mercoledì 25 aprile 2012

La Resistenza di Arturo


La bambina ne aveva paura, si teneva a distanza da quell'uomo che non aveva mai visto e che ora stava lì davanti a lei sulla strada del paese. Non capiva perché la sua mamma e la sorella maggiore lo abbracciassero e lo baciassero piangendo. Lei invece piagnucolava e quando lui, con quei vestiti tutti logori e il sacco sulle spalle, si era inginocchiato sorridente tendendole la mano, si era ritratta chiudendosi nella diffidenza dei suoi quattro anni. Ci erano volute ore, dopo tante lacrime di gioia, abbracci e pacche sulle spalle che i compaesani avevano elargito festosi ad Arturo, questo era il nome dell'uomo, perché la piccola riuscisse a stargli vicino senza averne timore. Ad un certo punto, mentre tutti sedevano ad una tavola con cibo e vino fresco, la mamma era riuscita perfino a metterla sulle ginocchia di quell'uomo il cui grande sorriso era riuscito a tranquillizzarla. “Ora il papà starà sempre con te e non ti lascerà più” le dicevano tutti, e lei cominciava a crederci, cominciava ad abituarsi a questo uomo alto e smagrito, con dei grandi segni di sofferenza attorno a degli occhi stanchi ma luccicanti di felicità. Il tate era tornato dalla guerra. Era spossato da un viaggio durato mesi, iniziato nel gelido febbraio polacco e conclusosi nel caldo settembre friulano del 1945. Aveva rischiato la vita più volte durante il lungo cammino: per il freddo, per l'ostilità verso gli italiani dimostrata da alcuni, per l'attraversamento di fiumi pericolosi. 
Ma la parte più terribile della sua esperienza era avvenuta prima, quando, insieme ai suoi commilitoni artiglieri, era stato circondato da truppe tedesche l'8 settembre del 1943. Erano in Grecia, li avevano catturati e fatti salire dopo pochi giorni su un treno. In un carro bestiame aveva raggiunto la Polonia attraverso un viaggio spaventoso durato un mese. Tanti soldati non ce l'avevano fatta: le guardie tedesche aprivano i portelloni quando il treno si fermava in qualche stazione e ne ritiravano i cadaveri. Arturo riuscì ad arrivare vivo a destinazione grazie anche al suo fisico temprato dal lavoro nei campi. Giunsero a Bismarckhütte, un tetro campo satellite di Auschwitz. Li chiusero dentro squallide baracche dalle quali uscivano solo per recarsi in una fonderia alla quale il campo era annesso. Costruivano cannoni per il Führer, lavorando come schiavi fino a sera. Tornavano spossati nelle baracche dove trovavano patate gelide e acqua sporca. Arturo, nonostante la sua resistenza, si ammalò dopo alcuni mesi. Rischiò di morire se non l'avesse aiutato un altro prigioniero, un medico milanese che lo curò tenendolo in infermeria più di quanto gli aguzzini nazisti avessero voluto.
Eppure, per dare una fine a questo tormento, sarebbe bastato accettare le proposte dei tedeschi e dei militari fascisti venuti fin lassù apposta per convincerli. Dicevano loro che sarebbero tornati in Italia per combattere con i patrioti di Salò. Quasi nessuno diede ascolto a quelle offerte. Molti morirono e l'Italia non la videro più. Arturo invece si riprese dalla malattia e tenne duro in fonderia fino a quando l'Armata Rossa liberò il campo.
Non so a cosa pensasse per poter resistere. Di certo, la sua mente andava spesso a quella bambina: pensava che non avrebbe potuto abbandonarla senza donarle un nuovo sorriso.
Quella bambina è mia madre.

domenica 22 aprile 2012

Lo spirito della Resistenza racchiuso in una cripta




Fortunatamente Corto Maltese si sbaglia: personaggi reali, e non di fantasia come lui, hanno immolato infatti la propria vita in un atto coraggioso e disinteressato, in nome della libertà e della dignità dell'uomo. È questo il caso di Jozef Gabcìk Jan Kubis, i due paracadutisti, uno ceco, l'altro slovacco, che si avventurarono in una missione suicida per uccidere lo spietato Reinhard Heydrich, la bestia bionda, il numero 2 di Himmler, l'architetto della soluzione finale degli ebrei. Operazione Antropoide era il nome in codice della più spettacolare ed eroica azione di guerriglia partigiana messa in atto in Europa contro il nazifascismo.



Il teatro è il seguente: la Cecoslovacchia è divisa e assoggettata al giogo nazista, il Protettorato di Boemia e Moravia è affidato al feroce gerarca delle SS che soffoca in un terrore sanguinario ogni resistenza locale, la Praga del 1941-1942 è completamente sottomessa al principe nero. Il governo cecoslovacco di Benes, in esilio a Londra, progetta l'attentato affidandone l'esecuzione a due giovani soldati. Non ne sapevo nulla finché non ho letto “HHhH– il cervello di Himmler si chiama Heydrich” l'appassionante romanzo di Laurent Binet, giovane studioso francese ossessionato da questa vicenda. L'opera di Binet in realtà sfugge ad una chiara definizione: non è esattamente un romanzo ma è appassionante come solo i migliori romanzi sanno essere. Binet entra in prima persona come personaggio raccontandoci la storia della sua ossessione per Antropoide, ci svela tutte le sue ricerche, i suoi dubbi, la cura e gli scrupoli osservati nella ricostruzione storica. Chiede scusa al lettore ma soprattutto ai veri protagonisti storici se, facendone un romanzo, altera inevitabilmente la realtà (“la Mercedes su cui viaggiava Heydrich al momento dell'attentato era verde o nera?”). Ma è solo attraverso la letteratura che il suo omaggio ai resistenti fa imprimere la loro figura nella memoria collettiva. Il pregio del libro sta proprio nel far rivivere i protagonisti, i loro sentimenti, le loro idee anche e soprattutto grazie alla vibrante passione dell'autore, trasmessa al lettore in ogni pagina. Il 27 maggio del 1942 l'attentato si compie e il suo svolgimento sembra scritto da uno sceneggiatore di Hollywood: la granata lanciata contro la Mercedes non uccide ma ferisce la bestia bionda che si rialza in piedi per sparare al partigiano il cui Sten si è inceppato. C'è la fuga attraverso le vie di Praga e la ricerca di un nascondiglio all'interno di una cripta dove, a distanza di pochi giorni, dopo che la bestia bionda è morta in ospedale in seguito alle ferite, un lungo assedio da parte di ottocento SS avrà ragione di pochi uomini. In quella cripta Binet torna dopo più di sessant'anni e ritrova tutto:

Laurent Binet
Nella cripta c’era tutto.
C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, […], c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre.

martedì 17 aprile 2012

Fra Pastrovicchio e Casty vince...

Sabato scorso sul ring di Monfalcone si è combattuto a colpi di pennino e matita un avvincente in(s)contro fra Casty e Lorenzo Pastrovicchio. Vista la qualità dei duellanti, l'esito della gara organizzata dal team di ARTeFUMETTO, non era scontato: chi fra il disegnatore di Trieste, che ha dato nuova linfa a Paperinik, e lo sceneggiatore/disegnatore di Gradisca d'Isonzo, che si ispira ai classici Scarpa e Gottfredson, si è aggiudicata la vittoria?
La posta in gioco era alta: una nuova avvincente storia che vede Topolino affrontare un Macchia Nera mai visto prima: Darkenblot! I due fumettisti hanno dato il massimo, impugnando tutte le armi di cui dispongono: tavole, schizzi, storie, aneddoti, retroscena con cui hanno dato vita a questa avventura dal sapore supereroistico che ha rilanciato, in tre puntate fra marzo e aprile sulle pagine del settimanale Disney, l'eterno scontro fra il Topo e il suo peggior nemico.


Un duello rinnovato dove i robot, progettati e disegnati perfettamente, popolano la avveniristica città di Avangard City seguendo le famose leggi della robotica di Asimov. Quando le macchine però cominciano a recare danno agli umani, si insinua il dubbio di un loro sabotaggio. E qui entra in scena il diabolico piano di Macchia Nera, più astuto e più forte che mai, grazie anche al potente esoscheletro con cui si corazza.
Insomma un Topolino e un Macchia Nera come non li abbiamo mai visti....
Ma torniamo al match fra i due fumettisti. Dopo più di 90 minuti di aspro contendere la vittoria è andata senza ombra di dubbio a tutti i bambini che, insieme ai loro genitori e ad altri adulti appassionati, hanno affollato la sala comunale. Non si son persi una parola della coppia di autori dysneiani e gli occhi spalancati erano incollati alle splendide tavole e disegni che facevano da sfondo grafico all'incontro. Alla fine si sono meritati le dediche e i disegni che Lorenzo Pastrovicchio e Casty hanno realizzato di fronte ai loro sguardi affascinati.


martedì 10 aprile 2012

Tanti auguri Doc Robinson...ehm, volevo dire Martin Mystère

Doc Robinson - Martin Mystère
"Blow me down": sarebbe dovuta essere questa l'esclamazione tipica del Detective dell'Impossibile, o meglio dell'Ignoto. Quel Doc Robinson con cui Alfredo Castelli aveva battezzato il suo nuovo e moderno personaggio: un professore archeologo londinese che girava tutto il mondo per affrontare quei misteri che la scienza ufficiale si rifiutava di considerare. Come spiega lo stesso autore nell'albo celebrativo in edicola questo mese, 30 anni fa ripescò il nome che aveva scelto in precedenza, Martin Mystère, spostando inoltre la sua dimora dal numero 71 di Campden Hill Road a Londra al numero 3 di Washington Mews a New York. Dove io, come tutti i suoi lettori, ebbi il piacere di fare la sua conoscenza.
In realtà, la prima location in cui si muove il nostro è al largo delle Isole Azzorre, così come ci ricorda l'albo 320, un albo speciale perché contiene le 64 pagine di quella che sarebbe dovuta essere la vera prima storia di Doc Robinson, "Gli uomini in nero", disegnata da Giancarlo Alessandrini. Castelli ce la propone per la prima volta, in coda ad un'avventura molto spassosa che ricrea l'universo mysteriano negli Anni 30 : una vicenda ricca di ironia e di riferimenti letterari/cinematografici/fumettistici/storici relativi a quel decennio che solo la sterminata cultura del BVZA poteva sfornare.


In fondo proprio questa è una delle chiavi del successo di Martin Mystère: proporre delle avventure avvincenti su una base storico-scientifica reale e mai banale. E' questo ciò che mi ha affascinato del personaggio quando ricevetti in dono da mio cugino l'albo numero 29 "Il terzo occhio", nell'agosto del 1984. Allora tredicenne lettore dei classici Tex, Zagor e Mister No, fui colpito dalla modernità di questa serie. Ricordo che trascorsi il periodo del liceo ad analizzare numero dopo numero, insieme al mio amico Luca, tutti i risvolti storico-scientifici che Martin Mystère ci proponeva: ore e ore a discutere di Templari, civiltà scomparse e mysteri italiani.
Ma non solo per questo aspetto Martin Mystère segnò una svolta fondamentale nella storia della Sergio Bonelli Editore. Le vicende del Detective dell'Impossibile sono ambientate ai giorni nostri, vive il nostro presente anche se, spesso, le sue avventure sono rivolte al passato storico. Questa tendenza di attualizzazione dell'avventura, condivisa dal successivo Dylan Dog, aprì le porte poi a tutte le nuove serie bonelliane dei decenni successivi.
Non posso far altro che augurare con tutto il cuore altri (come minimo) 30 anni di longevità editoriale a Martin Mystère, ringraziando Alfredo Castelli e soci (sceneggiatori e disegnatori) per tutte le ore di intelligente svago che mi hanno regalato.


Alfredo Castelli

martedì 3 aprile 2012

Io sono un centauro

Sono due sentimenti contrastanti quelli che sorgono dentro di me ogni volta che ascolto la voce di Primo Levi. Da un lato sono travolto da una profonda tristezza, non solo per il pensiero della sua tragica esperienza ad Auschwitz ma anche per la sua morte, per come è avvenuta, 25 anni fa, con quel lancio nel vuoto della tromba delle scale del palazzo in cui viveva ed era nato. L'altro sentimento che nasce dentro di me è del tutto opposto. E' una grande fiducia nella vita, nella sua complessità, è un desiderio di ricerca, di analisi, di approfondimento, è una grande curiosità. Un uomo che si è suicidato, che ha rifiutato di continuare a vivere, è riuscito a comunicare tutto questo a chi lo ha ascoltato, visto, letto. A chi ha letto quell'insieme di opere per cui Primo Levi è meno noto, come i racconti ad esempio. Il chimico, il tecnico più che lo scienziato, come lui amava definirsi (e che piace anche a me come definizione visto che tecnico lo sono anche io) induce una miriade di spunti di riflessione: curiosi, strani, simpatici, profondi, mai banali. Pieni di vita. Quella di cui però si è privato l'11 aprile di 25 anni fa, della cui notizia ho un ricordo ancora oggi chiaro come può essere solo un'immagine che si staglia netta nel cervello: dove io, tornato dal liceo, sto pranzando seduto a tavola con mia madre in piedi alle mie spalle mentre è intenta a preparare qualcosa, e il telegiornale che annuncia freddamente la notizia. Freddo: è la sensazione associata a quell'immagine, freddo capace di spegnere la luce e il caldo di quella primavera.
Rai Radio 3 ricorda Primo Levi attraverso la sua voce, e quella di molti altri che ne parlano. Lo fa riproponendo lo speciale che Marco Belpoliti realizzò nel 2007: Io sono un centauro. Vita e opere di Primo Levi. Dieci puntate da ascoltare che ci fanno ri-scoprire l'universo di Primo Levi attraverso dieci temi.

I PUNTATA: Il lager (ospiti: Ferdinando Sessi e Mario Porro)
II PUNTATA: Il viaggio (ospiti: Andrea Cortellessa e Davide Ferrario)
III PUNTATA: La letteratura (ospiti: Ernesto Ferrero e Massimo Rizzante)
IV PUNTATA: La curiosità (ospiti: Stefano Bartezzaghi e Daniele Giglioli)
V PUNTATA: La chimica (ospiti: Piero Bianucci e Mario Porro)
VI PUNTATA: Il lavoro (ospiti: Nicola Tranfaglia e Alberto Papuzzi)
VII PUNTATA: L'ebraismo (ospiti: Gad Lerner e Alberto Cavaglion)
VIII PUNTATA: La memoria (ospiti: Sergio Luzzatto, Pietro Barbetta, Mario Barenghi)
IX PUNTATA: La zona grigia (ospiti: Walter Barberis e Luigi Zoja)
X PUNTATA: La poesia (ospiti: Massimo Raffaeli e Fabio Pusterla)

Inoltre, il programma radiofonico Ad alta voce, sempre di Rai radio 3, sta proponendo proprio in questi giorni la lettura de La tregua.
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