giovedì 9 ottobre 2014

Adah - Il capolavoro di Ken Parker


L'appassionato ma anche il distratto lettore di fumetti che non conosce ancora Ken Parker ha un'ottima occasione per rifarsi. Da venerdì scorso può infatti trovare in edicola, libreria o fumetteria il numero 23 della collana Ken Parker edita da Mondadori. Leggerà così due storie, già pubblicate nel 1982 dalla Cepim di Sergio Bonelli nei due rispettivi albi: La donna di Cochito e Adah. Dopo aver girato l'ultima pagina di Adah capirà, ne sono certo, perché Ken Parker è un fumetto unico. Probabilmente si appassionerà a tal punto del personaggio che vorrà recuperarne tutte le copie. Perché Adah è un capolavoro. Mi sbilancio dicendo che probabilmente è il culmine raggiunto dalla coppia Giancarlo Berardi - Ivo Milazzo. Certo, ci sono altre storie che fanno gridare al capolavoro, come Chemako, La ballata di Pat O'Shane, Lily e il cacciatore, Casa dolce casa, Diritto e rovescio o Sciopero (alla quale sono particolarmente legato). Ma Adah ti colpisce, ti sbalestra perché ti rendi conto che è qualcosa di davvero speciale.



Adah è una donna nera di quasi sessant'anni che racconta nel 1908 la storia della prima parte della sua vita, dalla schiavitù alla libertà. Lo fa leggendo le pagine del suo diario e questo è reso graficamente da vignette disegnate a mezzatinta e commentate da didascalie tratte dallo stesso diario: una scelta grafica quanto mai azzeccata. A queste si alternano sequenze con il consueto bianco e nero di Milazzo che raggiunge in questa storia una simbiosi perfetta con la sceneggiatura di Berardi.
Adah è il racconto di un'emancipazione, della conquista della libertà, dove con libertà non si intende soltanto la rottura delle catene, ma la piena espressione delle potenzialità di una persona. Berardi ci racconta con crudo realismo e con grande precisione storica la vita degli schiavi neri negli stati del Sud. Lo fa attraverso gli occhi di una bambina che scopre il suo mondo alternando stupore a paura. Mondo popolato da tanti tipi umani, connotati con la solita maestria da Berardi. E crescendo, Adah scopre di essere una schiava privilegiata: nota che la sua famiglia non è costretta a lavorare nelle piantagioni di cotone del padrone e che la sua casa è migliore del lurido dormitorio dove alla sera cadono sfiniti gli altri schiavi. La bellissima madre le rivela che lei e i suoi fratelli sono figli del signor Barrow, il loro padrone. E allora l'autore ci mostra i sentimenti di una bambina che cerca di essere amata anche dal suo impossibile padre. E che ovviamente non ce la fa, e piange.
Poi viene la Guerra di Secessione, raccontata attraverso le speranze e i pensieri degli schiavi. Barrow muore in battaglia e i componenti della famiglia di Adah, privi della protezione del padrone, si perdono o muoiono presi di mira dai figli legittimi bianchi di Barrow. La liberazione dalle catene della schiavitù giunge amarissima per Adah, preda della violenza dei soldati nordisti.



Si chiude la prima delle tre parti in cui è suddivisa la storia e il nuovo lettore si rende conto che Ken Parker non è ancora entrato in scena. Da una parte immagino il suo stupore, dall'altra penso che non lo consideri un problema perché il racconto di Adah è così coinvolgente da buttarsi a capofitto nella seconda parte. Dove troviamo la protagonista arrangiarsi come può fra le macerie della Richmond del dopoguerra. Vediamo Adah uscire dalla miseria grazie all'incontro fortuito con Horace, un ragazzo nero, sua vecchia fiamma nella piantagione, che si è fatto strada nelle agenzie governative. Trepidiamo per lei perché intuiamo che il suo ragazzo la sta ingannando e non possiamo far altro che disperarci insieme a lei quando Horace sparisce portandosi dietro quel poco che Adah aveva accumulato. Siamo felici per lei quando ritrova Tom, il fratello idealista che lotta per l'emancipazione dei neri, ma un smorfia d'amarezza attraversa il nostro viso quando la vediamo costretta per poter campare a fare la prostituta d'alto bordo. Non posso immaginare il lettore che non si rattristi a vedere come l'ex schiava Adah soddisfi ora i piaceri dei ricchi signori del sud, schiera cui il suo stesso padrone apparteneva. Ma anche questa parte della vita di Adah ha una fine improvvisa e burrascosa. La seconda parte della sua storia si conclude infatti con una sequenza drammatica di vignette a mezzatinta che vedono Adah sparare ad Arthur, il fratellastro bianco, membro del Ku Klux Klan e autore dell'assassinio di Tom.



Inizia la terza parte ed entra in scena Ken. Il lettore è giunto a tre quarti della storia e Ken appare solo ora. Ventiquattro tavole soltanto. Ma sono sufficienti per far capire, a chi non lo conoscesse, chi è Ken Parker. Lo ha detto anche Berardi: Ken non è il vero protagonista dell serie, "è una figura a latere, un testimone, il fulcro attorno al quale si raduna una commedia umana". Lui fa emergere le storie degli altri personaggi come Adah. Sono loro i veri protagonisti della serie. Ma come lo fa? Quale è la qualità umana di Ken che permette al personaggio di diventare il vero protagonista? E' l'empatia, la sua grande capacità di ascolto, di immedesimarsi nei panni dell'altro, e di rimandare al suo interlocutore ciò che ha ascoltato arricchito dalla propria esperienza. E' questo rimando che dà poi al personaggio la forza di affrontare la propria vita, di compiere le proprie scelte, di diventare il protagonista della propria storia. E in Adah è evidentissimo, così come lo era stato con Pat O'Shane.
Adah è in fuga: Arthur si è miracolosamente salvato e la legge la insegue, costringendola a cambiare continuamente città. E' a Hoolbrook, in Arizona, che il destino di Adah si incrocia con quello di Ken. E qui sono ambientate due tavole a mezzatinta tratte dal diario di Adah in cui c'è il cuore di tutto. Adah ci esprime le emozioni e le sensazioni provate durante il racconto della propria storia a Ken, che siede davanti a lei. Ecco alcuni passi:
"Durante il racconto, spiai continuamente il suo viso augurandomi e temendo allo stesso tempo di trovarci sdegno, ribrezzo, paura. ... Immobile ed inespressivo, il suo viso non tradiva nessuna emozione. Solo gli occhi palpitavano di vita. Erano chiari e vellutati, dolci e profondi, ingenui e disincantati. Più che ascoltare le mie parole, sembrava leggere le contraddizioni che nascondevano. Per un attimo mi sentii esposta e violata. Come si permetteva quel tizio di mettermi a nudo più di quanto non stessi già facendo io stessa? Con quale diritto e a che scopo s'impadroniva delle mie sensazioni più intime? Fui sul punto di tacere. Ma non c'era arroganza nel suo sguardo. Se mai, dolorosa partecipazione di chi ha vissuto i momenti drammatici della vita e riesce ad amarla."

Empatia: il cuore di tutto. Adah è colpita dalla partecipazione di Ken. E quindi ascolta le sue parole, che la invitano e le danno la forza per affrontare la Giustizia. Solo così Adah potrà essere una persona veramente libera. Le pagine seguenti vedono Ken aiutare Adah nel liberarsi definitivamente dai suoi spietati inseguitori e, soprattutto, vedono Ken "discreto come un amico e protettivo come un fratello", accompagnare la protagonista nel suo viaggio incontro alla Giustizia. Ma a volte il destino riserva sorprese insperate: in tribunale i due scoprono che il tentato omicidio di Adah era stato prescritto da una precedente amnistia e che gli inseguitori di Adah non erano uomini di Giustizia ma sicari di famiglia.
La tavola finale, ancora a mezzatinta, è fra le più belle di tutta la serie. Ken accompagna Adah al treno. I due si scambiano un arrivederci "ben sapendo che si trattava di un addio". Sono i primi passi di una donna finalmente e veramente libera. Passi ancora incerti ed insicuri, ma guidati da una grande forza interiore che sta nascendo e che fa pronunciare ad Adah le parole finali:
"Mi ci erano voluti ventotto anni per capire che la libertà è un bene prezioso che va conquistato giorno per giorno. Da allora però non l'ho più scordato. Così come non scorderò mai chi me l'insegnò, un uomo bianco dagli occhi vellutati" 

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