giovedì 9 ottobre 2014

Adah - Il capolavoro di Ken Parker


L'appassionato ma anche il distratto lettore di fumetti che non conosce ancora Ken Parker ha un'ottima occasione per rifarsi. Da venerdì scorso può infatti trovare in edicola, libreria o fumetteria il numero 23 della collana Ken Parker edita da Mondadori. Leggerà così due storie, già pubblicate nel 1982 dalla Cepim di Sergio Bonelli nei due rispettivi albi: La donna di Cochito e Adah. Dopo aver girato l'ultima pagina di Adah capirà, ne sono certo, perché Ken Parker è un fumetto unico. Probabilmente si appassionerà a tal punto del personaggio che vorrà recuperarne tutte le copie. Perché Adah è un capolavoro. Mi sbilancio dicendo che probabilmente è il culmine raggiunto dalla coppia Giancarlo Berardi - Ivo Milazzo. Certo, ci sono altre storie che fanno gridare al capolavoro, come Chemako, La ballata di Pat O'Shane, Lily e il cacciatore, Casa dolce casa, Diritto e rovescio o Sciopero (alla quale sono particolarmente legato). Ma Adah ti colpisce, ti sbalestra perché ti rendi conto che è qualcosa di davvero speciale.



Adah è una donna nera di quasi sessant'anni che racconta nel 1908 la storia della prima parte della sua vita, dalla schiavitù alla libertà. Lo fa leggendo le pagine del suo diario e questo è reso graficamente da vignette disegnate a mezzatinta e commentate da didascalie tratte dallo stesso diario: una scelta grafica quanto mai azzeccata. A queste si alternano sequenze con il consueto bianco e nero di Milazzo che raggiunge in questa storia una simbiosi perfetta con la sceneggiatura di Berardi.
Adah è il racconto di un'emancipazione, della conquista della libertà, dove con libertà non si intende soltanto la rottura delle catene, ma la piena espressione delle potenzialità di una persona. Berardi ci racconta con crudo realismo e con grande precisione storica la vita degli schiavi neri negli stati del Sud. Lo fa attraverso gli occhi di una bambina che scopre il suo mondo alternando stupore a paura. Mondo popolato da tanti tipi umani, connotati con la solita maestria da Berardi. E crescendo, Adah scopre di essere una schiava privilegiata: nota che la sua famiglia non è costretta a lavorare nelle piantagioni di cotone del padrone e che la sua casa è migliore del lurido dormitorio dove alla sera cadono sfiniti gli altri schiavi. La bellissima madre le rivela che lei e i suoi fratelli sono figli del signor Barrow, il loro padrone. E allora l'autore ci mostra i sentimenti di una bambina che cerca di essere amata anche dal suo impossibile padre. E che ovviamente non ce la fa, e piange.
Poi viene la Guerra di Secessione, raccontata attraverso le speranze e i pensieri degli schiavi. Barrow muore in battaglia e i componenti della famiglia di Adah, privi della protezione del padrone, si perdono o muoiono presi di mira dai figli legittimi bianchi di Barrow. La liberazione dalle catene della schiavitù giunge amarissima per Adah, preda della violenza dei soldati nordisti.



Si chiude la prima delle tre parti in cui è suddivisa la storia e il nuovo lettore si rende conto che Ken Parker non è ancora entrato in scena. Da una parte immagino il suo stupore, dall'altra penso che non lo consideri un problema perché il racconto di Adah è così coinvolgente da buttarsi a capofitto nella seconda parte. Dove troviamo la protagonista arrangiarsi come può fra le macerie della Richmond del dopoguerra. Vediamo Adah uscire dalla miseria grazie all'incontro fortuito con Horace, un ragazzo nero, sua vecchia fiamma nella piantagione, che si è fatto strada nelle agenzie governative. Trepidiamo per lei perché intuiamo che il suo ragazzo la sta ingannando e non possiamo far altro che disperarci insieme a lei quando Horace sparisce portandosi dietro quel poco che Adah aveva accumulato. Siamo felici per lei quando ritrova Tom, il fratello idealista che lotta per l'emancipazione dei neri, ma un smorfia d'amarezza attraversa il nostro viso quando la vediamo costretta per poter campare a fare la prostituta d'alto bordo. Non posso immaginare il lettore che non si rattristi a vedere come l'ex schiava Adah soddisfi ora i piaceri dei ricchi signori del sud, schiera cui il suo stesso padrone apparteneva. Ma anche questa parte della vita di Adah ha una fine improvvisa e burrascosa. La seconda parte della sua storia si conclude infatti con una sequenza drammatica di vignette a mezzatinta che vedono Adah sparare ad Arthur, il fratellastro bianco, membro del Ku Klux Klan e autore dell'assassinio di Tom.



Inizia la terza parte ed entra in scena Ken. Il lettore è giunto a tre quarti della storia e Ken appare solo ora. Ventiquattro tavole soltanto. Ma sono sufficienti per far capire, a chi non lo conoscesse, chi è Ken Parker. Lo ha detto anche Berardi: Ken non è il vero protagonista dell serie, "è una figura a latere, un testimone, il fulcro attorno al quale si raduna una commedia umana". Lui fa emergere le storie degli altri personaggi come Adah. Sono loro i veri protagonisti della serie. Ma come lo fa? Quale è la qualità umana di Ken che permette al personaggio di diventare il vero protagonista? E' l'empatia, la sua grande capacità di ascolto, di immedesimarsi nei panni dell'altro, e di rimandare al suo interlocutore ciò che ha ascoltato arricchito dalla propria esperienza. E' questo rimando che dà poi al personaggio la forza di affrontare la propria vita, di compiere le proprie scelte, di diventare il protagonista della propria storia. E in Adah è evidentissimo, così come lo era stato con Pat O'Shane.
Adah è in fuga: Arthur si è miracolosamente salvato e la legge la insegue, costringendola a cambiare continuamente città. E' a Hoolbrook, in Arizona, che il destino di Adah si incrocia con quello di Ken. E qui sono ambientate due tavole a mezzatinta tratte dal diario di Adah in cui c'è il cuore di tutto. Adah ci esprime le emozioni e le sensazioni provate durante il racconto della propria storia a Ken, che siede davanti a lei. Ecco alcuni passi:
"Durante il racconto, spiai continuamente il suo viso augurandomi e temendo allo stesso tempo di trovarci sdegno, ribrezzo, paura. ... Immobile ed inespressivo, il suo viso non tradiva nessuna emozione. Solo gli occhi palpitavano di vita. Erano chiari e vellutati, dolci e profondi, ingenui e disincantati. Più che ascoltare le mie parole, sembrava leggere le contraddizioni che nascondevano. Per un attimo mi sentii esposta e violata. Come si permetteva quel tizio di mettermi a nudo più di quanto non stessi già facendo io stessa? Con quale diritto e a che scopo s'impadroniva delle mie sensazioni più intime? Fui sul punto di tacere. Ma non c'era arroganza nel suo sguardo. Se mai, dolorosa partecipazione di chi ha vissuto i momenti drammatici della vita e riesce ad amarla."

Empatia: il cuore di tutto. Adah è colpita dalla partecipazione di Ken. E quindi ascolta le sue parole, che la invitano e le danno la forza per affrontare la Giustizia. Solo così Adah potrà essere una persona veramente libera. Le pagine seguenti vedono Ken aiutare Adah nel liberarsi definitivamente dai suoi spietati inseguitori e, soprattutto, vedono Ken "discreto come un amico e protettivo come un fratello", accompagnare la protagonista nel suo viaggio incontro alla Giustizia. Ma a volte il destino riserva sorprese insperate: in tribunale i due scoprono che il tentato omicidio di Adah era stato prescritto da una precedente amnistia e che gli inseguitori di Adah non erano uomini di Giustizia ma sicari di famiglia.
La tavola finale, ancora a mezzatinta, è fra le più belle di tutta la serie. Ken accompagna Adah al treno. I due si scambiano un arrivederci "ben sapendo che si trattava di un addio". Sono i primi passi di una donna finalmente e veramente libera. Passi ancora incerti ed insicuri, ma guidati da una grande forza interiore che sta nascendo e che fa pronunciare ad Adah le parole finali:
"Mi ci erano voluti ventotto anni per capire che la libertà è un bene prezioso che va conquistato giorno per giorno. Da allora però non l'ho più scordato. Così come non scorderò mai chi me l'insegnò, un uomo bianco dagli occhi vellutati" 

domenica 5 ottobre 2014

Adam Wild, la freschezza dell'avventura


Giri l'ultima pagina e hai la sensazione di avere appena letto una di quelle storie d'avventura d'altri tempi: quando gli eroi si battevano con ardimento in lontani luoghi esotici e affrontavano a viso aperto nemici spietati. Eroi un po' guasconi, che senza guai non ci sapevano stare. Eroi a cui ribolliva il sangue di fronte ad un'ingiustizia e che non si perdevano in calcoli o riflessioni: passavano subito all'azione. Moschettieri, pirati, esploratori. Ecco: esploratori è la parola giusta! Adam Wild è un esploratore scozzese che vive alla fine dell'Ottocento a Zanzibar, dove la schiavitù è ufficialmente abolita ma il suo commercio è comunque praticato grazie alla connivenza delle autorità corrotte. E allora un eroe d'altri tempi che cosa fa per ottenere giustizia? Va dritto a casa del potente trafficante e lo ammazza con le proprie mani.


Vitalità e freschezza sono le caratteristiche de Gli schiavi di Zanzibarl'albo d'esordio della nuova collana mensile con cui la Sergio Bonelli Editore ritorna alla grande avventura. E chi se non Gianfranco Manfredi poteva confezionare un albo in cui Avventura e Storia si intrecciano così armoniosamente. Dopo il Far West cavalcato da Magico Vento, dopo Roma e l'Abissinia della prima guerra coloniale italiana combattuta da Volto Nascosto e dopo la Cina della Guerra dei Boxer vissuta da Shanghai Devil, il teatro della nuova avventura è l'Africa subequatoriale. Ancora il colonialismo è uno dei temi principali, qui rappresentato in una delle sue più aberranti manifestazioni: lo schiavismo. Ed ecco quindi Adam Wild, un eroe dal fisico prestante e dal sorriso beffardo, che si ribella allo status quo.
Ottima prima per la nuova serie Bonelli: storia con tanto ritmo, personaggi ben caratterizzati (oltre al protagonista, promettono bene il conte Molfetta e la principessa bantù Amina, liberata dal nostro eroe) e un'ambientazione affascinante. Merito certamente anche dei disegni chiari e precisi di Alessandro Nespolino, l'ideatore grafico del personaggio che rappresenta una Zanzibar affascinante ed evocativa.
Adam Wild si presenta come la migliore novità autunnale di casa Bonelli, al di là della tanto sbandierata rivoluzione dylandoghiana e della seconda stagione di una serie di cui sarò volentieri orfano... 


sabato 4 ottobre 2014

Il nuovo corso della Bonelli


Ci ho messo un po' di tempo, ma oggi ho finito di guardare su Youtube i 108 minuti della conferenza stampa che la Sergio Bonelli Editore ha tenuto la mattina di venerdì 26 settembre al Blue Note di Milano. Si tratta di un evento storico per la pluridecennale storia della gloriosa casa editrice milanese, perché è la sua prima conferenza stampa in assoluto. Mai prima d'ora, infatti, quelli di via Buonarroti 38 avevano convocato giornalisti e addetti ai lavori per comunicare nuovi prodotti e nuove strategie. Segno quindi di una svolta nelle logiche di comunicazione della casa editrice.
La data scelta non è poi casuale: tre anni fa moriva Sergio Bonelli e il primo pensiero di Michele Masiero (caporedattore) e di Mauro Marcheselli (direttore editoriale) è rivolto giustamente a lui e alla nuovissima sezione del sito dedicata alla sua figura di autore ed editore oltre che all'uomo Sergio Bonelli.
Quali i temi di questa conferenza stampa? Sostanzialmente due: la presentazione di nuove testate o il rinnovo di testate già esistenti e, soprattutto, l'annuncio della volontà della casa editrice di portare i propri personaggi nelle produzioni multimediali.
Adam Wild, la seconda stagione di Orfani intitolata Ringo, e Dylan Dog sono state quindi le collane presentate dai rispettivi autori. Protagonista di questa prima parte: Roberto Recchioni che ha visto il suo già notevole ego diventare smisurato dopo che un'inaspettata comparsa sul palco di Tiziano Sclavi ha sancito ufficialmente il passaggio di testimone nella direzione artistica di Dylan Dog (la mano di Sclavi appoggiata sulla spalla di un Recchioni a capo chino sapeva tanto di investitura medievale da parte del vecchio re che si ritira nei confronti del novello regnante).



L'apertura delle presentazioni tocca in realtà a Gianfranco Manfredi che illustra le caratteristiche del suo nuovo personaggio Adam Wild (in edicola dal 4 ottobre), soffermandosi molto sul ricco parco disegnatori. Avventura classica nel solco della migliore tradizione bonelliana: questo dobbiamo aspettarci dalla serie che, ne sono certo, non deluderà le aspettative dei lettori che conoscono l'autore marchigiano e i suoi precedenti successi bonelliani (Magico Vento, Volto Nascosto, Shanghai Devil e diverse storie di Tex).
Ad un autore che ha dato e sta dando tanto alla Sergio Bonelli Editore e, quindi, al fumetto italiano mi sarei aspettato che fosse concesso molto più spazio. Invece stop. Pochi minuti e viene liquidata la pratica Manfredi/Adam Wild. E allora via con lo show di Recchioni, già ringalluzzito dalla pacca sulla spalla di Scalvi. E avanti con Dylan Dog e il suo nuovo corso. E poi ancora con la seconda stagione di Ringo. Lo sceneggiatore romano è prolisso e ti investe con un fiume di parole. Dice tante cose interessanti ma la sensazione è che si prenda più spazio di quello che gli spetterebbe.



Le cose non migliorano poi quando vengono introdotti Vincenzo Sarno (responsabile del Business Property Development della Bonelli) e Alessandro Ravani (amministratore delegato di RaiCom). Si illustra la nuova strategia della casa editrice che vuole puntare a produrre serie televisive, film, videogiochi, merchandising. Multimediale, quindi, a partire dal core business fumetto. E la prima prova concreta quale sarà? Inutile dirlo: Orfani. Lo si poteva già intuire leggendo la serie cartacea che il naturale sviluppo sarebbe stato il motion comic. Non mi sarei aspettato una collaborazione con la Rai. E invece eccola: 10 puntate da 30 minuti in onda su Rai4 a partire da dicembre. Cos'è il motion comic? Avete presente SuperGulp! Fumetti in TV di quasi quarant'anni fa? Ecco, più o meno quello, ma in una versione molto più effettata (madonna che brutto termine che mi usa Sarno) e in 3D. Più stilosa e fashion, insomma, ma sempre quella roba là. Ma tant'è..
E quindi ancora Recchioni a disquisire di nuovi media, di nuovi linguaggi di narrazione da portare nel fumetto: quelli delle serie televisive e dei videogiochi, tanto per essere chiari. E poi ti domandi perché un albo di Orfani lo leggi mediamente in metà tempo di un altro albo Bonelli? Sì ma Recchioni ti dice che anche il primo albo di Dylan Dog usava un linguaggio talmente innovativo che lo leggevi velocissimamente. Come se la stessa velocità (tutta da dimostare) di lettura fra il Dylan Dog numero 1 e un albo a caso di Orfani bastasse per metterli sullo stesso piano della qualità.... E non basta il motion comic: anche uno sceneggiato radiofonico adatterà Orfani e verrà trasmesso prossimamente.
Mi domando: ma fra tutta la sterminata library (Sarno la chiama così) di personaggi e storie che costituiscono il patrimonio fumettistico e quindi culturale degli oltre sette decenni di storia della Bonelli, proprio con Orfani si doveva fare il grande salto nel multimediale?


Ciliegina sulla torta: le domande in chiusura da parte dei giornalisti/blogger presenti in sala sono tutte per Recchioni e alcune per Sarno o Masiero/Marcheselli: tutte incentrate su Dylan Dog, Orfani e nuova strategia editoriale. Certo, la grossa novità uscita dalla conferenza stampa è l'ingresso in pompa magna della Bonelli nelle produzioni multimediali. Ma proprio perché il tema è così importante non solo per la casa editrice ma per tutto il fumetto italiano, va lasciato affrontare da Recchioni e basta? A me, invece, sarebbe piaciuto vedere attivi sul palco insieme a Manfredi (e non passivi in platea) gli autori storici della Bonelli, come Castelli, Sclavi, Boselli, Serra e Medda. Per non parlare di Berardi e Burattini (mi pare assenti anche dalla platea). O di Enoch, Vietti e Ruju. Questa gente qua (e tanti altri ancora) sono la Bonelli. E loro sono i più titolati a parlare di un argomento del genere.

domenica 14 settembre 2014

La scuola elementare intitolata a Sergio Bonelli


Domani mi piacerebbe svegliarmi, fare colazione ed uscire a fare una passeggiata per le vie del mio quartiere. Prenderei viale Gian Luigi Bonelli, ma la mia fantasia mi farebbe percorrere la main street polverosa di una cittadina del far west. Vedrei saloon al posto dei bar e stalle con i cavalli al posto dei garage con le automobili. Svolterei poi a sinistra in viale Hugo Pratt ma, chiudendo gli occhi, sentirei sulla pelle la fresca schiuma del mare che immaginerei di solcare con la mia barca. Arriverei poi in Piazza Andrea Pazienza, mi metterei esattamente al centro e comincerei a girare in tondo su me stesso senza più fermarmi: come in un film le immagini dei fumetti più belli si alternerebbero l'una dopo l'altra.



Non sto parlando di un luogo di fantasia ma del quartiere romano di Mezzocammino, dove le vie, le piazze, i parchi e le scuole sono dedicate ai personaggi dei fumetti ed ai suoi autori. Se i bimbi più piccoli sono accuditi nell'asilo nido Calimero, quelli appena un poco più grandi frequentano la scuola materna La Pimpa o La Stefi. A sei anni tutti alle scuole elementari Geronimo Stilton per poi approdare alle medie Lupo Alberto.



Ma lunedì 15 settembre il quartiere si arricchirà di una nuova scuola elementare, intitolata a Sergio Bonelli. Trovo quanto mai azzeccata l'idea di associare il nome dell'editore e autore milanese ad un'istituzione legata alla cultura, all'educazione e anche al divertimento. Come ha scritto Giancarlo Berardi poco dopo la morte di Sergio Bonelli, la casa editrice da lui diretta ha svolto dal dopoguerra fino ad oggi un'operazione culturale senza precedenti. I personaggi della Bonelli hanno infatti contribuito a formare la personalità di intere generazioni di ragazzi, e l'hanno fatto attraverso un mezzo, il fumetto, molto efficace perché veicolo di divertimento. Mi sembra quindi più che giusto intitolare alla memoria di Sergio Bonelli un luogo dove tanti altri ragazzi cominceranno a formare la propria personalità con la cultura e il divertimento.





sabato 13 settembre 2014

Si alza il vento di Miyazaki al cinema...per quattro giorni


Oggi, finalmente, esce nelle sale cinematografiche italiane Si alza il vento, l'ultimo lungometraggio di animazione di Hayao Miyazaki. Era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2013! il pubblico italiano ha dovuto attendere, quindi, più di un anno prima di poter assistere all'opera con la quale l'autore giapponese ha deciso di chiudere la sua esperienza con i film di animazione. E ora abbiamo ben quattro, no dico, quattro giorni durante i quali i cinema italiani proietteranno Si alza il vento. E te lo spacciano come un evento esclusivo!! E qui l'unico commento da fare è quello che Zerocalcare ha postato sul suo profilo facebook:
"aaah da paura! è un evento! e io che pensavo che era na distribuzione de merda!"
D'altronde si tratta solo dell'ultimo film di uno dei più grandi maestri del cinema internazionalmente riconosciuti, già vincitore di un premio Oscar per La città incantata e prossimo a ricevere l'Oscar alla carriera. A Parigi, dove di animazione e di fumetti capiscono più di noi (ma soprattutto non nutrono dei pregiudizi culturali verso questo mondo, anzi), gli stanno dedicando una mostra con 1300 disegni di layout per capire i segreti creativi all'origine delle opere uscite dallo Studio Ghibli.



Pertanto accorrette numerosi all'evento in esclusiva per soli quattro giorni! Ma state tranquilli: per i cinepanettoni natalizi avrete a disposizione settimane e settimane.

sabato 6 settembre 2014

Outlaw Pete: il libro illustrato di Bruce Springsteen


I fans più sfegatati di Bruce Springsteen dividono l'umanità in due grandi categorie: i fortunati che hanno partecipato ad un concerto del Boss, e coloro che non lo hanno fatto. Ho scritto "partecipato" e non "assistito" perché ogni concerto del rocker del New Jersey è un evento in cui la persona che ha comprato il biglietto si sente parte attiva dello show, e non una semplice spettatrice. Nasce infatti una sorta di magico flusso di energia che viene scambiato nei due sensi, dal palco verso il pubblico e viceversa (ne avevo già scritto qui).
Tornando alle due categorie: il 23 luglio del 2009 fu per me la data nella quale passai dall'una all'altra. L'occasione fu il concerto tenuto da Bruce Springsteen e dalla E Street Band (compreso il compianto Big Man) allo Stadio Friuli di Udine. Un'emozione enorme e una gioia incontenibile hanno trasformato una calda sera d'estate in una festa indimenticabile. Il mezzo? La musica, 26 pezzi cantati e ballati dalla band e dal pubblico.
Il quarto fu Outlaw Pete, punta di diamante dell'album Working on a Dream. Si tratta di un brano che invita prima al raccoglimento: Bruce ti sta raccontando una storia, tu lo ascolti quasi in silenzio. E poi la musica cresce, spicca il volo fino a travolgerti. La storia è quella di Pete, bambino fuorilegge, che Springsteen ha tratto da un racconto che la madre gli leggeva negli anni Cinquanta quando era ancora un ragazzino: Bravo Cowboy Bill di Kathryn e Byron Jackson.
“Outlaw Pete is essentially the story of a man trying to outlive and outrun his sins”
Questo è il senso che il Boss dà alla storia, trasformata ora in un libro speciale. Springsteen, infatti, ha chiamato il fumettista ed illustratore Frank Caruso a curarne la parte grafica. Così, il 4 novembre prossimo sarà possibile acquistare nel mercato americano,  grazie all'editore Simon & Schuster, il risultato di questo lavoro a quattro mani.
Alcuni critici hanno inserito a buon diritto i testi di Springsteen nell'alveo della grande storia del romanzo americano: le sue canzoni sono infatti delle short stories che ti catturano per la nitidezza con cui il Boss pennella i personaggi, i loro sentimenti e le loro azioni. Outlaw Pete ha riacquistato grazie a Springsteen una nuova vita, una vita più matura dopo quella vissuta negli anni Cinquanta.

martedì 2 settembre 2014

La straordinaria amicizia fra Ken Parker e Lily


Potrà sembrare strano, ma penso non ci sia una storia nella quale Ken Parker riveli tanto di sé come Lily e il cacciatore. La stranezza sta nel fatto che l'interlocutore al quale Ken espone la propria concezione della vita non è in grado di capire le sue parole perché si tratta di Lily, una cagnolina.
"...pur non essendo indispensabile, ognuno di noi ha un ruolo ben preciso in questo mondo...E fin qui niente di nuovo... Solo che molti lo collegano all'idea di Dio, io invece lo sento come un dovere verso la gente, verso l'umanità!
D'altronde, forse anche noi due siamo Dio.. Voglio dire una parte piccolissima di Dio, che unita alle altre di questo mondo e a quelle di altri mondi ancora.."
L'essenza di Ken è racchiusa in queste parole pronunciate ad un animale, che gli ha salvato la vita due volte. La sua religione laica, che si basa unicamente sul riconoscimento della dignità dell'uomo e degli altri esseri viventi e in senso lato della Natura, è espressa ad una cagnolina.
Se vuoi conoscere Ken Parker, devi leggere questa storia eccezionale, nella quale la protagonista è Lily, una cagnetta. Dopo averla libeta dal morso di una sua tagliola, Ken e Lily diventano subito amici, nasce fra loro quel feeling che unisce due esseri viventi che non possono comunicare se non con sguardi, espressioni del viso, inflessioni della voce, gesti e postura del corpo. Lily ricambia subito e con gli interessi il favore, salvando Ken prima dall'assalto di un branco di lupi, e poi, ferito e bloccato in una grotta, portandogli rami d'albero per accendere il fuoco e procacciandogli il cibo.


Fuori dalla grotta c'è solo neve e freddo e Ken delira in preda alla febbre, sogna la madre che gli racconta una fiaba, canta per sentirsi vivo e Lily improvvisa un balletto alzandosi sulle zampe posteriori. Ken sente avvicinarsi la morte e allora spiega a Lily il suo pensiero laico del significato dell'esistenza.
Giancarlo Berardi sceneggia in modo superlativo una delle storie di Ken più drammatiche e più intense. E solo i disegni di Ivo Milazzo possono rendere viva e poetica questa avventura. Diverse tavole completamente mute e, ovviamente, prive di didascalie raccontano più di mille parole. Milazzo è quasi spietato nel mostrarci come la disperazione trasformi il volto di Ken. Non credo che nelle storie future lo vedremo così sofferente, con un viso così emaciato, la barba lunga e la pelle sporca. Angosciante la sequenza di vignette nella quale gli occhi indemoniati di Ken, devastato dai morsi della fame, si incrociano con quelli innocenti di Lily. L'istinto di sopravvivenza rende Ken furioso e cieco, l'idea di sfamarsi con la carne di Lily gli attraversa la mente obnubilata. Ken prende in mano il coltello, chiama a sé la cagnetta, ma quello scambio ravvicinato di sguardi gli fa cambiare idea all'ultimo istante. Allontana con veemenza Lily fuori dalla grotta e piange disperato per la morte imminente.


Mai in nessun'altra storia Berardi ci mostra Ken attraversare così tanti stati d'animo: dalla spensieratezza iniziale del bivacco attorno al fuoco con i soldati dell'avamposto militare al quale Ken è assegnato, fino alla disperazione della solitudine nella grotta, con tutte le gradazioni intermedie. L'intelligenza e l'stinto di Lily si riveleranno ancora fondamentali per la salvezza di Ken. La scena dello scontro con l'orsa non lascia indenni. Ma non tanto per l'adrenalina che sale quando lo sguardo annebbiato di Ken riesce a dirigere l'unico colpo del suo Kentucky portandolo a segno sul volto dell'orsa ormai a pochi passi da lui. Quanto per il ringhio rabbioso di Lily che allontana dal cucciolo d'orso la mano di Ken ancora grondante del sangue caldo della mamma uccisa. L'uomo riceve una lezione dalla cagnetta, e noi restiamo lì, quasi ci vergogniamo insieme a lui per quello che ha fatto. Milazzo non ce lo risparmia, ritraendo Ken con il volto sporco di sangue e un'espressione contrita che sembra quasi chiedere perdono.
L'epilogo con il ritorno al mondo degli uomini del solo Ken, e non di Lily, rappresenta l'ultima emozione di una storia indimenticabile pubblicata originariamente dalla Cepim di Sergio Bonelli nel dicembre del 1979, ma che si può tranquillamente rileggere nella splendida edizione pubblicata poche settimane fa dalla Mondadori.  

sabato 30 agosto 2014

Aspettando Adam Wild


Appuntamento in edicola il prossimo ottobre con il primo numero di Adam Wild, la nuova serie a fumetti scritta da Gianfranco Manfredi ed edita da Sergio Bonelli Editore. La casa editrice svela sul proprio sito alcuni dettagli dell'albo di esordio intitolato Gli schiavi di Zanzibar e disegnato da Alessandro Nespolino. La copertina molto espressiva di Darko Perovic lascia intendere molto del carattere di questo nuovo personaggio: sfrontato, ribelle e in cerca di avventura. L'Avventura sarà la protagonista di questa nuova serie, nell'alveo della classica tradizione bonelliana, per non dire salgariana: d'altronde la Bonelli non ha forse raccolto l'eredità lasciata da Emilio Salgari, portando l'Avventura dal campo della letteratura a quello dei fumetti?
Ci sono infatti diverse similitudini fra Adam Wild, le cui vicende sono ambientate nell'Africa nera di fine Ottocento, e gli eroi anticolonialisti come Sandokan o Yanez creati da Salgari. Fin dall'anteprima del primo episodio capiamo che Adam si batte contro la schiavitù e il razzismo e questo, a sua volta, ci ricorda gli altri personaggi creati da Gianfranco Manfredi nelle precedenti serie o miniserie bonelliane: Magico Vento, Volto Nascosto e Shangai Devil. Anche qui il colonialismo era un elemento fondamentale del contesto storico entro cui si muovevano i protagonisti: certamente più familiare il mondo nordamericano del Far West in cui agisce lo sciamano bianco dei Siuox (che frequenta comunque anche l'east coast cittadina), poco nota l'Africa coloniale italiana di fine Ottocento in cui cui Ugo Pastore conosce Volto Nascosto, per non parlare della semisconosciuta Cina del tempo dei Boxer, teatro delle avventure di Shangai Devil/Ugo Pastore.
E ora la fantasia di Gianfranco Manfredi ci porta nell'Africa nera di fine Ottocento, a vivere le imprese di un eroe molto diverso dal tormentato Ugo Pastore. Adam è infatti un uomo d'azione, anticonformista e, diremmo oggi, politicamente scorretto. La sua espressione scanzonata e attaccabrighe ricorda Errol Flynn, fonte di ispirazione tanto per le sembianze del personaggio, quanto per il suo carattere e la sua indole.
La serie sarà organizzata in stagioni annuali e vedrà l'esordio in casa Bonelli di nuovi disegnatori, fra i quali parecchi di nazionalità serba (al riguardo segnalo questa interessante intervista).
Personalmente sono molto contento dell'annunciato inizio di Adam Wild: da una parte perché ho sempre apprezzato molto i precedenti lavori a fumetti di Manfredi, dall'altra perché mi sentivo orfano (!!!), nel pur ricco ventaglio di collane proposte attualmente dalla Bonelli, di una serie d'avventura classica, di ambientazione storica e con un protagonista fisso. 

mercoledì 20 agosto 2014

Ken Parker e la sporca guerra


Ne La leggenda del generale, secondo episodo contenuto nel sedicesimo volume della collana Ken Parker pubblicata da Mondadori Comics, giunge alla maturazione una decisione che ha assilato Ken per lungo tempo: l'abbandono dell'esercito. Il nostro biondo amico è, infatti, uno scout, un esploratore che lavora per l'esercito degli Stat Uniti. Non è quindi un soldato, ha più libertà e spazio per la sua azione, ma deve comunque sottostare agli ordini che gli vengono impartiti dall'alto. Lo immaginiamo bene: non è la condizione ideale per Ken, che sappiamo essere uno spirito libero, uno che pensa con la propria testa, che ascolta gli altri e che cerca di mettersi nei loro panni prima di giudicare. Ma sappiamo anche che Ken non è un eroe, è un uomo e, come tale, ha mille dubbi. Ha certo le sue idee e i suoi ideali, ma sperimentarli nella realtà non è sempre facile: si rischia spesso di commettere degli errori. Poi, però, l'importante è che si impari da essi, e questo sappiamo che Ken lo fa. E ci piace per questo.


Lungo Fucile esprime per la prima volta in modo esplicito i dubbi riguardo al proprio lavoro nell'episodio Lily e il cacciatore (storia meravigliosa disegnata da Ivo Milazzo su cui tornerò in un altro post). Ken ammette di fronte ad un soldato di non saper far altro che la guida e che per guadagnarsi da vivere gli è toccato di ritornare sotto le armi. All'obiezione avanzata dal commilitone che non si tratta comunque di una brutta vita, Ken ribatte:
"Sì, basta abituarsi a non pensare. L'esercito è solo uno strumento nelle mani dei politici, senza volontà propria. E il più delle volte diventa uno strumento di sopraffazione e di morte."
Le parole che Giancarlo Berardi fa pronunciare a Ken sono molto chiare e nette: ma non sufficienti a spingere il suo personaggio a tradurle in un'azione coerente. Ken rimane ancora nell'esercito. D'altronde, lo ha detto lui stesso: non sa far altro e di qualcosa bisogna pur vivere.
Nell'episodio successivo, Pellerossa (sceneggiato da Maurizio Mantero e disegnata da Carlo Ambrosini e Ivo Milazzo), Ken incontra una sua vecchia conoscenza, il capo cheyenne Mandan, tragico protagonista del primo episodio della collana, Lungo Fucile. Allora il capo indiano aveva rifiutato il fucile che lo scout intendeva donargli come arma di difesa per il proprio figlio dalle future insidie dell'uomo bianco. Il motivo di questo rifiuto era dettato dalla constatazione che le armi non avevano giovato al popolo rosso, causando solo morte e distruzione. Il figlio di Mandan avrebbe quindi dovuto trovare un altro modo per combattere. Alcuni anni dopo, Ken si imbatte nel capo indiano durante un drammatico assedio, nel quale lo scout sta difendendo uno sparuto convoglio composto da donne, bambini e soldati feriti, dall'assalto di un folto gruppo di guerrieri pellerossa. Il loro capo è Mandan e, quando i due per caso si riconoscono, un epilogo più doloroso viene scongiurato. Il Nostro non risparmia comunque all'altro le parole non mantenute di allora, ma il dialogo che ne nasce rappresenta una dura lezione per Ken. E' Mandan ad iniziare:
"Ricordi le parole di quel giorno?"

"Le ricordo. Dicevi che non avresti più impugnato le armi."

"Non si può restare a guardare quando il proprio popolo muore."

"A volte l'unico modo che un uomo ha di camminare diritto è quello di cambiare strada!.."

"Tieni, Lungo Fucile. Cambia strada anche tu. Non si può camminare diritto insieme alle giacche blu!"
Porgendo a Ken il suo fucile, Mandan gli ricorda che non si può separare la propria coscienza dai propri atti o da quelli compiuti dall'organizzazione cui volontariamente si appartiene. Nell'ultima vignetta Ken guarda Mandan allontanarsi sul proprio cavallo: è ammutolito, non sa cosa rispondere.

 
Berardi non usa solo il personaggio protagonista della serie per farci capire quello che pensa, ma anche, spesso, i comprimari, o meglio, i protagonisti delle storie di cui Ken è testimone. Nell'episodio Il caso di Oliver Price (sceneggiato da Alfredo Castelli e disegnata da Giancarlo Alessandrini) è l'acceso dialogo fra il colonnello Price e suo figlio Oliver, nuova recluta arrivata al forte all'insaputa del padre che lo comanda, ad aggiungere elementi al quadro entro cui l'immagine dell'esercito viene ritratta.
"Ed eccoti qua... arruolato come soldato semplice insieme a un mucchio di vaccari che non sanno nè leggere nè scrivere e sono solo poco meno bestie delle bestie che macellano... Tu, mio figlio, in mezzo a un gruppo di disperati il cui massimo divertimento è gettare i petardi a una recluta o portrsi a letto una lavandaia.."

"Vedo che hai molta stima dei tuoi uomini papà!"

"Sono ottimi soldati! E lo sono proprio perché non hanno una cultura, una preparazione personale. E quando suona la carica vanno all'attacco senza pensare se ciò che fanno è giusto o non è giusto..."
Il concetto espresso precedentemente è quindi rinforzato: per uccidere non serve pensare, anzi è deleterio.


Ma è appunto ne La leggenda del generale (sceneggiata da Berardi insieme a Maurizio Mantero e disegnata da Carlo Ambrosini e Ivo Milazzo) che Ken trova la forza di abbandonare l'esercito. Prende la decisione di fronte allo scempio di cadaveri che copre l'erba di uno dei teatri di guerra diventati più celebri: il Little Big Horn. Tutto l'episodio è incentrato sulla corsa contro il tempo sostenuta da Ken per raggiungere il Settimo Cavalleggeri comandato dal generale Custer, al quale è stato assegnato come scout. Per sua fortuna, una serie di eventi intralcia il cammino del Nostro, facendolo arrivare in ritardo sul luogo della battaglia. Una parte del viaggio è condotta su di un battello che naviga lungo il Missouri, dove Ken fa la conoscenza di Monahseeta, un'indiana che nel passato era stata prigioniera ed amante di Custer e che ora, insieme al figlio avuto dal generale, cerca di raggiungere. Lungo il viaggio fluviale Ken trova il modo di esporre ad un soldato ciò che pensa sull'esercito:
"Beh, è un po' che penso di mollare tutto. Da quando sto con l'esercito, ho visto commettere le peggiori atrocità, in nome di interessi che non sono certo i miei...
Finora mi ha trattenuto la considerazione che non so fare altro che la guida. Ma più passa il tempo, e più mi sembra solo una scusa..."
Il processo decisionale sta giungendo alla sua conclusione. Ken ha capito che sta mentendo a se stesso e che non può più nascondersi.
Passano infatti solo pochi giorni e ciò che Ken vede al Little Big Horn lo spinge all'azione. Ken si rivolge a Monahseeta, riferendosi agli altri soldati giunti con loro sul luogo della battaglia:
"...Guardali, sono tutti assetati di vendetta, e posso anche capirli!...Però io sono stufo di stare nel mezzo! Stufo di dovermi dividere tra il dovere e la coscienza!
Dopo questo, il tuo popolo non ha più scampo. Ma non asisterò alla sua agonia...Io ho chiuso con questa sporca guerra!"

"Hai deciso di lasciare le giacche blu?"

"Sì. E questa volta per sempre."
La decisione infine è presa e non si torna più indietro.   

martedì 12 agosto 2014

Aspettando "Fun" di Paolo Bacilieri

Disegno di Paolo Bacilieri
Paolo Bacilieri lo aveva anticipato a Trieste ben più di un anno fa: Fun era il titolo del progetto cui stava lavorando e che sarebbe diventato un libro a fumetti. Un libro dedicato al cruciverba. Una bellissima notizia: ogni nuova opera di Paolo lo è. "Ma perché Fun?" continuavo a domandarmi. Forse, se avessi indagato su internet, l'avrei scoperto ma è stato l'autore veronese a svelarlo con molta ironia sul suo blog pochi mesi fa:
Cos'è Fun?Fun è il titolo del nuovo libro al quale sto lavorando.
Si tratta di un libro a fumetti sulle parole crociate, sì, i cruciverba.
Perchè Fun?
Perchè è la prima parola comparsa nel primo cruciverba, suppergiù un secolo fa, nel 1913, ed è tutta colpa di Stefano Bartezzaghi. Stefano, una sera di un paio di anni fa mi disse: "Paolo, perchè non fai un fumetto sulla Storia del Cruciverba?"
Come hai risposto a Bartezzaghi?
Ho risposto: "Stefano, fossi matto!"
Poi però di Bartezzaghi ho letto lo splendido libro dallo splendido titolo "L'orizzonte verticale", nel tempo fatto di attimi ho preso in mano un paio di vecchie Settimane enigmistiche (uguali a quelle nuove, fatta eccezione per Il Tenero Giacomo) ed ecco che qualcosa di oscuro, rognoso, suadente e irrevocabile ha cominciato a tediarmi. Conosco i sintomi.
Che libro sarà?
Sarà un libro multistrato. Conterrà una parte storica (NewYork 1913, Londra 1944, Parigi 1960, Milano 1930/1970) e una contemporanea (con Zeno Porno & C. più un nuovo personaggio, Pippo Quester).
Conterrà inoltre diverse storielle incrociate, "orizzontali e verticali", che ho realizzato in questi anni, per Animals, per il Corriere, etc.
Quando uscirà?
Presto.
Sei matto?
Sì, sono matto.
Oltre a suscitarmi un sorriso, le parole di Paolo hanno provocato molta curiosità. Così mi son procurato il libro di Stefano Bartezzaghi e, da vecchio solutore di cruciverba, mi son calato nella storia affascinante di questo genere particolare di rompicapi (puzzles) nato a New York il 21 dicembre del 1913. L'enigmista milanese ha calamitato la mia attenzione solo come i grandi romanzi sanno fare. E in fondo L'orizzonte verticale ha le caratteristiche del genere, pur essendo un saggio. La storia suggestiva e il mondo che circonda il Cross-word sono narrati con una prosa avvolgente facendo rivivere tutti i protagonisti che hanno reso celebre e popolare questo puzzle. A cominciare dal suo inventore, Arthur Wynne, inglese di Liverpool trasferitosi nella Grande Mela, che ha l'intuizione del secolo e crea il primo Word-cross puzzle (questo il suo nome originale).
Il primo cruciverba pubblicato domenica 21 dicembre 1913 sull'inserto settimanale Fun del New York World

Che legami ci sono fra il cruciverba e il fumetto? Nella sua origine, tantissimi. Fun è la prima parola comparsa in chiaro sul primo cruciverba ma è anche il nome dell'inserto domenicale del "New York World" in cui è apparso: "Fun". Otto pagine di intrattenimento e di distrazione, ottenuti grazie a rompicapi come indovinelli, anagrammi, sciarade, rebus e grazie a fumetti. Leggendo Fun, il cittadino newyorchese degli Anni Dieci poteva quindi trascorrere del tempo libero in modo lieto grazie a puzzles e a fumetti. E a partire da quel 21 dicembre del 1913, potè cimentarsi anche nella soluzione di quel nuovo rompicapo ideato dal curatore della pagina dei giochi del Fun.

Disegno di Paolo Bacilieri
Paolo Bacilieri ci sta regalando delle affascinanti anticipazioni del suo libro, pubblicandone alcune tavole di quando in quando sul suo blog. In alcune vediamo lo stesso Wynne mentre sta avendo l'illuminazione. In altre, le matite di Paolo ritraggono in modo quasi maniacale l'ambiente in cui questa creazione ha luogo: la città di New York degli Anni Dieci. E non è un caso se questa invenzione ha scelto come tempo e come luogo questa città. Come dice lo stesso Bartezzaghi, infatti:
"Nei primi decenni del Novecento, negli Stati Uniti, vengono eretti alcuni pilastri della modernità, nei settori della distribuzione delle merci, dei servizi, dell'organizzazione del tempo di lavoro e del tempo libero. Sono gli anni in cui esplodono il cinema, le sale da ballo, le lotterie popolari, la musica jazz, i fumetti, diverse manie di massa...: anche i costumi sessuali trovano una nuova libertà nei nuovi tempi e nei nuovi spazi urbani... Nasce la metropolitana di New York. Il cielo della città si popola di grattacieli, il cielo degli Stati Uniti si popola di aerei....Sono gli anni in cui si inaugurano i primi grandi magazzini e le vendite rateali; la merce si standardizza, con marchi e confezioni riconoscibili e onnipresenti. I giornali popolari si rivolgono a un pubblico che sta acquisendo a sua volta gli standard della cultura di massa - nei consumi, nel comportamento, nelle abitudini, nel linguaggio, nel livello di alfabetizzazione."
Giornali popolari e cultura di massa: i fumetti nell'America del tempo furono uno dei linguaggi con cui i giornali forgiavano la cultura. E il New York World, con il suo Fun, fu uno degli attori principali. Acquistato da Joseph Pulitzer nel 1883 in stato di grave crisi finanziaria, in breve tempo divenne il quotidiano più autorevole di New York tanto che, solo sette anni dopo, si poteva permettere una nuova sede: il World Building, all'epoca il più alto grattacielo della città. Fu un giornale innovativo per diversi aspetti, tra i quali ricordo quello che più mi piace: il World fu il primo quotidiano a proporre un supplemento a colori, dove furono pubblicati i primi fumetti, quelli di Yellow Kid!


Disegno di Paolo Bacilieri
Fun. Quando Paolo Bacilieri mi svelò un anno e mezzo fa il nome del suo prossimo libro a fumetti, non pensavo a quanti rimandi e quali implicazioni quella parola inglese di sole tre lettere potesse portare. Anche se di base il significato più appropriato è comunque quello più semplice e ovvio, la sua traduzione: divertimento. Il cruciverba e l'inserto domenicale che lo propose per primo non erano altro che questo: divertimento o promessa di un divertimento. La stessa promessa che, sono certo, il fumetto di Paolo non tradirà.       

martedì 5 agosto 2014

Petros Markaris racconta la crisi

Ho letto da qualche parte (non ricordo più dove) che il genere letterario che gli americani chiamano crime è quello che sa ritrarre meglio degli altri la società contemporanea, evidenziandone i problemi, le storture, i paradossi. E' quello anche che sa meglio scandagliare dentro l'animo umano, mostrando l'abisso che c'è dentro ognuno di noi. Lo scrittore greco Petros Markaris è uno che ci sa fare con questo genere. Il suo commissario Kostas Charitos della sezione omicidi della polizia di Atene è uno dei personaggi più realistici e credibili che abbia mai letto. Non è di quei detective che danno prova di sé con sparatorie adrenaliniche, inseguimenti mozzafiato e scazzottate al testosterone. Tutt'altro. Charitos osserva, riflette, intuisce. E lo fa nella sua semplicità di uomo comune, che vive in un appartamento modesto ma dignitoso insieme alla sanguigna moglie Adriana, cuoca eccezionale e casalinga perfezionista. Non manca il pericolo, certo: è un inconveniente del mestiere che, in un caso, lo ha portato a prendersi una pallottola in corpo e a farsi un lungo periodo in ospedale. Ma il cuore dell'azione non sta lì. Gli occhi di Markaris e del suo commissario sono sempre rivolti verso la sua società e le persone che la animano.
Nel caso de L'esattore, pubblicato nel 2012, la lente mette a fuoco gli effetti devastanti che la crisi economica sta provocando in Grecia. Si tratta del secondo volume delle trilogia che Markaris dedica al fenomeno che sta stritolando l'economia e la vita di tante persone. Nel 2011 aveva già affrontato il tema con Prestiti scaduti e poi, nel 2013, lo farà con Resa dei conti.
L'esattore colpisce perché la crisi viene affrontata su tre livelli. Il primo è l'oggetto dell'indagine. Un assassino uccide con la cicuta o l'arco i grandi evasori fiscali che lo Stato greco non riesce (o non vuole) colpire, generando un'ondata di paura in altri evasori fiscali che si affrettano così a pagare il dovuto all'Erario e diventando una sorta di eroe nazionale. Evidente l'imbarazzo del Governo greco e della polizia. Delicata l'indagine di Charitos. Geniale l'idea di Markaris.



Ma non è questo il livello che più colpisce. Non tanto quanto quello familiare. Caterina, figlia del commissario, laureata brillantemente in legge e sposa di un medico, è costretta a lavorare gratuitamente presso un avvocato. Non ha prospettive, è frustrata. Pensa di abbandonare la Grecia per andare a guadagnarsi da vivere in Africa accettando un prestigioso incarico di un ente delle Nazioni Unite. Suona familiare? Sì, suona familiare e fa tanta tristezza.
Il terzo livello, quello sociale, è ancora più disturbante. Ogni volta che Charitos e i suoi collaboratori devono prendere la volante per raggiungere il luogo dell'ennesimo omicidio, trovano le strade chiuse o intasate da code interminabili di automobili. Il solito caotico traffico di Atene? No, molto peggio. Manifestazioni, scioperi e agitazioni continue. Non passa giorno che il commissario non debba inventarsi itinerari alternativi per evitare gli ingorghi. Ma lo spettacolo che osserva lungo i marciapiedi è sempre lo stesso: serrande abbassate, negozi chiusi, uomini e donne, greci e immigrati, alla disperata ricerca di un'occupazione. Lui e il genero Fanis, entrambi impiegati pubblici, possono ritenersi fortunati perché son riusciti almeno a conservare il lavoro, subendo soltanto una riduzione dello stipendio e dei contributi. Ma la condizione diffusa dei lavoratori (o degli aspiranti tali) è desolante, se non tragica. E Markaris non la risparmia portando il commissario sulle scene popolate da cadaveri che, in un paio di casi, si rivelano poi suicidi dovuti alla disperazione, alla mancanza di fiducia nel futuro.
Come è facile intuire, anche la storia personale nascosta dietro l'assassino si rivelerà legata alla crisi. Amarissime le sue ultime parole che lasciano  il commissario stravolto e incapace di ribattere:
"Voglio dirle ancora una cosa, signor commissario. Lo Stato greco è l'unica mafia al mondo che è riuscita a fare bancarotta. Tutte le altre si sviluppano e prosperano."
 Speriamo in Tsipras, aggiungo io.

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