sabato 25 aprile 2015

domenica 12 aprile 2015

Ken Parker, alla fine

Questo è un post emotivo e riguarda Fin dove arriva il mattino, il volume finale della collana Ken Parker, edita da Mondadori. Chi non vuole conoscere nessuna anticipazione sui suoi contenuti, abbandoni qui e ora la lettura.


Questo è un post emotivo. Non si prefigge alcun commento tecnico sulla storia: d'altronde non sono un critico di fumetti e questo blog non ha mai avuto l'ambizione di esserlo. Questo blog è nato come omaggio a Ken Parker, il mio fumetto preferito, ma è stato anche un posto dove mettere nero su bianco le mie impressioni di lettore appassionato di fumetti. E anche questa che sto scrivendo è un'impressione, ma ricca di emozioni, molto più del solito. Il perché è ovvio: l'umana avventura di Ken ha avuto un termine. L'ho atteso per tanti anni, questo epilogo. Ho intervistato anche i due autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, sperando vanamente e ingenuamente di estorcere qualcosa. E poi finalmente è accaduto. Venerdì sera, 10 aprile, ho atteso che ogni rumore della casa scemasse e ho girato la copertina di Fin dove arriva il mattino. Ogni tavola è stata una sassata emotiva. Rivedere libero Ken mi ha suscitato un grande sollievo. Riconoscere il suo profilo, seppur stanco, sul cavallo e poi il primo piano del suo viso mi ha commosso. E' stato come riabbracciare un vecchio amico, che si sapeva lontano e si dubitava perfino di poter ritrovare. E invece Ken era di nuovo in sella e io a fianco a lui.
E poi si è sviluppata l'ultima avventura di Ken. Una storia durissima, violenta, un pugno nello stomaco. Una storia in cui Ken si mostra in tutta la sua fragilità. Vent'anni di prigione cambiano irrimediabilmente una persona. E nemmeno Ken sfugge a questa regola. Come potrebbe? Ken non è mai stato un invincibile eroe, ma è stato sempre e soltanto un uomo, con tutti i difetti e tutti gli ideali, con tutti gli errori e tutti gli slanci di cui un essere umano è capace. Questo è Ken: non un personaggio di carta, ma una persona vera, viva, reale. Solo una persona reale con i suoi sessant'anni, e non un eroe di carta con la sua eternità, avrebbe potuto sopportare le violenze che i suoi ex compagni di galera, più giovani e numerosi di lui, perpetravano sistematicamente sulle due donne che avevano rapito. Un lettore che non conosce Ken avrebbe perfino potuto pensare ad una sua complicità, si sarebbe domandato "Ma che razza di personaggio è questo Ken? Perché non reagisce subito, salva le donne e uccide tutti i cattivi?". Perché non può, perché non ce la fa, perché deve aspettare il momento propizio per provarci. E quando questo si presenta, non esita a giocarsi il tutto per tutto per tentare di salvarle. E ci riesce: le donne, Olivia la madre e Frances la figlia, sono vive e gli ex galeotti tutti morti. Non li ha uccisi tutti Ken, non avrebbe potuto nelle sue condizioni, una mano gliel'ha data lo sceriffo e la posse che stavano dando loro la caccia.


Ma alla fine capita l'imponderabile. L'imprevedibilità della vita, quell'elemento della nostra esistenza che sa regalare grandi gioie ma anche profondi dolori, ciò che, secondo Sartre, rende possibile la nostra libertà di uomini, ci porta via Ken. Non è immaginabile il dolore prodotto dalle ultime tavole di Fin dove arriva il mattino. E' lo stesso che si prova quando muore un amico, quando rimani solo, quando sai che non lo rivedrai mai più. Perché è così: non rivedremo Ken mai più, in nessuna altra storia, perché Ken è morto. Ma abbiamo avuto il privilegio di essergli a fianco mentre ci lasciava. Dopo tanto dolore nelle tavole precedenti, e nonostante la fine stia ormai per arrivare, Ken ci lascia con grande dignità. Forse è proprio questo aspetto che mi ha commosso di più. La luce dopo tante tenebre, è data ancora una volta dall'ennesimo gesto di umana solidarietà con cui Ken ci saluta. Seduto con la schiena appoggiata alla ruota di un carro, la casacca bianca ormai intrisa del suo sangue, Ken chiede a Olivia di poterle tenere la mano. Avevamo capito, lungo la storia, che fra i due era nato un sentimento e, un po', avevamo sperato in un lieto fine. Ma Ken non ha mai avuto dei finali consolatori, Ken non è nato per confortarci, ma per raccontare la vita, le persone, con tutto il bene e il male che ci sta dentro. L'ultimo Ken che ci si para davanti agli occhi è lì, con una donna al suo fianco, a cui tiene stretta la mano, e di fronte a loro l'alba, le prime luci del mattino. Ken sta per morire ma è sereno. Sa di aver vissuto con pienezza la sua vita, di aver dato tutto quello che poteva dare, di aver cercato, con tutti i propri limiti, di rendere il proprio mondo un po' migliore, di essersi speso per gli altri, di aver gioito con loro e di aver pianto per loro. E quindi può morire in pace, privilegio di pochi.


Non c'era altra fine possibile per Ken Parker. Alcuni lettori in rete si stanno già lamentando che non è giusto che Ken dopo vent'anni di prigione muoia così, che era suo diritto, dopo tante sofferenze, poter continuare a vivere, magari vicino al figlio Teddy o all'indimenticabile Pat. Altri accusano Berardi e Milazzo di essere stati irriconoscenti nei loro confronti e nella loro quasi ventennale pazienza, tradita da una fine così tragica del loro eroe. Altri ancora pensano che fino a quando non si vedrà un certificato di morte di Ken, allora si può ancora sperare in una ricomparsa di Lungo Fucile. Cazzate! Grandi, enormi cazzate! Cazzate scritte da chi considera Ken come un classico personaggio d'avventura del fumetto popolare, dimostrando di non averlo per niente capito. Ken non c'entra niente con gli eroi dei fumetti che conosciamo. Ken è andato oltre, anzi, non ci è mai arrivato ad essere un eroe perché lui è, semplicemente, una persona. Che vive, e che poi muore. E Fin dove arriva il mattino è la storia della sua morte. E non rompete le palle con i disegni di Milazzo che son troppo espressionistici e che le mani son troppo grosse e che questo e che quell'altro. I disegni di Milazzo rendono tutta l'intensità e la tragicità della storia. E le due tavole finali sono le più belle che abbia mai disegnato.
Questo è un post emotivo, un post di uno che ha amato tanto Ken Parker, che l'ha considerato come un amico, un compagno di viaggio, una persona con cui confrontarsi. E che adesso lo saluta, per l'ultima volta.
So long, Ken!

martedì 7 aprile 2015

Il Canto di Natale di Ken Parker, prima della fine


Canto di Natale ha rappresentato una speranza, anzi di più, una certezza per noi lettori. Dopo oltre quindici anni Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo davano alle stampe un episodio inedito di Ken Parker. I due creatori del personaggio presero a prestito un titolo dickensiano per regalarci una storia contenuta all'interno di un lussuoso (e costoso) portfolio di dodici tavole a colori e di grande formato, pubblicato da Spazio Corto Maltese Edizioni. Lucca Comics & Games del 2013 fu la cornice ideale per presentare questa piccola perla, e per annunciare che l'umana avventura di Lungo Fucile avrebbe finalmente avuto un termine. Nella primavera successiva, infatti, Mondadori varò la collana settimanale Ken Parker, con l'intento di riproporre l'intera saga del biondo trapper, riveduta e corretta dagli autori stessi. Quarantanove volumi si sono succeduti fino ad oggi, permettendo ai vecchi lettori come me di cavalcare ancora insieme a Ken lungo le piste che conoscevamo bene. È stato un viaggio affascinante che ci ha portati a pochi giorni dalla pubblicazione di Fin dove arriva il mattino, l'episodio finale, la storia inedita, il cinquantesimo volume conclusivo della collana. Venerdì 10 aprile 2015 le edicole, le fumetterie e le librerie distribuiranno l'ultima storia di Ken. Sappiamo già che è ambientata in Montana nel 1908, sappiamo che Ken è libero e che il suo viso mostra i segni degli oltre sessant'anni trascorsi.



È un sollievo saperlo fuori da quel mondo carcerario in cui, invece, Canto di Natale lo vede sempre recluso. Ancora una storia senza speranza, quella raccontata da Berardi e Milazzo nelle dodici tavole del 2013, oggi ripubblicate da Mondadori nel volume numero 49 della collana, intitolato La grande avventura - parte seconda. Le mura delle prigioni di stato del Montana nascondono una storia di violenta e crudele sopraffazione da parte di Finney, una guardia carceraria, ai danni di Lyle, un detenuto compagno di Ken. Successivamente alla morte di Lyle, Ken e gli altri reclusi decidono di reagire. Le voci del coro dei galeotti, costretti dal direttore del penitenziario ad intonare il canto natalizio Silent night, coprono le urla di Finney, vittima della vendetta dei detenuti. Ken si rende corresponsabile di un omicidio premeditato, contraddicendo quindi i propri ideali. Ma Ken è un uomo, e sta vivendo all'interno di un universo dove non esistono regole civili, dove vige solo il sopruso e l'arbitrio del più forte nei confronti del più debole. E Ken, in quanto debole, deve quindi difendersi, deve tutelare se stesso e quelli come lui. L'omicidio di Finney è dettato certamente dalla rabbia violenta e dal desiderio di vendetta. Ma è nello stesso tempo un atto di difesa, di protezione della propria vita, di dimostrazione della propria capacità di reazione, del proprio istinto di sopravvivenza. E' un atto sì calcolato e progettato con la ragione, ma è figlio dell'istinto.
Il tratto espressionistico di Milazzo, qui ancora più sporco, è tutt'uno con la narrazione. La fusione del disegno con il mood nero della storia è massimo. La luce si apre solo nella tavola finale, quando Ken e compagni raccontano una pietosa menzogna alla vedova di Lyle circa le cause della sua morte. Nell'ultima vignetta, nelle lacrime di Ken che stringe fra le braccia la figlia neonata di Lyle, nelle parole che pronuncia "È tanto tempo... tanto tempo...", ritroviamo tutta la sua umanità. Dopo tanto tempo e tanti episodi di violenza e disumanità, Ken tiene in mano qualcosa di pulito, di innocente, un germe di speranza e di fiducia verso l'uomo. E le lacrime non possono che sgorgare, tanto in lui, quanto in noi.

sabato 4 aprile 2015

Coney Island: la prima mini-miniserie targata Bonelli


Inizia sotto i migliori auspici la nuova iniziativa editoriale della Bonelli che sostituisce la collana semestrale dei Romanzi a fumetti. Mi riferisco alle cosiddette mini-miniserie, ovvero a cicli di storie che si svilupperanno su tre o quattro albi mensili. Ogni mini-collana avrà una propria numerazione e si distinguerà da quella successiva per ambientazione, personaggi e periodo storico. Un po' quello che accade con la serie Le Storie, che però si differenzia perché costituisce nel suo insieme un'unica collana e per il fatto che la singola storia copre lo spazio di un solo albo. Nelle mini-miniserie il respiro sarà invece più ampio: si assaporerà il gusto dell'attesa della prossima uscita mensile per scoprire come prosegue la vicenda, sapendo che comunque questa avrà una fine molto vicina nel tempo. Si viene incontro, cioè, ancora una volta a quella categoria di lettori che si scoraggiano di fronte ad una serie di durata indefinita, o perfino davanti ad una miniserie annuale. Per me il format non è un problema: mi basta che una storia funzioni, che la trama sia accattivante, che i personaggi siano solidi e convincenti e che, possibilmente, mi dia anche qualche spunto di riflessione (sì, lo so, non è poco...).
Assolve perfettamente il compito La pupa e lo sbirro, primo episodio su tre di Coney Island, storia scritta da Gianfranco Manfredi e disegnata da Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, un trio di artisti con i quali si va sul sicuro, già rodato a lungo sulle pagine dell'indimenticabile Magico Vento. La serie western godette dell'apporto decisivo di validissimi disegnatori, come Ivo Milazzo, Jose OrtizGoran Parlov o Pasquale Frisenda, ma le matite di Barbati e le chine di Ramella costituirono per me il marchio di fabbrica grafico di Magico Vento: quando tuttora penso allo sciamano bianco dei Sioux, lo vedo nell'interpretazione che ne diedero i due.


Rende molto tristi sapere di avere fra le mani l'ultima fatica di Barbati, prematuramente scomparso pochi mesi fa. Ci lascia un'opera nella quale ancora una volta, grazie anche al lavoro di Ramella, la resa grafica dei personaggi e delle scene di insieme, soprattutto quelle più corali, si fondono perfettamente con la storia, ne danno spessore e sostanza. Merito certamente anche del soggetto e della sceneggiatura, ovvero di Gianfranco Manfredi. L'ambientazione, personalmente, non è fra le mie preferite: la New York dei primi Anni Venti e le gangster stories non mi hanno mai particolarmente attratto. Ma qui sono stato colpito fin dalla prima tavola dalla presentazione di uno dei protagonisti, lo sbirro Jack Sloane che, per far cantare i delinquenti, non esita ad usare le maniere forti. La psicologia del detective è tratteggiata con rapidi tocchi e dopo poche tavole abbiamo già capito di che tipo si tratta: brusco, duro ed onesto. Uno che la confusione dello sfolgorante luna park di Coney Island non l'avrebbe nemmeno sfiorata, se a chiederglielo non fosse stata la pupa Brenda Young, una ragazza di provincia, una farfalla attratta dalle luci della Grande Mela, ma finita in un giro più grande di lei.
I destini dei due protagonisti si sono lambiti a lungo nel bar dove lo sbirro si rilassa alla fine del turno e la pupa lavora come cameriera, fino a quando un insperato invito di Brenda porta i due ad immergersi nel caos di Coney Island. Spettacolari le tavole nelle quali  Barbati e Ramella rappresentano la folla che riempie il luna park e le sue attrazioni. Il tema dei gangster e della mafia c'è ed è certo fondamentale, ma Manfredi inserisce altri spunti che rendono la storia molto accattivante. Innanzitutto documenta, attraverso la figura di Brenda, un fenomeno sociale che si stava sviluppando in quegli anni, ovvero la figura di donna emancipata, libera ed indipendente, fatto del tutto nuovo e inimmaginabile fino a pochi anni prima. E poi arricchisce la trama con dei personaggi interessanti, come il mago illusionista Mister Frolic e il motociclista acrobatico Speedy, che introducono nella storia degli elementi legati al paranormale e al mistero, tali che l'attesa del secondo albo, Al Capone ringrazia, è già altissima.
Ciliegina sulla torta: l'evocativo disegno di copertina di Corrado Mastantuono.

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