giovedì 22 luglio 2010

Alla ricerca dell'arca


Domenica scorsa è scomparso Mino D'Amato, un giornalista televisivo che si fece conoscere perché volle dare alla televisione dei contenuti seri in maniera semplice. Lo ricordo qui perché ci fu un periodo in cui lo seguii molto: fu quando condusse la trasmissione "Alla ricerca dell'arca" su Rai3 il sabato sera. L'impronta era quella della divulgazione scientifica ma differiva da Quark. Il taglio infatti era giornalistico e non mancavano elementi di mistero.


Gli anni 80 stavano finendo e io, insieme al mio amico Luca, eravamo presissimi da Martin Mystere. Il personaggio bonelliano ideato da Alfredo Castelli ci affascinava per il suo sapiente intreccio di scienze, storia e mistero. In particolare ci piacevano le premesse storico-scientifiche molto serie e ben documentate delle avventure del Detective dell'Impossibile. E poi, ovviamente, la soluzione mysteriosa che Castelli dava alla vicenda. Mino D'Amato presentava un po' allo stesso modo gli argomenti: erano solidissime le basi da cui si partiva, e spesso si presentava un mistero, un fatto ancora insoluto, ma in modo concreto e "laico", oserei dire. Niente a che vedere con trasmissioni di oggi come Voyager che fanno del sensazionalismo misterioso il cardine della puntata, infischiandosene della veridicità storico-scientifica.
Ho appreso della sua morte con commozione per due motivi: perché fu un giornalista diverso che all'epoca apprezzai molto e perchè so che poi, nella sua vita, si dedicò ad aiutare bambini malati con una fondazione da lui creata. Un uomo di cui la Tv odierna avrebbe bisogno.

giovedì 15 luglio 2010

Il noir di Marsiglia: Izzo e Demian


E' proprio vero: una ciliegia tira l'altra. I primi 3 numeri di Cassidy, la miniserie bonelliana di cui ho parlato qui, mi hanno entusiasmato. Sarà l'atmosfera nera anni 70, sarà il personaggio protagonista Raymond Cassidy, un fuorilegge fregato dai complici di una rapina, che lo volevano stendere per prendersi la sua parte.... Devo dire che l'autore Pasquale Ruju ha creato un soggetto interessante e, finora, delle sceneggiature convincenti.Così son ritornato un po' sui miei giudizi, forse un po' troppo affrettati, su Demian, protagonista della prima miniserie di Ruju, uscita sempre per la Bonelli a partire dal 2006. L'avevo abbandonata dopo 2 numeri perché c'era qualcosa che non mi convinceva. Mi son deciso così a ricominciare la lettura e ho apprezzato subito un aspetto che avevo tralasciato 4 anni fa: l'ambientazione a Marsiglia. D'altronde, nella rubrica in apertura del primo numero, si fa subito riferimento ad uno scrittore che ho imparato ad apprezzare l'anno scorso: Jean-Claude Izzo.


Un marsigliese, maestro del noir per molti nostri autori italiani, come Massimo Carlotto (che lo citò come fonte ispiratrice in una bella trasmissione radiofonica in cui lo scrittore ospite raccontava dei propri maestri). Del compianto Izzo (morto prematuramente nel 2010) lessi il primo romanzo della trilogia ambientata appunto a Marsiglia: Casino totale. Protagonista un perdente, Fabio Montale, poliziotto che non si sente a suo agio nella divisa, che non ha mai sparato un colpo, che fa piuttosto l'educatore nelle periferie sgangherate, piene di immigrati nordafricani e arabi, dove salvare un ragazzino dal riformatorio è una conquista. L'amicizia e l'amore sono al centro tragico della storia, ma il vero cuore è Marsiglia, coi suoi vicoli, i suoi quartieri di periferia e il suo mare che è l'unico elemento di serenità. Izzo è talmente bravo che, mentre lo leggi, ti sembra di muoverti in auto insieme a Montale, di respirare la stessa aria afosa della città, di guardare lo stesso mare.


Demian cerca di ereditare da Izzo queste atmosfere e, in parte, ci riesce. Il nostro è anche lui un uomo crivellato dai colpi della vita ma, a differenza di Montale, è un po' troppo un giustiziere che accorre veloce sulla sua moto a soccorso degli indifesi. Vedremo comunque come procederà la storia, di cui è apprezzabile anche la descrizione della mala, o meglio della criminalità organizzata e dei suoi rapporti con la politica e l'economia. Come d'altronde è ottimamente rappresentata da Izzo, di cui ora (una ciliegia tira l'altra appunto) sto leggendo il secondo romanzo della trilogia: Chourmo, dove il nostro Montale ha lasciato la polizia e vuole soltanto andare a pesca, sorseggiare un buon vino conversando con gli amici di fronte al mare. Purtroppo la città possiede anche altri aspetti: violenza e odio, che attirano Montale in un'inchiesta molto dolorosa per lui.




Sulla quarta di copertina del romanzo compare un'opinione di Izzo riguardo ai suoi romanzi, che condivido pienamente. Eccola:
"Mi dicono a volte che i miei libri sono neri e pessimisti,, ma il più bel complimento che spesso mi hanno fatto è che quando si finisce di leggerli viene una maledetta voglia di vivere".

martedì 6 luglio 2010

Magico Vento si avvicina alla fine della pista


Ormai ci siamo. Magico Vento è alle battute finali. La serie western bonelliana si sta avvicinando all'ultimo numero: il 130 segnerà la conclusione della serie regolare, seguita poi dal primo e ultimo speciale. Gianfranco Manfredi, l'autore, ne aveva annunciato la conclusione ormai da un anno: anche se a malincuore, concordo con questa scelta. Magico Vento ha mantenuto quasi sempre un alto standard narrativo e di disegni. Il protagonista ha compiuto un percorso che ha cambiato la sua vita. Si sta raggiungendo una giusta fine della storia che evita un inutile prolungarsi con cadute di contenuti comuni ad altre serie bonelliane.


Devo dire che le avventure dell'ex giacca blu Ned Ellis, divenuto poi sciamano dei Lakota, non mi hanno entusiasmato subito. Infatti la serie fu presentata come un horror-western e me la componente horror non piacque: d'altronde è un genere che non mi ha mai preso, tanto è vero che scambiai il numero 1 di Dylan Dog per pochi fumetti (ma qui entrano in gioco anche le mie scarse capacità commerciali...). In realtà l'horror vero e proprio c'entrava ben poco con Magico Vento: protagonisti fin da subito furono infatti le tradizioni dei nativi americani, alcune delle quali avevano una componente soprannaturale. Chiarito con me stesso l'equivoco cominciai ad apprezzare questa caratteristica della serie unita all'altra: il sapiente intreccio delle vicende private del protagonista con quelle della Storia.



Qui, secondo me, Manfredi dà il meglio di sé: annovero tra i più belli albi bonelliani che abbia mai letto, quelli relativi agli scontri sulle Black Hills tra i Sioux di Nuvola Rossa e Toro Seduto e le giacche blu del generale Crook e del generale Custer. Non ci si limita alla famosa battaglia del Little Big Horn, ma si presentano in modo interessante e completo le cause che portarono allo scontro, con tutti i movimenti precedenti e successivi dei due schieramenti in campo. Ho apprezzato molto che Magico Vento abbia compiuto una scelta ben precisa stando nettamente da una parte e combattendo con tutto se stesso. Senza retorica difende le ragioni dei nativi e ne trae coerentemente le conseguenze: di fronte al tradimento delle promesse, l'unica via è la guerra. E' una scelta dura e pesante, ma è giusta.



La stessa scelta che Manfredi fa compiere a Magico Vento anche nell'ultima saga: ormai considerato traditore dal governo degli Stati Uniti, il nostro si unisce ad una delle ultime ribellioni che videro i nativi scontrarsi con le giacche blu: quella dell'apache Victorio. Anche qui Magico Vento non si tira indietro e sta nettamente da una parte: sa che sarà quella perdente ma sa che è quella che rispetta la dignità di un popolo.



Spesso, mentre leggevo le avventure di Ned Ellis accompagnato dal suo amico giornalista Poe, ho sentito delle affinità con ken Parker: per la profondità psicologica del personaggio, per i cambiamenti che subisce nel corso della sua vita, per i temi affrontati, per i disegnatori (Ivo Milazzo ha dato il meglio di sè in alcune storie). Rimangono comunque profonde differenze: Ken è un uomo a cui è completamente estraneo il contatto con la spiritualità: Magico Vento è invece uno sciamano con molti poteri. Ken ha più dubbi e non ha per nulla una componente super-eroistica che, anche se molto raramente, compare in magico Vento.
Molti altri sono i pregi di Manfredi, come la capacità di tessere storie coinvolgenti in cui la politica dei palazzi del potere di Washington ha un ruolo decisivo, o altre dove i servizi segreti e le sette massoniche compiono i loro perfidi intrighi. Anche in questi scenari, Magico Vento e Poe si muovono a proprio agio, dimostrando che le capacità narrative dell'autore sono fuori discussione.



So long, Magico Vento! Questo è il saluto che Lungo Fucile ti farebbe nell'ultima vignetta.
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