

Da Ken Parker a Manto nero


Ho un nuovo amico. E' il proprietario del negozio di prodotti per animali, presso cui mi rifornisco per le due micie che vivono con noi. E' un signore oltr i 50, che ama veramente gli animali (fatto non scontato anche se lavora nell'ambiente). Mi ha conquistato quando, notando che teneva l'ultimo Tex vicino alla cassa, ho chiesto quali fumetti leggesse e quali gli piacessero particolarmente. Risposta: i western e l'avventura, il migliore è Ken Parker. Motivazione: Lungo Fucile non è solo western e avventura ma molto di più. Fatta! Caduto come un pero.... L'ho eletto a mio negoziante di prodotti di animali per l'eternità... Basta così poco, direte voi? Ma non è per niente poco: gli amanti di Ken si sentono parte di una legame quasi di fratellanza, che si basa sui valori di Ken.

Comincia così un fitto dialogo su fumetti e non solo. Parliamo anche di film e me ne presta uno in videocassetta: si chiama Manto nero.



E' ambientato nel 1634 nei freddi territori del Grande Nord canadese, dove un gesuita francese parte, accompagnato da nativi Angolchini, per raggiungere una missione cattolica nel territorio degli Uroni. Il giovane prelato (chiamato Manto nero perchè indossa un mantello di questo colore) parte con la convinzione di portare la Verità e la Civiltà presso barbari selvaggi miscredenti. Constaterà invece che la verità non sta tutta da una parte e che la civiltà è un conceto relativo. Solito film già visto del buon selvaggio? Per niente: ci sono scene forti che mostrano la crudeltà dei nemici Irochesi. Mi hanno colpito due cose: la precisione e la fedeltà nella rappresentazione dei nativi americani. Ma soprattutto mi è rimasta l'idea che l'uomo, seppur diviso da culture e barriere spesso invalicabili e destinate allo scontro fatale, è costituito a  tutte le latitudini e longitudini dalla stessa sostanza, aldilà di tutte le sovrastrutture. Manto nero in brevi ma intensi momenti si rende conto di questo e così pure il capo algonchino Chomina, poco prima di morire.

Ken Parker la pensa allo stesso modo....


lunedì 7 giugno 2010

Guten Abend


Con queste parole Eric Clapton ci ha salutato, facendo il suo ingresso sul palco di Konigsplatz a Monaco di Baviera. Era accompagnato da Steve Winwood, con cui più di 40 anni fa, costituì l'ossatura del gruppo Blind Faith. Una reunion riuscitissima, a giudicare dall'entusiasmo scatenato nel pubblico che ha affollato la piazza bavarese. Tanti pezzi storici dei Blind Faith come "Had To Cry Today", "Presence Of The Lord" e "Can't Find My Way Home" e tanto blues classico come "Key To The Highway" e "Crossroads". Non sono mancati i pezzi forti di Clapton, da una "Layla" unplugged a una "Cocaine" elettrica. Ma il clou è stato "Voodoo Chile" con cui la band ha fatto venire la pelle d'oca a tutto il pubblico.




Dopo lo spettacolo io e il mio amico Andrea abbiamo scoperto che gli artisti non sono solo quelli che si esibiscono davanti a platee sterminate, facendo pagare fior di euro i biglietti di ingresso. Ce ne sono molti altri infatti che intrattengono i passanti notturni nei centri città pieni di uffici e negozi spopolati. Chiedono solo un po' di attenzione, di rispetto e pochi euro: in cambio ti danno qualche minuto di serenità, una risata e la possibilità di cantare spensierati insieme ad altri passanti sconosciuti.


giovedì 3 giugno 2010

Grazie Cesare



Lettera Aperta

A chi mi incontra per strada e mi chiama “Cesare”; a chi ha preso la pioggia, il sole, il vento al Franchi; a chi ha fatto le vacanze a Folgaria, a Castelrotto e a Cortina;

a chi ha pianto per un rigore sbagliato o per la gioia di Anfield; a chi ci ha creduto come me e si è emozionato per una solitaria bandiera viola ad una finestra;

a chi ha pensato che, nonostante sbagliassi qualche cambio, ero comunque una persona per bene; a chi ha saputo capire ed apprezzare il significato del silenzio;

a chi ha fatto centinaia di chilometri per dire “io c’ero”, quelli di Verona, di Torino e che hanno pianto di gioia con noi; a quelli che ci aspettavano all’aeroporto la notte per cantare “forza viola”;

a chi urlava “falli correre” e a chi ha corso; a chi mi diceva, toccandomi ogni volta l’anima, “Grande Mister, uno di noi” oppure “parlare con te è come se parlassi con un parente”, fratello, zio cugino, padre non fa differenza.

A tutti, a Firenze con la sua eleganza un po’ malinconica, la sua diffidenza e la sua generosità, devo dire solo due cose: grazie e vi porterò sempre nel mio cuore.

Cesare


Grazie Cesare per tutte le emozioni che mi hai regalato, non ti dimenticherò. Non avremo mai più come allenatore una persona per bene come te.

mercoledì 2 giugno 2010

Il cinema moderno e la guerra


Questo sarcastico remake, opera di Emiliano Pagani e Daniele Caluri, creatori di Don Zauker, di una scena di Valzer con Bashir, mi ha fatto tornare in mente delle considerazioni del filosofo marxista e psicanalista lacaniano Slavoj Žižek riguardo a film come Valzer con Bashir appunto, ma anche Lebanon, o The Hurt Locker.
Film che parlano della guerra, vista attraverso i diretti protagonisti, i soldati che si pongono drammaticamente domande riguardo ciò che stanno facendo. Quello che si vede è però il loro dramma privato e non il contesto, le ragioni della guerra che fa da terribile sfondo alle storie intime dei combattenti. Il valore estetico e morale di questi film resta elevato, ma il pensatore sloveno elabora sulla questione una riflessione, secondo me, molto azzeccata.


Lo spunto viene dall’assegnazione dell’Oscar 2010 al film di Kathryn Bigelow The Hurt Locker: “spostare l’attenzione sull’esperienza traumatica del colpevole ci consente di rimuovere l’intero contesto etico-politico del conflitto […]. Questo tipo di umanizzazione serve dunque a mettere in ombra la questione fondamentale: la necessità di una spietata analisi politica della posta in gioco nella nostra attività politica e militare”. In film celebrati per il loro presunto antimilitarismo, come The Hurt Locker, “il modo in cui si descrivono l’orrore quotidiano e le esperienze traumatiche dei soldati in zone di guerra sembra lontano anni luce dalla celebrazione sentimentale del ruolo umanitario dell’esercito americano in film come lo spregevole Berretti verdi di John Wayne. Tuttavia, dovremmo sempre tenere presente che in The Hurt Locker la cruda rappresentazione della follia della guerra rende accettabile il fatto che i suoi protagonisti stanno facendo esattamente la stessa cosa dei Berretti verdi. L’ideologia non si vede, ma c’è ed è più forte che mai: noi siamo lì con i nostri ragazzi, e ci identifichiamo con le loro paure e le loro angosce invece di domandarci che ci fanno laggiù”.

martedì 18 maggio 2010

La via della semplicità


"C'è sempre la via della semplicità, anche se mi ripugna intraprenderla. Non ho figli, non guardo la televisione e non credo in Dio, tutti sentieri che gli uomini calpestano per rendere la loro vita più semplice. I figli aiutano a rimandare l'angoscioso dovere di affronatare se stessi, compito a cui in seguito provvedono i nipoti. La televisione distrae dalla massacrante necessità di fare progetti a partire dal nulla delle nostre frivole esistenze e, ingannando gli occhi, solleva la mente dalla grande opera del senso. E infine Dio mitiga i nostri timori di mammiferi e l'insopportabile prospettiva che i nostri piaceri un giorno abbiano fine. Quindi io, senza futuro nè prole, senza pixel per stordire la cosmica consapevolezza dell'assurdo, certa, invece, della fine e della previsione del vuoto, credo di poter affermare che non ho scelto la via della semplicità."

sabato 15 maggio 2010

Bonelli: miniserie che vieni, miniserie che vai


In questi giorni nelle edicole italiane due miniserie Bonelli si passano simbolicamente il testimone. Caravan chiude dopo 12 numeri e Cassidy inizia il suo viaggio di 18 mesi. Ho atteso spasmodicamente, come non mi capitava ormai da tempo per un giornalino Bonelli, l'uscita di questi 2 albi. Da una parte non vedevo l'ora di sapere come Michele Medda avrebbe concluso la storia itinerante di Caravan, della famiglia Donati, ormai ridotta ai soli figli Davide ed Ellen, e di tutta la cittadinanza di Nest Point. Dall'altra mi allettava molto il personaggio nero di Raymond Cassidy, un rapinatore con una propria etica che si muove negli anni 70, creato da Pasquale Ruju.


Le attese non sono state tradite. Caravan si è rivelata secondo me, con il suo finale in parte aperto, la migliore miniserie Bonelli fin qui pubblicata. Ne esce il ritratto di una società in decadenza, incapace di lottare per affermare i propri diritti e difendere la propria dignità. I militari non fanno una bella figura, dipinti come strumento di una politica che usa i cittadini per i propri esperimenti. Non fanno bella figura nemmeno i cittadini di Nest Point, ridotti a pecore spaventate, aldilà di pochi individui che cercano di farsi rispettare.



Gli ultimi numeri poi sono stati un crescendo di emozioni e di fatti tragici che non mi aspettavo in una serie Bonelli e che mi hanno molto colpito. Ci sono anche alcuni difetti, come le troppe divagazioni rappresentate dal raccontare le storie di alcuni personaggi: ma non intaccano la bellezza della serie. Quindi complimenti a Medda che, tra l'altro, ha tenuto un blog molto interessante durante tutta la pubblicazione e che spero continui ancora a lungo.
Cassidy si è presentato molto bene: una rapina finita male, il protagonista ferito quasi a morte che fugge sulla sua auto nella notte in cui Elvis muore. Un vecchio Bluesman di colore che suona l'armonica e predice a Cassidy che sopravviverà e avrà 18 mesi di tempo per mettere le cose a posto. Ruju crea subito un'atmosfera nera e di suspense, tratteggia l'etica del nostro che chiede, inascoltato, ai suoi complici della rapina inutili spargimenti di sangue. La musica anni 70 è molto presente e pare di poterla sentire come colonna sonora della storia.


Insomma ci sono tutte le più buone premesse perché Cassidy scalzi il trono a Caravan nella mia personale classifica delle miniserie Bonelli. Dopo Demian, Ruju torna a personaggi neri e spero che il seguito della storia non tradisca le premesse, come invece, secondo me, accadde con Demian che abbandonai infatti dopo pochi numeri.
Chssà se, prima o poi, Bonelli sfornerà una serie ambientata nell classica epoca noir, ovvero l'America anni 30 - 40, con un protagonista alla Humphrey Bogart immerso in atmosfere chandleriane?

domenica 9 maggio 2010

The Wild Party


Mi sto ancora rigirando tra le mani il libretto dell'Einaudi che narra per parole e immagini la storia di un party selvaggio. E' un romanzo scritto in versi da Joseph Moncure March, pubblicato con molte censure nel 1928. Descrive, attraverso un party, un'epoca, quella degli anni 20. Non è una festa qualsiasi: gli ospiti sono ballerine e prostitute, clown da avanspettacolo e uomini d'affari, lesbiche e omosessuali. Gli uomini vestono lo smoking e le donne abiti affascinanti. Il fumo e la musica invadono le stanze dell'appartamento in questa notte segnata dal'alcool, dal sesso e dalla violenza.



Perchè parlo di questo libro? Perché ho appena letto l'edizione del 1994, che ha fatto rinascere dall'oblio il romanzo arricchendolo delle splendide illustrazioni di Art Spiegelman. E' stato infatti il famoso autore di Maus ad essere attratto da questo poema popolare, che tanto scandalo suscitò all'epoca, ma che fu presto dimenticato, a meno di un film del 1975 ad esso ispirato. Grazie all'opera di recupero di Spiegelman, "The Wild Party" fu riscoperto e divenne il soggetto di due diversi adattamenti teatrali per musical a New York.



Le illustrazioni di Spiegelman riescono a fondersi perfettamente con il testo, diventando un tutt'uno. Ne sono più che il sottofondo. A tratti si ha l'impressione di guardare un film, tanto le immagini sanno dare vita alle parole scritte.


Personalmente ho percepito chiaramente nelle illustrazioni e nei versi l'aria torbida della festa, il jazz che avviluppa col fumo tutto l'ambiente. E poi la carica sessuale dei corpi che, dopo litri di alcool, si lasciano andare gli uni sugli altri con lussuria. L'atmosfera per certi versi anticipa quella hard-bolied dei romanzi di Dashiell Hammett e di Raymond Chandler che saranno pubblicati negli anni successivi.

L'epilogo non poteva essere diverso: la fatale Queenie, ballerina del vaudeville, suscita la gelosia del suo violento amante Burrs, quando prima flirta e poi si concede alla passione del giovane, elegante e tenebroso Black. La polizia irrompe a tarda notte nell'appartamento trovando il cadavere di Burrs, freddato da una revolverata di Black.


Ci sono amori di fuoco: altri appasiscono nell'incuria

ma l'amore più intenso, il pù pulito, è la lussuria.

E la loro lussuria era furore. Aveva un odore,

di acciaio, di pietra, di martelli...

clangore, colpire, coltelli.

Un odore di torce selvagge, rombanti

da spezzare il ferro, da accecare anche i santi:

di lunghi treni che si schiantano sotto terra,

e schiantano le strade, come tuoni di guerra:

l'odore di un motore; sgorga il vapore;

piedi che pestano, folla in clamore.

La lussuria li aveva drogati. Potevano fnirne dilaniati.

Ma in ogni caso, no: non si sarebbero fermati.

venerdì 7 maggio 2010

Perchè mangiamo gli animali? Buona domanda...


Non sono più quello di prima. E' ovvio! Ogni esperienza ti cambia: non sei mai quello che eri un minuto fa. O meglio: sei sempre quello di prima, ma semplicemente hai il "coraggio" di manifestare all'esterno quello che sei dentro.

Un libro può cambiarti? Sì? No? Domanda mal posta. Ciò che conta sono le nuove domande che ti fai, e soprattutto le risposte che dai alle domande. Puoi far finta di niente e tirare diritto. Oppure no. Ecco, io no!

domenica 2 maggio 2010

The 99: un fumetto per la tolleranza


Sono dei supereroi, ma non vengono dall'America come siamo ormai abituati a pensare, bensì dal mondo islamico. Il creatore si chiama Naif al Mutawa, fondatore di Teshkeel Comics, con sede a Kuwait City. The 99, così si chiama la serie a fumetti che presto diventerà un cartone animato distribuito anche negli USA, hanno avuto un grande successo in diversi paesi: Arabia Saudita, Indonesia, Cina, India, Stati Uniti e molti altri.



L'antefatto della storia risale al 1258, quando le armate di Gengis Khan distrussero a Baghdad la più importante biblioteca del mondo arabo. Gli studenti di allora si prodigarono per salvarne i libri e la saggezza contenuta e lo fecero attraverso 99 tavole di pietra. Queste 99 pietre di saggezza sono arrivate ai nostri tempi, fino ad entrare in contatto in modo più o meno casuale con vari giovani, i supereroi della storia. Ciascuno eredita dalla pietra un superpotere: abbiamo così Noora the Light, dagli Emirati Arabi, che ha la capacità di scorgere la luce della verità negli altri. Affiancata da Wida the Loving, dalle Filippine, che sa indurre l'amore, la compassione e la felicità nelle persone.

I ragazzi-supereroi vengono un po' da tutto il mondo e, spesso, sono di doppia cultura. E' il caso di Sami the Listener, nato e cresciuto fino all'età di 10 anni in Sudan e poi trasferitosi col padre in Francia: è muto ma possiede la capacità di udire ciò che gli altri esseri umani non riescono a percepire, sia per distanza che per frequenza. O quello di Hadya the Guide, londinese ma di famiglia pakistana, divisa ed attirata da queste due culture: lei possiede il dono di mappare qualsiasi luogo in cui si trovi, di individuare il percorso più breve, facile e sicuro per raggiungere un obiettivo.

C'è anche un americano, Darr the Afflicter, ridotto su sedia a rotelle e in grado di manipolare le terminazioni nervose per provocare o evitare il dolore. Tutti i supereroi sono stati scoperti e resi coscienti del loro potere dal dottor Ramzi Razem, discendente di un Guardiano della Saggezza dell'antica biblioteca di Baghdad. E' lui che insegna ai ragazzi a sfruttare a fin di bene il loro potere, contro i malvagi che li vogliono invece possedere per il loro torbidi scopi.

Lo schema è quello classico e un po' semplicistico del bene contro il male, condito di molta azione. Il pregio è però quello di diffondere nel mondo musulmano, e non solo, un'idea di tolleranza: i giovani supereroi sono di culture e nazioni diverse (araba, ungherese, afro-americana, anglo-pachistana, indonesiana, sudafricana, portoghese) ma lottano insieme, a dispetto delle loro diversità, per il progresso civile dell'umanità nel suo complesso. Al Mutawa ha detto agli sceneggiatori di Hollywood che hanno trasposto in fumetto il cartone animato, che il fine delle sue storie è quello di far emergere le cose che accomunano gli uomini, non quelle che li separano. Una lezione troppo spesso inascoltata.

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